Indagare lo spazio: domini, campi empirici, prospettive di ricerca e livelli epistemici

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    Thomas Krefeld (2018): Indagare lo spazio: domini, campi empirici, prospettive di ricerca e livelli epistemici, Versione 1 (23.07.2018, 08:04). In: Thomas Krefeld & Roland Bauer (a cura di) (2018): Lo spazio comunicativo dell’Italia e delle varietà italiane, Versione 6. In: Korpus im Text. url: http://www.kit.gwi.uni-muenchen.de/?p=18677&v=1.
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1. Il linguaggio – Le lingue nello spazio

Il linguaggio rappresenta uno strumento molto particolare nell’insieme delle abilità umane, quali andatura bipede, percezioni multimodali, stretta coordinazione tra occhio e mano ecc. Il linguaggio è da un lato universale come le altre abilità, cioè definisce l’essere umano, ma dall’altro, e contrariamente alle altre elencate, non funziona solo in base a procedure neuro-biologiche, bensì attraverso sistemi semiotici storici, cioè altamente variabili. Ognuno di noi è in grado di parlare, ma pochi sono quelli che ci capiscono quando si lascia la terra nativa. Lo spazio costituisce, infatti, la dimensione più importante in cui si manifesta la variazione linguistica. Il tempo, altra dimensione variazionale, non può che essere secondario dai punti di vista teorico ed empirico, poiché la variazione diacronica sfugge in larga misura all’osservazione diretta del linguista e anche alla consapevolezza e al sapere dell’ individuo parlante. A parte l’ovvia variazione diagenerazionale, ossia microdiacronica, bisogna necessariamente fare riferimento ad una tradizione mediale, esclusivamente scritta fino a cento anni fa; la documentazione auditiva risale a fine Ottocento, ma i dati relativi al periodo precedente l’installazione della radio italiana (1924) sono scarsi e storicamente poco indagati. Con i nuovi media è diventato facile archiviare materiale audio ed è senza dubbio uno dei compiti della linguistica documentare anche la realizzazione sonora delle varianti e varietà regionali e locali. Anche coloro i quali contribuiscono alla presente piattaforma sono invitati a raccogliere ed inserire tale materiale.

Pur essendo la variazione spaziale evidente, lo stesso concetto di spazio si rivela complesso ed esige una modellazione sistematica che va fondata sui principi delineati di seguito.

2. I tre domini della spazialità linguistica

La dialettologia tradizionale, e in particolare l’atlantistica, si è concentrata sulle zone di diffusione dei sistemi dialettali (o, almeno, di certi tratti linguistici, siano essi fonetici, lessicali o morfosintattici). È opportuno distinguere le zone dialettali dalla zona dello standard poiché quest’ultimo, da lingua statale, ha uno status sociologico particolare, sanzionato da numerose istituzioni e autorità nazionali; la zona della lingua nazionale è detta ‘territorio’, le zone dialettali sono invece definite ‘aree’. Entrambi i tipi rappresentano la spazialità della lingua (simbolo grafico ▱). 

La spazialità della lingua: territorio statale e aree dialettali (rosso = territorio della varietà standard, blu = aree dialettali)

Nella pratica dialettologica però non è sempre facile attribuire una forma riportata dall’informante al dialetto o alla lingua. È indispensabile conoscere il repertorio dell’informante come anche gli usi situazionali: il dialetto è quasi dappertutto una varietà di contatto, con la varietà standard da una parte e con altri dialetti (o, a seconda delle regioni, con ‘dialetti’ di lingue minoritarie) dall’altra. Il cosiddetto ‘contatto linguistico’ è localizzato concretamente nel sapere linguistico di un individuo che padroneggia più di una varietà; il contatto linguistico costituisce, in altre parole, la condizione linguistica di un parlante plurilingue. È chiaro che un parlante monolingue si muove diversamente nello spazio linguistico di un parlante plurilingue, o più precisamente ancora, diversamente da parlanti condizionati da repertori plurilingui differenti. Si veda il seguente esempio concreto: l’informante AIS di Gorizia attesta la forma zmetˈaŋ ‘panna’, che è di origine slava. La questione che si solleva è se si tratti, dunque, di un prestito sloveno. Il verbale dell’inchiesta (cf. Jaberg/Jud 1928, 85) ci informa sulla provenienza slovena della madre dell’informante (Ronzina/Ročinj, Slovenia), ma non viene precisato se parli sloveno (cosa molto probabile); il verbale non dice nemmeno di un’eventuale conoscenza dello stesso informante della madrelingua della madre; di norma, la L1 della madre diventa L1 anche dei figli e non è escluso che proprio a Gorizia la madre mantenga una rete comunicativa in sloveno. Nel caso in cui l’informante sia bilingue, tuttavia, si tratterebbe al massimo di uno switching e non di un prestito sloveno. La documentazione raccolta su VerbaAlpina  sembra confermare l’ipotesi dello switching, poiché fornisce solo un’altra attestazione dello slavismo smetana a Laglesie San Leopoldo (cf. cartina), una frazione di Pontebba, dove fino a pochi lustri fa si parlavano le tre lingue tradizionali del Friuli orientale (friulano, sloveno e tedesco) (cf. Pellegrini 1983, 973). L’informante di Gorizia intervistato dall’ASLEF non ha usato il tipo smetana, bensì sbruma ‘panna’. L’esempio mostra, dunque, la necessità di distinguere generalmente tra spazialità della lingua (e dei dialetti) da un lato e spazialità del parlante (simbolo grafico ♟) dall’altro.

In tempi democratici, i parlanti sono – per fortuna – liberi di usare le lingue/varietà a loro piacere. Ciononostante, nel loro uso si possono osservare certe tendenze sociali, pragmatiche e mediali, anch’esse oggetto di periodiche inchieste da parte dell’ISTAT.  In linea di massima, sembra vi sia un continuo aumento dell’uso dello standard nel settore della comunicazione informale (cosiddetta dilalía; cf. Berruto 1987) e negli ultimi anni, in direzione opposta, l’uso del dialetto nella nuova comunicazione scritta diffusa dai nuovi media (cosiddetta diacrolettía; cf. Dell’Aquila/Iannaccaro 2004, 171). Queste tendenze variano ovviamente a seconda delle regioni e delle generazioni, ed è dunque necessario riconoscere anche una spazialità del parlare (simbolo grafico –).

Accettare i tre domini della spazialità significa sostituire l’idea di uno spazio dialettale analogo a quello geologico con uno spazio comunicativo fondato su parlanti concreti con repertori individuali e routines d’uso corrispondenti.1Per tale unità di base dello spazio comunicativo è stato proposto il termine di ‘glossotopo’ (cf. Krefeld 2004)..  Si veda lo schema dello spazio comunicativo di un parlante con repertorio e rete plurilingue:

Spazio comunicativo di un parlante con repertorio e rete plurilingui (verde = territorio/area di un’altra lingua)

L’intreccio dei tre domini di spazialità permette di tipizzare numerosissime costellazioni dello spazio comunicativo; lo schema seguente, ad esempio, ne illustra due:

(1) = dialettofono con competenza della lingua standard – (2) = dialettofono in contesto extraterritoriale (nato all’estero da genitori emigrati)

3. Due campi empirici: produzione e percezione

La geolinguistica è una scienza empirica che studia il ruolo della variazione linguistica nella costruzione e nel funzionamento dello spazio comunicativo. Questa disciplina si fonda innanzittutto su due diverse classi di dati empirici, cioè dati di produzione e dati di percezione. Nella tradizione dialettologica (e linguistica in generale) prevalgono, spesso esclusivamente, dati estratti da enunciati, ossia dati di produzione; risulterebbe proprio impossibile e anche inutile elencare qui tutti gli atlanti (cf. Cugno/Massobrio 2010) e dizionari (cf. Marcato 2006) compiuti o meno. La massa dei dati di produzione è, tuttavia, insufficiente rispetto alla pluridimensionalità della variazione  linguistica. È impossibile isolare la dimensione spaziale, detta diatopica, per due motivi (cf. Krefeld 2018a):

  1. numerose varianti portano una marcatezza multipla, ad esempio diatopica, diastratica e diamesica;
  2. la marcatezza non è mai inerente alla variante; si tratta di rappresentazioni mentali nel sapere linguistico del parlante associate a tale variante; anche queste associazioni variano, però, secondo l’ambiente socio-spaziale dei parlanti.

Ecco un esempio siciliano2Ringrazio Alessia Brancatelli per tutta una serie di esempi tra cui anche il seguente. che illustra l’intreccio delle dimensioni di marcatezza. Nel dialetto di  Tortorici (ME) il verbo turnari ‘tornare’ sta soppiantando il sinonimo assumarisi che, di conseguenza, ha preso una marcatezza diagenerazionale (‘antico, invecchiato’). Se, però, assumarisi viene pronunciato dalla bocca di un giovane, esso è percepito da parte di parlanti istruiti anche come diastraticamente marcato (‘poco istruito’); occorre precisare che il parlante a cui risale l’esempio concreto (m’assumài ora ‘sono tornato adesso’) ha 28 anni e vive in una contrada di campagna, non in paese:

  marcatezza percezionale
varianti parlanti istruiti parlanti poco istruiti
m’assumài ora – diagenerazionale (‘invecchiato’) – diastratico (‘basso’) – non marcato (neutro)
turnai ora – non marcato (neutro) – non marcato (neutro)
Percezione e marcatezza di due varianti intradialettali (dialetto siciliano di Tortorici [ME])

L’esempio estratto da una conversazione spontanea mostra quanto sia necessario sapere come una variante linguistica viene percepita dagli stessi parlanti per attribuire i valori di marcatezza corrispondenti. I dati di produzione vanno quindi completati da dati di percezione (simbolo grafico ↔), raccolti con test percezionali3Dal 2000 ca. in poi si è sviluppata una dialettologia e varietistica percezionale spinta inizialmente da Preston 1982 e (Preston 1999); nel frattempo si sono formate metodologie diverse, in gran parte indipendenti da Preston;  cf. Cini/Regis 2002, D'Agostino 2002, Krefeld/Pustka 2010b, Purschke 2011, Postlep 2010, Piredda 2013, Pinello 2017.. Rispetto alla percezione, è metodologicamente importante distinguere la percezione della propria varietà/lingua (‘autopercezione’) e la percezione della varietà/lingua degli altri (‘eteropercezione’). Questa distinzione è facile da adoperare dal punto di vista diatopico, poiché basta applicare il criterio del luogo in cui il parlante è stato linguisticamente socializzato.

Autopercezione (1) ed eteropercezione (2)

4. Due prospettive di ricerca: emica ed etica

La distinzione tra autopercezione ed eteropercezione accenna alla coesistenza di due opposte prospettive nella ricerca umanistica dette emica e etica (dall’inglese etic)4I termini sono stati forgiati dal linguista statunitense Kenneth Lee Pike.; la prima è radicata nel sapere e nelle esperienze di cui pratica le tecniche culturali indagate; l’emica è dunque una prospettiva largamente interna. Approcci del genere sottolineano la sistematicità più o meno chiusa della cultura. I metodi detti etici, invece, analizzano tecniche culturali senza tener conto dell’esperienza degli agenti stessi; essi focalizzano l’attenzione sugli aspetti comparativi, tipologici o addirittura universali. Per quanto riguarda la linguistica si può dire, in linea di massima, che più la meta della ricerca è storica e mirata alla variazione, meno è possibile trascurare la prospettiva emica. Scrive Pike a proposito:

„Hence, etic data provide access into the system – the starting point of analysis. They give tentative results, tentative units. The final analysis or presentation, however, would be in emic units. In the total analysis, the initial etic description gradually is refined, and is ultimately – in principle, but probably never in practice – replaced by one which is totally emic.“ (Pike 1967, 38 s.) 

5. Due livelli espistemici: scientifico e quotidiano

Le due prospettive abbozzate vengono spesso identificate con due livelli epistemici: quella etica passa per essere esclusivamente scientifica, ad esempio dialettologica, e quella emica, invece, per essere non scientifica. Tale concezione non è sostenibile. È chiaro che le categorie analitiche della linguistica sono generali, cioè di natura etica; tuttavia è impossibile escludere il sapere linguistico dei parlanti. Si pensi all’italiano regionale e, in particolare, ai cosiddetti geosinonimi5Numerosi esempi si trovano nell’Atlante della lingua italiana quotidiana; cf. Tosques/Castellarin 2013-..  Dal punto di vista linguistico, come nell’eteropercezione dei parlanti, essi portano in sé un’evidente marcatezza diatopica; tuttavia, nell’autopercezione regionale le stesse varianti possono risultare perfettamente neutre, formando degli standard regionali che la linguistica deve notare e accettare perché la loro onnipresenza è un vero e proprio contrassegno dell’architettura linguistica italiana. 

Per riassumere, possiamo constatare che la concezione dello spazio comunicativo abbozzata sopra apre un orizzonte molto più ampio rispetto alla dialettologia tradizionale. Esso non comprende solo i dialetti, ma quasi la totalità delle varianti (tutte le dimensioni della variazione),  per principio considerata sotto condizioni di contatto linguistico.

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