Varietà ibride? – Che cosa ne pensa la linguistica variazionale

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    Thomas Krefeld (2018): Varietà ibride? – Che cosa ne pensa la linguistica variazionale, Versione 4 (18.07.2018, 08:41). In: Korpus im Text. url: http://www.kit.gwi.uni-muenchen.de/?p=19051&v=4.
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1. The god that failed 1Questo titolo cita, non senza un tocco d’ironia, quello di un famoso libro (non linguistico) del 1949 (vgl. Koestler u.a 1949) nel quale sei intellettuali, tra cui André Gide, Arthur Koestler e Ignazio Silone, spiegavano il loro distacco dal comunismo (staliniano).

2Ringrazio Sara Ingrosso e Noemi Piredda della revisione stilistica del presente testo.Nella tradizione tedescofona si è formata e consolidata una cosiddetta linguistica delle varietà, che risale direttamente a Eugenio Coseriu (19801981) e indirettamente a Leif Flydal 1952. Questa linguistica delle varietà ha ricevuto una rimodellazione quadridimensionale e quasi paradigmatica da Peter Koch e Wulf Oesterreicher (cf. Koch/Oesterreicher 1985 e soprattutto Koch/Oesterreicher 1990). L’ampio eco positivo che tale concezione ha trovato nella ricerca e nell’insegnamento universitario ha creato l’illusione di poter navigare su una barca corazzata. Tuttavia, negli ultimi anni si sono moltiplicati i motivi per ritenere che questa barca in realtà faccia acqua da tutte le parti, e questo non soltanto per l’urto con l’enorme iceberg dei dati resi disponibili nel frattempo, che evidenziano i limiti di questa teoria, ma anche per difetti di costruzione. Alcuni indizi vistosi sono forniti dal bel volume  Zur Karriere von Nähe und Distanz, curato da Helmuth Feilke e Mathilde Hennig 2016 (a proposito cf. Krefeld 2017g), dove ci si chiede quale sia il motivo della straordinaria fortuna dell’approccio (cf. Knobloch 2016). La ragione sarebbe il carattere proprio suggestivo e insidiosamente semplice dell’opposizione tra ‘immediatezza’ (che implica ‘vicinanza’) e ‘distanza’3Per i problemi sollevati dalla traduzione – e non solo – delle espressioni tedesche ‘Nähe’ e ‘Distanz’ (cf. Krefeld 2015). comunicativa, sulla quale il volume si concentra.

2. Nonchalance terminologica e concezionale: Che cosa significa ‘varietà’?

Gli altri termini sanzionati dalla stessa tradizione sono meno suggestivi, perché più lontani dal linguaggio comune; si deve tuttavia constatare che anche essi si riferiscono a concetti non chiari in maniera assoluta.  È venuto il momento di una decostruzione radicale, che parta proprio dal concetto di ‘varietà’ e, più precisamente ancora, da quello di ‘varietà ibrida’, lanciata  come denominatore comune del nostro convegno. Aggiungo subito che nell’essere ‘radicali’ in contesto linguistico si rischia di essere pedanti o addiritura pignoli perché bisogna operare una lettura stretta del testo originale

Notiamo dunque in primo luogo una certa nonchalance terminologica che riguarda i concetti base della variazione. È fondamentale definire il fenomeno della variazione per consentire un’analisi dei dati empirici: affrontiamo un caso di variazione quando una categoria astratta e costante, ossia una variabile, comprende a un livello meno astratto forme concorrenti, ossia diverse varianti, che sono funzionalmente equivalenti (cf. Albrecht 1986, 78ss.). Occorre sottolineare che solo le varianti usate dai parlanti sono accessibili all’osservazione diretta del linguista.

Alcune varianti dell’art. det. sing. masch.

Stranamente, questo modulo elementare della variazione (1 variabile ↔  1 + n varianti) non viene adoperato da Koch/Oesterreicher, sebbene gli autori si servano ovviamente del termine generico di ‘variazione’. Per sistemare il materiale linguistico vengono distinte quattro ‘dimensioni’ di variazione, che sono oltre a ‘immediatezza’ e ‘distanza’ (anche ‘diamesia’),  diatopia, diastratia e diafasia. Ogni dimensione comprende un numero più o meno limitato di ‘varietà’:

“Lo spazio delle varietà linguistiche tra immediatezza e distanza” (di Koch/Oesterreicher 1990, 15), trad. dal ted. Th.K. (cf. l’originale tedesco)

Le varietà diatopiche non sarebbero altro che i dialetti, quelle diastratiche corrispondono ai socioletti e quelle diafasiche agli stili4Coesistono diversissimi concezioni di ‘stile’: dal punto di vista linguistico è importante notare che la tradizione anglosassone e anche statunitense pone ‘stile’ contro ‘varietà’; cf. Auer 2013b.. Il loro insieme  costituisce il diasistema della lingua, detto anche ‘architettura’ (cf. Koch/Oesterreicher 1990, 13). Il fatto che proprio la varietà (e non la variante) costituisca una unità di base del modello teorico si manifesta nell’uso sinonimico di ‘dimensioni di variazione’ (ted. “Dimensionen der Variation” (cf. Koch/Oesterreicher 1990, 13) e ‘dimensioni di varietà’ (ted. “Dimensionen der Varietät”, con “Varietät” al singolare). 

Pare ovvio che la varietà è concepita in questa cornice come monodimensionale, cioè come classe di varianti con marcatezza identica5Anche Sinner 2014, 16 definisce la varietà come somma di varianti, però senza discutere esplicitamente  il problema della loro natura  monodimensionale: “In diesem Band wird Varietätenlinguistik als sprachwissenschaftliche Auseinandersetzung mit Varietäten aufgefasst, in dem Verständnis, dass für die Beschreibung und Abgrenzung der Varietäten wiederum die unterschiedlichen Varianten zu betrachten sind, die in ihrer Summe die Varietäten ausmachen”.:

Modellazione di varietà monodimensionali (secondo la logica di Koch/Oesterreicher)

L’esistenza di varietà ‘ibride’, cioè composte da varianti di diverse dimensioni, come schematizzata nella figura seguente, non è prevista, o perlomeno non viene considerata esplicitamente:  

Ibridismo variazionale

Nonostante la concezione monodimensionale delle varietà si tratta di una modellazione dinamicaperché i rapporti gerarchici tra le quattro dimensioni non escludono cambiamenti di marcatezza unidirezionali, nel senso delle freccie inserite in figura 2 (diatopico → diastratico → diafasico → vicinanza  immediatezza/distanza). Queste presupposte regolarità sincroniche di rimarcare (la cosiddetta ‘catena delle varietà’, Koch/Oesterreicher 1990, 14) sono illustrate nell’esempio delle singole varianti (e non di complete varietà). In un certo senso questa ‘catena’ rappresenta nella logica di Koch/Oesterreicher una forma di ‘ibridismo’:

Le variabili con le loro varianti – e a ‘catena delle varietà’ (secondo Koch/Oesterreicher) – una forma di ibridismo?

La prima parte di questo contributo desidera mostrare che occorre fondare le varietà sistematicamente su varianti e che il modello di Koch/Oesterreicher permetterebbe una tale precisazione – a costo di sottoporre la linguistica delle varietà a una linguistica variazionale, ossia una linguistica delle varianti elementari e primarie.

Linguistica variazionale primaria

3. Obiezioni sostanziali

Si sollevano però delle obiezioni sostanziali, che ci portano ad abbandonare decisamente il modello delle varietà proposto da Koch/Oesterreicher.

3.1. I dialetti e le altre varietà non sono equivalenti

Si è detto che la linguistica delle varietà sincronica e quadridimensionale risale a una concezione tridimensionale di Eugenio Coseriu, fondata su una proposta bidimensionale di Leif Flydal. Entrambi utilizzano già il termine di varietà, equivalente al tedesco ‘Varietät’ e al francese ‘variété’.  Bisogna tuttavia sottolineare che il termine non ha valore programmatico: per lo stesso  Coseriu è un sinonimo di ‘variazione/differenziazione interna’. Egli preferisce i termini specifici di ‘dialetto’, ‘livello’ (= socioletto) e ‘stile’ (già in Coseriu 1978 del 1954), insistendo sulla natura particolare dei dialetti come sistemi linguistici completi e autosufficienti, caratterizzati da una variazione interna come le ‘lingue’ (cf. cf. Coseriu 1980 e 1981). 

Questa differenza essenziale tra dialetti da un lato e livelli, stili, scritto/parlato/digitato dall’altro rischia di essere dimenticata quando tutti vengono trattati uniformemente da varietà, perciò il modello delle varietà italiane proposta da Gaetano Berruto esclude i dialetti come varietà diatopiche “a priori”:

“crediamo che, almeno nell’uso orale che costituisce il prius dell’osservazione del linguista, la differenziazione geografica abbia un ruolo ‘primitivo’ , a parte […]. Conseguentemente la dimensione diatopica è stata messa sullo sfondo e considerata in un certo senso a priori.[…]” (Berruto 1987, 20, cf. anche Berruto 1987, 28)   

3.2. Marcatezza multidimensionale dello standard?

L’idea del diasistema (fig. 2) è totalizzante perché comprende tutte le forme di una lingua e attribuisce a ognuna una dimensione di variazione con la marcatezza corrispondente. Se la lingua costituisce una classe di varietà, non esistono né forme fuori varietà né forme neutre, cioè fuori dimensione di variazione. Ora si pone il problema dello standard: è una varietà o magari una gamma di varietà e dove andrebbe collocata nello ‘spazio delle varietà’?

Questa problematica viene minimamente accenata da Koch/Oesterreicher (cf. Krefeld 2015), che non usano l’espressione ‘standard’ ma parlano di ‘norma prescrittiva’ (cf. Koch/Oesterreicher 1990, 16) e precisano che essa

“è da collocare in ogni caso nella parte destra della figura [2]” (cf. Koch/Oesterreicher 1990, 16; trad. Th.K.).

Dato che ‘la parte destra’ comprende tutte e quattro le dimensioni, la norma prescrittiva rappresenterebbe una varietà ibrida – cosa non prevista nella modellazione di Koch/Oesterreicher.  Ancora più discutibile della multidimensionalità pare la definizione dello standard (della norma prescrittiva) come marcato per principio. In tempi di una scolarizzazione generale che si svolge in italiano standard, esso è padroneggiato dalla maggioranza degli italofoni e non solo da un ceto socialmente elevato. Una gran parte delle forme è assolutamente neutra in senso diamesico ed è sbagliato attribuirla sostanzialmente alla lingua della distanza: le forme e le costruzioni che vengono parlate e scritte sono più numerose di quelle esclusivamente scritte.

E quindi preferibile vedere nello standard una varietà non marcata, come ha proposto ad esempio Mari D’Agostino:

“La nozione di standard (opposta a quella di ‘non standard’) viene utilizzata in primo luogo per indicare una varietà di lingua non marcata su nessuno degli assi della variazione; essa si caratterizza sostanzialmente per quello che non ha piuttosto che per ciò che ha. Da questo punto di vista, molto correttamente Tullio Telmon poteva scrivere […] che l’Italia era priva di una varietà standard, in quanto tutte le varietà di lingua effettivamente utilizzate nella pratica comunicativa sono connotate socialmente o diafasicamente o diatopicamente.” (D'Agostino 2007, 121)            

3.3. Attribuzione dei valori di marcatezza non operazionalizzata

L’Idea di modellare la variazione a partire dalle varietà (astratte) e non a partire dalle varianti molto più concrete spiega pure una lacuna metodologica: Koch/Oesterreicher non offrono procedure metodologiche sul come attribuire valori di marcatezza o di appartenenza a una dimensione. Il compito è relativamente facile per quanto riguarda fenomeni universali di oralità (dimensione 1b della fig. 2), cioè ad esempio particelle discorsive, rotture e nuove partenze sintattiche ecc. Nelle altre dimensioni – e in particolare nei casi di marcatezza ibrida o di perdita di marcatezza – il problema risulta addirittura spinoso, come illustra l’uso del passato remoto nel seguente commentino su TripAdvisor: 

Venimmo per una cerimonia e mangiammo soddisfatti

Senza entrare nei dettagli, bisogna constatare che è non soltanto insufficiente ma metodologicamente sbagliato estrarre i valori di marcatezza direttamente dagli enunciati (ossia dati di produzione), per  il semplice motivo che la marcatezza o l’appartenenza di una variante ad una dimensione non è affatto una metainformazione inerente la forma linguistica (come la sua funzione grammaticale). Il mercato delle varianti – se si può dire così – è fondato sull’opposizione tra forme non marcate e neutre da un lato, e varianti che possono essere chiamate marcate dall’altro, perché sono associate nel sapere linguistico dei parlanti alle dimensioni di variazione elencate sopra (e forse ad altre ancora6Ad es. quelle diasessuale e diagenerazionale o microdiacronica; anche l’acquisizione come L1 o L2, guidata o non guidata, è una fonte di variazione.). Sono proprio queste rappresentazioni mentali che fanno spiccare le varianti marcate rispetto a quelle non vistose, perché appunto non marcate. A questo punto, la marcatezza variazionale si rivela essere sostanzialmente un oggetto di linguistica percezionale. Va aggiunto che l’associazione di una variante con valori di marcatezza è dinamica e può cambiare sia nel sapere del parlante individuale che nel sapere convenzionale dei gruppi di parlanti, in modo che ad esempio certe forme dell’italiano regionale, come i famosi geosinonimi, siano non marcate nella autopercezione regionale e allo stesso tempo  marcate nella eteropercezione regionale (cf. gli esempi forniti recentemente dall’ALIQUOT Tosques/Castellarin 2013-). Si veda la figura seguente per la rappresentazione delle quattro dimensioni più importanti:

Marcatezza a livello della lingua in prospettiva autopercezionale

La dimensione diatopica è ovviamente più complessa poiché include sistemi linguistici completi, cioè i dialetti locali, che sono esposti a dinamiche variazionali analoghe. In figura 8 non si riporta la diatopia per il fatto che il dialetto in sé è diatopicamente marcato per definizione. Schematicamente:

Marcatezza a livello del dialetto locale in prospettiva autopercezionale

Al livello delle varianti è augurabile un maggiore implemento di un osservatorio virtuale della variazione linguistica, come nel caso del progetto Metropolitalia (cf. Krefeld u.a 2012) in cui si è mostrato che questa possibilità è tecnicamente realizzabile.7Una breve descrizione del progetto si trova a questo link.

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