Venezia



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    Lorenzo Tomasin (2019): Venezia, Versione 1 (28.02.2019, 19:01). In: Korpus im Text, Serie A, 35532. url: http://www.kit.gwi.uni-muenchen.de/?p=35532&v=1
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Abstract

In questo lavoro si isolano sette caratteri fondamentali della storia linguistica di Venezia. Essi sono: 1) la natura particolarmente conservativa del volgare (poi del dialetto) veneziano nel quadro dell’Italoromània; 2) la sostanziale assenza, a Venezia, di soluzioni di continuità paragonabili a quelle che determinano, in altri contesti linguistici urbani d’Italia, fasi ben distinte della storia linguistica cittadina; 3) l’abbondante e tipologicamente assai varia produzione scritta in veneziano, che tra Medioevo ed età moderna gli conferisce i caratteri di una lingua di cultura; 4) il peculiare legame tra volgare cittadino e compagine statale, reso vie più particolare dalla forma unica della Repubblica di Venezia e dalla sua straordinaria continuità istituzionale lungo molti secoli; 5) la documentabile presenza, fin dal Medioevo, di varietà diatopicamente e diastraticamente differenziate nel microcosmo urbano-lagunare di Venezia; 6) gl’intensi contatti con altre lingue del bacino mediterraneo, e il ruolo di ponte svolto in alcuni casi da Venezia tra l’Italoromània e vari altri dominî linguistici; 7) il peculiare rapporto con l’italiano della tradizione letteraria (che proprio in seno alla cultura veneziana è di fatto elaborato, con materiali toscani, all’inizio dell’età moderna) e con quello postunitario (che innesca molto meno che altrove il processo di sdialettizzazione tipico in generale dell’Italia contemporanea).

1. Introduzione

Il veneziano è uno dei pochi dialetti italiani la cui storia possa essere studiata non solo attraverso l’esercizio ricostruttivo, cioè nella prospettiva che saussurianamente si chiama retrospettiva, bensì anche, e intensamente, in quella prospettiva, mercé un’abbondanza e un’ampiezza di documentazione che lo pone tra le varietà italoromanze meglio attestate nei secoli, alla pari di pochi altri dialetti urbani, e al di sopra della maggior parte degli altri componenti dell’Italia dialettale.

Se a ciò si aggiunge che proprio in seno alla cultura veneziana si verifica, soprattutto nel corso del secolo XVI, quell’elaborazione insieme pratica e teorica del modello linguistico unitario per la letteratura italiana, è chiaro che i fenomeni di contatto tra veneziano e italiano si configurano in modo almeno parzialmente diverso da quelli che caratterizzano altre varietà italiane. 

Nei paragrafi di questo lavoro si metteranno in luce alcuni dei caratteri fondamentali – perché distintivi di per sé, o per la loro combinazione – della storia linguistica veneziana. Essi consistono, in particolare: 1) nella continuità delle strutture fonomorfologiche rispetto al latino, che indusse già Ascoli 1882-1885, e poi ancora Devoto 1967 a classificare il veneziano subito o poco dopo il toscano nelle rispettive classifiche basate sul grado di allontanamento dalle condizioni romanze originarie; 2) nella sostanziale assenza di fratture socio- e storico-linguistiche così nette da ripercuotersi vistosamente sulle strutture del dialetto, come invece accadde ad esempio a Roma (col passaggio dal romanesco detto “di prima fase” a quello “di seconda fase”) o a Firenze (col trapasso dalla fase aurea a quella argentea), e al contempo nella separazione linguistica netta fra città e contado; 3) nell’ampio impiego scritto, dal Medioevo fino all’età contemporanea, del veneziano come lingua non solo letteraria, ma anche adeguata a vari altri àmbiti colti (Tomasin 2010), e in particolare 4) nel suo uso per i testi prodotti da uno Stato – la Repubblica di Venezia – di straordinaria longevità e dalle notevoli peculiarità istituzionali; 5) nella complessa articolazione sociolinguistica interna, che comporta l’emersione già medievale, e poi lo sviluppo moderno e ancora contemporaneo (evidente ancora in Papanti 1972 [1875]), di numerose sottovarietà diastratiche e diatopiche ben riconoscibili e sufficientemente documentate; 6) nel suo ampio, continuo e ben attestato contatto con altre lingue, sia romanze sia non romanze, mercé la fitta rete di relazioni commerciali che caratterizzano la storia di Venezia; 7) nel peculiare rapporto con la lingua comune a base toscana, precocemente assorbita, e anzi in parte addirittura elaborata dalla cultura veneziana ma mai capace, nei secoli, di scalzare completamente la varietà locale – come invece accadde altrove in Italia, perlomeno negli ambiti socioculturalmente elevati, con le relative conseguenze sul piano dei fenomeni di sdialettizzazione moderna e contemporanea. 

2. La conservazione delle strutture romanze

Nelle proposte di classificazione dei dialetti italiani basate sul grado d’innovatività rispetto alle strutture fonomorfologiche del latino, il veneziano viene tradizionalmente riconosciuto come uno dei dialetti più conservativi. Tale carattere risalta particolarmente evidente nel confronto con i dialetti della Terraferma retrostante, tanto che – con le parole di Stussi 1965, p. xxii – “il carattere più singolare del dialetto lagunare è la sua non-partecipazione alle innovazioni di uno o più dialetti dell’interno; ecco quindi che la lingua di un testo di terraferma in cui la preoccupazione letteraria abbia eliminato gli elementi più schiettamente locali tende fatalmente a rassomigliare all’uniforme grigiore del Veneziano”, o se si preferisce al suo omogeneo nitore.

Tra i fenomeni più spesso addotti per documentare tale conservatività (pur nel quadro di una generale solidarietà con la più ampia fenomenologia della Romània occidentale), viene spesso richiamata la sostanziale assenza di metafonesi e, fino alla fine del secolo XIII, anche di dittongamento, il parziale mantenimento del vocalismo finale, l’estensione moderata del fenomeno della lenizione consonantica (più intensa già nel padovano, che giunge a far dileguare -T- in vari contesti in cui il veneziano mantiene il grado semplicemente sonorizzato -d-).

Di tale “carattere conservativo del Veneziano” (ibid., p. xxxiii) sono state date varie e almeno in parte complementari spiegazioni. Da un lato, si è richiamato il legame originario delle popolazioni stanziatesi in Laguna con quelle dell’antica X Regio, nonché la relativa preservazione della Venezia delle origini dagl’intensi sommovimenti sociali e demografici che interessarono la Pianura retrostante. In quest’ottica, il veneziano dovrebbe la sua conservatività alla posizione isolata e marginale ch’esso aveva nel periodo di maggiore intensità del mutamento linguistico, cioè nella fase protoromanza. D’altra parte, la solo parziale partecipazione del veneziano a innovazioni proprie della Terraferma è stata ricondotta a una dinamica di koineizzazione, cioè al fatto che il veneziano sarebbe la risultante della fusione e del conguaglio avvenuto tra le diverse varietà parlate dalle popolazioni che durante la fase più arcaica andarono a formare il corpo sociale della città.

Entrambe le prospettive colgono probabilmente alcuni aspetti della realtà, ma è ben difficile che ciascuna di esse possa mai appoggiarsi a decisivi elementi probatori, visto che si richiamano tutte e due a una fase protoromanza in cui le verifiche dirette sono necessariamente impossibili. Un dato di realtà è costituito – nella fase bassomedievale per la quale la documentazione è diretta, abbondante e accessibile – dalla notevole articolazione interna e dalla presenza ben rilevabile di differenze, per cui «è verosimile pensare che nella laguna ci fossero isole con insediamenti linguisticamente diversificati», Stussi 2005, p. 24: un dato su cui si tornerà oltre, § 5.

3. La continuità nel tempo, l’isolamento nello spazio

Almeno indirettamente connessa al carattere di cui si è detto sopra è l’assenza, nella storia medievale e post-medievale del veneziano, di quelle decisive fratture demografiche e socio-linguistiche che in altri contesti analoghi (cioè in altre città d’Italia) hanno per conseguenza la profonda alterazione del dialetto locale, che può giungere in alcuni casi a configurarsi come una vera e propria mutazione complessiva: si pensi al romanesco nel passaggio dalla sua prima alla sua seconda fase, o al fiorentino nel trapasso dal periodo aureo a quello argenteo (cfr. Castellani 1980b, 17-35).

Nulla di simile si osserva a Venezia, il cui dialetto ha conosciuto varie ipotesi di periodizzazione, ma non ha mai manifestato mutazioni così profonde e simultaneamente operanti a vari livelli della struttura da configurare una vera e propria metamorfosi. Ciò non significa naturalmente che Venezia – una delle città più popolose e vivaci d’Europa tra la fine del Medioevo e la prima età moderna – non abbia conosciuto intense vicissitudini demografiche, capaci in alcuni casi d’incidere su taluni aspetti del suo dialetto. La natura originariamente composita della popolazione è anzi evidente fin nella documentazione volgare più antica, che ha indotto ad esempio Stussi a isolare tratti propriamente “realtini” (cioè caratteristici dei testi prodotti nel centro insulare della città, l’antica Rivoalto – Rialto) da tratti a vario titolo periferici. Nella fase mediotrecentesca, poi, vari testi sicuramente veneziani presentano solo occasionalmente fenomeni fonomorfologici affini a quelli documentati in Terraferma per effetto del più che probabile afflusso di popolazioni rurali in città. Ma tali fenomeni non sono tali da produrre vere soluzioni di continuità nelle vicende di un volgare (poi di un dialetto) caratterizzato da una sostanziale stabilità. 

Il rapporto con le varietà dell’Entroterra è d’altra parte diverso a Venezia rispetto ad altre realtà urbane consimili: priva, di fatto, di un contado in rapporto di continuità territoriale ininterrotta con la città, Venezia è isolata – mercé la sua peculiare struttura urbanistica – anche da un punto di vista linguistico, e intrattiene perciò con le varietà della vicina campagna una relazione di peculiare separatezza, che di fatto impedisce fenomeni simili a quelli verificatisi altrove in Italia. Il dialetto veneziano, d’altra parte, costituisce un modello molto condizionante per le altre varietà urbane del Dominio di Terraferma, ma influenza a lungo relativamente poco le parlate rurali, che – almeno in età medievale – possono annettersi al gruppo dei dialetti veneto-centrali già a partire dalle sponde della Laguna, o al massimo dai ristrettissimi confini dell’antico Ducatus, costituito da un’angusta striscia di terra che aggira la gronda lagunare, mentre un rapido avvicinamento al veneziano manifestano, fin dalla fine del Medioevo, i dialetti di città anche piuttosto lontane dalla Dominante.

4. La matrice colta

Molti dialetti urbani italiani – e persino vari dialetti rurali – possono contare su una lunga tradizione letteraria, cioè su un uso almeno occasionale e almeno temporaneo come lingue di cultura, sia pure nelle forme tipiche della letteratura dialettale riflessa. Ciò che caratterizza la situazione veneziana e la rende se non unica, certo assai rimarchevole nel contesto italiano, è il fatto che la produzione scritta nel volgare (poi nel dialetto) locale travalica di gran lunga gli ambiti più usualmente frequentati dalla letteratura dialettale e si estende per un raggio più ampio rispetto a molte omologhe varietà italiane. La produzione scritta in veneziano comprende in effetti, dal medioevo fino almeno a tutta l’età moderna (con significative propaggini anche in quella contemporanea), poesia e prosa d’invenzione, trattatistica e teatro, oratoria e vari altri generi minori. 

Se l’estensione a tutte le tipologie di produzione scritta volgare è scontata nella fase anteriore all’affermazione dell’italiano comune, tale ampiezza permane anche dopo il discrimine della fase rinascimentale, in cui la letteratura dialettale (riflessa) tende a rinserrarsi altrove in generi fiorenti ma limitati. Durante tutta l’età moderna, insomma, il veneziano non è solo un dialetto impiegato per iscritto in forma di deliberata opposizione (polemica o parodica) rispetto a una produzione “seria” o “alta” monopolizzata dall’italiano. In tale funzione, beninteso, esso conosce grande fortuna: basti pensare alle molte opere del Cinquecento veneziano concepite come rovesciamento dialettale di generi illustri, dal petrarchismo stravolto delle Rime di Andrea Calmo (Calmo 2003) al rifacimento parodico dei poemi ariosteschi e tassiani (il più celebre è forse quello della Gerusalemme Liberata di Tomaso Mondini, ossia El Goffredo del Tasso cantà alla barcariola, Mondini/Vescovo 2002; e su questa produzione cfr. D’Onghia in Bolzoni 2010, pp. 281-98).

Ma la letteratura in dialetto veneziano travalica la funzione di semplice contraltare parodico o ridicolizzante dei generi codificati dalla produzione in lingua: così, la poesia di un Maffìo Venier (su cui da ultimo Ferrari 2015) rappresenta uno dei più originali esperimenti della lirica cinquecentesca, il cui valore è tutto sommato indipendente – seppure non del tutto irrelato – dalla scelta di scrivere in veneziano; e un poema come quello di Marco Boschini (la Carta del navegar pitoresco, 1660, Boschini 1966) rappresenta un esempio di trattatistica in versi i cui intenti sono serissimi, e in cui la scelta del dialetto rappresenta un deliberato espediente stilistico funzionale a una visione della storia dell’arte italiana alternativa a quella toscanocentrica del Vasari.

Senza contare che l’amplissima produzione del teatro veneziano – in larga parte pluridialettale o plurilingue, a partire dal raffinato incunabolo della Veniexiana di anonimo, ed. Padoan 1994 – rappresenta ovviamente un genere del tutto indipendente da una tradizione toscana o italiana comune che anzi, in quel campo, mancava dei presupposti stessi per un’efficace riuscita drammaturgica (ben nota è la polemica che su questo punto agita il Machiavelli del Discorso intorno alla nostra lingua, Machiavelli 1982, 64); e tale situazione si prolunga di fatto fino ai tempi del Goldoni, il cui dialetto è anche più naturale e al tempo stesso più “serio” dell’italiano.

Tali caratteri permangono anche dopo la fase rinascimentale, nella quale essi si manifestano con evidenza, ponendo le basi di una tradizione letteraria e in generale colta le cui diramazioni sono ben visibili ancora almeno fino alla fine della Repubblica (1797). È significativo che il dialetto veneziano sia di fatto poco frequentato dalla poesia dialettale novecentesca, interessata soprattutto all’esplorazione di territori linguisticamente e culturalmente vergini (si vedano le chiare coordinate tracciate da Alfredo Stussi 2005, 315-36), e che la migliore voce della poesia veneziana nel secolo XX, quella di Giacomo Noventa, protesti esplicitamente la necessità della creazione, a partire dal dialetto di città, di una varietà idiosincratica e libera dalla pesante tradizione di una vera e propria lingua di cultura.

5. L’impiego istituzionale

Strettamente connesso al carattere di cui si è detto nel precedente paragrafo è un altro fattore peculiare della tradizione veneziana e sostanzialmente assente in quasi tutti gli omologhi contesti italiani. La presenza di un’entità statuale forte, assai caratterizzante e dotata di una rara continuità istituzionale si ripercuote sulla stessa storia linguistica di Venezia. “La potenza di Venezia – scriveva Giuseppe Ferrari 2005, 102 in un classico ottocentesco della riflessione su quello che oggi chiameremmo il rapporto tra lingua e ideologia – spiega sola la forza del dialetto veneziano. Benché confinato nell’unica città di Venezia, il veneziano fu sempre lingua di vasto governo, quindi senza scempiaggini, senza lentezza, e le mille volte superiore al lombardo che è parlato da un quinto della popolazione italiana”.

Da un lato, il veneziano è – fin dal secolo XIV, durante il quale i testi di legge cominciano ad essere tradotti e poi direttamente formulati nel volgare locale oltreché o anziché in latino – la lingua di riferimento della Repubblica, e quella d’uso consueto ancora in età moderna in quasi tutte le circostanze anche più formali della vita politica (Tomasin 2001).

Da un altro, le forme proprie del reggimento politico veneziano, e in particolare l’assenza di una corte “dinastica” simile a quelle presenti nei regimi signorili e in quelli monarchici dell’Italia e dell’Europa d’età moderna, condizionano i destini del veneziano, facendogli mancare quella tipica gestione “politica” a cui molti principi adibiscono i volgari usati appunto nelle corti. Il veneziano si trova insomma a essere de facto lingua di uno Stato in cui nessuna autorità ne promuove, con iniziative personalistiche come quelle tipicamente assunte da sovrani o da principi, la promozione e la diffusione nelle forme di una vera e propria politica linguistica. 

Le conseguenze linguistiche del peculiare assetto giuridico e istituzionale veneziano sono ben visibili fino alla fine della parabola storica della Serenissima: non solo, in effetti, cospicue tracce linguistiche veneziane permangono nella produzione dei testi ufficiali (in particolare di quelli giuridici) della Repubblica ancora nel secolo XVIII; ma l’oratoria forense in veneziano diviene, in quello stesso secolo, uno dei tratti più internazionalmente noti e simbolicamente efficaci della sua vita politica (Tomasin in Marcato 2009, pp. 53-62). A conferma, si direbbe, del peculiare legame esistente a Venezia tra lingua e Stato.

6. La variazione interna

L’abbondanza e la varietà di testimonianze scritte del veneziano lungo i secoli consente anche di documentare fin da epoche antiche un aspetto spesso inattingibile in contesti simili, cioè la notevole variabilità sociolinguistica, ossia la presenza di varietà proprie di alcune località della Laguna circostante Venezia, o addirittura di alcune aree interne a quello che oggi viene chiamato Centro storico, nonché varie sottovarietà proprie di singoli gruppi sociali.

La geografia dialettale della Laguna di Venezia si manifesta nella sua complessa multiformità già all’altezza dei testi di Lio Mazor (Elsheikh 1999), cioè degli atti giudiziari primotrecenteschi relativi a una minuscola comunità di pescatori (oggi estinta) insediata nella cosiddetta Laguna Nord. Tali documenti mostrano una testura dialettale piuttosto diversa da quella dei coevi testi veneziani di città, cioè un dialetto che condivide vari tratticon i dialetti veneti settentrionali (il più vistoso è l’apocope delle vocali finali, ben più esteso rispetto alle condizioni proprie del veneziano urbano). Si aggiunga che i testi di Lio Mazor, spesso consistenti in dialoghi riferiti e registrati nell’ambito di liti e cause tra privati, costituiscono al tempo stesso un raro caso di attestazione medievale di una microvarietà suburbana e una delle fonti più interessanti per lo studio dei tratti del parlato nei dialetti italoromanzi settentrionali antichi (Benincà 1994, 163-75).

Dopo l’età medievale, a informare sull’ampia gamma della variazione interna del veneziano è soprattutto la letteratura: in età rinascimentale, anzi, varietà sociolinguisticamente peculiari come quelle dei pescatori lagunari (Ferrari 2013), dei Castellani e dei Nicolotti (abitanti rispettivamente delle contrade di Castello e di San Nicolò dei Mendicoli, rappresentati anche linguisticamente da A. Caravia nella sua Verra antiga, 1550), o della piccola criminalità urbana dei bravi (Da Rif 1984)sono largamente impiegate in poesia e nella produzione teatrale; specificamente veneziane, poi, sono le più note manifestazioni d’interesse – ancora cinquecentesche – per l’ambito del gergo o lingua furbesca, culminanti nella pubblicazione, appunto a Venezia, del Modo novo da intendere la lingua zerga di Antonio Brocardo, 1a ed., 1565). 

Ancora in età moderna, è significativo che il repertorio di Papanti 1972 [1875] attesti plurime varietà urbane (Giudecca, Venezia – senza specificazioni -, Canarégio, Punta di Santa Marta, Castello e isole di Vignole, Sant’Erasmo, ecc.), cui s’aggiungono per la Laguna le isole di Burano, Murano, Pellestrina e la città di Chioggia: ciascuna caratterizzata da tratti linguistici peculiari nel pur breve testo – una traduzione dialettale di una novellina del Boccaccio, commissionata da Papanti a informatori locali – scelto per documentare comparativamente le varietà dialettali italiane.

7. Il contatto con altre lingue

La proiezione verso gli avamposti “de là da mar” e l’intensa vitalità commerciale della Serenissima hanno tra le loro conseguenze più dirette sulla storia linguistica il fatto che il veneziano è tra le varietà italoromanze più esposte, in età medievale e moderna, al contatto linguistico con l’Oriente mediterraneo. Le lingue che, andando da Venezia verso est, entrano in contatto con il veneziano si dispongono in una sorta di continuum che, partendo già dalla Venezia Giulia (peculiare il caso del triestino), discende quasi senza soluzione di continuità lungo l’Adriatico orientale (si ricorderanno le scriptae venezianeggianti di Ragusa studiate da Folena 1990 e poi da Dotto 2008), costeggia la Grecia (Cortelazzo 1970), tocca Candia e Cipro (i cui contesti linguistici sono stati indagati da Eufe 2013) e si allaccia sia con l’area turca (i contatti tra il veneziano e le lingue dell’impero ottomano sono al centro di vari recenti lavori di Daniele Baglioni, tra cui Baglioni 2009), sia con quella arabòfona dei regni Crociati, fino ad arrivare appunto alla Persia. Il percorso che abbiamo appena abbozzato segue quasi esattamente il tracciato delle rotte più usuali della mercatura veneziana.

La dimensione prevalentemente “levantina” della partita di scambio linguistico tra il veneziano e le altre lingue non deve tuttavia mettere in ombra che il contatto vi fu anche con le lingue romanze e non romanze delle terre che si trovano a Occidente di Venezia, e che erano interessate da scambi commerciali originariamente meno intensi, ma di più in più fiorenti soprattutto a partire dal secolo XV. Un caso particolare è quello del francese, con cui il veneziano entra in contatto soprattutto fuori dall’Europa, cioè negli avamposti orientali dei Regni crociati, in cui appunto la lingua d’oïl rappresentava notoriamente una varietà di scambio internazionale (si veda da ultimo Minervini 2010): il francese giunge dunque a Venezia quasi più da est che da ovest. Nondimeno, vari episodi di contatto linguistico tra il veneziano e le varietà romanze del Mediterraneo orientale (segnatamente il provenzale e il catalano) sono documentabili fin dai primi del Trecento e meriterebbero ulteriori approfondimenti (cfr. intanto Tomasin 2016). 

La fecondità dei contatti – soprattutto lessicali – tra il veneziano e le altre lingue d’Europa è mostrata anche dal fatto che svariati venezianismi insediatisi nell’italiano comune sono in realtà lessemi d’origine extra-italiana per i quali il dialetto della Serenissima ha avuto una funzione di ponte. Così è ad esempio per un grecismo come pantegana, per una voce d’origine persiana come zenzero (un venezianismo a lungo non riconosciuto come tale, Tomasin 2016b), o per un arabismo come arsenale (cfr. da ultimo Castellani 2000, 224-25), pervenuto, attraverso Venezia, non solo all’italiano ma a tutte le principali lingue europee (per questo e altri venezianismi dell’inglese, cfr. Ferguson 2012).

8. Il rapporto con l’italiano

Il rapporto del veneziano con l’italiano comune, del resto, non si esaurisce ovviamente nell’attività di intermediazione lessicale che si è appena richiamata. Non solo, infatti, vari altri termini di specifica origine veneziana sono d’uso comune nell’italiano standard attuale e in altre lingue europee (l’esemplare più diffuso è forse ciao, parola divenuta internazionale: cfr. De Blasi 2009, 13-24); ma come è noto, la cultura veneziana è in generale tra le più attive promotrici del processo che conduce, durante il Rinascimento, alla definizione di un canone linguistico-letterario di importanza decisiva per la storia della lingua italiana. A Venezia, non meno (e forse più) che a Firenze o a Roma si svolge la cruciale tornata cinquecentesca della Questione della lingua, in cui l’industria tipografica (della quale Venezia era la capitale italiana) giocò un ruolo di primo piano.

Ancor più caratteristicamente veneziano, tuttavia, nel rapporto tra lingua e dialetto è la loro natura non antagonistica durante tutta l’età contemporanea: dialetto e italiano a Venezia convivono pacificamente nell’uso scritto e almeno in parte in quello parlato (dove pure il veneziano predomina nettamente per molti secoli) perlomeno a partire dall’inizio dell’età moderna. Essi conoscono meno che altrove durante la fase postunitaria quel fenomeno d’erosione che altrove porta la lingua nazionale a imporsi come varietà tipicamente urbana a scapito di dialetti espulsi dalla maggior parte dei contesti d’uso. La formazione di un italiano regionale di Venezia (Sullam in Cardinaletti 2009) si accompagna in effetti, durante gli ultimi due secoli, a una permanenza del dialetto che ha pochi eguali in altre città italiane per l’ampiezza dei contesti d’uso (pur se limitati al parlato, ma già risorgenti nell’ambiente della rete)  e per la varietà delle articolazioni interne.

Tale situazione rappresenta l’esito naturale di una lunga vicenda, iniziatasi già in età medievale, caratterizzata da lunghe fasi di convivenza tra varietà linguistiche alternative (latino e volgare prima, veneziano e italiano poi) nessuna delle quali sopprime l’altra realizzando una dominanza esclusiva.  

9. Conclusioni e prospettive

Nei paragrafi che precedono si è tentato di isolare sette caratteri peculiari della storia linguistica veneziana, ovvero sette elementi che distinguono il veneziano da altri dialetti urbani italiani apparentemente simili nella traiettoria storica e nella recente o attuale vitalità. Ciascuno dei sette elementi può naturalmente trovarsi, in diversa misura, anche in altre realtà omologhe, ma la loro compresenza e la loro interazione compongono qualcosa di simile a un’impronta genetica capace di caratterizzare univocamente questo contesto storico-linguistico nel panorama italiano e romanzo.

La peculiarità della storia linguistica veneziana è poi quasi riassuntivamente documentata da un elemento in un certo senso trasversale a quelli fin qui individuati. Si tratta della notevole autocoscienza che la cultura veneziana dimostra circa le specificità del proprio patrimonio linguistico. Essa si manifesta ad esempio nell’ampia e ininterrotta produzione di opere lessicografiche (glossari, vocabolari, raccolte di parole e di proverbi) che si osserva a Venezia a partire fin dall’inizio dell’età moderna. Sono opere attraverso le quali essa riflette sulla propria lingua in modo anche più esplicito e diretto di quanto non faccia attraverso la produzione letteraria.

Lasciando da parte l’aurorale stagione dei glossari manoscritti, che pure è caratterizzata  a Venezia dalla produzione di testi molto interessanti, come i glossari veneto-tedeschi studiati da Rossebastiano 1983, una vera tradizione lessicografica veneziana si apre nel secolo XVII con il Glossario posto in appendice al Vespaio Stuzzicato di Dario Varotari (1671), e prosegue nel secolo successivo con l’abbozzo di un dizionario monolingue costituito dalla raccolta di materiali allestita in forma manoscritta da Francesco Zorzi Muazzo tra il 1767 e il 1771 (Muazzo 2008). Nella stessa epoca, Carlo Goldoni immaginava (ma non realizzava: ci penserà due secoli dopo Gianfranco Folena 1993) un dizionario delle parole dialettali presenti nelle sue commedie.  E a pochi anni più tardi risale la prima edizione del Vocabolario veneziano e padovano di Gasparo (Patriarchi 1775), preludio alla grande stagione lessicografica ottocentesca (è il “secolo dei vocabolari”, secondo la definizione di Marazzini 2009), che a Venezia produrrà il Vocabolario di Giuseppe (Boerio 1829) (con la successiva edizione Boerio 1856), uno dei monumenti della dialettologia italiana. 

Dopo il Boerio (il cui Discorso preliminare costituisce di fatto una sorta d’incunabolo di una storia linguistica di Venezia), la produzione di vocabolari e persino di grammatiche del veneziano proseguirà a un ritmo sostenuto, a testimonianza di un interesse che nemmeno le circostanze storiche lungamente sfavorevoli alla valorizzazione delle tradizioni dialettali e delle lingue locali riuscirono a contrastare. La rimontante attenzione novecentesca e duemillesca per quest’ambito degli studi linguistici porta a vedere oggi nel veneziano il candidato più naturale alla fruttuosa convergenza degli studi propriamente dialettologici e di quelli storico-linguistici: tra i desiderata di questo secolo vi è certo un vocabolario storico-etimologico che raccolga i frutti della tradizione che si è sommariamente delineata.

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