L’italiano nelle aree delle varietà alloglotte: l’italiano dei cimbri



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    Katharina Knapp (2019): L’italiano nelle aree delle varietà alloglotte: l’italiano dei cimbri, Versione 1 (17.01.2019, 22:37). In: Korpus im Text, Serie A, 20564. url: http://www.kit.gwi.uni-muenchen.de/?p=20564&v=1
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1. Introduzione

Il titolo di questo contributo indica due varietà di due famiglie linguistiche: l’italiano regionale – varietà romanza – e il cimbro – varietà germanica.

L’italiano regionale (🔗) è una varietà italiana realizzata oralmente che dipende dalla regione nella quale si parla. Essa è la varietà più vicina allo standard, il quale, in realtà, rappresenta solo un’utopia se non in ambito mediatico (cf. Piredda 2013, 14s). Anche Sobrero (2011, 732) afferma che l’italiano regionale è „l’insieme delle varietà della lingua italiana, diversificate in relazione all’origine e alla distribuzione geografica dei parlanti”. Le sue unità linguistiche variano secondo la prosodia, la fonologia, il lessico e la sintassi e dipendono dalla zona nella quale si parla una certa varietà italiana (cf. Sobrero 2011, 732, cf. Piredda 2013, 15). L’italiano regionale si posiziona in un continuum tra il dialetto e l’italiano standard, motivo per il quale spesso si trovano delle influenze dialettali che vengono integrate nell’italiano regionale locale. A causa di questo continuum, è possibile trovare quindi sia influenze dialettali, sia influenze dello standard che vengono recepite e in seguito integrate dai parlanti nel loro italiano regionale (cf. Piredda 2013, 16). Grazie alle singole caratteristiche dell’italiano regionale, inoltre, i parlanti vengono percepiti dagli altri italiani come rappresentanti dei loro specifici contesti geografici (cf. Loi Corvetto 1983, 6)

Il cimbro è, invece, una varietà alloglotta parlata nel Nord-est d’Italia ed indica un gruppo di varietà germaniche di origine tedesca (cf. Bidese 2010, 3). I parlanti cimbro costituiscono ancora oggi diverse minoranze linguistiche presenti sulle montagne del Veneto e del Trentino: nello specifico, questa varietà germanica (🔗) si parla nell’altopiano dei Sette Comuni (Veneto, provincia di Vicenza), nei Tredici Comuni (Veneto, provincia di Verona) e a Luserna (Trentino).

Una volta, sulle nostre montagne, vivevano delle genti che parlavano un’antica lingua. Quando gli italiani chiedevano che lingua parlassero, loro rispondevano “bar reidan tauć”. I foresti guardavano sempre in malo modo i bambini delle contrade più a nord che ancora parlavano quell’antica lingua. Uno di quei bambini veniva spesso mandato in paese a comprare qualcosa da mangiare per la famiglia. Il vecchio della bottega, ultimo della piazza che ancora parlava cimbro, lo prendeva sempre da una parte, e gli diceva: “dì a me cosa vuoi, non ascoltare cosa dicono i foresti”. Oggi, nelle contrade lontano dal paese, non si sente più parlare cimbro perché la gente è andata via a lavorare per vivere. Oggi c’è solo silenzio. Più nessuno tiene viva la montagna come le genti cimbre sapevano fare. Il bambino che veniva mandato alla bottega oggi è un vecchio; a volte lo vedo guardare perso tra le case delle contrade dove è stato giovane e dove un tempo rideva la vita. (Pa04_23m)1La sigla è formata dall’abbreviazione di “Parlante”, l’età e l’indicazione del sesso, in questo caso maschile.

Così racconta un giovane cimbro cresciuto a Campofontana2Campofontana è un paesino della Lessinia facente parte dei XIII comuni, situato su un altopiano soprastante Giazza., frazione del comune di Selva di Progno, uno dei XIII comuni cimbri delle montagne della Lessinia (🔗).

 

Il giovane intervistato non parla il cimbro come L1, bensì il dialetto e l’italiano regionale veneto, e non è il solo ad avere questo repertorio linguistico: sono rimasti ormai in pochi, infatti, a parlare attivamente la lingua cimbra. Ciononostante esiste uno stretto legame tra gli abitanti della Lessinia e la cultura e le tradizioni cimbre.

Sia grazie al legame con la Lessinia, sia grazie all’isolamento geografico dell’area cimbra (che ha permesso il mantenimento della lingua per diversi secoli), si può ipotizzare che delle influenze cimbre si trovino nella varietà italiana parlata dai cimbri di oggi. I titolo di questo contributo si riferisce, infatti, a quest’altra varietà finora poco osservata dalla linguistica: l’italiano regionale dei cimbri. Sebbene infatti esistano di certo svariati studi sulla lingua e  sulla cultura cimbra da parte della romanistica, questa minoranza linguistica è stata poco investigata linguisticamente. Lo scopo di questo contributo sarà allora quello di presentare la ricerca e i suoi risultati sull’italiano regionale dei cimbri.

Per comprendere la situazione attuale delle varietà parlate dai cimbri, sarà inoltre necessario osservarne sia lo sviluppo storico, sia la situazione sociolinguistica. Il presente contributo si concentrerà principalmente sull’isola linguistica dei Tredici Comuni, con riferimenti alle altre realtà cimbriche.

Oltre che al riferimento alle due famiglie linguistiche, il presente contributo ha come scopo l’indagine sul collegamento tra il cimbro e l’italiano regionale tramite le seguenti domande:

  • I cimbri riconoscono l’italiano regionale di altri cimbri (auto-percezione)?
  • I veronesi percepiscono le differenze tra il loro italiano regionale e quello dei cimbri (etero-percezione)?
  • Quali caratteristiche vengono percepite in auto- ed etero-percezione; sono identiche?
  • Lo stesso stimolo è localizzato in modo più preciso in auto-percezione o in etero-percezione?
  • Esistono degli atteggiamenti diversi per quanto riguarda l’auto- ed eteropercezione dello stimolo?

In riferimento al racconto sopra citato, infine, sorge spontanea la domanda: i cimbri di oggi – pur essendo demograficamente in numero minore e non avendo più il cimbro come L1 – parlano una varietà italiana con la quale si distinguono da altri parlanti di altri spazi comunicativi, geograficamente, però, ad essi vicini?

2. Storia dei Cimbri

Per comprendere appieno e descrivere la situazione attuale dei Cimbri, sia a livello linguistico che sociale, è necessario fare un breve abbozzo di carattere storico. Esistono, infatti, varie teorie sull’insediamento dei Cimbri nel Nord-est d’Italia. La più diffusa oggi è quella avanzata dal linguista Johann Andreas Schmeller (1785-1852) (🔗), il quale nel 1833 raccolse numerosi dati linguistici, sia ricavandoli da altri studi che rilevandoli di persona. Grazie all’indagine condotta sul campo, egli sviluppò una nuova teoria dell’insediamento dei Cimbri, sulla quale la maggior parte dei linguisti concorda ancora oggi: secondo Schmeller (e, unitamente, i suoi alunni della Scuola viennese dei dialettologici), i Cimbri dei Tredici comuni risalirebbero all’ondata migratoria di popolazioni bavaresi insediatesi sulle montagne del Veneto e del Trentino (cf. Rowley 1996, 265, Rabanus 2018) nel 1100/1150 (cf. Bidese 2004, 18s). Il linguista formulò questa teoria basandosi su un documento da egli rinvenuto, il quale forniva informazioni riguardo ad un gruppo migratorio del convento bavarese di Benediktbeuern, insediatosi nel territorio dell’abbazia di Santa Maria in Organo, a Verona (territorio di cui facevano parte gli attuali Tredici comuni). Da qui nacque l’idea di un insediamento dei migranti nel territorio della Lessinia, teoria confermata dal fatto che il vescovo di Ulm fu anche a capo del vescovado di Verona. Grazie alle analisi linguistiche dei dati raccolti, inoltre, Schmeller riuscì a dimostrare che si trattava di una lingua presente tra il XI-XIII secolo sul territorio a sud-ovest della Baviera, convalidando, così, i risultati delle ricerche ottenute dai documenti storici (cf. Bidese 2004, 20).

Il linguista Giovanni Rapelli, tuttavia, dimostra che nella variante cimbra dei Sette Comuni sono presenti delle influenze della varietà dell’antico alto-tedesco, e constata inoltre la presenza di una mescolanza tra l’antico alto-tedesco e il medio alto-tedesco, motivo per il quale afferma la possibilità di un’ondata migratoria avvenuta prima di quella dei Tredici Comuni. Le popolazioni di quella prima ondata migratoria si sarebbero, dunque, insediate in origine sulle montagne dei Sette Comuni. Una probabile motivazione per quel primo insediamento sarebbe da attribuire alla cooperazione avvenuta tra i vescovadi tedeschi e quello di Padova, al fine di rendere coltivabile la zona montana. I coloni avrebbero accettato quella decisione poiché anche da parte loro v’era l’esigenza di sfuggire dalla servitù della gleba presente in Baviera e di istituire dei comuni autonomi (cf. Bidese 2004, 21s).

In poche generazioni, i Cimbri popolarono il territorio dei Tredici Comuni, dei Sette Comuni e il territorio trentino, parlando una varietà germanica della Baviera e del Tirolo riconducibile al tardo medioevo (cf. Bidese 2011, 12, cf. Rowley 1996, 265).

Esiste, però, una terza teoria sviluppata da Bruno Schweizer (1897-1958) (🔗) il quale, dopo numerose approfondite ricerche, abbracciò l’idea che i Cimbri discendessero dai Longobardi, e che si insediarono nel 774 d.C. in quelli che poi sarebbero stati i territori cimbri, dopo l’annessione del Regno Longobardo al Regno dei Franchi. Secondo Schweizer, quindi, i Bavaresi e i Tirolesi sarebbero arrivati solo in un secondo momento, ovvero quando i Longobardi avevano già popolato quei territori (cf. Bidese 2011, 12s). Schweizer espone inoltre alcuni aspetti per avvalorare la propria tesi:

  • i Cimbri usano delle parole italiane per nominare le regioni bavaresi e tirolesi, e ciò a dimostrazione del fatto che questi sono dei luoghi a loro estranei (a differenza di tante altre località italiane, che al contrario hanno una denominazione cimbra e mostrano addirittura uno sviluppo linguistico indipendente da quello italiano);
  • il cimbro presenta la stessa evoluzione fonetica in tutte le diverse comunità, e tuttavia alcuni di questi fenomeni linguistici non hanno una corrispondenza in bavarese. Poiché le comunità cimbre sono geograficamente distanti e mostrano altresì poco contatto tra di loro, Schweizer afferma che l’evoluzione fonetica deve avere la stessa origine linguistica, ma che questa non può essere il bavarese;
  • Infine, mancano in cimbro alcune parole tipiche del lessico montano, per cui si usano quelle romane. Per questo motivo Schweizer ribadisce che i Cimbri originalmente derisalirono dalla pianura, e solo in un secondo momento arrivarono le popolazioni bavaresi (cf. Bidese 2004, 24-26).

A favore di questa teoria è il linguista Alfonso Bellotto, il quale attesta una continuità del diritto longobardo nel sistema giuridico dei Cimbri. Egli conferma l’ipotesi longobarda anche grazie a un aspetto di tipo archeologico: numerose necropoli longobarde sono presenti nel territorio vicentino. Secondo Bellotto, infine, esisterebbero dei documenti a testimonianza della coesistenza di gruppi germanici e gruppi veneti parlanti una lingua neolatina (cf. Bidese 2004, 26s)

Secondo Rapelli, tuttavia, la teoria di Schmeller sarebbe la più valida, in quanto esistono più parole longobarde nel dialetto veronese e in quello vicentino, che nella lingua cimbra. Di conseguenza è possibile ipotizzare che le influenze longobarde in cimbro derivino dal contatto linguistico con i dialetti dei dintorni. Essendo permessi i matrimoni misti tra genti di appartenenza a popolazioni diverse, è presumibile che i longobardi abbiano perso la loro lingua già nel VIII-IX secolo (cf. Bidese 2004, 32). Anche Rowley (2010, 12) e Rabanus (2018) confermano l’origine bavarese dei Cimbri, avvalorando, di conseguenza, la teoria di Schmeller.

Sin dal momento in cui popolarono il territorio delle montagne, i Cimbri attuarono un modello federalista e poterono godere di una grande autonomia, durata nei Tredici Comuni fino all’Ottocento. La Repubblica di Venezia concedette loro diversi privilegi riguardo al sistema tributario e quello amministrativo. Fino al Cinquecento, la lingua e cultura cimbra erano molto diffuse e attive, sia grazie all’alto numero di parlanti cimbro, sia grazie ai privilegi di cui godevano. Si suppone che in quel periodo il cimbro venisse parlato in tutto il territorio tra Trento, Verona e Bassano del Grappa (un fatto del quale testimoniano attualmente la toponomastica, e diversi documenti e testi di alcuni umanisti riguardanti le attività mercantili dei Cimbri). Inoltre, nei territori cimbri si aveva diritto a nominare un chierico tedesco che potesse recitare la messa nella madrelingua del popolo.

Dopo il Conciglio di Trento (🔗), tuttavia, a causa della Controriforma adottata dalla Chiesa di Roma non fu più possibile per i Cimbri seguire le messe celebrate da un prete tedesco. Allo stesso tempo, il catechismo veniva insegnato in lingua cimbra per incrementare la diffusione del cattolicesimo (cf. Bidese 2004, 8-10). Nel 1602 il catechismo fu tradotto in cimbro, e nel 1813 venne pubblicato (cf. Rowley 2010, 11, 15).

Nel Seicento e Settecento si produssero numerosi testi in cimbro, tra i quali poesie, prediche e traduzioni di alcuni testi religiosi. Nonostante questa fioritura di opere letterarie, bisogna ricordare che già alla fine del Cinquecento la lingua cimbra veniva parlata solamente in montagna, mentre in pianura la popolazione parlava esclusivamente il romanzo locale.

Il primo iniziale declino dell’attiva comunità cimbra si osserva, però, nell’Ottocento, quando Napoleone Bonaparte revocò il privilegio dell’autogestione cimbrica. E’ per questo motivo che il numero di parlanti cimbri iniziò drammaticamente a diminuire alla fine del secolo: allora nei Sette Comuni si contavano solo 5000 parlanti con cimbro come L1.

Nel territorio trentino il cimbro veniva parlato esclusivamente a Luserna e nei Tredici Comuni i parlanti cimbri erano presenti solo a Giazza, oltre a pochi altri stabilitisi in alcune contrade di Campofontana. Ciò che rimase anche al fuori di quegli spazi erano canzoni, rime, detti e qualche parola (cf. Bidese 2004, 12s).

 

La Prima guerra mondiale si rivelò essere l’ultimo definitivo attacco alla cultura e lingua cimbra: nelle montagne dei territori cimbri la guerra toccò, infatti, picchi di brutalità massimi, motivo per il quale tanti parlanti cimbri emigrarono per non fare più ritorno (cf. Bidese 2004, 13).

Solo negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso si assiste ad un risveglio dell’interesse di studiosi e abitanti del luogo per la lingua e cultura cimbra. In quel periodo nacquero infatti diverse associazioni ed organizzazioni che tuttora si occupano del recupero e del mantenimento del bagaglio storico, folcloristico e linguistico dei territori cimbri (cf. Bidese 2004, 13).

3. Situazione sociolinguistica attuale

Il cimbro è una varietà alloglotta di orgine germanica, parlata in Italia a Luserna, nei Sette Comuni e nei Tredici Comuni (cf. Bidese 2010, 3). Poiché tutte e tre le minoranze si trovano in una posizione geograficamente molto isolata, in quei posti il cimbro è riuscito a conservarsi e sopravvivere fino al giorno d’oggi. Giazza è la frazione con il numero più alto di parlanti cimbro del comune di Selva di Progno (Tredici Comuni), mentre Luserna e Roana sono i paesi con maggior presenza di parlanti cimbro in Trentino e nei Sette Comuni (cf. Rowley 1996, 265). Questi tre paesini hanno in comune il fatto di trovarsi in una località alpina lontana e non munita di infrastrutture, e risultano quindi difficili da raggiungere.

Una vola formatesi le diverse isole linguistiche, i Cimbri non rimasero in contatto tra di loro e quindi la lingua continuò a svilupparsi separatamente. Di conseguenza, oggi si trovano delle  sostanziali differenze linguistiche nel cimbro dei tre gruppi (cf. Rowley 1996, 265, cf. Bidese 2004, 6, cf. Rabanus 2018).

I Tredici Comuni cimbri

Dato il lungo contatto con le varietà romanze dei dintorni (cf. Bidese 2010, 3), i parlanti dell’area cimbra hanno un repertorio linguistico multilingue. Oltre al cimbro, tutti  gli abitanti locali parlano il dialetto romanzo della zona e l’italiano regionale (cf. Rowley 1996, 274, cf. Alber/Rabanus/Tomaselli 2012, 1, cf. Schöntag 2014, 87), mentre la competenza sia attiva che passiva del cimbro diminuisce sensibilmente da generazione in generazione.

Rowley ritiene che nel 2013 a Giazza abitassero ancora 10 parlanti di lingua cimbra (va anche detto, però, che altri parlanti madrelingua si sono trasferiti e vivono oggi altrove, ad esempio a Verona (cf. Rowley 2013, 402s)). Anche Antonia Stringher, figlia di una madrelingua e appassionata scrittrice ed editrice di numerosi libri sul tema, osserva un grande calo dei parlanti giovani: secondo la Stringher, nella frazione di Giazza nel 2011 si sarebbero contati 131 abitanti, di cui solamente 19 parlanti l’idioma cimbro; non tutti, per altro, l’avrebbero parlato attivamente a casa con la famiglia e con gli amici, ma solo 6 di loro. Altri 24 abitanti della frazione, invece, pur non parlando il cimbro attivamente avrebbero mostrato una competenza passiva della lingua cimbra (cf. Stringher 2012, 35). Per ragioni anagrafiche, continua la Stringher, nel 2018 il numero dei parlanti madrelingua si sarebbe ulteriormente ridotto ad una dozzina. Va qui anche ricordato che soprattutto il numero di bambini che imparano il cimbro a casa con i genitori di madrelingua cimbra si è ridotto: per motivi culturali, i madrelingua preferiscono parlare con i figli in italiano regionale oppure in dialetto italiano (cf. Rowley 2013, 4).

Da questi numeri comprendiamo che a Giazza non è più il cimbro ormai ad essere parlato dalla maggioranza degli abitanti dello spazio comunicativo tradizionale dei cimbri, bensì una varietà italiana.

Per i parlanti non madrelingua cimbra della Lessinia, il dialetto veneto rappresenta la L1. Il loro repertorio linguistico consta del dialetto veneto locale, dell’italiano regionale e, sporadicamente, nella competenza attiva oppure passiva del cimbro (cf. Rowley 1996, 274, cf. Schöntag 2014, 87). Per molti parlanti, infatti, le varietà dominanti sono rappresentate dal dialetto locale oppure dall’italiano regionale locale (cf. Rabanus 2010, 132). Mentre gli anziani parlano spesso esclusivamente il dialetto locale, i giovani usano sempre più l’italiano regionale, avendo frequentato la scuola dell’obbligo ed essendo in contatto con persone al di fuori del contesto cimbro. Molti giovani si collocano quindi in un contesto sociale fuori dallo spazio comunicativo tradizionale dei Cimbri. Si osserva, però, che un numero di ragazzi giovani rimane in contatto stretto con il mondo della Lessinia, quindi con lo spazio tradizionale dei Cimbri, frequentando gli amici e gli ambienti lessini.

Riassumendo si può affermare che quasi tutti i parlanti comunicano nel dialetto italiano locale oppure nell’italiano regionale locale. Solamente i pochi cimbri rimasti che sanno parlare attivamente il cimbro lo usano tra di loro (cf. Rowley 1996, 273-275, cf. Bidese 2004, 7).

Se a Giazza – come nei Sette Comuni – i cimbri persero l’abitudine di parlare quotidianamente il cimbro anche grazie ai matrimoni con parlanti di madrelingua italiana, la comunità di Luserna lo impiega ancora nella vita quotidiana, anche perché qui il cimbro viene insegnato alle elementari, ed è quindi parlato e scritto anche dai giovani.

A Giazza e a Roana, il cimbro non possiede più una funzione sociale nella vita quotidiana della comunità linguistica (cf. Rowley 1996, 273-275, cf. Bidese 2004, 7). Per coloro i quali non parlano più il cimbro attivamente, esso rappresenta ormai una lingua folcloristica, relativa alla tradizione e ripresa per le festività (cf. Bidese 2010, 4). Durante la celebrazione delle festività a Giazza, ad esempio, ha luogo uno spettacolo teatrale in lingua cimbra; per il solstizio d’estate si tiene ogni anno una festa con luci e fuochi come da tradizione; e ancora, a Campofontana per i giorni festivi di Natale, viene organizzata ogni anno una festa nella quale alcuni parlanti cimbri trasmettono la propria cultura e lingua, attraverso l’uso della stessa.

Per permettere la diffusione e il mantenimento della lingua e della cultura locale, inoltre, a Selva di Progno3Selva di Progno è il comune più attivo dei Tredici Comuni veronesi per quanto riguarda le attività per la tutela della lingua cimbra è attiva l’associazione culturale Curatorium Cimbricum, la quale offre gratuitamente dei corsi di lingua e cultura cimbra organizzati da Antonia Stringher e i suoi collaboratori al fine di promuovere la conoscenza della cultura della Lessinia.

La targa dell’associazione culturale del comune di Selva di Progno

La sede del Curatorium Cimbricum si trova a Giazza, in un museo che raccoglie reperti della zona e frammenti del vissuto dei Cimbri. Il museo ha come titolo una denominazione cimbra, come anche tanti nomi di strade e toponimi locali. Anche la toponomastica, quasi unicamente in cimbro, è una testimonianza dell’antica lingua parlata nella frazione di Selva di Progno, tramandata nel corso dei secoli nella lingua parlata oggi.

Scritta in cimbro sul museo di Giazza

Traduzione italiana della targa cimbra del museo di Giazza

Pur non essendo più la lingua dominante per la maggior parte dei parlanti dell’area cimbra, il cimbro definisce l’identità per molti di loro (cf. Rowley 2013, 6). Di conseguenza si può differenziare tra il cimbro come concetto etnico, dunque con riferimento agli individui che sentono un legame con la storia e la comunità cimbra; e il cimbro come concetto linguistico, riferendosi quindi ai parlanti, il cui spazio comunicativo si definisce almeno in parte dall’uso attivo della lingua cimbra come L1. Sebbene per molti informanti il cimbro non sia la L1, essi si dichiarano come cimbri, dato il legame molto stretto con l’area, la storia e le tradizioni cimbre.

L’ambiente di vita modificato a causa della globalizzazione, dell’industrializzazione o per motivi storici mostra tanti cambiamenti che si rispecchiano altresì nella lingua parlata nell’area di un gruppo comunicativo. Per questo motivo, il sapere linguistico e gli atteggiamenti verso una varietà cambiano. I cambiamenti sociali e linguistici richiedono l’esigenza di un legame con il proprio territorio, per cui la propria area riceve delle connotazioni molto positive che non sono solo di natura geografica, bensì di natura sociale e linguistica. Di conseguenza una lingua che non viene più parlata da tutti i membri di un’area può d’altro canto ricevere una valutazione molto positiva. Anche l’identificazione con l’ambiente di vita cresce. Radtke parla in questo contesto di un Erinnerungsdialekt, ossia ”dialetto dei ricordi” (trad. di Katharina Knapp; cf. Unsinn 2018). Questo concetto sembra valere anche per i cimbri per i quali l’italiano regionale o il loro dialetto veneto costituiscono la varietà dominante se paragonato al cimbro. Il cimbro invece per la maggior parte dei parlanti serve come Erinnerungsdialekt, quindi come una lingua del passato che non viene più parlata attivamente, che serve però per l’identificarsi con l’area dei Cimbri e per conservarne l’identità. Questo fenomeno si manifesta anche nell’organizzazione dei corsi di lingua e cultura cimbre, e nella partecipazione alle feste e tradizioni cimbre.  E’ molto significativa la differenza tra il parlante che usa attivamente il cimbro e quello che, pur non parlando il cimbro, si identifica però con questo ambiente di vita costituito dalla storia, le tradizioni ed i valori.

La storia dei cimbri è la nostra storia. Chi ama la propria terra non può che essere affascinato dal piccolo mondo che la Lessinia rappresenta e non può non tentare di fare qualcosa perché la storia di questo mondo non venga dimenticata ma valorizzata come merita.
Quando una lingua sta per morire, quando una minoranza lotta per la sua sopravvivenza linguistica, sociale e culturale, quando il gruppo etnico che ha appreso una lingua sulle ginocchia della madre si assottiglia sempre più, diventa d’obbligo lottare perché tutto ciò non venga relegato a patrimonio del passato.
Ecco perché recuperare questo bagaglio trasmesso da generazioni millenarie non solo per la salvaguardia della nostra cultura, ma anche come importante investimento per il futuro per tutti quelli convinti come noi che la lingua sia soprattutto uno strumento di conoscenza.
Ci auguriamo che il focolare possa un domani tornare a intiepidire le case di tutti noi ultimi cimbri. (Sp04_23m)

Grazie a questa citazione del giovane cimbro già menzionato, osserviamo il legame presente tra molti ragazzi ed il mondo cimbro. Infatti, l’identità di una moltitudine di persone particolarmente giovani si riconosce nell’area dei Cimbri. Questo legame si riscontra anche nella vitalità del gruppo Facebook “Taucias Gareida”4Taucias Gareida vuol dire in italiano ‘parlata tedesca’, nel quale si trovano tanti utenti attivi che condividono la lingua cimbra comunicando e diffondendo informazioni sulle diverse attività in cimbro. Anche Rabanus (2018) constata che una lingua minoritaria può costruire la base per una nuova definizione di identità per tanti parlanti.

E’ dunque possibile che il cimbro scomparirà a causa dello scarso numero di parlanti, ma l’identità della cultura cimbra sopravvivrà – nonostante la presenza del dialetto e dell’italiano regionale nello stesso spazio culturale.

4. L’italiano regionale dei cimbri dei Tredici Comuni in auto- ed etero-percezione

4.1. Presentazione del tema

L’italiano regionale fa ormai parte del repertorio linguistico di ciascun cimbro. Non solo:  come descritto nel capitolo precedente, insieme al dialetto locale esso viene utilizzato di gran lunga più frequentemente rispetto al cimbro. Nonostante ciò, il cimbro rappresenta ancora la L1 di alcune persone; i genitori di tanti parlanti dell’area qui presa in esame parlano cimbro come L1, e altri sono comunque perennemente in contatto con gli altri parlanti appartenenti allo stesso spazio linguistico.

Se la posizione geografica ben isolata di Giazza tra le montagne della Lessinia ha potuto permettere il mantenimento del cimbro nei secoli, si può ipotizzare che anche l’italiano regionale dei cimbri abbia delle caratteristiche specifiche che facciano distinguere un parlante cimbro da altri parlanti in altri spazi comunicativi. Piredda (2013) attesta nel suo “Gli italiani locali di Sardegna – uno studio percettivo” la percezione precisa dei sardi riguardante il variare dell’italiano regionale da paesino a paesino (cf. Piredda 2013). Anche l’italiano regionale dei cimbri, dunque, potrebbe risultare particolare e presentare delle differenze linguistiche rispetto all’italiano regionale di altri parlanti del Veneto, che vengono percepite in auto- ed etero-percezione.

Avendo menzionato nel capitolo precedente l’identità dei parlanti che fanno parte dello spazio comunicativo di una lingua minoritaria, bisogna anche sottolineare che la forma dell’italiano regionale è ugualmente interessante per quanto riguarda l’influsso dell’identità cimbra. Dato il loro legame con il mondo dei Cimbri, si può presumere che l’italiano regionale  dei parlanti rispecchi la rispettiva partecipazione all’area cimbra, visto e considerato naturalmente che una lingua è anche un mezzo personale per esprimersi.

La base per la ricerca effettuata è quindi stata l’ipotesi che alcune influenze linguistiche cimbre si trovino nella varietà dell’italiano regionale che vengono percepite dai cimbri stessi (auto-percezione) nonché dai veronesi (etero-percezione) che si trovano sì geograficamente vicini, ma fanno però parte di uno spazio comunicativo diverso.

Con questa ipotesi e con le domande esposte nell’introduzione viene posto l’accento sulla percezione e sul sapere linguistico dei cimbri come dei veronesi riguardante una varietà dell’italiano regionale che viene parlato da un gruppo minoritario dei Tredici comuni vicino a Verona. Per mezzo di tale ipotesi risulta decisiva un’analisi dello spazio comunicativo dei cimbri per il sapere linguistico che includa le rappresentazioni e gli atteggiamenti linguistici. Di conseguenza l’indagine si posiziona nell’ambito della linguistica variazionale percettiva.

Si apre allora un orizzonte interdisciplinare che mette insieme l’interesse della germanistica per una varietà germanica e l’interesse della romanistica per la realizzazione e la percezione linguistica di una varietà italiana oralmente espressa da parlanti cimbri.

4.2. Metodi

4.2.1. I metodi della linguistica variazionale percettiva e il loro significato

La presente ricerca è basata sui metodi proposti dalla linguistica variazionale percettiva, poiché i suoi metodi sembrano più adatti per lo scopo dello studio.

La teoria della linguistica variazionale percettiva e i suoi metodi garantiscono una ricerca orientata sul parlante: il suo ruolo e il suo comportamento verso la lingua diventano il focus della ricerca (cf. Piredda 2013, 68). Mentre il parlante percepisce lo spazio comunicativo, costituisce un sapere metalinguistico che si riferisce alle realizzazioni linguistiche. La percezione delle realizzazioni rende possibili le affermazioni riguardanti le varietà linguistiche (cf. Krefeld/Pustka 2010, 10s). Se le rappresentazioni si riferiscono a realizzazioni linguistiche percepite nell’immediato, si parla di rappresentazioni basate sulla percezione influenzate da fattori extra-linguistici (cf. Krefeld/Pustka 2010, 12s). Il sapere linguistico viene costruito attraverso il parlare e l’agire dei parlanti, osservando, partecipando e percependo l’ambiente cimbro (cf. Barbaric 2015, 83). E’ di grande importanza, inoltre, distinguere tra le rappresentazioni dell’auto- e dell’etero-percezione poiché esistono delle differenze sostanziali tra gli individui, e di conseguenza delle differenze ancor più grandi nei diversi spazi comunicativi. Bisogna quindi distinguere i parlanti dell’in-group da quelli dell’out-group (cf. Krefeld/Pustka 2010, 15). Il sapere linguistico viene, inoltre, comparato con gli atteggiamenti che si riferiscono alle emozioni e agli apprezzamenti affettivi e personali (cf. Postlep 2010, 55s).

Linguistica variazionale percettiva di Krefeld/Pustka (modificato da Krefeld 2018a)

Empirisch erfassen kann man nur die aktuellen Sprechhandlungen von Individuen (parole), Gegenstand der Forschung ist aber eigentlich das virtuelle Sprachwissen von Gemeinschaften (langue) (Krefeld/Pustka 2010, 15)

Per poter analizzare il sapere linguistico dei cimbri riguardante la loro varietà dell’italiano e quello dei veronesi riguardante una varietà italiana di un altro gruppo comunicativo, bisogna analizzare il sapere linguistico di entrambi i gruppi comunicativi, esaminando le loro rappresentazioni e i loro atteggiamenti verso la lingua. Con i risultati della percezione si può analizzare la langue. Per questo motivo la ricerca usa come strumento degli stimoli attraverso i quali viene attivato il sapere linguistico che è basato sulla percezione dei parlanti (cf. Postlep 2010, 59).

I metodi della linguistica variazionale percettiva costituiscono un utile strumento per esaminare una varietà di un gruppo comunicativo, dato che i parlanti si dimostrano capaci di distinguere le singole varietà, mentre la linguistica registra spesso un continuum linguistico senza confini fissi tra le varietà. Ponendo il focus sui parlanti e sulla loro percezione, si possono analizzare gli spazi comunicativi dei parlanti con i quali essi si definiscono: avendo una varietà in comune con la quale si identificano, i parlanti notano per l’appunto determinati confini fissi, con i quali essi creano un legame o costruiscono una delimitazione con un altro gruppo comunicativo. (Tale capacità, come già sottolineato, rappresenta senza dubbio un grosso vantaggio rispetto alla linguistica tradizionale). Questo problema venne osservato anche da Gauchat già nel 1903:

Man hat gesagt, ein Dialekt müsse charakteristische Merkmale enthalten, die sonst nirgends vorkommen, er müsse von den Nachbardialekten durch ein an ganz wenigen Orten durchgehendes Zusammenfallen mehrere (…) Lautgrenzen deutlich geschieden sein. Innerhalb des Dialekts müsse eine ungetrübte lautliche Einheit herrschen. Da dies nicht vorkomme, gebe es keine Dialekte. (…) Trotzdem besitzen alle Angehörigen eines Dialektes etwas Gemeinschaftliches, an dem man sie erkennt, das in ihnen, wenn sie in der Fremde zusammentreffen, ein freudiges Heimatgefühl weckt. (cf. Gauchat 1903, 96)

Quello che nota Gauchat per quanto riguarda i dialetti è valido per tutte le varietà: la linguistica percettiva, infatti, offre la possibilità di risolvere il problema dando retta ai parlanti.

Inoltre, grazie ai test percettivi di entrambi i gruppi, si possono paragonare le rappresentazioni e gli atteggiamenti dei cimbri stessi e dei veronesi verso l’italiano regionale parlato dai cimbri, per esaminare le eventuali differenze e caratteristiche comuni.

Poiché esistono a volte delle differenze nella percezione anche all’interno di un gruppo comunicativo, è importante consultare un gruppo rappresentativo dei parlanti. Tutte le caratteristiche regionali, situative o sociali, si rivelano importanti solo se vengono percepite dagli informanti, per quanto possa succedere che gli informatori non sappiano sempre nominare concretamente un fenomeno linguistico pur percependolo. In tal caso è responsabilità del linguista riformulare le informazioni date dagli informanti (cf. Krefeld/Pustka 2010, 20).

La ricerca include, altresì, alcuni aspetti sociolinguistici, affinché si possano trovare delle spiegazioni per il parlato e per la percezione dei parlanti ed informanti. I fattori sociolinguistici influenzano il sapere linguistico. Si possono quindi discutere le differenze nell’auto- ed etero-percezione dipendenti dai dati sociolinguistici.

 

4.2.2. Gli Stimoli

Per eseguire la ricerca sono stati intervistati 5 parlanti che hanno fornito gli stimoli e 19 informanti per i test percettivi. E’ inoltre stata intervistata una parlante cimbra, la quale ha aiutato nella giustificazione degli attributi trovati dalla ricercatrice e che è stata inoltre utilizzata come analisi prima dello svolgimento delle interviste con i test percettivi, al fine di evitare aggettivi o domande non presenti negli atteggiamenti del gruppo comunicativo (cf. Krefeld/Pustka 2010, 16).

I 5 parlanti sono stati scelti in base ai loro dati sociolinguistici. Tutti e cinque hanno in comune il legame con l’area dei cimbri (vi risiedono oppure presentano un legame stretto con l’area presa in esame). Il loro repertorio linguistico contiene il dialetto veneto, l’italiano regionale e il cimbro, sebbene la competenza – attiva e passiva – vari molto da caso a caso. Per poter aver preso parte alla ricerca era necessario che mostrassero dati sociolinguistici diversi per quanto riguarda l’età e il livello d’istruzione, e oltre ad una competenza variegata della lingua cimbra, visto che lo scopo della ricerca è quello di comprendere se i cimbri e i veronesi riconoscono un cimbro che parla l’italiano regionale indipendentemente dall’età e dal suo repertorio linguistico. L’unico aspetto fondamentale era che tutti avessero un legame stretto con l’ambiente di vita dei Cimbri per mostrare di esserne influenzati, così da poter essere definiti parlanti stereotipici per l’area cimbra.

La prima parlante (Pa01_68f) è una signora di 68 anni, parlante cimbro come L1, proveniente dall’area cimbra. La signora ha imparato l’italiano alle elementari, dopo le quali ha iniziato a lavorare. Nata e cresciuta a Giazza, oggi vive ad Illasi (🔗), un paesino tra Verona e Giazza: il suo repertorio linguistico è costituito dal cimbro come L1, dal dialetto veneto e dall’italiano regionale. Con le persone aventi il suo stesso background sociolinguistico ella parla esclusivamente il cimbro; impiega invece il dialetto con persone che non hanno il cimbro come L1. Solo raramente, quando comunica al di fuori dello spazio comunicativo dei cimbri, usa l’italiano regionale. È interessante notare che la parlantesi è sforzata di esprimersi in un italiano il più possibile vicino allo standard con la ricercatrice (parliamo in questo caso di una questione relativa al prestigio linguistico dello standard). 
Ecco lo stimolo Pa01_68f:

 

Il secondo parlante (Pa02_74m) è un uomo di 74 anni. Anche lui ha il cimbro come L1 e ha imparato l’italiano solo a scuola, terminando la scuola media e ottenendo la licenza media. Pur sentendosi molto legato alla lingua e cultura cimbra, e pur frequentando attivamente i Cimbri, parla il dialetto veneto con la sua famiglia ed i suoi amici. Anche lui è nato e cresciuto a Giazza, ma adesso vive nei pressi del Lago di Garda.
Lo stimolo Pa02_74m:

 

Il terzo parlante (Pa03_33m) è un ragazzo di 33 anni, figlio del secondo parlante, quindi figlio di un genitore che utilizza il cimbro come L1. Il suo repertorio linguistico è composto dal dialetto veneto, dall’italiano regionale e anche dal cimbro che ha studiato da autodidatta grazie al suo interesse per la lingua e la cultura cimbra. Il parlante sottolinea che sente un forte legame con le sue radici: lo spazio comunicativo dei Cimbri. È nato a Tregnago (🔗) e vive oggi nei pressi del  Lago di Garda, dopo aver frequentato l’università a Trento.
Lo stimolo Pa03_33m:

 

Il quarto (Pa04_23m) e il quinto (Pa05_21m) parlante sono due ragazzi cresciuti entrambi nell’area dei Cimbri e tuttora ivi domiciliati (rispettivamente a Campofontana (🔗) e Bolca (🔗). Entrambi hanno frequentato la scuola superiore. È importante rimarcare il loro stretto legame con la montagna, la lingua e cultura cimbra, motivo per il quale sono stati spinti ad imparare il cimbro da autodidatti, benché la L1 dei genitori fosse il dialetto veneto e non il  cimbro. Sebbene quest’ultimo sia scomparso da alcune generazioni nei due rispettivi paesi, le due famiglie hanno vissuto e continuano a vivere nell’area dei Cimbri.
Lo stimolo Pa04_23m:

 

Lo stimolo Pa05_21m:

 

Dopo le domande a livello sociolinguistico, ai 5 parlanti è stato chiesto di raccontare una storia in base ad un fumetto creato dalla ricercatrice (fumetto). La scelta delle immagini è stata funzionale: esse hanno potuto garantire una produzione spontanea di stimoli fonici da parte del parlante, riportando frammenti autentici di vita parlata (un vantaggio rispetto agli stimoli basati sulla semplice lettura di un testo). Anche la variazione individuale viene rispettata dati gli stimoli liberi, ed è dunque anche possibile osservare dei fenomeni linguistici riguardanti il lessico o la sintassi. Grazie allo stimolo fonico, vengono invece osservate le caratteristiche fonologiche (cf. Postlep 2010, 90).

Un rischio che il linguista potrebbe correre ricorrendo a questo metodo, è quello di perdere teoricamente il controllo delle realizzazioni linguistiche, problema che potrebbe impedire la realizzazione delle  caratteristiche linguistiche desiderate. Ciononostante, per questa ricerca è convenuto utilizzare stimoli spontanei. Le realizzazioni devono, infatti, essere il più libere possibile per poter consentire l’esame della percezione riguardante l’italiano regionale realizzato in una situazione quotidiana e naturale. Per agevolarne la comprensione, è stato scelto un fumetto ambientato in montagna e che riporta eventuali situazioni quotidiane dei parlanti. Avendo come riferimento un fumetto, i parlanti si concentrano sul racconto, e non danno peso al linguaggio da utilizzare. Nel fumetto, infine, sono presenti degli oggetti che provocano un interessante input linguistico con il quale gli informanti possono generare il loro sapere linguistico.

 

4.2.3. Test percettivi

Per i test percettivi sono stati analizzati 19 informanti, tra i quali 10 provenienti dallo spazio comunicativo dei Cimbri e 9 veronesi:5L’abbreviazione “AP” sta per auto-percezione, mentre l’abbreviazione “EP” sta per etero-percezione. “Ci” indica il cimbro come L1, “v” il dialetto veneto come L1, “i” indica l’italiano regionale come L1. Le cifre indicano l’età degli informanti; “m” ed “f” informano sul sesso degli informanti.

Auto-percezione Etero-percezione
InfAP01_ci>65m InfHP01_v15-25f
InfAP02_ci>65m InfHP02_v15-25f
InfAp03_ci>65m InfHP03_i45-65m
InfAP04_ci>65f InfHP04_i15-25m
InfAP05_ci>65m InfHP05_v15-25m
InfAP06_ci>65m InfHP06_v15-25m
InfAP07_ci>65m InfHP07_i15-25f
InfAp08_v>45-65m InfHP08_i15-25m
InfAP09_i25-45f

InfAP10_i>65m

InfEP09_i15-25m
Informanti
Grazie all’opposizione tra auto- ed etero-percezione, si sviluppano due concetti diversi: il concetto ”emico” e quello ”etico”. Dal punto di vista emico, l’informante osserva le categorie immanenti del sistema, ossia le categorie del proprio linguaggio e del proprio mondo vissuto che causano una prospettiva auto-rappresentativa sulla produzione linguistica; dal punto di vista etico, invece, gli informanti osservano dall’esterno il linguaggio di un altro gruppo comunicativo (cf. Krefeld/Pustka 2010, 22). “I metodi detti etici […] focalizzano l’attenzione sugli aspetti comparativi, tipologici o addirittura universali” (Krefeld 2018b).
 
Dopo essersi sottoposti alle domande sociolinguistiche e dopo aver ascoltato il rispettivo stimolo6Si noti che gli informanti non hanno ascoltato gli stimoli nell’ordine sopra citato, bensì in un ordine che non poteva causare delle influenze nel loro sapere linguistico. Per questo motivo, essi hanno ascoltato per primo lo stimolo PA04_23m, dopo lo stimolo PA02_74m, poi lo stimolo PA03_33m, successivamente lo stimolo PA01_68f, e infine lo stimolo PA05_21m, gli informatori hanno dovuto localizzare gli stimoli tramite il test percettivo. Per la localizzazione, essi avevano a disposizione una mappa di tutta l’Italia (per non influenzare gli informanti, indirizzando la loro attenzione su uno specifico territorio).

Mappa: Italia (<https://www.stepmap.de/landkarte/italien-umriss-karte-19336> [ultimo accesso il 10.06.2016]) (adattata da Katharina Knapp).


Dopo la corretta localizzazione dello stimolo da parte degli informanti nel territorio del Veneto oppure nelle montagne della zona, è stata presentata loro una seconda mappa,  geograficamente più precisa:

Mappa: Veneto, Trentino (<https://www.welt-atlas.de/karte_von_veneto_1-50> [ultimo accesso il 20.09.2018]) (adattata da Katharina Knapp)

Grazie alle mappe vengono raffigurate “le rappresentazioni mentali di strutture spaziali” (Lameli et al. 2008, 55, traduzione dal tedesco all’italiano di Katharina Knapp). Attraverso le mental maps viene testato il sapere di uno spazio linguistico che può essere di natura geografica o linguistica (cf. Lameli et al. 2008, 55-57). In base alla mappa in questione, viene condizionato uno specifico sapere linguistico. Proprio per questo motivo è infatti stata scelta la mappa italiana senza ulteriori informazioni: per evitare influenze di qualsiasi tipo nella localizzazione, andando invece a stimolare il sapere linguistico di una varietà e lo spazio geografico di essa, presente naturalmente nel sapere dell’informante (cf. Lameli et al. 2008, 64). In questo senso gli informanti avrebbero potuto localizzare gli stimoli ovunque, per controllare se la varietà fosse stata riconosciuta come varietà veneta. La seconda mappa del Veneto e delle montagne del Trentino contiene delle informazioni di natura geografica molto più precise, grazie alle quali si stimola più sapere che va a condizionare una spontaneità del sapere attivato (cf. Lameli et al. 2008, 81).
 
Per esaminare le rappresentazioni degli stimoli ottenuti dagli informanti, vengono successivamente poste alcune domande. L’informatore può stabilire se la varietà in questione viene parlata in un posto vicino oppure lontano, e se è ben comprensibile o meno. Per queste domande, viene usata una scala da 1 a 6 al fine di evitare una risposta media che l’informante potrebbe scegliere per motivi di incertezza o d’impazienza (cf. Postlep 2010, 83). Se grazie a queste domande l’informante viene già incentivato a riflettere sulla varietà ascoltata, nel passo successivo si procede con una domanda sulle rappresentazioni: “In base a cosa ha deciso? Quali sono le caratteristiche o le particolarità secondo le quali ha deciso? E quali sono i criteri per cui ha scelto la risposta alle due domande?”
 
Dopo le rappresentazioni, si parla degli atteggiamenti degli informatori attraverso alcuni attributi verificati in un primo passo da un’informante cimbra. Gli atteggiamenti esaminati sono i seguenti: bello, duro, melodioso, colto, serio, montanaro, selvaggio, rurale. Anche per questa indagine viene usata una scala da 1 a 6, tramite la quale la ricercatrice può trasformare le risposte non numeriche degli informatori in numeri coerenti.

4.3. Analisi

4.3.1. Localizzazione

Se in linea di massima si può constatare che entrambi i gruppi comunicativi localizzano gli stimoli sulla mappa del Veneto, va altresì detto che la comunità dei parlanti del cimbro è più precisa. E’ inoltre molto interessante osservare che indipendentemente dalla L1 dei parlanti, tutti vengono localizzati dalla maggior parte degli informanti dell’auto-percezione nelle montagne della Lessinia, ossia nell’area dei Cimbri. Di conseguenza si può affermare che i cimbri riconoscono un altro cimbro che parla l’italiano regionale.

Le crocette rosse nell’auto-percezione indicano tre informanti non madrelingua cimbri che – pur sentendosi molto legati con la cultura e lingua cimbra – hanno delle influenze extra-linguistiche che modificano il loro sapere linguistico: uno degli informanti ha vissuto per molti anni in Svizzera; un’altra informante vive a Verona, e il terzo informante è spesso lontano dalla sua abitazione in Lessinia per motivi di lavoro. Come si vedrà, tutti mostrano un sapere linguistico differente rispetto ai parlanti con il cimbro come L1, più vicino a quello della comunità veronese. Tutti gli altri informanti cimbri L1 vivono e hanno vissuto esclusivamente nel contesto di vita dei Cimbri, motivo per cui sono più attenti alla parlata di altri rappresentanti del loro spazio comunicativo, avendone sempre sentito la  varietà italiana regionale. La localizzazione rispecchia quindi il loro sapere linguistico, avendo essi collocato nella maggior parte dei casi gli stimoli in modo corretto nell’area dei Cimbri.

Nella prima mappa si può vedere la localizzazione dello stimolo Pa01_68f 7In questo caso manca una crocetta rossa. L’informatore che ha vissuto in Svizzera per tanti anni ha localizzato lo stimolo in Lazio.:

Localizzazione dello stimolo Pa01_68f in auto-percezione (sinistra) ed etero-percezione (destra)

Pur essendo di madrelingua cimbra, lo stimolo di questa parlante non viene localizzato con massima certezza nell’area dei Cimbri. Questo si spiega con il tentativo da parte della parlante di usare con la ricercatrice un italiano abbastanza vicino allo standard (come detto probabilmente per motivi di prestigio). Nonostante ciò, i veronesi riconoscono che la parlante non fa parte della loro comunità linguistica, motivo per il quale si può ribadire che essi percepiscono una differenza – sebbene la parlante si sforzi, durante l’intervista, di parlare un italiano vicino allo standard.

Nel secondo stimolo osserviamo una localizzazione molto concreta da parte degli informanti cimbri:

Localizzazione dello stimolo Pa02_74m in auto-percezione (sinistra) ed etero-percezione (destra)

Tutti i cimbri (o almeno, i cimbri L1 e coloro i quali vivono nell’area dei Cimbri) localizzano lo stimolo nelle montagne della Lessinia, senza eccezione alcuna. Si può affermare allora che gli informanti riconoscono un cimbro che parla grazie al we-code con il quale identificano un parlante del loro spazio comunicativo (cf. Krefeld/Pustka 2010, 21). La sua varietà di italiano regionale viene percepita come varietà delle montagne anche da parte dell’etero-percezione, che colloca lo stimolo direttamente nell’area cimbra, o almeno in una zona lontana dalla loro comunità linguistica.

Pa03_33m8Poiché è stato localizzato da un informante in Lombardia, manca una crocetta rossa nella mappa dell’auto-percezione. Nella mappa dell’etero-percezione si trova un cerchio ovale a causa del fatto che un informante non sapeva localizzare lo stimolo in modo più preciso., figlio del parlante Pa02_74m e creatore dello stimolo, mostra dei dati socio-demografici e sociolinguistici diversi rispetto agli altri due parlanti9Si veda il cap. . Questa differenza si rispecchia anche nel suo italiano regionale. Grazie alle localizzazioni, si può constatare che la varietà linguistica viene riconosciuta come varietà della provincia di Verona nell’auto-percezione. Viene anche alla luce, però, che la sua varietà non mostra un’influenza chiara dello spazio comunicativo dei Cimbri, visibile anche nella localizzazione da parte dell’etero-percezione, che percepisce il suo italiano regionale come una varietà parlata nelle vicinanze di Verona. Poiché la comunità linguistica dei Cimbri riconosce in più casi un influsso della varietà italiana parlata dai cimbri, si può sostenere che esistano delle influenze cosiddette cimbre grazie al padre, madrelingua, il quale gli ha trasmesso la sua parlata. Esistono però anche delle influenze di una varietà più vicina a quella dello standard, spiegabili facendo riferimento al suo soggiorno a Trento durante il periodo universitario, oltre che alle influenze linguistiche che riceve attraverso il suo lavoro come ingegnere lontano dall’area dei Cimbri.

Localizzazione dello stimolo Pa03_33m in auto-percezione (sinistra) ed in etero-percezione (destra)

I due parlanti giovani vengono collocati da parte dell’auto-percezione con sicurezza assoluta nell’area dei Cimbri, pur non parlando più il cimbro come L1. Si può, quindi, dire che essi hanno ad ogni modo ricevuto un’influenza dominante da parte degli altri parlanti dello spazio comunicativo, fattore che rende il loro linguaggio riconoscibile come un linguaggio cimbro. Avendo sempre vissuto nell’area cimbra, il loro linguaggio ha assorbito l’influenza linguistica trasmessa dagli altri parlanti viventi in quello spazio. Per gli informatori veronesi l’influenza cimbra non è del tutto chiara, per quanto percepiscano una differenza tra il loro modo di parlare e la varietà dell’italiano regionale dei parlanti. Per questo motivo, localizzano sì gli stimoli nel Veneto, ma in aree distanti da Verona. La differenza tra l’auto-percezione e l’etero-percezione mostra ancora una volta che la comunità cimbra è molto più precisa nella localizzazione grazie al we-code (cf. Krefeld/Pustka 2010, 21).

Localizzazione dello stimolo Pa04_23m in auto-percezione (sinistra) ed in etero-percezione (destra)

Localizzazione dello stimolo Pa05_21m in auto-percezione (sinistra) ed in etero-percezione (destra)

 

4.3.2. Rappresentazioni

Dopo aver presentato le localizzazioni degli stimoli, vengono esaminate le rappresentazioni degli informanti riguardanti l’italiano regionale dei cinque parlanti cimbri, in auto- ed etero-percezione. Tramite le rappresentazioni si procederà ad illustrare i risultati della localizzazione.

Stimolo Pa01_68f:

 

Nonostante si sforzasse di parlare un italiano senza influenze dialettali, grazie alle interviste con gli informatori dell’auto-percezione risulta chiara la percezione delle influenze cimbre, nonostante non siano chiare come quelle di altri parlanti. Pur non sapendo sempre nominare le caratteristiche linguistiche, gli informatori possiedono spesso determinate rappresentazioni della realizzazione linguistica che motivano con la prosodia oppure con il lessico. Anche in questo caso un informatore (InfAP02_ci>65m) afferma: “si sente che lei è di Giazza” e motiva questa affermazione con la pronuncia della parlante. Non sa nominare particolari fenomeni della sua varietà, sicuramente a causa del fatto che l’italiano regionale della parlante assomiglia a quello dell’informatore, per cui per l’informatore questa varietà è quella “normale” e quella non marcata. Cinque informatori con il cimbro come L1 argomentano inoltre che si sente l’influenza della montagna che rappresenta il loro mondo vissuto:

  • “dalla montagna” (InfAP03_ci>65m)
  • “particolarità delle montagne” (InfAP03_ci>65m)
  • “origine montanara” (InfAP07_ci>65m)

Il fatto che la parlante si sforzi di parlare un italiano vicino allo standard con la ricercatrice  (InfAP07_ci>65m) viene giustificato da un informatore con la residenza attuale della parlante: “Ha un accento che non è proprio montanaro montanaro, però non è neanche di pianura. Io direi che questa qui è una montanara che è venuta giù per abitare in città oppure in pianura.” Grazie a questa affermazione diventa evidente che si può percepire l’influenza linguistica dello spazio comunicativo dei cimbri anche se una persona cerca di modificare la sua parlata. Infatti, altri informatori affermano che secondo loro si tratte di “una parlata normale” oppure di “una parlata nostra”. Queste ipotesi sottolineano il fatto che essi percepiscono una parlante cimbra che parla l’italiano regionale, anche quando cerca di modificare il suo linguaggio. Evidentemente esiste un’identificazione con il suo linguaggio grazie alla quale la riconoscono come una parlante cimbra.

Al contrario dell’autopercezione gli informatori dell’eteropercezione spiegano la varietà diversa con il dialetto veneto e non con il cimbro: ” Infatti senti che lei cerca di dire le parole in modo veloce. Però non cerca di dirlo in italiano, a volte si sente che sbaglia che poi non è sbagliata la grammatica ma che lei dice in italiano quello che direbbe in dialetto” (InfEP01_v15-25m). Tanti informatori fanno caso che la parlante dice “qualche d’uno” invece di “qualcuno”, “me par” invece di “mi sembra” e che non usa la preposizione “a” in questa frase: “Guarda avanti vedere se c’è qualcuno”. L’informatore InfEP01_v15-25m menziona:

Penso che sia una cosa culturale. Cioè uno che ha fatto … che ha poca comunicazione con gli altri. Se comunichi poco e sei abituata a parlare in un certo modo con le persone del tuo posto è chiaro che magari uno della città che è più in contatto con altre persone, con altre realtà intende a parlare un italiano più corretto e sta molto più attento come parla. Invece lei sembra molto più spontanea. Magari sono delle persone che l’italiano lo sentono solo in televisione. […] È il modo come parla nel senso… è una cosa culturale. Mi sembra di sentire le vecchie dei paesini […]. Cioè senti che sono fuori che parlano. […] Riconosco questo tipo di linguaggio.

Secondo questo informatore le parole usate dalla parlante sono tipiche delle zone isolate, visto che usa dei termini come “nonnino” o “vecchio”. In generale è da constatare che gli informatori veronesi percepiscono il lessico del mondo montanaro. In questo senso si può ipotizzare che la comunità linguistica dei veronesi percepisca le differenze tra le realizzazioni linguistiche della parlante e il loro modo di parlare, differenze che spiegano anche loro con il mondo della montagna.

Stimolo Pa02_74m:

 

Come spiegato sopra (cf. capitolo ) lo stimolo del parlante Pa02_74m viene localizzato molto precisamente nell’area dei cimbri da parte della comunità linguistica dei cimbri. Anche le rappresentazioni degli informatori cimbri sottolineano la localizzazione trovata. Infatti, tutti gli informatori dell’autopercezione con il cimbro come L1 riconducono al loro linguaggio lo stimolo dopo averlo ascoltato.

  • “Stessa pronuncia” come la propria (InfAP02_ci>65m)
  • “Parla come noi” (InfAP04_ci>65m)
  • “Parlata cimbra” (InfAP05_ci65m)
  • “Parla come noi altri”
  • “Uno dei nostri”

Grazie a questi esempi diventa evidente che i cimbri si identificano con l’italiano regionale del parlante Pa02_74m. Esiste, quindi, una varietà con la quale viene riconosciuto un parlante cimbro e con la quale, altresì, tutti i cimbri si identificano. Anzi, la realizzazione linguistica del parlante è ben riconoscibile per un parlante cimbro. Il sapere linguistico è di conseguenza molto preciso e riferisce ad una persona che ha, infatti, il cimbro come L1 e che è cresciuto nell’area dei cimbri. Gli ultimi anni trascorsi nella zona del Lago di Garda non hanno modificato il suo italiano regionale a causa della vita trascorsa nell’area cimbra e a causa del continuo e stretto contatto con esso. Oltre alla fonologia, anche il lessico usato rimanda all’italiano regionale dei cimbri. Gli informatori sottolineano che il parlante usa un lessico semplice che è tipico per il mondo montanaro. Enfatizzando l’importanza del linguaggio montanaro viene alla luce l’importanza per i cimbri della vita montanara, che influenza la loro parlata. Per questo si può ipotizzare che esista uno spazio comunicativo chiuso dei cimbri e che esso contenga una varietà in comune usata dai parlanti cimbri anche quando essi cambiano la propria residenza visto che la provenienza, la L1 e l’influenza decennale di uno spazio comunicativo condizionano il linguaggio di chiunque.

Il gruppo eteropercettivo rimanda allo stimolo Pa01_68f per quanto riguarda le caratteristiche linguistiche. Infatti, entrambi hanno circa la stessa età, hanno la stessa L1 e sono cresciuti nello stesso spazio. Di conseguenza si può ipotizzare che queste variabili siano decisive per il loro linguaggio. Poiché i veronesi riportano una grande differenza tra il loro modo di parlare e quello del parlante dello stimolo, si può affermare che la varietà dell’italiano regionale dei cimbri viene riconosciuta anche dai veronesi, benchè non sappiano nominarlo, ma ne percepiscano solamente la differenza linguistica. L’informatrice InfEP02_v15-25f esprime che il parlante Pa02_74m viene da “un altro mondo”. Nonostante il fatto che anche l’informatrice sia una parlante del dialetto veneto al quale si sente legata, percepisce, quindi, una grande differenza tra il suo linguaggio e quello del parlante.

Stimolo Pa03_33m:

 

Questo parlante di 33 anni è il figlio del parlante sopra analizzato. Pur avendo un padre con il cimbro come L1 ha imparato questa lingua nel corso della sua vita, mentre ha il dialetto veneto come L1. Nonostante ciò, egli si sente molto legato a Giazza e alla comunità cimbra. È nato a Tregnago, però oggi abita nella zona del Lago di Garda dove lavora tuttora come ingegnere.

Tanti informatori cimbri affermano che si tratta di una varietà più italiana, ossia più vicina allo standard. L’informatore InfAP07_ci>65m dice che ha una “parlata più ricca”  e “una parlata più italiana” in confronto agli altri parlanti. La maggior parte della comunità linguistica cimbra non percepisce più una varietà influenzata dal cimbro, bensì una varietà con delle influenze della città. Solo alcuni informatori affermano che si sente l’influenza della montagna grazie alla prosodia del parlante. Nessun infomatore, però, nomina esplicitamente un’influenza cimbra nello stimolo.

Anche la comunità linguistica veronese percepisce una varietà più vicina allo standard, però tutti gli informatori percepiscono ancora la differenza tra il loro modo di parlare e quello del parlante. L’informatore InfAP09_i15-25m nota addirittura una somiglianza tra il parlante Pa03_33m e il parlante Pa02_74m: “L’accento sulla parola alla fine” e fa riferimento alle parole “montagna” e “legno”. Una differenza viene attestata per quanto riguardano le vocali. Gli informatori veronesi affermano che il parlante Pa03_33m sa differenziare tra le vocali aperte e quelle chiuse, mentre i parlanti ascoltati precedentemente non mostrano questa differenza nella loro parlata. Questa caratteristica linguistica è spiegabile col fatto che il parlante è in continuo contatto con la città e con parlanti al di fuori dell’area dei cimbri sia grazie all’università frequentata che grazie al suo lavoro.

Grazie alla percezione dei veronesi e dei cimbri si può ipotizzare che l’influenza linguistica ricevuta a causa del suo stile di vita abbia creato un italiano regionale diverso di quello degli altri parlanti. Anche il fatto di non avere più il cimbro come L1 gioca sicuramente un ruolo importante nella variante del suo italiano regionale. Nonostante ciò, esistono alcuni informatori sia cimbri sia veronesi che percepiscono l’influenza delle montagne oppure una certa somiglianza con il parlante Pa02_74m. Per questo motivo si può supporre che il parlante possieda alcune caratteristiche linguistiche prese da suo padre, che utilizza il cimbro come L1 e un italiano regionale tipico per lo spazio comunicativo dei cimbri. Questa influenza linguistica, come la prosodia, è, però, quasi scomparsa a causa dei fattori extralinguistici. Pertanto, solo alcuni informatori con un sapere linguistico molto preciso percepiscono l’influenza montanara presa da suo padre.

Pa04_23m:

 

Pa05_21m:

 

Questi due stimoli vengono analizzati insieme dato che i parlanti dimostrano le stesse variabili sociali che si rispecchiano anche nelle rappresentazioni ed atteggiamento degli informatori. Con il terzo stimolo hanno in comune il fatto di avere impararato il cimbro autodidatticamente e solo da adolescenti. Si differenziano però per il fatto che loro non hanno mai cambiato la residenza. I parlanti Pa04_23m e Pa05_21m sono cresciuti e vivono ancora oggi nell’area dei cimbri, per cui non possono mostrare influenze linguistiche di altri spazi comunicativi, al contrario del parlante Pa03_33m. Un’altra differenza è che i due parlanti Pa04_23m e Pa05_21m non hanno più i genitori con il cimbro come L1, infatti le due famiglie abbandonarono il cimbro già alcune generazioni fa. È da aggiungere, però, che le loro famiglie rimasero sempre nell’area dei cimbri, per cui si può supporre che una generazione prese il dialetto veneto e l’italiano regionale dalla generazione precedente senza grandi modifiche. Infatti, già le localizzazioni sopra analizzate dimostrano che nell’autopercezione i due parlanti vengono riconosciuti come cimbri (Si veda il capitolo ). Questo sapere linguistico si rispecchia, altresì, nelle rappresentazioni degli informatori:

  • “Pronuncia come la mia” (InfAP01_ci>65m)
  • “L’accento della montagna” (InfAP03_ci>65m)
  • “Parole cimbre” (InfAP05_ci>65m)
  • “Uno dei nostri” (InfAP03_ci>65m)
  • “Parla come me” (InfAP03_ci>65m)

Avendo queste rappresentazioni si riferiscono più cha altro alla prosodia dei parlanti e sottolineano le rappresentazioni con la “cadenza, più che altro” (InfAP07_ci>65m). Gli informatori appartenenti all’autopercezione affermano che la prosodia realizzata dai due parlanti è caratteristica di Giazza e delle montagne di Giazza, ossia della varietà dello spazio comunicativo dei cimbri. Inoltre, essi aggiungono che la “cadenza” dei parlanti è meno melodiosa di quella dell’italiano standard. Un informatore menziona inoltre il lessico tipico del linguaggio dei cimbri in montagna e dice che esiste una “parlata semplice” (InfAP_03ci>65m). È, oltretutto, interessante notare che un informatore (InfAP07_zi>65m) accerta la somiglianza tra i due parlanti dicendo dello stimolo Pa05_21m, che fu ascoltato alla fine: “Molto simile al primo”. Lo stimolo Pa04_23m è stato ascoltato all’inizio.

Grazie a queste rappresentazioni viene alla luce che i due parlanti, avendo le stesse variabili sociali, vengono sempre riconosciuti come cimbri dal gruppo autopercettivo. Le stesse variabili sociali e dati sociolinguistici si rispecchiano nel sapere linguistico degli informatori cimbri. La residenza permanente e lo stretto contatto linguistico e culturale con l’area dei cimbri sembrano di conseguenza decisivi per il loro italiano regionale. Pur non avendo i genitori con il cimbro come L1, essi vengono riconosciuti come cimbri. Per questo motivo si può ipotizzare che il cimbro influenzi lo spazio comunicativo dei cimbri, per cui tutti i parlanti – pur non utilizzando più il cimbro – mostrano un italiano regionale tipico per lo spazio comunicativo dei cimbri che tutti loro hanno in comune e con il quale si differenziano da altri spazi comunicativi.

Anche il gruppo eteropercettivo nota le differenze linguistiche che si spiegano con l’influenza del dialetto veneto. Nominano per esempio il lessico tipico del dialetto veneto:

  • “vecetto”
  • “mi par”
  • “vestito da festa”
  • “donna” invece di “moglie”

Grazie a questo lessico si riconosce, secondo l’informatore InfEP08_i15-25m, una persona di un posto rurale e persino montanaro. L’informatore InfEP01_v15-25m aggiunge: “Uno direbbe, vado a fare una passeggiata, lui dice va a fare la camminata”. La scelta lessicale di “camminata” è secondo l’informatore tipica per “le zone di montagna più che altro, perché in montagna vai a fare una camminata”.

Gli informatori del gruppo linguistico veronese attestano, inoltre, delle caratteristiche linguistiche della fonologia grazie a cui decidono di localizzare i parlanti nel territorio montanaro. Le consonanti realizzate dai parlanti sono, secondo gli informatori, tipiche per il dialetto veneto. Invece di realizzare le consonanti doppie in “casetta”, “vecetto” e “mattina” realizzano una consonante sola.

Riassumendo, si può ribadire che gli informatori veronesi hanno delle rappresentazioni più precise a causa della differenza linguistica con l’italiano regionale dei cimbri, ma che non sanno identificare lo spazio comunicativo dei cimbri a causa della mancata vicinanza alla varietà italiana dei cimbri. Gli informatori cimbri, invece, percepiscono alcuni fenomeni linguistici che sono sì meno concreti, ma con i quali riescono a riconoscere un parlante cimbro.

4.3.3. Atteggiamenti

Dopo aver analizzato le rappresentazioni degli informatori riguardanti l’italiano regionale dei cimbri vengono analizzati i loro atteggiamenti. In generale si può osservare che per i cimbri l’italiano regionale di altri cimbri è “prestigioso”, mentre per i veronesi l’italiano regionale dei cimbri non possiede molto prestigio. Questa considerazione si fonda sui risultati dell’intervista con gli attributi. Gli informatori in autopercezione valutano gli stimoli come “bello” e anche come “colto”, mentre i veronesi considerano gli stimoli meno belli e meno colti. L’unico stimolo che a loro risulta bello e colto e quello del parlante Pa03_33m. Quindi, si può constatare che per i cimbri la loro varietà italiana gode di un certo prestigio e si identificano con essa. La valutazione positiva dei cimbri sottolinea inoltre la loro identità cimbra. Anche la combinazione degli attributi “bello” e “montanaro” che hanno una valutazione molto alta sulla scala enfatizza il loro orgoglio e la loro identificazione con il mondo delle montagne. L’attributo “selvaggio” invece riceve una connotazione più negativa, per cui nessuno stimolo è, secondo gli informatori cimbri, selvaggio. Si può affermare allora che per i cimbri esiste una grande differenza tra un linguaggio montanaro e un linguaggio selvaggio che si fonda su una differenza extralinguistica percettiva dai cimbri che riguarda la montagna con la quale si identificano e le valli più distanti con le quali al contrario non si identificano. È da notare che i veronesi, non vivendo in un territorio rurale, non associano questi due termini e non differenziano perciò la montagna e la selva.

La connotazione negativa dell’italiano regionale dei cimbri percepita dai veronesi si rispecchia nella valutazione degli attributi “bello” e “colto” che ricevano una valutazione molto bassa. Per la maggioranza dei cimbri tutte le varietà sono colte, per i veronesi invece solo la varietà più simile all’italiano standard è colta. Alcune considerazioni da parte del gruppo eteropercettivo sottolineano la valutazione negativa, come p.e.: “fuori della civiltà” (InfEP_i15-25m).

Per entrambi i gruppi gli stimoli sono rurali. Questa attestazione sottolinea le rappresentazioni e le localizzazioni in montagna o almeno al di fuori della città. Lo stimolo meno rurale è per tutte e due le comunità linguistiche quello del parlante Pa03_33m. Questo atteggiamento, infatti, sottolinea la percezione linguistica degli informatori che valutano lo stimolo come più vicino allo standard e che lo localizzano in un luogo più vicino a Verona.

4.4. Sintesi

Dopo l’analisi dei cinque stimoli è chiaro che un cimbro riconosce un altro cimbro quando parla l’italiano regionale, mentre i veronesi percepiscono la differenza tra il loro modo di parlare e quello degli stimoli appartenenti all’italiano regionale dei cimbri. Inoltre, tutti e due i gruppi percepiscono le diverse varianti sociali avendo delle rappresentazioni diverse in base agli stimoli dei parlanti. Mentre i veronesi si riferiscono al dialetto veneto appena percepiscono alcune differenze linguistiche, i cimbri, avendo un sapere linguistico più preciso come chiaramente mostrato nell’autopercezione, identificano un altro cimbro che parla l’italiano regionale. Nonostante siano presenti cinque stimoli con diverse variabili sociali, i cimbri riconoscono un altro cimbro. Per questo motivo si può ipotizzare che esista uno spazio comunicativo chiuso dei cimbri che possiede un proprio dialetto italiano e un proprio italiano regionale. Poiché tutti i parlanti hanno in comune il fatto di parlare il dialetto veneto come L1 oppure come 2L1, sembra che l’italiano regionale dei cimbri si basi sul dialetto che dimostra delle caratteristiche specifiche riconosciute sia in autopercezione che in eteropercezione. Si può ipotizzare allora che esistono delle caratteristiche cimbre che si sono fatte strada nel loro italiano regionale e che appaiono più che altro nella fonologia e nel lessico.

Il cimbro ha lasciato… nel dialetto della montagna ha lasciato una… anche diciamo la cadenza, la cadenza e il modo di pronunciare, il modo di pronunciare le parole che è quello lì della nostra zona, della montagna nostra.
(InfAP07ci>65m)

Tutti i parlanti parlano il dialetto veneto che una volta i parlanti cimbri impararono come lingua straniera. I primi due parlanti, infatti, hanno acquisito il dialetto come 2L1 a scuola. Infatti, essi vengono riconosciuti senza difficoltà come parlanti cimbri dagli informatori cimbri. Oltretutto, grazie alle montagne nasce un processo d’isolamento, motivo per cui un continuo contatto linguistico con lo spazio comunicativo al di fuori di quello dei cimbri si rende complicato. Per questo motivo si è potuto sviluppare un italiano regionale con caratteristiche linguistiche proprie che i parlanti cimbri riconoscono grazie alle differenze con le altre varietà dei dintorni. Questo vale anche se un parlante non ha più la residenza nell’area dei cimbri perché il suo linguaggio si è formato già in quei anni trascorsi in essa, come nel caso del parlante Pa02_74m. Per questo motivo la provenienza, la L1 e la decennale influenza linguistica di un’area sono molto importanti per la produzione linguistica. Questa produzione linguistica dei cimbri viene sempre riconosciuta nell’autopercezione.

Il parlante Pa03_33m ha preso da suo padre la varietà italiana che nel corso della sua vita è stata modificata a causa della partecipazione ad un altro spazio comunicativo. Alcuni informatori, però, possiedono delle rappresentazioni molto precise grazie alle quali sanno riconoscere le poche caratteristiche linguistiche dell’area dei cimbri. Grazie a quelle rappresentazioni percepiscono alcune influenze di un’ambiente di vita nelle montagne.

I parlanti Pa04_23m e Pa05_21m infine hanno assunto il dialetto da persone cimbre che non hanno più il cimbro come L1, che però hanno a loro volta assunto il dialetto dai loro antenati cimbri. Grazie all’isolamento causato dalle montagne è rimasto uno spazio comunicativo chiuso che contiene anche oggigiorno una varietà con le basi nella lingua cimbra.

Il contatto tra il cimbro e la varietà italiana ha causato un’influenza sul dialetto veneto parlato dai cimbri. Il dialetto infine ha un ascendente sull’italiano regionale dei cimbri. Per questo motivo è nata una tipica varietà italiana, ossia un italiano regionale parlato nell’area dei cimbri che rende possibile l’identificazione di una persona cimbra vivente nell’area dei cimbri.

Per questo i parlanti cimbri che sanno parlare sia il cimbro sia l’italiano percepiscono le caratteristiche linguistiche degli stimoli che si basano sul cimbro. Tutti gli spazi comunicativi vivono grazie ad un contatto linguistico che fa cambiare le varietà parlate in esso. Nell’area dei cimbri sembra che ci sia stato un contatto tra il cimbro e la varietà italiana che ha causato una nuova varietà italiana presente nel sapere linguistico della comunità linguistica dei cimbri. Quindi, si è creato uno spazio comunicativo dei cimbri con un proprio italiano regionale che è nato grazie all’influenza cimbra sul dialetto veneto parlato dai cimbri.

Il cimbro e l’italiano sono due lingue in contatto, ormai da 800 anni. Per il cimbro fu stabilita una scrittura grazie al catechismo e i cimbri tra di loro comunicarono per tanti secoli esclusivamente nella lingua cimbra: per tanto si può parlare di una lingua per elaborazione con una differenza linguistica con l’italiano, considerato anche il fatto che si tratta di un’altra famiglia linguistica. Il cimbro, quindi, funge come lingua per distanza in riferimento all’italiano. Allo stesso tempo però osserviamo un drammatico calo di parlanti cimbro nei XIII comuni: anche se il cimbro è ancora la L1 per alcuni parlanti, non viene più tramandato come L1 ai figli cimbri dei XIII comuni. Sebbene esista una scrittura per il cimbro, oggi viene usato solo l’italiano per i testi scritti. Di conseguenza, mancano nel cimbro de alcuni termini specifici per le attuali innovazioni tecnologiche, difficilmente creabili in una lingua che si trova oggi in uno stato di abbandono. Nonostante ciò, i parlanti della comunità linguistica dei cimbri riconoscono un altro cimbro che parla l’italiano regionale indipendentemente dalla sua L1, per cui si può affermare che – come sopra analizzato – il cimbro ha influenzato la lingua italiana nell’area dei cimbri ed ha prodotto una varietà italiana caratteristica per i cimbri. Si può di conseguenza affermare che si sta sviluppando un effetto substrato nell’area dei cimbri. Si parla di uno strato solo in una situazione nella quale una delle lingue in contatto è già scomparsa (cf. Krefeld 2003, 556s). Nel caso del cimbro invece tutte e due le lingue sono ancora vive. Dato che la prima generazione di parlanti della comunità linguistica cimbra non include più il cimbro nel proprio repertorio linguistico, si può, però, osservare lo sviluppo dell’effetto substrato. Lo strato è la lingua scomparsa, come probabilmente sarà in futuro il cimbro, mentre l’adstrato, ossia l’italiano, sopravivrà nel territorio originalmente cimbro. Il cimbro rappresenta quindi la varietà autoctona, presente già prima dell’arrivo dell’italiano. La comunità linguistica dei parlanti cimbro assorbe la lingua alloctona, ed è proprio quello che si può osservare al momento nell’area dei cimbri. Parlando una nuova varietà i parlanti della lingua autoctona assegnano nuove tendenze allo strato grazie al contatto linguistico nella situazione dell’adstrato. Quelle tendenze vengono assunte dai figli, per cui le realizzazioni linguistiche si tramandano di generazione in generazione (cf. Wartburg 1936, 48, cf. Krefeld 2003, 556-557). A lungo termine il cimbro, pur essendo scomparso, avrà trasmesso caratteristiche linguistiche tipiche del cimbro all’italiano parlato nell’area dei cimbri, motivo per il quale il cimbro si sta sviluppando in un substrato. La situazione attuale dello spazio comunicativo dei cimbri è particolarmente interessante sotto l’aspetto dello sviluppo di un effetto substrato, fenomeno del quale normalmente si parla solo in una prospettiva diacronica. Nel caso del cimbro questo sviluppo è, però, sincronicamente osservabile.

5. Conclusione

Concludendo, si può ribadire che il cimbro vive e contribuisce alla formazione di uno spazio comunicativo particolare attraverso l’italiano regionale. Johann Andreas Schmeller previde già nel 1834 una morte veloce della lingua cimbra e anche oggi il comitato delle isole linguistische tedesche attesta prospettive difficili per il cimbro dei XIII comuni (cf. Rowley 2013, 4-5). Secondo Rowley (cf. Rowley 2013, 404), però, queste affermazioni sono sempre criticabili considerando che il cimbro vive tuttora, e che per secoli gli studiosi affermarono che il cimbro non sarebbe sopravvissuto a lungo. Oggigiorno il cimbro vive sia grazie ai parlanti con il cimbro come L1 sia grazie agli appassionati che portano avanti la lingua e cultura cimbra, e anche grazie al loro italiano che contiene caratteristiche distinguibili da parte di altri cimbri e da parlanti al di fuori della loro area.

Grazie a questa ricerca viene alla luce il fatto che si può osservare la creazione di un effetto di substrato. Anche se nei XIII comuni il cimbro ormai viene parlato solo da poche persone, il loro spazio comunicativo resta riconoscibile sia in auto- che in eteropercezione. Allo stesso modo, esiste una varietà di italiano propria dei cimbri che viene parlata attivamente e che viene tramandata di generazione in generazione: questa varietà, l’italiano regionale dei cimbri, è basata sulle caratteristiche del cimbro, collega tutti i parlanti dell’area dei cimbri e modella il loro spazio comunicativo.

Cartello a Giazza

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