Formazione di varietà territoriali



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    Riccardo Regis (2018): Formazione di varietà territoriali, Version 2 (07.11.2018, 21:48). In: Korpus im Text, Serie A, 12794. url: http://www.kit.gwi.uni-muenchen.de/?p=12794&v=2
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Abstract

Il contributo si propone di fornire una panoramica circa i rapporti creatisi, in diacronia, tra l’italiano lingua comune, i volgari e i dialetti. Nel momento in cui si sceglie, nel Cinquecento, il fiorentino arcaizzante quale modello di lingua letteraria comune, quelli che precedentemente erano volgari si trasformano in dialetti. Il fatto che la lingua comune resti per secoli una varietà prevalentemente scritta produce un consistente ritardo nella formazione di varietà diatopiche dell’italiano, che si delineano solo quando quest’ultimo, nel Novecento, evolverà in lingua comune d’uso. La relazione tra l’italiano, i dialetti e le sue varietà regionali si presta anche a una riflessione in termini repertoriali, con rappresentazioni diverse a seconda dei criteri ritenuti pertinenti (grado di elaborazione, grado di distanza strutturale, ecc.).

1. Volgari, dialetti e diffusione della lingua comune

1.1. Dante e i vulgares

Non è inusuale che a Dante venga attribuita la qualifica di dialettologo ante litteram (Marazzini 2002, 207; Grassi et al. 2003, 13), sulla base del fatto che egli propone, nel primo libro del De vulgari eloquentia (inizio del XIV sec.), un’analisi puntuale dei “dialetti” parlati nella Penisola (cfr. Cortelazzo 1980, 26-29). Il senso di questa definizione sta tutto nell’uso della locuzione latina ante litteram: le considerazioni di Dante, infatti, non soltanto precedono di oltre cinque secoli e mezzo la nascita della dialettologia italiana e romanza come disciplina scientifica (assumendo quale punto d’avvio la pubblicazione dei primi lavori dialettologici di Graziadio Isaia Ascoli), ma si collocano almeno due secoli prima che il concetto di dialetto, nell’accezione in cui lo intendiamo oggi, cominci ad avere corso. Nel trattato di Dante, l’oggetto di riflessione è costituito dai quattordici vulgares Ytalie; ciascuno di essi è esaminato allo scopo di catturare la panthera, ovvero, fuori della metafora venatoria dantesca, di rintracciare il volgare illustre (latium vulgare). Allorché Dante si vede costretto ad ammettere che la caccia alla panthera è risultata vana (“Postquam venati saltus et pascua sumus Ytalie, nec pantheram quam sequimur adinvenimus”; DVE, I, 16), il latium vulgare viene a configurarsi come un’unità astratta, come un oggetto linguistico che non è rintracciabile in nessun luogo, il suo odore facendosi sentire in ogni città d’Italia senza tuttavia risiedere in alcuna (“in qualibet redolet civitate nec cubat in ulla”; DVE, I, 16). I vulgares Ytalie descritti da Dante (DVE, I, 9-15) altro non sono che realizzazioni diatopiche del vulgare latium: varietà regionali di una stessa lingua artificialmente unitaria, coltivata a fini letterari.

1.2. Le conseguenze di una scelta

Il quadro muta in modo significativo durante il Cinquecento, con il prevalere, nella Questione della lingua, delle tesi di Pietro Bembo (Prose della volgar lingua, 1525), le quali individuano come modello linguistico a cui attenersi un toscano (fiorentino) arcaizzante, fondato sul canone di Petrarca e Boccaccio. Due le principali conseguenze, entrambe di lungo periodo: la regressione al rango di dialetti di quelli che fino a quel momento erano stati semplicemente dei volgari; l’affermazione di una varietà di lingua destinata in modo preponderante all’uso scritto letterario, di base fiorentina ma già assai distante dal fiorentino rinascimentale. Quanto al primo aspetto, è cosa nota che è “nel Rinascimento italiano che il «dialetto» diventa il termine inferiore, subordinato, di un’opposizione che ha la «lingua» come termine superiore e prestigioso” (Alinei 1981, 156): ciò che comporta uno scarto semantico molto evidente rispetto al valore originario della parola greca diálektos, da cui l’italiano dialetto deriva, per almeno due ragioni. Da un lato, per citare le parole usate da Vincenzo Borghini (1570/1575), “i dialetti greci erano tutti quattro regolati e belli e buoni, e in tutti si scrivea leggiadramente con approbazione universale”, mentre i nostri “non sono approvati, né si scrivono se non talvolta per burla o in qualche commedia” (Scritti, 341; cfr. Alinei 1981, 149n e Trovato 1984, 222n). Dall’altro lato, dialetto, a differenza di diálektos, non si riferisce generalmente a varietà diatopiche di uno stesso sistema (ma cfr. § 2.3.), bensì a un sistema a sé stante, che si contrappone a un altro sistema, a esso sociolinguisticamente sovraordinato, rappresentato dall’italiano. Non si può dunque che concordare con Varvaro 1989, 41 quando scrive che, a partire dal Cinquecento, la concorrenza “non è più tra singoli elementi del sistema”, ovvero tra vulgares posti sullo stesso livello, “ma tra sistemi”, ovvero tra una lingua e un dialetto che, rispetto a essa, risulta sociofunzionalmente subordinato. La consuetudine di estendere la categoria nozionale di dialetto a un periodo storico in cui il concetto non è ancora utilizzato è il frutto della ‘teleologia invertita’ descritta da Oesterreicher 2007, su cui è peraltro abituale fondare la descrizione degli sviluppi storici delle lingue (essenziale a questo proposito la riflessione di Varvaro 1972-1973).

Il secondo aspetto, relativo alla diffusione dell’italiano come lingua comune adibita quasi soltanto a impieghi letterari, è più complesso. In base a una visione alquanto semplificata dei fatti linguistici, si è a lungo ritenuto che, prima dell’Unità d’Italia, la popolazione della Penisola fosse sostanzialmente costituita da dialettofoni; a corroborare un’impressione generale di questo tipo è De Mauro 1970, il quale stima che la percentuale di italofoni fosse, nel 1861, non superiore al 2,5% della popolazione (percentuale poi corretta da Castellani 1982 al 9,5%). Se a scalfire il quadro di una dialettofonia monolitica avevano già contribuito Bianconi 1989 e D'Achille 1994, 45-62, per la “Lombardia svizzera” e rispettivamente per l’Italia nel suo insieme, il tema della diffusione dell’italiano nei secoli passati ha conosciuto negli ultimi anni un rinnovato interesse. Ciò è dimostrato dalla notevole attenzione suscitata dal saggio di Testa 2014, dedicato agli usi dell’italiano che egli stesso definisce, sulla scorta di Tommaso Landolfi, “pidocchiali”; lo studioso intende riferirsi, più precisamente, a una varietà che, “magari assai grezza, affiora quando non si fa ricorso per i più vari motivi (incapacità o sprezzatura, urgenza di dire o intento mimetico) alle formule della compostezza letteraria e ai parametri di un togato controllo espressivo” (Testa 2014, 3). All’interno del suo saggio, Testa offre numerosi esempi di uso dell’italiano nei secoli preunitari da parte di scriventi semicolti, indotti ad affrontare la pagina dalla necessità di comunicare. Bianconi 2013 è tornato a discutere il tema dell’italofonia in Svizzera tra il Cinquecento e i primi decenni del Novecento, corroborando la tesi per la quale l’uso dell’italiano da parte dei “senza lettere” (ovvero di coloro che non conoscono il latino, aventi quindi soltanto un’istruzione elementare di base) sia da considerarsi tutt’altro che eccezionale (cfr. anche Bianconi 2003); dedicano un certo spazio al problema della diffusione dell’italiano nell’Italia ante 1861 pure due manuali di ampia diffusione come De Blasi 2014, 119-142 e Serianni 2015, 155-162. Del resto, osserva Berruto 1987a, 113, “sarebbe una stranezza sociolinguistica se una qualche modalità d’uso non aulica, ‘deviante’, socialmente bassa, non avesse cominciato a delinearsi sin dal momento in cui si è diffuso l’italiano come lingua letteraria nazionale”. Il grado di diffusione di questa modalità di espressione ‘deviante’ non può essere stabilito, ma si è indotti a credere che anche l’ipotesi del 9,5% di italofoni avanzata da Castellani vada corretta verso l’alto. 

2. Italiano e dialetti

La situazione fino a questo punto descritta porta a interrogarsi su almeno due questioni correlate: in primo luogo, sulla possibilità di ricondurre gli usi “pidocchiali” illustrati da Testa a una varietà di italiano; in secondo luogo, sulle eventuali differenti modalità del passaggio da volgare a dialetto, in séguito all’affermazione di una lingua letteraria comune.

2.1. Italiano popolare del passato

Usi “pidocchiali” paragonabili a quelli riportati da Testa sono descritti da Poggi Salani 1990 nei termini di “italiano regionale del passato”, sulla base della considerazione che, in essi, è sempre molto chiaramente identificabile una matrice geografica. Una tale proposta, benché attenuata mediante l’uso del sintagma “del passato”, cozza evidentemente contro l’idea che gli italiani regionali, ovvero l’esito della differenziazione diatopica della lingua comune, si siano formati nel periodo tra le due Guerre Mondiali, allorché, “[a]lmeno nelle aree più progredite della Penisola, […] la distinzione tra italiano e dialetto ha perduto il carattere d’una opposizione tra realtà mal conciliabili” (De Mauro 1970, 143). Occorre qui distinguere fra la diffusione di una lingua comune d’uso (quella che Coseriu 1980 chiama Gemeinsprache: cfr. Regis 2017, 145-148), che induce i parlanti (e scriventi, ma anzitutto parlanti) ad adattarne l’impiego in varietà regionali, e l’assunzione di un modello di lingua comune letteraria, che non ha particolari ripercussioni sul versante dell’immediatezza comunicativa (Sprache der Nähe: Koch/Oesterreicher 1985). Il primo è un fenomeno effettivamente novecentesco, il secondo è un fenomeno che traversa la storia dell’italiano, a partire dal Cinquecento. La mera esistenza di un modello letterario di riferimento contribuisce a fissare le coordinate anche per qualche sporadico tentativo di uso scritto della lingua da parte di chi è poco o punto scolarizzato, che si traduce in una varietà d’italiano intrisa di costruzioni e voci provenienti dai dialetti di sostrato (l’italiano “pidocchiale” a cui ci riferivamo poc’anzi). Pare insomma consigliabile ricondurre tale complesso di usi, più che a un italiano regionale del passato, a un italiano popolare del passato, l’italiano popolare essendo sempre regionale, ossia ben localizzabile (Berruto 1983, 67n); purché si abbia contezza del fatto che l’aggettivo popolare ha, in questo frangente, un’accezione ben diversa rispetto a quella che esso possiede nella sociolinguistica odierna: “l’it[aliano] pop[olare] del passato si dovrà cercare presso i meno colti dei colti” (Berruto 1987a, 113). È significativo, d’altronde, che nel descrivere l’italiano di Bellezze Ursini da Collevecchio (1527 o 1528), popolana che redige di suo pugno una memoria per difendersi dalle accuse di stregoneria, Trifone 1988, 81 osservi che “[s]criveva male, Bellezze; ma scriveva”. Forse il caso di Bellezze non è tra i migliori per saggiare l’uso dell’italiano da parte dei semicolti nei secoli passati, in quanto i dialetti di area sabina hanno una distanza strutturale ancora piuttosto bassa rispetto al modello toscano; tuttavia, il solo fatto che Bellezze sapesse scrivere la colloca non già tra gli incolti ma tra i “meno colti dei colti”.
È a ogni modo chiaro che l’intreccio tra “italiano popolare” e “italiano regionale” è arduo da districare. Gli italiani regionali, nel momento in cui si sviluppano nei primi decenni del Novecento a séguito dell’inizio della diffusione dell’italiano come lingua comune d’uso, sono anche popolari1E perciò “varietà ibride”, secondo l’uso di Krefeld 2018, in quanto coinvolgono varianti che pertengono a dimensioni di variazione differenti (diatopia e diastratia).. Per questa ragione, Telmon 1993, 100-101 ha interpretato la loro genesi in chiave interlinguistica, paragonandoli cioè a varietà di apprendimento (interlingue) di parlanti dialettofoni che si avvicinano all’italiano (cfr. inoltre Telmon 1994, 602-603 e Telmon 2009, 96-97). Sebbene l’italiano regionale popolare continui a essere presente nel repertorio complessivo della comunità linguistica italiana, spesso come varietà fossilizzata di persone poco scolarizzate benché non più dialettofone, a esso è venuto affiancandosi negli ultimi decenni un italiano regionale standard (o italiano regionale colto medio nella definizione di Berruto 1987a, 23-24), il quale altro non è che un neostandard in cui si ravvisa una coloritura regionale, i.e. un influsso del sostrato dialettale, ormai privo di qualsiasi connotazione sociale. L’italiano regionale piemontese possiede due perifrasi aspettuali, “essere dietro a + infinito / che + verbo flesso” e “essere qui / lì che + verbo flesso”, aventi valore talvolta progressivo, altre volte continuo o durativo: mentre la prima è registrata “con diffusione maggiore in proporzione al crescere dell’età e al diminuire del livello di istruzione”, l’impiego della seconda “risulta indipendente dall’età e dal grado di scolarizzazione dei parlanti” (Cerruti 2009, 149). Ciò significa che la perifrasi “essere dietro a + infinito / che + verbo flesso” caratterizza oggi varietà popolari di italiano regionale piemontese, a differenza della perifrasi “essere qui / lì che + verbo flesso”, la quale può essere ascritta allo standard regionale.

2.2. Lingue medie

Passiamo ora al secondo corno della questione, vale a dire alla sorte toccata ai volgari, ora dialetti, dopo l’operazione di sineddoche (Joseph 1982) che ha trasformato una varietà arcaizzante di toscano-fiorentino in lingua comune letteraria. La situazione di diglossia ‘classica’ che viene in genere utilizzata per descrivere il rapporto tra italiano e dialetto sino almeno alla metà dell’Ottocento Berruto 1995, 245-246) è valida per buona parte della Penisola ma presenta alcune eccezioni di rilievo. Una di queste è senza dubbio costituita dalle cosiddette lingue medie, definizione che si legge per la prima volta in Mioni 1988, poi ripresa e profondamente rimaneggiata da Muljačić in varie occasioni (cfr. Muljačić 1997a, Muljačić 1997b, Muljačić 2011); lingue medie che devono il loro nome alla collocazione, in uno schema tripartito, bassa rispetto a un codice e alta rispetto a un altro codice. La situazione di triglossia che viene così a crearsi non va in realtà vista in contrapposizione con quella di diglossia ‘classica’, ma come una sua specificazione e complicazione, in quanto la distinzione tra i livelli alto e basso resta netta, il livello basso essendo occupato da due codici, dei quali uno (la lingua media) è posto più in alto dell’altro. Mioni 1988, 33-34 fa rientrare in questa tipologia il caso del “vieux repertoire” del Friuli (che si differenzia da due altri schemi locali di repertorio, in cui il veneto può risultare assente o, per converso, essersi completamente sovrapposto alle varietà locali), con il veneto/veneziano codice basso rispetto all’italiano e alto rispetto al friulano (v. Mioni 1989, 424), ma le medesime considerazioni potrebbero valere per i rapporti che si instaurano in Veneto tra il veneto/veneziano e le altre varietà della regione: “le lingue medie sono […] degli idiomi che nel contempo dominano altri idiomi (i propri dialetti) e dipendono da una lingua elaborata più o meno «straniera»” (Muljačić 1997a, 11). All’esempio del veneto Muljačić 1997a, 11 aggiunge quello del piemontese/torinese (v. anche Muljačić 1997b, 391), e a queste due varietà si accompagnano, in Muljačić (2011), altre quattro lingue medie: genovese, milanese, napoletano, siciliano. Una caratteristica che avvicina “le sei più notevoli lingue medie d’Italia” (come recita il titolo del contributo di Muljačić 2011) consiste nel loro ruolo di lingua “guida” rispetto al territorio circostante, che condiziona, attraverso un processo di diffusione di tratti, le varietà dei centri medi e piccoli. Ci riferiamo a quella che è invalsa l’abitudine di chiamare, nella tradizione di studi italiana, koinè dialettale2Regis 2011, 10-11 definisce tale processo koinizzazione secondaria, che va tenuto debitamente distinto dalla koinizzazione primaria; quest’ultima conduce infatti, mediante fasi di mescolanza e livellamento, alla formazione di un nuovo dialetto (“new dialect” in Trudgill 2004). Molto spesso le varietà urbane che sono alla base della koinè dialettale sono il frutto di un percorso di koinizzazione primaria: così, per esempio, il veneziano (Ferguson 2007) e il torinese (Regis 2011).. All’influsso del veneto-veneziano si deve, per esempio, la perdita di una serie di tratti del “pavano”, che, presenti nei testi di Ruzzante (XVI sec.), non compaiono più nel dialetto moderno (Marcato 2007, 130): la metafonesi, il cui abbandono segna la transizione dal tipo pero / piri pero / peri al tipo pero / peri; l’esito [ɔ] dei continuatori di –atum, soppiantato da [a]: soldò vs. soldà soldato; la desinenza verbale di quarta persona [on], che ha ceduto il passo a [ˈemo]: magnón vs. magnémo mangiamo. È inoltre rilevabile, nelle lingue medie citate, la tendenza all’operazione di sineddoche descritta per il toscano/italiano, talvolta evidente già sul piano glottonimico: abbiamo visto che il dialetto regionale veneto, nel momento in cui condiziona le varietà limitrofe, diffonde un modello fondato sul dialetto cittadino di Venezia; allo stesso modo, quando su una grammatica o su un vocabolario è riportata la dicitura piemontese, a essere descritta è la sola varietà di Torino (Regis 2011, 11; Regis 2012, 97); così come il siciliano codificato nelle opere sette-ottocentesche è, in buona sostanza, la varietà colta di Palermo (Trovato 2002, 864). Altre volte, questa operazione è meno evidente, ma sappiamo bene che il milanese e il genovese hanno esercitato il loro influsso di parler directeur ben oltre i limiti amministrativi cittadini o provinciali: il milanese sull’antica arcidiocesi ambrosiana (Lurati 2002, 228); il genovese, per quanto concerne l’area costiera, sull’ampio territorio che va da Bergeggi a Moneglia (Toso 2002, 199). Più controverso è lo status del napoletano. L’idea di una napoletanizzazione dei dialetti campani, espressa da Radtke 1997, 23, è almeno in parte ridimensionata da De Blasi 2006, 69 ss. e De Blasi/Fanciullo 2002, 628, che riconoscono l’influsso del napoletano sui dialetti circostanti soltanto per i fenomeni che il napoletano condivide con l’italiano; non si può del resto negare che la koinè regionale, basata sulla varietà del centro più importante dell’area, sia in genere profondamente italianizzata, diffondendo molto spesso tratti che il dialetto cittadino condivide con la lingua nazionale.

2.3. Microdiglossia e macrodiglossia

È certamente vero che il livello della koinè regionale caratterizza soltanto una minoranza delle situazioni sociolinguistiche della Penisola: laddove sia venuta a mancare, storicamente, l’azione unificante da parte di un centro politico e linguistico egemone, dobbiamo attenderci una notevole frammentazione dialettale, e perciò l’assenza di una varietà regionale di riferimento. Già all’interno delle sei lingue medie individuate da Muljačić sarebbe peraltro necessario operare dei distinguo, perché non tutte possiedono la stessa forza espansiva nei confronti dell’area circostante. Come che sia, proprio in ragione della assenza / presenza di una koinè e della conseguente “‘forza’ della varietà B, il dialetto” (Berruto 1995, 237), Trumper 1977, 263-274 descrive due possibili tipologie di repertorio, poi rielaborate in varie occasioni (l’ultima delle quali, a nostra conoscenza, è Trumper 1993, 297-298): da un lato, la microdiglossia, in cui non si rileva la formazione di una koinè dialettale, le varietà di dialetto sono tra loro molto differenziate, l’italianizzazione del dialetto è contenuta; dall’altro lato, la macrodiglossia, in cui è attestata la formazione di una koinè dialettale, le varietà del contado subiscono un’azione di livellamento da parte della koinè, le strutture del dialetto sono sottoposte a una forte italianizzazione (a cascata, potremmo dire: l’italiano agisce sul dialetto urbano alla base della koinè, che a sua volta si riverbera sulle varietà dei centri medi e da queste sulle varietà dei centri piccoli). Collazionando le riflessioni di Trumper/Maddalon 1988, 231 e Trumper 1993, 298, e aggiungendo a esse le considerazioni di Mioni 1979, 109, risultano ascrivibili alla prima categoria le situazioni sociolinguistiche della Ladinia centrale, del Trentino, del Friuli, dell’Emilia Romagna, delle Marche, della Lucania e della Calabria; alla seconda quelle del Veneto, della Lombardia occidentale, del Piemonte, della Campania e probabilmente della Sicilia. La bipartizione di Trumper, nata da un’analisi critica del modello di classificazione dialettale di Ascoli 1882-1885, delinea classi di situazioni sociolinguistiche, senza tuttavia considerare il grado di distanza tra l’italiano e una data varietà dialettale, aspetto invece centrale nel modello ascoliano. Come non mancano di evidenziare Trumper e Maddalon,

[t]he essential difference between the two approaches [ovvero quello di Ascoli e quello di Trumper summenzionato] is that Ascoli’s model uses the concept of the actual linguistic distance between other dialects and Tuscan as classificatory criterion, taking Tuscan dialect as his fulcral point for reasons of substratum[…], whereas the model we propose uses the concept relationship-with-Tuscan (in the global repertoire) as an extralinguistic culturo-political criterion, i. e. based on attempts to standardise, create κοιναι, expand repertoires, etc., as a function of a group’s economic, political and cultural ambitions both in space and time; (Trumper/Maddalon 1988, 221)

Il fatto che in un repertorio sia presente una koinè indica che, nella situazione descritta, si è instaurato un rapporto tra italiano e dialetto non biunivoco, ma di forte influsso del primo sul secondo; esistono tuttavia realtà in cui il rapporto tra italiano e dialetto è molto stretto, pur non registrandosi la presenza di alcuna koinè tra i due poli. Alludiamo alle situazioni in cui la distanza strutturale tra italiano e dialetto è da principio molto bassa, senza l’intervento di quei fattori esterni – storici e sociolinguistici – che portano alla formazione di una koinè. È questo il caso della Toscana, di Roma, il cui dialetto ha subito una profonda toscanizzazione a partire dal Cinquecento (cfr. Telmon 1993, 96-98), e in genere dell’Italia mediana. Si tratta di dialetti, che, a differenza di quanto previsto dalla definizione generale fornita in §1.1, non sono sistemi distinti rispetto all’italiano, ma sue varietà diatopiche, in ciò avvicinandosi alle diálektoi greche e ai dialects della tradizione anglosassone. Muljačić 1994 preferisce separare, nell’“area di convergenza italiana” da lui individuata, i dialetti storico-strutturali italiani (toscano, romanesco), facenti parte della lingua per distanziazione italiana, dai dialetti (anzi “dialetti”, con l’uso delle virgolette) eterogenei o per subordinazione, a loro volta suddivisi in omoetnici (ligure, milanese, napoletano, veneto, ecc.) ed eteroetnici, ulteriormente analizzabili in peritaliani (friulano, sardo, ladino dolomitico) e altre lingue o loro parti (per restare alle lingue romanze: catalano, francoprovenzale, occitano, ecc.). Anche per il toscano si è assistito al processo di abbassamento sociolinguistico che, a séguito del prevalere della lingua comune codificata da Bembo, ha interessato i volgari della Penisola, rendendo per esso parimenti spendibile l’etichetta di dialetto: ciò significa che, diversamente da quanto lascia intendere Muljačić, pure i dialetti storico-strutturali italiani vanno considerati dialetti per subordinazione, seppur non eterogenei. Dopo la fissazione del modello bembiano, il toscano continua a vivere e a evolversi come varietà di uso quotidiano, secondo le linee già tracciate nel tardo Medioevo; ed è solo apparentemente paradossale che il “modello fiorentino” che “si diffonde in tutta Italia” stenti “a trovare accesso negli altri centri toscani, che rimangono arroccati alle tradizioni provinciali” (Durante 1981, 164). Le differenze tra la lingua esemplata da Bembo e il toscano/fiorentino d’età umanistico-rinascimentale sono numerose e significative (cfr. Durante 1981, 137-146). Alle Prose, III, 30 si deve l’affermazione della desinenza –a alla prima persona dell’imperfetto indicativo (amava, italiano moderno amavo), che resisterà per secoli e il cui uso risulterà ancora oscillante in Manzoni (cfr. Serianni 1986, Koch 2014), laddove nella Grammatichetta di Leon Battista Alberti si testimonia l’impiego toscano, all’altezza della metà del Quattrocento, della forma verbale uscente in –o (amavo; Grammatichetta, 60). Lo stesso dicasi per la dittongazione di O breve in sillaba aperta, di cui Bembo dà numerose attestazioni d’uso, prefigurando la regola del dittongo mobile (nuoto e scuoto vs. notando e scotendo; Prose, III, 48), ma che già nel XV sec. manifesta sintomi di crisi (Alberti: “e, aggiugnendo [lettere] dice vuole pro vole, scuola pro scola”; Grammatichetta, 98); il fenomeno in oggetto, che sopravvive nell’italiano contemporaneo a testimonianza di quanto lunga sia stata l’onda delle Prose, scompare dal fiorentino tra Sei e Settecento, con il passaggio definitivo da [wɔ] a [ɔ]: buònobòno (Loporcaro 2009, 113). È probabilmente dovuto alla fortuna in prevalenza scritta della lingua codificata da Bembo il fatto che oggi, nell’italiano standard, non troviamo accolto un tratto fonetico del fiorentino basso-medievale (Giannelli 1983, Cravens 1983) notoriamente privo di rappresentazione grafica: la spirantizzazione delle occlusive sorde intervocaliche, ovvero la cosiddetta gorgia toscana.

2.4. Coni

Per tornare alla questione dei repertori, sarebbe opportuno approdare a rappresentazioni che non siano soltanto sociolinguisticamente motivate, come la dicotomia microdiglossia / macrodiglossia, ma che sappiano in qualche modo recuperare il criterio ascoliano della distanza strutturale tra l’italiano e i dialetti. A tal proposito, può essere utile far riferimento alle tipologie di costellazione standard / dialetto proposte da Auer 2005 (cfr. anche Auer 2011). Il repertorio che, secondo Auer 2005, 22, è oggi presumibilmente il più diffuso in Europa è quello da lui denominato, sulla scorta di Bellman 1997, diaglossia (Figura 1). In esso lo standard e i dialetti si collocano, rispettivamente, al vertice e alla base di un cono, mentre nello spazio intermedio si situano, dal basso verso l’alto, i regioletti (regiolects), corrispondenti a varietà regionali popolari di lingua (regional substandards in Auer 2017), e gli standard regionali (regional standards).

Figura 1. Diaglossia iuxta Auer 2005, 22; riproduzione tratta da Cerruti/Regis 2014, 91

Il cono fornisce inoltre alcune indicazioni importanti circa i movimenti che interessano le diverse varietà descritte. La freccia che dal vertice del cono punta verso il basso dà conto della convergenza intralinguistica dello standard in direzione delle varietà non-standard poste alla base, ciò che costituisce la dinamica prevalente nei processi di ristandardizzazione oggi presenti in Europa. Le frecce orizzontali tratteggiate, orientate sia a destra sia a sinistra, descrivono la partecipazione delle varietà lungo il continuum a dinamiche di convergenza (orizzontale). Come osserva Berruto 2016, 37, obbediscono a un regime propriamente diaglossico soltanto i dialetti che, nella terminologia di Muljačić, sono definiti storico-strutturali italiani, i quali appartengono allo stesso diasistema dello standard (cfr. anche Berruto 2018, 507-508); è il quadro sociolinguistico che Berruto 1987b descrive in chiave di bidialettismo o dialettia sociale. Per le situazioni che coinvolgono dialetti che sono sistemi a sé stanti rispetto all’italiano, condizione di gran lunga maggioritaria nella Penisola, è necessario approdare a un altro tipo di rappresentazione; una riflessione in tal senso si trova già sviluppata in Auer 2005, 19, quando egli annota che esistono casi in Europa in cui sono presenti due continua separati, ovvero un continuum dello standard e un continuum del dialetto: “[s]uch double continua have been claimed to exist in northern Italy, in parts of Spain […], and in the more peripheral parts of the Dutch language area such as the Limburg province” (corsivo nostro). Cerruti/Regis 2014, 106 elaborano per l’area piemontese un modello costituito da due coni posti l’uno sopra l’altro (Figura 2), in cui il vertice del cono del dialetto, coincidente con la varietà standard di dialetto (ovvero la varietà codificata di matrice torinese, alla base della koinè regionale: Regis 2013), tocca la base del cono dell’italiano.

Figura 2. Diaglossia rivisitata (Cerruti/Regis 2014, 106; Cerruti/Regis 2015, 66)

Rispetto alla descrizione offerta per la Figura 1, va qui precisata la funzione delle frecce doppie che partono dal vertice del cono inferiore: esse indicano la convergenza (interlinguistica), secolare nella fattispecie, del piemontese-torinese verso l’italiano (propriamente un’advergenza: Mattheier 1996). La doppia freccia curva che collega la punta del cono inferiore alla punta del cono inferiore, in particolare, è da interpretarsi alla stregua di una “freccia di codificazione”: dal Settecento in poi, il torinese ha assunto come modello per la redazione dei propri codices (grammatiche, dizionari) l’italiano, manifestando così un orientamento precocemente eteronomo. L’italiano svolge quindi, nei confronti del piemontese, la funzione di tetto klossiano, poiché sussume i ruoli di tetto linguistico e tetto socio-culturale (cfr. Berruto 2001, 34-36; Regis 2013, 160-161). La rappresentazione a due coni può essere estesa ai contesti che coinvolgono le altre lingue medie individuate da Muljačić, in quanto possiamo presumere che esse abbiano sviluppato, al pari del piemontese, un continuum dialettale complesso, con al vertice una varietà standard. Sono nondimeno da accogliere le modifiche allo schema proposte da Berruto 2018, 509-510; il quale osserva, innanzitutto, che il cono del continuum dell’italiano dovrebbe piuttosto essere un tronco di cono, non essendo lo standard, in Italia, praticato da alcun parlante (cfr. Galli de' Paratesi 1984, 76); in secondo luogo, che, per le aree prive di un centro egemone sulla cui varietà costituire una koinè, il cono del continuum dialettale andrebbe parimenti troncato; in terza ed ultima istanza, che la punta del cono inferiore dovrebbe essere adiacente alla base del cono superiore, senza tuttavia coincidere con un punto della stessa base, perché ciò equivarrebbe ad affermare che la varietà più alta di dialetto coincide con una varietà bassa d’italiano. Uno spunto di riflessione che vorremmo qui aggiungere riguarda la ragione per cui si ritenga di dover rappresentare mediante un tronco di cono il continuum dell’italiano, ma non il continuum del dialetto, quando vi sia un regime di macrodiglossia. Ciò deriva dal fatto che, sebbene il dialetto possa sviluppare una varietà standard, possa cioè disporre di una varietà dotata di un elevato grado di codificazione ed elaborazione, esso resta un codice profondamente radicato nell’oralità (Regis 2013, 164-167): è la stessa valutazione che porta Kloss 1978 a sviluppare il concetto, apparentemente ossimorico, di Ausbaudialekt dialetto elaborato. La varietà standard di dialetto descritta in dizionari e grammatiche è dunque un oggetto osservabile in natura, che trova realizzazione concreta in parlanti della borghesia cittadina. Cosa che non si può evidentemente dire di una lingua standard.

3. Considerazioni conclusive

La storia dell’italiano, e del suo rapporto con i dialetti, è segnata dai tempi della diffusione della lingua comune: di una lingua comune letteraria, sin dal Cinquecento, di una lingua comune d’uso, a partire dal periodo tra le due Guerre Mondiali. Il primo fenomeno causa il decadimento dei volgari al rango di dialetti, seppure con modalità differenti; il secondo porta alla frammentazione dell’italiano in varietà diatopiche, e alla nascita contestuale degli italiani regionali, prima “popolari”, in séguito “standard”. Oltre a incontrare l’interesse dello studioso di contatto linguistico, l’interazione costante tra italiano e dialetto, in diacronia come in sincronia, si presta a riflessioni importanti per il sociologo del linguaggio, in termini di modellizzazione del repertorio. Il quadro sociolinguistico estremamente variegato che da sempre caratterizza l’Italia rifugge interpretazioni univoche, sollecitando chiavi di lettura che si adattino ai contesti di volta in volta analizzati.

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