Varietà romanze: Friuli

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    Luca Melchior (2018): Varietà romanze: Friuli, Versione 1 (02.10.2018, 12:08). In: Thomas Krefeld & Roland Bauer (2018): Lo spazio comunicativo dell’Italia e delle varietà italiane, Versione 27. In: Korpus im Text. url: http://www.kit.gwi.uni-muenchen.de/?p=13160&v=1.
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Abstract

Il presente contributo offre una prima visione d’insieme del friulano. Dopo una parte introduttoria in cui si discute sul significato attribuito e da attribuire all’aggettivo “friulano”, non univoco e spesso carico di connotazioni politiche o d’altro tipo, si presentano alcuni dati geografici, demografico-economici e storici (inclusa storia linguistica esterna) del territorio tradizionalmente definito come “Friuli storico”. La quarta sezione è dedicata alla situazione sociolinguistica del friulano e alla descrizione delle misure di politica linguistica in atto. Segue una divisione dialettale, corredata da una presentazione dei tratti ritenuti dialettalmente rilevanti. Alla presentazione dei dati empirici disponibili (atlanti linguistici, dizionari, corpora) fa seguito la descrizione sistemica della lingua, classicamente articolata in fonetica e fonologia, morfologia flessiva e sintassi. La formazione delle parole viene presentata dopo una breve panoramica sulla stratificazione lessicale del friulano.

1. Introduzione

Una descrizione delle “varietà del Friuli”, come indicato nel titolo del presente contributo, non potrebbe e non dovrebbe che essere una descrizione che focalizzi la sua attenzione sui repertori individuali dei parlanti più che sull’architettura interna delle diverse lingue presenti sul territorio. In questi infatti convergono e si distribuiscono funzionalmente varietà che possono afferire a sistemi linguistici diversi. Nella situazione complessa che ne deriva, i repertori individuali possono, idealmente, andare da una poliglossia “storica” in cui partecipano varietà afferenti a quattro o addirittura sei sistemi linguistici diversi (italiano, tedesco di orientamento standard austriaco e bavarese, sloveno standard e, più spesso, una serie di idiomi riconducibili geolinguisticamente al gruppo sloveno (occidentale), ma che talora, percettivamente, non sono sentiti come tali, friulano, veneto), a un monolinguismo italiano, attraverso una serie di situazioni intermedie1Vicario 2005, 23 sottolinea che “[i]l ‘repertorio linguistico’ dei friulani […] è […] molto vario e può comprendere, oltre allo stesso friulano (in una o più delle sue varietà), in ogni caso l’italiano, magari a diversi livelli di adeguatezza espressiva, e poi anche uno dei dialetti sloveni, tedeschi o veneti che tradizionalmente si parlano in regione”. Prescindendo dalla discussione sul significato del termine “friulani”, su cui si tornerà più sotto, pare corretto in questo contesto l’utilizzo del modale “può”: attualmente non pare più possibile postulare un bi- o plurilinguismo diffusi. Turello (2016, 471), interrogandosi sul ruolo che scuola e famiglia possano e debbano avere nel mantenimento del friulano, afferma che „che almeno il 60% delle giovani coppie è interamente italofono“; nonostante stime ottimistiche sul numero dei parlanti friulano (cf. Melchior C. 2015, 2017), le stime di Turello paiono plausibili. Inoltre il trilinguismo italiano-friulano-varietà slovena non pare tipico dei friulanofoni, quanto degli slovenofoni, come ben sottolineava già Spinozzi Monai (1995, 152), quando (discutendo su prestiti tedeschi comuni al friulano e alle varietà slovene del Friuli) scriveva che “[u]na acquisizione indipendente da parte di Sloveni e Friulani è infatti tutt’altro che scontata, date le condizioni di bilingui ‘a senso unico’ proprie dei primi, per i quali è cosa abituale e spesso necessaria ricorrere al friulano come fonte di arricchimento lessicale”. Anche nelle aree tradizionalmente slovenofone tuttavia – a esclusione forse dei territori del Triestino e, parzialmente, del Goriziano, e germanofone la situazione non pare, sostanzialmente diversa, se non nel senso che tali varietà sono ancora meno trasmesse rispetto al friulano – e quest’ultimo perde qui ancor più di importanza, anche come fonte di elementi lessicali, essendo stato sostituito in questo dall’italiano. Le varietà venete del Friuli conoscono sviluppi contrastanti: se esse sono ancora relativamente forti nel Friuli occidentale – dove comunque sentono la forte pressione dell’italiano -, la loro presenza in centri storicamente venetofoni come la città di Udine o a Palmanova è in netto calo, nonostante alcuni tentativi di rivitalizzazione. Il triestino invece è in espansione, ma a scapito di altre varietà di (seppur controversa) attribuzione veneta, come il bisiaco.. A rendere ancor più variegato il quadro sono poi le nuove situazioni linguistiche, caratterizzate dalla presenza delle lingue dei migranti e/o nuovi cittadini friulani (oltre che, seppur in misura minore, delle lingue portate dagli emigrati di ritorno) e dunque delle nuove forme di plurilinguismo.2In queste, tuttavia, le lingue storiche della regione non svolgono pressoché alcuna funzione, per lo meno a livello di competenze attive (si può presuppore lo sviluppo di competenze passive, a livelli diversi, in particolare del friulano, tra immigrati in aree non urbane e/o di buona o forte friulanità della regione; lo sviluppo di competenze attive è, a eccezione di alcuni isolati casi, ipotizzabile solo in scarsa parte delle seconde e terze generazioni, in particolare però nel caso di figli di coppie miste con un genitore friulanofono. Indagini al riguardo sono assai rare, si veda a titolo d’esempio la tesi di dottorato di Baldo (2011/2012) sulla comunità Burkinabè nel comune di Spilimbergo (cf. anche Baldo 2017), presso la quale non si registrano competenze attive del friulano (cf. Baldo 2011-2012, 141), ma solamente, presso pochi migranti maschi, la conoscenza di alcune poche parole friulane apprese sul lavoro, e di Candido (2012/2013, 97-99) sulla comunità albanese a Maniago. Sulla città di Udine cf. Fusco (2017a, 2017b). Infine, seppur con minore effetti, vi è un plurilinguismo dovuto all’apprendimento strutturato di lingue di cultura, come l’inglese, che, direttamente o attraverso tramite italiano, ha riflessi sul repertorio dei parlanti e sui loro usi.

Non meno difficile è la definizione di Friuli: con tale termine si può infatti da una parte indicare la regione storica, il cosiddetto Friuli storico, corrispondente grossomodo alle provincie di Pordenone, Udine e Gorizia3È in realtà scorretto continuare a parlare di provincie, visto che queste sono state soppresse dall’ordinamento amministrativo del Friuli Venezia Giulia con legge regionale n. 20 del 9 dicembre 2016 (cf. Regione Friuli Venezia Giulia (2016), Bollettino ufficiale 1° Supplemento ordinario n. 55 del 14 dicembre 2016 al Bollettino ufficiale n. 50 del 14 dicembre 2016, 207-264). Più corretto sarebbe invece dire che il Friuli corrisponde al territorio regionale eccetto l’UTI Giuliana/Julijska MTU, l’istuzione amministrativa che ha sostituito la Provincia di Trieste, mantenendone l’estensione territoriale. Qui si continua tuttavia a parlare alle Provincie come entità territoriali di riferimento, mancando alle nuove istituzioni una conformazione tale da permetterne un’agevole identificazione – anche linguistica. Il riferimento è l’estensione territoriale delle Provincie della regione dall’istituzione della Provincia di Pordenone nel 1968 e fino all’entrata in vigore della succitata legge , ma comprendente anche l’attuale comune di Sappada, che dal 1852 fino al dicembre 2017 era però compresa nella provincia di Belluno nell’attuale Veneto.4Il passaggio alla regione Friuli Venezia Giulia a seguito di un referendum locale è stato ratificato dalla Camera dei Deputati della Repubblica italiana il 22 novembre 2017 ed è stato ufficializzato con pubblicazione dell’apposita legge 182 del 5 dicembre 2017 in Gazzetta Ufficiale del 15 dicembre 2017., oltre che la maggior parte dei comuni dell’ex mandamento di Portogruaro, in provincia di Venezia (Annone Veneto, Cinto Caomaggiore, Concordia Sagittaria, Fossalta di Portogruaro, Gruaro, Portogruaro, Pramaggiore, San Michele al Tagliamento, San Stino di Livenza e Teglio Veneto) e alcuni paesi dell’alta e media valle dell’Isonzo, ora in Slovenia, e i cui confini possono essere indicativamente individuati, a est e a ovest, nel fiume Isonzo e nel fiume Livenza (cf. la voce Friuli ((s.a.) (s.d.)) nell’Enciclopedia Treccani on line). Un secondo uso del termine Friuli è quello per indicare le tre provincie “friulane” della regione amministrativa autonoma Friuli Venezia Giulia, istituita come Friuli-Venezia Giulia5La scrittura Friuli-Venezia Giulia, adottata nel testo costituzionale (art. 116) del 1947 e ripresa nello statuto regionale del 1963. All’articolo 2, comma primo, della legge costituzionale 3 del 18 ottobre 2001, che apporta modifiche all’art. 116 della Costituzione, la regione è indicata però come Friuli Venezia Giulia. Tale forma grafica è stata poi adottata anche nel testo coordinato dello statuto speciale della Regione (cf. Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Consiglio Regionale 2018) e in tutte le produzioni scritte facenti capo a questa. Ciò nonostante la grafia Friuli-Venezia Giulia viene utilizzata da altri organi di garanzia costituzionale come la Corte costituzionale, che la adotta coerentemente nelle sue sentenze (cf. p.e. la recente sentenza 38 del 23.01.2018). nel 1963 e comprendente, oltre alle tre già citate, anche la provincia di Trieste, città che ne è capoluogo. Nell’uso comune il termine viene però anche spesso utilizzato come denominazione ellittica dell’intera regione amministrativa. Non di rado infine, nell’uso mediatico, ma anche in parte negli usi linguistici comuni, si tende a identificare con il termine Friuli i territori di “friulanità linguistica forte”, ovverosia la provincia di Udine (nonostante questa comprenda anche diversi territori di lingua slovena, tedesca e venetofoni) e una piccola parte della provincia di Pordenone, indicando la provincia di Gorizia come Isontino (o considerandola parte della Venezia Giulia6Sull’ambiguità, indefinitezza e strumentalizzazione del toponimo Venezia Giulia cf. tra gli altri i saggi – di qualità non omogenea – raccolti in Michieli/Zelco 2008, in cui si tratta anche dei “confini” del Friuli. Come è notorio, il nome stesso Venezia Giulia è frutto della temperie nazionalistico-risorgimentale del periodo tra le cosiddette seconda e terza guerra d’indipendenza italiane, cioè agli anni posteriori all’unificazione del Regno d’Italia e anteriori all’annessione delle “provincie venete” e risale all’inventiva di un Graziadio Isaia Ascoli già milanese, che lo propose in un articolo anonimo pubblicato sul periodico L’Alleanza del 23 agosto 1863 e ripreso una settimana dopo, sempre anonimamente, dal periodico Museo di famiglia (da cui cito, cf. (s.a., ma Graziadio Isaia Ascoli) 30.08.1863). L’Ascoli (1863, 559) comprendeva nella “Venezia Propria il territorio rinchiuso negli attuali confini amministrativi delle provincie venete”, dunque anche i territori (friulanofoni) del “Friuli veneto”; “Venezia Giulia ci sarà la provincia che tra la Venezia Propria e le Alpi Giulie ed il mare rinserra Gorizia e Trieste e l’Istria” scrive ancora il glottologo goriziano, includendo in questa anche il cosiddetto “Friuli austriaco”. Degna di nota è l’argomentazione che egli porta a suffragio della sua proposta: “Trento, Rovereto, Trieste, Monfalcone, Pola, Capodistria hanno la favella di Vicenza, di Verona, di Treviso; – Gorizia, Gradisca, Cormons hanno quella di Udine e Palmanova”. Ascoli tiene conto solo dei centri urbanizzati nei quali è presente una certa veneticità, ma, da dialettologo sagace qual era, differenzia chiaramente tra la veneticità triestino-monfalconese (che pure hanno origini diverse) e quella goriziano-gradiscana-cormonense, accomunata invece a quella “catapultata” udinese. Gli intenti anti-austriaci dell’Ascoli emergono in maniera evidente, come ha rimarcato in un intervento giornalistico sul quotidiano Il Piccolo l’esimio linguista padovano Michele A. Cortelazzo (2010), che, seppur da prospettiva più “triestina” accenna alle ambiguità evidenti nell’uso dell’aggettivo (etnonimo? toponimico? linguistico?) “friulano”., in particolare per i territori della cosiddetta Bisiacaria). Tutti questi usi, nessuno dei quali è neutro, ma cui sono sempre legati, in maniera più o meno evidente, valori politico-ideologici e “identitari”, sono in realtà problematici, poiché le realtà territoriali che vengono di volta in volta comprese (o escluse) presentano vicende storiche – anche contemporanee – in parte assai diverse, che hanno risvolti ed effetti profondi anche sulla conformazione linguistica e comunicativa degli stessi.

Nel presente articolo ci si propone di offrire un quadro sulla situazione linguistica della regione Friuli Venezia Giulia, anche se la descrizione delle caratteristiche sistemiche del friulano occidentale può, in parte, essere estesa anche al friulano parlato nelle località friulanofone dell’attuale Veneto.

2. Cenni geografici

2.1. Geografia fisica

Come accennato sopra, la definizione dei confini del Friuli è subordinata alla definizione che si dà di questo. Ne consegue che anche descriverne la geografia non è semplice: per es. l’altopiano carsolino ne fa parte o no?

Considerando il cosiddetto Friuli storico, questo risulta privo di confini fisici – idrografici o orografici – che lo separino nettamente dalle regioni circonvicine. Tuttavia, se a sud il confine è costituito dal mar Adriatico, i confini “naturali” del territorio friulano possono essere considerati a est il fiume Isonzo, a ovest il fiume Livenza – i territori a sinistra della metà meridionale di questo si trovano tuttavia, nella regione amministrativa del Veneto (già Mandamento di Portogruaro, passato alla provincia di Venezia nel 1838) -, a nord e nordest le Alpi Carniche e le Alpi Giulie. La parte “friulana” della regione amministrativa Friuli Venezia Giulia ne costituisce dunque i nove decimi del territorio. Tuttavia una zona al confine orientale con la provincia di Trieste, il cosiddetto Territorio (che coincide grossomodo con la Bisiacaria) tra basso corso dell’Isonzo e Timavo, è di attribuzione (linguistica e culturale) dibattuta, orientandosi sempre più verso il triestino.

Caratterizzato da rilievi montuosi di dimensioni medio-alte (diverse cime oltre i 2600 metri, nelle Alpi Carniche la più alta del Coglians (2780 metri)) delle Alpi Carniche e Giulie, che si fanno più miti in ambito prealpino per lasciare poi spazio alle colline moreniche del Friuli centrale, al Collio e ai Colli orientali fino ai rilievi del Carso goriziano, fino alle ampie pianure della Bassa, parte delle quali deriva da bonificazione di zone paludose, che sfumano fino al mare, il Friuli presenta un ambiente geografico variato e differenziato.

Dal punto di vista idrografico, il Friuli è caratterizzato da una fitta rete di corsi d’acqua a carattere fluviale e torrentizio, di cui parte ha origine alpina e prealpina – da ovest a est: il Cellina, che affluisce poi nel Meduna, il Tagliamento, il Torre, il Natisone, lo Judrio, l’Isonzo. La loro portata è condizionata dallo scioglimento delle nevi e dalle precipitazioni, e il loro letto è talora completamente o quasi completamente asciutto. Alcuni invece sono di origine risorgiva, più brevi e dalla portata più regolare, come lo Stella, il suo tributario Torsa e l’Ausa (o Aussa), mentre altri hanno origine pedemontana, scorrono però poi in zone di risorgiva, acquisendo anche questo tipo di acque, come il Livenza, il Cormor, e il Corno. Sono presenti anche diversi laghi, sia di origine naturale (glaciale e, più raramente, carsica) che artificiale. Il maggiore di essi è il lago di Cavazzo, in area pedemontana, di origine glaciale.

2.2. Cenni demografici ed economici

Secondo dati ISTAT (cf. ISTAT), la popolazione residente nelle tre provincie di Udine, Gorizia e Pordenone ammontava a 986344 persone a inizio 2016, con una leggera predominanza femminile (circa 51,4%). La provincia (al riguardo cf. nota 3) più popolosa risulta essere Udine con 533282 abitanti, seguita da Pordenone (312794) e da Gorizia (140268); nonostante il saldo migratorio interno e quello estero siano positivi, la popolazione delle tre provincie è in tendenziale decremento da alcuni anni, in particolare per il basso tasso di natalità (7‰), uno dei più bassi in Italia, cui fa riscontro un alto tasso di mortalità (11,6‰) (cf. https://ugeo.urbistat.com/AdminStat/it/it/demografia/popolazione/friuli-venezia-giulia/6/2). Regione in passato a spiccata vocazione emigratoria, si è trasformata negli ultimi decenni in meta di immigrazione, dapprima dal Nordafrica, poi dalla vicina Europa Orientale, per poi venire interessata, in tempi recenti, dai flussi migratori che attraversano l’Europa Centro-Occidentale. Al 1° gennaio 2017, la popolazione straniera residente ammontava, sempre secondo dati ISTAT, a 39442 unità in provincia di Udine, 31380 unità in quella di Pordenone, 12831 unità in qella di Gorizia. In quest’ultima il numero di stranieri residenti maschi è leggermente più alto di quello delle donne, mentre nelle altre due il numero di residenti straniere femmine è decisamente più alto di quello dei maschi. La natalità tra stranieri residenti, superiore a quella degli italiani, fa sì che il tasso complessivo di nascite non sia ancora più basso.

La densità abitativa è, su base regionale, media (154,9 abitanti/m2), decisamente più alta in collina (284,8 abitanti/m2) e in pianura (241,4 abitanti/m2) che nella zona montana (18,9 abitanti/m2, cf. Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia 2017, 26).

Dal punto di vista economico, l’agricoltura, che fino a metà del secolo scorso costituiva il settore più importante, si è da un punto di vista numerico notevolmente ridimensionata, specializzandosi in particolare in determinati settori come la vitivinicoltura. Dominano il settore imprese di piccole e medie dimensioni, spesso tecnologicamente all’avanguardia. L’industria ha subito parecchi contraccolpi negli ultimi anni e alcuni settori, un tempo d’eccellenza, come l’industria della sedia, giocano un ruolo ormai piuttosto marginale. Più importante l’industria siderurgica e pesante. Nel terziario, oltre all’istruzione e al settore di impiego pubblico, è ben sviluppato l’ambito bancario, sebbene i grandi istituti un tempo locali siano controllati da gruppi extraregionali e/o internazionali. Grande importanza assume il commercio, in particolare al dettaglio, dove però si registrano grandi concentrazioni. Grande importanza assume il settore turistico, in particolare balneare, ma anche storico-culturale (Udine, Cividale del Friuli, Spilimbergo, Gorizia etc.) oltre che, seppur in misura minore, sciistico. Negli ultimi anni si assiste a un grande sviluppo del settore enogastronomico e delle offerte turistico-naturalistiche ad esso connesse.

3. Breve profilo storico e di storia linguistica esterna7Oltre alle fonti citate, una breve sinossi della storia linguistica esterna del friulano è in Goebl 2003, 762-769).

3.1. Epoca preromana

Se sull’odierno territorio friulano sono stati rinvenuti alcuni manufatti risalenti al Palelolitico medio (Menis 2002, 21), numerosi ritrovamenti archeologici testimoniano di insediamenti stabili già nel mesolitico (in particolare nella bassa pianura). Nel Neolitico gli insediamenti paiono diffusi in un’area ampia, cf. Maniacco (2007, 16), ma non è facile ricostruire in maniera chiara il quadro degli insediamenti fino all’epoca storica. Menis (2002, 30) e Maniacco (2007, 16) concordano nel ritenere che nell’età del bronzo il Friuli fosse popolato dalla popolazione preindoeuropea dei Liguri Euganei. Come il resto dell’odierno Norditalia, anche il Friuli fu interessato, nel primo millennio a. C., da tre avvenimenti fondamentali, “all’inizio del millennio, la immigrazione dei Paleoveneti; verso la sua metà, le infiltrazioni dei Celti; infine, a partire dal III secolo avanti Cristo, la colonizzazione romana” (Menis 2002, 32). Marcato (2001, 5) riconduce a lingue di antichi abitatori della regione gli idronimi Aussa (da una forma precedente Alsa, già citata in Plinio, da una base indoeuropea diffusa, cf. Cinausero Hofer/Dentesano 2011, 82) e Cellina. Notizie storiche più concrete sono di epoca romana: in Tito Livio la regione è denominata Carnorum regio, con riferimento alle popolazioni celtiche dei Carni (da cui il nome della regione friulana settentrionale della Carnia), insediatisi tra V e III secolo a. C. (con modalità e in tempi non noti) sul territorio regionale proveniendo dall’Europa centrale (Menis 2002, 36), e tracce della cui lingua si trovano in diversi toponimi della regione (Nimis, Glemone), oltre che “nell’onomastica latino aquileiese” (Menis 2002, 38) e in alcuni elementi lessicali come glasigne ‘mirtillo’, tamês ‘taccio’, broili ‘frutteto’ e alcuni altri (cf. Frau 1989, 593-594).

3.2. Epoca romana

3.2.1. La conquista

Non è escluso che forze romane abbiano raggiunto l’attuale Friuli già durante le campagne militari contro i Celti nel III sec. a. C., ma la loro permanenza sarebbe stata limitata sia dal punto di vista numerico che temporale (Menis 2002, 50-51). La conquista del Friuli viene fatta risalire all’anno 183 a. C., quando truppe romane intervennero contro pacifici coloni celti che si erano stabiliti nell’aquileise tre anni prima. Nello stesso anno il senato romano deliberò la fondazione della colonia di Aquileia, che però avvenne appena due anni dopo (Menis 2002, 56).

3.2.2. Il consolidamento

La presenza romana si stabilizzò nel tempo, tanto che Giulio Cesare ci stabilì altri tre importanti municipia: Iulium Carnicum, l’odierno Zuglio, in Carnia, Iulia Concordia, ora Concordia Saggitaria, attualmente in Veneto, e Forum Iulii, ora Cividale del Friuli, che in epoca medievale ebbe importanza fondamentale per la storia e la lingua friulana.

In epoca augustea venne formandosi la regio X Venetia et Histria, il cui territorio si estendeva dall’attuale Lombardia orientale fino all’Istria, e di cui Aquileia divenne capitale.

La centuriazione del territorio permise l’insediamento stabile dei veterani, in maggioranza di origine probabilmente sannitico-sabella, e delle loro famiglie, contribuendo quindi in maniera decisiva alla diffusione del latino che, nel tempo, fu adottato anche dai Carni insediati in aree marginali della regione per la comunicazione con i coloni latini.

3.2.3. La fioritura di Aquileia cristiana e la decadenza di Aquileia antica

Un evento di particolare importanza, che avrà un peso notevole sia dal punto di vista storico che per la conformazione della fisionomia particolare del friulano, fu la diffusione del Cristianesimo nella regione:

[e]sso [scilicet: il Cristianesimo], nella forma storica particolare sotto cui venne assimilato dalle masse popolari locali, determinò […] uno stato ben individuato che, sovrapponendosi agli elementi affermatisi nelle epoche preistorica e romana, si stabilizzò alfine come un altro ingrediente fondamentale della nascente civiltà friulana (Menis 2002, 93)

Dopo un periodo favorevole alla sua diffusione in epoca costantiniana all’inizio del III sec., verso la metà del IV sec. il Cristianesimo dovette affrontare anche in sede aquileiese il conflitto interno riguardante l’Arianesimo, che brevemente si impose, per lasciare spazio a un ultimo effimero tentativo di reintroduzione del paganesimo all’inizio del sesto decennio del secolo. In seguito la dottrina cattolica si impose e Aquileia fiorì quale centro cosmopolita e di irradiazione cristiana fino al Norico e alla Pannonia, oltre che nel territorio degli odierni Veneto e Trentino e nell’Istria. In questo periodo vennero fondate anche le diocesi di Concordia e di Iulium Carnicum.

Attorno al V sec. d. C. però, la debolezza dell’Impero romano e il progressivo sfaldamento delle sue strutture e istituzioni aprirono la via all’attacco di popolazioni germaniche e non solo: risale al 401 il saccheggio di Aquileia da parte dei Visigoti di Alarico, mentre gli Unni di Attila distruggeranno la città, ormai sguarnita e debilitata come il resto della regione, pochi decenni dopo, nel 452. Dopo la vittoria degli Ostrogoti su Odoacre, la città entrò a far parte del loro regno, che cadde poi per mano di Narsete nel corso delle guerre gotiche (535-553). La presenza ostrogota ebbe un carattere più sedentario di quello delle popolazioni che attraversarono la regione, lasciando anche tracce nella lingua, come i termini sbregâ ‘strappare’, glove ‘biforcazione, forcella’, bearç ‘terreno chiuso, erboso, attiguo alla casa’, sedon ‘cucchiaio’ (cf. Frau 2015b, 78, forse di tramite longobardo, cf. sotto) oltre che numerosi toponimi del tipo Godia, Godo (cf. tra gli altri Marcato 2013, 30-31). Gli ostrogoti si assimilarono però rapidamente sotto l’amministrazione bizantina.

Risale al VI sec. l’arrivo di popolazioni slave, che si insediarono nella Val Degano (o Canal di Gorto) e nella Val del Bût nell’odierna Carnia, nonché nel Canal del Ferro e nelle valli del Natisone.

3.3. I Longobardi

Nel 568 d. C. giunsero i Longobardi, guidati da Alboino e provenienti probabilmente dalla regione a ovest del Balaton, in cui si erano concentrati, seppur mantenendo la loro mobilità di fondo, causata anche dal contatto con gli Avari. Essi si stanziarono nella pianura friulana, da cui si dirigeranno, nell’anno seguente, verso l’attuale Lombardia e di lì, negli anni successivi, in gran parte della penisola. Aquileia, in declino, abbandonata anche dal vescovo Paolino I, rifugatosi sulla prospiciente isola di Grado, venne trascurata dai Longobardi, mentre assurse a nuovo centro di importanza politica e strategica Forum Iulii, città in cui il re longobardo Alboino fissò la sede del governo del ducato friulano, le cui redini furono affidate al nipote Gisulfo – il nome della regione Friuli deriva proprio da quello della capitale longobarda, più tardi denominata Civitas Austria, da cui l’odierno Cividale. La distribuzione sul territorio regionale di diverse fare (Fara, Farra sono toponimi ben testimoniati in Friuli), gruppi di famiglie, probabilmente omogenei, organizzati militarmente, andava a garantire la stabilità della dominazione longobarda8Il termine fara è probabilmente legato etimologicamente a una radice verbale da cui deriva anche il verbo tedesco fahren ‘andare, guidare’, derivando forse da un in fara ‘in movimento’ per motivi bellici (cf. Krefeld 2018a).

I Longobardi, che si insediarono stabilmente divenendo proprietari terrieri al cui servizio stavano gli autoctoni, si amalgamarono rapidamente con la popolazione locale, adottando il latino da essa parlata e convertendosi al Cristianesimo. Vicario (2005, 15) arriva addirittura a sostenere che

[a]ndò così formandosi, con l’apporto consistente di ulteriori genti, questa volta slave, un nuovo “popolo” dai caratteri ben definiti e del tutto peculiari: la stessa capitale Forum Iulii non indicò più la città di Cividale – che prese a chiamarsi, da allora, Civitas Austriae, cioè ‘città orientale’, ma l’intera regione del Friuli […], dal Livenza al Carso, dalle Alpi all’Adriatico.

Già in epoca pre-longobarda si era consumato il cosiddetto Scisma dei Tre Capitoli, che divise la cristianità, e nel quale la chiesa aquileiese si schierò contro il Papato e l’imperatore e fu sostenuta poi, in questo, dai Longobardi. Lo scisma portò anche allo sdoppiamento, nel 607, del Patriarcato Aquileiese in due sedi: quella di Grado, su cui fu eletto un metropolita fedele al papato, e quella di Aquileia, su cui fu insediato, con l’appoggio dei Longobardi, un metropolita scismatico. La sede del patriarcato aquileiese fu spostata dapprima a Cormons, per poi trasferirsi a Cividale. Nel frattempo, la scissione dei due patriarcati venne sancita anche dal papato e comportò la rincuncia del patriarcato aquileiese “alla giurisdizione sull’estuario veneto-bizantino e sull’Istria” (Menis 2002, 154). Sopravvissuto alle violente incursioni degli Avari all’inizio del VII sec., il regno longobardo ebbe termine con l’arrivo dei Franchi nel 774 (un effimero tentativo di restaurazione fu definitivamente domato nel 776). Il Friuli venne a far parte dell’impero di Carlo Magno e rimase sotto la dominazione carolingia fino all’899. Sotto la dominazione franca, il Patriarcato di Aquileia acquisì giurisdizione anche sull’Istria (cf. Vicario 2005, 15).

Anche i Longobardi lasciarono tracce linguistiche che si sono conservate fino a oggi nel friulano, come bleon ‘lenzuolo’ (ora peraltro spesso sostituito dall’italianismo linçûl), lami ‘insipido’, ruspi ‘ruvido (anche fig.)’, gruse ‘crosta sulla pelle’ e diversi altri, oltre che nei già citati toponimi del tipo Farla, Farra, ma anche Gaio, Giais, Valdo etc. (cf. Frau 2015b, 78-79). Wartburg (1936, 47) ritiene addirittura che lo sviluppo di uno dei tratti ritenuti più caratterizzanti del sistema vocalico friulano, ovverosia l’opposizione fonematica tra vocali lunghe e corte, sia stato rafforzato dai Longobardi e dalle loro abitudini foniche; tuttavia Francescato/Salimbeni (2006, 104-106) discutono lungamente questa ipotesi, respingendola. L’importanza dell’elemento toponimico longobardo, ben illustrata da Frau (1970), smentisce l’ipotesi di una neoromanizzazione del Friuli esposta da Gamillscheg nel secondo volume del suo Romania Germanica (Gamillscheg 1934-1936, vol. 2 1935) e che egli basava sulla presunta esiguità di longobardismi nel friulano. Di epoca franca sono invece alcuni elementi lessicali come confenon e simili ‘bandiera, papavero’, trop ‘gregge’, vuere ‘guerra’ e alcuni toponimi come Castions (cf. Frau 2015c, 280-281, Marcato 2013, 31-32).

3.4. Dalle invasioni ungare al Patriarcato

Tra la fine del IX e i primi sei decenni del X sec. il Friuli fu interessato a più ondate da devastanti scorrerie ungare, che provarono profondamente il territorio, la popolazione, le istituzioni e l’infrastruttura:

[l]e conseguenze delle invasioni ungare furono fatali per il Friuli. Le continue uccisioni […] e le traduzioni in Pannonia di molte persone valide come schiavi, provocarono un pauroso spopolamento della regione. Le distruzioni, la insicurezza delle vie di comunicazione, la rottura delle correnti di traffico commerciale, l’abbandono delle campagne e delle attività produttive scalzarono le basi di tutta l’economia locale. La luce di cultura che l’epoca longobarda-carolingia aveva accesa ed alimentata fu improvvisamente spenta, al punto che in Friuli non si potrà parlare di una “rinascita” dopo il Mille se non in epoca molto ritardata rispetto al resto dell’Italia. (Menis 2002, 172)

Le terre più colpite dalle incursioni ungare furono ripopolate grazie all’insediamento di coloni slavi, come testimoniano diversi toponimi in un’ampia fascia del Medio Friuli e della Bassa friulana, fino a Udine (Gradisca, Gorizzo, Goricizza, Biauzzo, Glaunicco, Iutizzo, Santa Marizza, Belgrado, Lestizza, Sammardenchia, Ialmicco). Le popolazioni slave qui storicamente insediate, insieme a quelle insediate nel Friuli orientale e d’oltre confine, hanno apportato al friulano una serie di parole, di regola riconducibili all’ambito della natura e dell’agricoltura, come cernicule ‘mirtillo nero’, cos ‘cesto’, ‘save ‘rospo’, triscule ‘fragola’, jeche ‘aiuola’ etc. (cf. tra gli altri Frau 1989, 591-595, Marcato 2013, 37-41).

La marca friulana fu annessa, verso la metà del X sec., a quella trevigiana, per poi passare, dal 976 al 983, direttamente all’imperatore Ottone di Sassoni. Alla morte di quest’ultimo il Friuli fu conteso, passando in diverse mani, scorporato dalla marca trevigiana e annesso al ducato di Carinzia.

In questa intricata situazione crebbe sempre più il potere dei Patriarchi di Aquileia, che garantivano stabilità, sicurezza e continuità – anche politica e militare, favorendo il riavvio delle attività agricole e produttive, rinforzando i confini etc. È così che nel 1077 l’imperatore Enrico IV investì il Patriarca del titolo di Duca del Friuli, conferendogli anche formalmente il potere politico (per approfondimenti sulle vicende che portarono all’investitura, si veda Paschini 21953, 221-237).

3.5. Il Friuli patriarcale

Lo stato patriarcale del Friuli ebbe una storia lunga circa tre secoli e mezzo, dalla sua fondazione nel 1077 all’annessione del Friuli alla Repubblica di Venezia avvenuta nel 1420. In questo periodo numerosi conflitti, armati e non, con le potenze contermini, come p. es. Treviso, misero a repentaglio l’unità territoriale del Patriarcato, e alcuni territori, che formalmente ne dovevano far parte, furono a lungo combattuti: così la Carniola, che passò ai Duchi di Carinzia nel 1261 (Menis 2002, 200) e l’Istria, sull’interezza della quale il potere potè davvero essere esercitato solo brevemente nel XII sec. Anche il Cadore, affidato ai signori di Camino nel 1138, venne da questi amministrato in maniera pressoché indipendente. I territori dell’attuale Val Canale e di Pontebba erano invece in mano al vescovado di Bamberga. Pur essendo uno stato feudale, al suo interno si svilupparono, a partire dal XII sec., comuni liberi, soggetti solo al potere del Patriarca, all’interno della quale si formarono nuove classi sociali, che, assieme al clero e alla nobiltà, trovarono rappresentanza nel Parlamento della Patria del Friuli, fondato nel 1282, e che nel corso dei secoli “doveva man mano prendere una parte preponderante della cosa pubblica” (cf. Paschini 21953, 339), limitando la rappresentanza degli interessi dei feudatari (ecclesiastici e non).

La vita economica della regione fiorisce e prosperano gli scambi tra mondo mediterraneo e germanico, in cui il Friuli fa da ponte, come testimonia l’importanza assunta dalla strada che, passando per Pontebba, portava oltre le Alpi nell’attuale Austria, passando per il valico di Coccau. La nobiltà germanica si insediò in Friuli, come ben visibile in elementi toponomastici, in origine nomi di castelli e residenze nobiliari (Dorimbergo, Mocumbergo, Sattimbergo, etc.), con i quali furono poi spesso designati i paesi circostanti, come Spilimbergo, Solimbergo, Partistagno, Rovistagno (cf. in particolare Frau 1969). Un importante apporto attribuibile all’elemento germanico dell’epoca si trova anche nell’antroponimia friulana, che conserva ancora numerosi cognomi derivanti da prenomi germanici: Artico, Asquini, Anzil, Beltrame, Buffon, Vendrame etc. (cf. il recente Frau 2015b, 81).

È in questo contesto storico che sul territorio regionale viene a formarsi e consolidarsi, dal punto di vista culturale e linguistico, la comunità friulana, affiancata dalle presenze slave nelle Valli del Natisone e governata da una nobiltà inizialmente di origine germanica e poi, a partire dal XIV sec., peninsulare. Questo comporta anche un progressivo riorientamento culturale dal mondo germanico a quello della penisola italiana. In particolare i ceti nobiliari e parte dell’emergente borghesia cominciarono a orientarsi anche linguisticamente verso modelli dapprima veneteggianti e poi tosco-italianeggianti.

Già nel XIV sec. è però registrato anche un altro importante fenomeno, che incide sulla storia sociale, economica, ma anche linguistica del Friuli: l’emigrazione. In questa prima fase, che si protrarrà, intensificandosi nei secoli successivi, fino alla fine del XVIII sec. si tratta di un’emigrazione temporanea, stagionale e maschile, che coinvolge quasi esclusivamente le zone alpine e prealpine, con particolare concentrazione nella Carnia, da cui partivano i cosiddetti cramars o cramârs (germanesimo da Krämer, di origine slava), conosciuti in terre tedesche anche come karnische Materialisten, dediti al commercio ambulante, in inverno, quando le attività agricole riposavano, di spezie, droghe e tessuti e altri prodotti nell’Europa centrale, settentrionale e orientale, spingendosi fino in Turchia. Alcuni di questi cramârs si insediarono in maniera stabile nei Paesi da essi percorsi, ove installarono attività commerciali con i Paesi d’origine, assurgendo talora a posizioni di discreta importanza economica, sociale e politica. Essi contribuirono allo sviluppo economico e sociale delle proprie terre, fondandovi, in epoche successive, scuole e introducendo innovazioni tecniche, sociali etc., che avevano conosciuto durante le loro migrazioni.

L’epoca patriarcale è importante anche dal punto della storia linguistica: se al XIII sec. risalgono le prime testimonianze di friulano – in genere appellativi e nomi personali – in documenti amministrativi (cf. Frau 2015b, 81-82, Vicario 2005, 38), tra XIV e XV sec. tali testimonianze cominciano a intensificarsi e assumono, talora, carattere letterario: si pensi al Piruç myo doç inculurît (ante 1380) e al Biello dumnlo di valor, entrambe di ispirazione cortese-provenzaleggiante ed entrambe composte a Cividale. A Cividale risalgono anche degli esercizi di versione dal friulano al latino, redatti in ambito notarile (si veda l’edizione critica di Benincà/Vanelli 1998). In altre parti della regione si trovano poi elenchi di appartenenti a confraternite religiose o di arti e mestieri, oltre a numerosi altri testi di carattere pratico (cf. Vicario 2015, 136-137 e le diverse edizioni a opera dell’autore, una bibliografia delle quali è presente sulle pagine del progetto di un Dizionario storico friulano, a cura dello stesso Vicario 2009-). Ai primi secoli dell’era moderna risalgono anche numerosi tedeschismi, che formano un peculiare strato dei numerosi germanesimi del friulano (cf. Frau 2015c).

3.6. La fine del potere patriarcale e la divisione dei territori friulani

Come detto, il potere temporale del Patriarcato – la cui capitale era divenuta, dagli inizi del XV sec., Udine – ebbe termine nel 1420. In realtà con l’avvento dei Patriarchi guelfi, di origine peninsulare, nel 1251, si era assistito a un indebolimento del Patriarcato, sempre più minacciato dai vicini. Né l’Impero era in grado di venire in aiuto ai Patriarchi, trovandosi alle prese con gli estenuanti conflitti con il papato e le ambizioni centrifughe della nobiltà (cf. Menis 2002, 226-227). Spossato, anche economicamente, dalla difesa dei propri territori, privo di una politica interna ed estera coerente e lungimirante, dilaniato anche da una lotta interna tra Udine e Cividale, il Patriarcato cadde sotto i colpi di Venezia, entrando a far parte di questa, a eccezione dei territori soggetti al Conte di Gorizia, il quale si legò sempre di più all’Impero, che andarono a costituirne parte integrante e lo restarono, nonostante alcuni cruenti tentativi di restaurazione del potere patriarcale nei primi anni, fino al 1797. Friuli centro-occidentale (con Monfalcone) e Friuli orientale (detto anche Friuli imperiale, che comprendeva anche Gorizia, Gradisca, Cormons, Aquileia e, fino al 1543, l’isola di Marano) vissero da allora e per diversi secoli vicende storiche diverse, pur mantenendosi una certa unità linguistica dei territori, sebbene nel Friuli austriaco entrino, nel corso dei secoli, molti più tedeschismi di quanto accada nel Friuli centro-occidentale. Tra questi p.e. ameldâsi ‘iscriversi’, costir ‘pensionante’, recrut ‘recruta’ e molti altri (cf. Frau 2015c, 290-291).

Mentre il Friuli imperiale venne a costituire un territorio autonomo sul modello delle altre provincie austriache, nei territori sottomessi alla Serenissima, dal punto di vista amministrativo, i cambiamenti furono graduali:

[i]l 19 luglio 1420 il primo luogotenente veneto della Patria del Friuli, Roberto Morosini, entrava in Udine. Il suo compito era quello di rappresentare la signoria veneta, cui doveva rendere conto del suo operato, e sostituire nel governo civile il patriarca. Per il resto la struttura politico-amministrativa del vecchio stato patriarcale doveva restare inalterata […]; il paese doveva essere amministrato secondo i suoi antichi statuti. Ci furono tuttavia un progressivo riassetto delle cariche governative e giudiziarie ed una riforma delle competenze, soprattutto del parlamento, cui venne sottratta ogni ingerenza nella politica estera. La moneta veneziana ebbe corso legale. Anche le circoscrizioni giurisdizionali della Patria subirono mutamenti. I possessi friulani del conte di Gorizia furono riconosciuti alla sua giurisdizione, alla condizione però che egli riconoscesse la sudditanza feudale di Venezia […]. (Menis 2002, 255)

In questo periodo hanno luogo alcune riforme territoriali in ambito ecclesiastico che ebbero conseguenze per il Patriarcato: nel 1451 venne soppresso il Patriarcato di Grado, mentre undici anni dopo, nel 1462, venne istituita la diocesi di Lubiana, che si estendeva su parte del territorio del Patriarcato aquileiese e infine, nel 1574, venne istituito l’arcidiaconato di Gorizia, cosa che rinforzò ancora di più il processo di autonomizzazione di questi territori dal Patriarcato (cf. Marcato 1989a, 617).

Il Friuli, già lacerato da conflitti interni tra forze fedeli a Venezia e sostenitori dell’Impero, era stato inoltre sconvolto, nell’ultimo trentennio del XV sec., dalle invasioni turche, in chiave antiveneziana, che portarono grandi devastazioni  e fu poi travolto, tra 1572 e 1576, dallo scoppio di una grave pestilenza. Tali eventi comportarono un notevole calo demografico. Venezia cercò di porvi rimedio con l’insediamento di coloni veneti nelle zone della pianura friulana, mentre si rafforzarono i movimenti migratori verso i paesi dell’Europa centrale e verso la penisola italiana (cf. Marcato 1989a, 618).

Il Friuli veneziano nel XVI sec. è caratterizzato da una depressione socio-economica e da conflitti tra famiglie nobiliari di orientamento politico opposto, che non esitano a strumentalizzare la rabbia popolare (Crudel zobia grassa, 27 febbraio 1511). Menis (2002, 264-265) esprime un giudizio assai severo nei confronti della Serenissima che non avrebbe intentato nulla per risolvere i gravi problemi dei territori friulani, visti solo come un avamposto a difesa dalle forze imperiali (nel 1593 comincia la costruzione della fortezza di Palma, deliberata cinque anni prima), mentre è decisamente più clemente con l’Austria, cui viene riconosciuta la capacità di rendere stabile la regione e di risolverne molti problemi econimici e sociali, guadagnandosene così la fedeltà. Importante nel periodo del Friuli veneziano è il fiorire di Udine, capoluogo della regione, a discapito di Cividale che, tuttavia, ottenne una parziale autonomia amministrativa e religiosa. Il Friuli austriaco è molto più soggetto, in questo periodo, all’influsso culturale e linguistico tedesco, essendo presente in città una nobiltà di origine germanica, plurilingue. Da segnalare inoltre una decisa presenza slava tra gli strati popolari, in particolare contadini. Nel Friuli veneziano invece l’orientamento linguistico dei ceti medio-alti è sempre più veneteggiante e italianeggiante, così che nei centri urbani – in primis il capoluogo Udine – comincia a imporsi il cosiddetto veneto coloniale. Chiaramente veneti sono anche Grado e Marano, dove il fondo linguistico però è storico. L’influsso veneto sul lessico friulano diverrà sempre più importante (cf. Marcato 2013, 41-47), andando i venetismi talora a sostituire elementi linguistici friulani, come per es. vecjo ‘vecchio’ che soppianta i friulani vieli e vieri, quest’ultimo riservato a referenti non umani, ma fungendo il veneto anche per l’ingresso di elementi originariamente italiani e di altre lingue, come per esempio nel caso di bisù ‘amore, meraviglia’, dal francese bijou, ma per tramite veneto. L’ingresso nel mondo culturale italiano è sancito anche da una serie di letterati, come Girolamo Biancone, Giovan Battista Donato, Nicolò Morlupino, Girolamo Sini, che optarono consapevolmente per il friulano nella stesura delle loro opere, in sintonia con analoghe scelte che si operavano in Italia. Alcuni autori, come per esempio Giuseppe Strassoldo, sono però originari del Friuli orientale. Anche tra la popolazione rurale però devono diffondersi, col passare dei secoli, determinate conoscenze, per lo meno a livello passivo, dell’italiano – e quindi a diffondersi bi- e plurilinguismo -, essendo questo lingua dell’amministrazione e di ogni atto legale (sui contatti friulano-veneto e friulano-tosco-italiano cf. Morgana (1997a [1992], con descrizione degli avvenimenti e delle misure che portarono alla diffusione dell’italiano in regione) e (1997b [1994], con selezione di testi) e Cadorini (2015).

Nonostante il fatto che i conflitti tra la Serenissima e l’Austria non si placarono definitivamente neppure dopo la guerra di Gradisca (1615-1617), i cui trattati di pace confermarono lo status quo, i due secoli successivi videro un progressivo miglioramento delle condizioni economiche e sociali in entrambe le parti del Friuli e anche una certa fioritura della vita artistica e culturale. Nel Settecento si segnalano l’opera poetica di Ermes di Colloredo (1622-1692), che assume fondamentale importanza per l’adozione della varietà udinese dell’epoca, che andrà a costituire la base della koiné letteraria friulana, e della cosiddetta Brigata Udinese.

3.7. Napoleone e l’epoca austriaca

Il dominio veneziano sul Friuli ebbe fine per mano delle truppe napoleoniche, che nel 1797 conquistarono la regione, sconfiggendo anche le truppe austriache e costringendo l’Imperatore alle trattative di pace. Queste vennero sancite dal cosiddetto Trattato di Campoformio, del 17 ottobre 1797, con il quale gran parte del Friuli veneziano venne ceduta all’Austria, mentre la Francia ne ottenne in cambio la Lombardia e parte dei Paesi Bassi. Il territorio friulano, così riunito, venne però annesso alla neofondata Provincia Veneta, il cui governo risiedeva a Venezia. L’unità territoriale non durò a lungo, visto il perpetuarsi dei conflitti tra forze napoleoniche e austriache. Nel 1805 il Friuli andò in mano ai Francesi, che lo annessero al Regno d’Italia napoleonico. Nel 1809 il Friuli venne nuovamente suddiviso secondo gli storici confini, con le terre di ex dominazione veneta a formare il napoleonico Dipartimento di Passariano, mentre quelle orientali vennero annesse alla Provincia Illirica (cf. Menis 2002, 271-272).

Ritornato all’Austria, assieme a Veneto e Lombardia, nel 1813, il Friuli fu nuovamente diviso secondo i vecchi confini: la parte ex veneta andò a far parte del Regno Lombardo Veneto, fondato nel 1814 e la cui esistenza fu sancita dal Congresso di Vienna nell’anno successivo, mentre la parte “imperiale” entrò nel nuovo Regno d’Illiria (1816), costituito dalle Provincie di Carinzia, Carniola e del Litorale. Nell’epoca austriaca le condizioni del Friuli migliorano, anche se l’Austria “è particolarmente interessat[a], per ragioni economiche e militari, alla Venezia Giulia dove il controllo è perciò più attento e quindi più faticoso è il cammino verso l’annessione del territorio giuliano all’Italia” (Marcato 1989a, 619), che tuttavia, proprio in questo periodo, intensifica il processo di italianizzazione linguistica, in un contesto tuttavia cosmopolita.

Nel 1846 si verifica una cesura tra il Friuli e il Cadore – che, come si è visto, viene eliminata parzialmente solo in tempi recentissimi – con l’annessione di quest’ultimo alle diocesi di Feltre e Belluno.

Nell’epoca austriaca si assistette alla seconda importante fase della migrazione friulana. Anch’essa, come la precedente, fu pressoché esclusivamente maschile e interessò principalmente le zone alpina e prealpina della regione, dalle quali partivano – con un’inversione delle stagioni, soprattutto in estate – scalpellini, muratori, tagliaboschi etc., che trovavano nell’Europa centrale e orientale occupazione nell’edificazione di strade, palazzi, talora di intere città. Si trattava di manodopera specializzata – le specializzazioni erano spesso legate al paese d’origine – che approfittava del fiorente mercato edilizio d’oltralpe, riportando nei luoghi natii un certo benessere e nuove idee e conoscenze sociali, tecnologiche e politiche. Spesso i migranti si stabilirono nei paesi meta della loro migrazione, come testimoniano, per es., le colonie friulane in Romania studiate da Iliescu (1972; ma cf. anche Francescato 1965, Vicario 1992).9Una panoramica degli studi sul friulano all’estero – e sul friulano dei migranti di ritorno – in Melchior 2011.

Dal punto di vista linguistico è importante in questa fase lo sviluppo di una letteratura friulana, in particolare con l’opera di Pietro Zorutti (1792-1867) e di Caterina Percoto (1812-1887), il cui valore letterario non può essere giudicato in questa sede, ma che ebbero un ruolo importante nell’adozione e nello sviluppo di una koinè letteraria, che, grossomodo, costituisce la base del moderno friulano comune. Il governo austriaco mostra una certa sensibilità verso la situazione linguistica in Friuli, tanto da pubblicare, per esempio, un Compendi di dug i Contegnos pa’l Soldat comun tant di guarnigion, come in chiamp devant il nemì, cul Zurament e i Articui-di-uera, tradot dal Todesc in Furlan, traduzione, ad opera del printenente Antoni(o) Brumatti de Jacomini & Sigisberg dell’Auszug aller Dienstverhaltungen für den Gemeinen, sowohl in der Garnison, als im Felde, nebst dem Eide und den Kriegsartikeln, pubblicato a Vienna per i tipi di Ferdinand Ullrich nel 1843, o, anche dopo l’annessione del Friuli ex veneziano al Regno d’Italia, di opere a carattere pedagogico per i contadini come la Istruzion popolar sore il mud plui vantazòs di preparà e di conservà il ledàn e sore il mud di fa la rispettive buse di Giuseppe Ferdinando Del Torre (1874). Il Del Torre rivestirà un’importanza fondamentale anche per la sua attività di curatore de Il contadinel, almanacco dal carattere didattico-moralistico, che tra 1855 e 1874 fu pubblicato in friulano, per passare poi all’italiano per un ventennio e nuovamente al friulano negli ultimi anni d’esistenza (cf. Melchior L. 2015, 555). Risale all’epoca austriaca anche la redazione del Vocabolario friulano di Jacopo Pirona, la cui (tardiva) pubblicazione a fascicoli iniziò nel 186710Già tre anni prima, nel 1864, era però apparso a Trieste l’interessante Onomastico tecnico-poliglotto ossia Dizionario de’ nomi delle dignità e cariche ecclesiastiche, civili e militari, de’ professionisti, degli artefici ed artieri, de’ gradi di parentela, di consanguinità ed affinità e d’altre denominazioni caratteristiche in sette lingue e nel dialetto Friulano, cioè: nella lingua Tedesca parallelamente alla Italiana, (al dialetto Friulano), alla lingua Francese, Inglese, Slovena, Latina e Greca del sacerdote goriziano Giuseppe Vuk., edito in volume postumo nel (1871), il primo importante dizionario del friulano, tuttora opera di riferimento per molti studi. Giulio Andrea Pirona, nipote di Jacopo e curatore dell’edizione in volume del dizionario, ne aveva pubblicato un saggio nel 1854 con il titolo Voci friulane significanti animali e piante pubblicate come saggio di un vocabolario generale della lingua friulana, uscito a Udine presso Trombetti-Morero. In epoca austriaca, ma anche grazie ai fenomeni migratori, fanno ingresso in friulano diversi termini di origine tedesca, sia in ambito tecnologico che alimentare, come il carnico cartufule ‘patata’, spolêrt ‘cucina economica’ e molti altri (cf. Frau 2015c).

3.8. Il Friuli italiano

3.8.1. Dall’annessione all’Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale

Le idee risorgimentali faticarono ad attecchire in Friuli, ove fino al 1848 non si assistette a eventi o movimenti a esse legati. È solo nella seconda metà del XIX sec. che i ceti (grosso)borghesi e i possidenti si avvicinarono all’idea filoitaliana, che tuttavia non riuscì a coinvolgere le masse e le élites cattoliche.

Le vicende delle terre friulane furono però legate a eventi esterni alla regione: sconfitta nella guerra austro-prussiana, nel trattato di Vienna l’Austria si impegnò con l’Italia, alleata dei prussiani e impegnata nella cosiddetta Terza guerra d’indipendenza, a cederle il Veneto (di cui, come detto, faceva parte anche il Friuli ex veneziano), ritirandosi all’Isonzo. A tal fine si svolse, il 21 e 22 ottobre 1866, un plebiscito nelle provincie del Veneto e di Mantova per sancire il passaggio di tali territori all’Italia. In Friuli il plebiscito vide una chiara vittoria delle forze filoitaliane.

Se il passaggio all’Italia fu accompagnato da alcune migliorie a livello infrastrutturale, con la costruzione di strade, linee ferroviari, acquedotti, reti elettriche etc., e se vi fu anche un tentativo di razionalizzare e stimolare sia le attività agricole (che erano essenzialmente legate all’autosussistenza, cf. Maniacco (2007, 180-184) che manifatturiere (cf. Menis 2002, 275), il Friuli fu caratterizzato in questa fase e fino alla Prima Guerra Mondiale da eclatanti difficoltà economiche. Conseguenza ne fu un nuovo, diverso e molto più ampio flusso migratorio, che interessò ora in particolare il Friuli centro-meridionale, dal quale partivano non solo uomini, ma anche donne e bambini, volgendosi, oltre che negli Stati Uniti d’America e nell’America meridionale (sul friulano dei migranti in America Latina cf. Finco 2014), principalmente verso le vecchie mete dell’Europa centrale, dove, spesso in pessime condizioni igienico-sanitarie e lavorative, talora osteggiati dalla popolazione locale, anche perché tacciati di crumiraggio, furono impiegati nella produzione di mattoni e laterizi. Raramente ci fu chi fece fortuna, mentre le terre d’origine, visto il salasso di forza lavoro, furono a loro volta attraversate da gravi crisi economiche. L’emigrazione portò altri tedeschismi, come acordant ‘colui che assume operai’, palîr ‘capo operaio’, sinis ‘rotaie’ etc. (cf. Frau 2015c, 289-290). La prima guerra mondiale, che sul territorio del Friuli vide alcuni tra i più cruenti e sanguinosi teatri di battaglia, venne a sconvolgere ulteriormente la struttura umana, sociale ed economica della regione, troncando, tra le altre, anche le possibilità migratorie precedenti. L’occupazione austriaca della regione dopo la disfatta italiana a Caporetto nel 1917 comportò un esodo di massa della popolazione verso altre regioni d’Italia. Maniacco (2007, 224) afferma che “per la Patria comune più di 15.000 Friulani erano morti, e che, per effetto della guerra, più di 50.000 bambini avevano perso la vita”, Agricoltura e industria ne uscirono sconvolte.

La vittoria degli Alleati e la disfatta austriaca nel 1918 portarono però all’annessione all’Italia, sulla base dei trattati di pace di Saint Germain (1919), del Friuli ex austriaco, oltre che dell’Istria.

3.8.2. Il periodo interbellico e la Seconda Guerra mondiale

Il riunito Friuli, assieme a Trieste, va a formare la cosiddetta Venezia Giulia, in cui è presente una cospicua componente di lingua slovena. Questa viene fortemente discriminata dal regime fascista, al potere dal 1922, che ne forza l’italianizzazione, intervenendo anche sull’antroponimia e sulla toponomastica. Perché anche in Friuli il fascismo prende piede e si rafforza,

nonostante resistenze in zone operaie, o dove le Leghe di vario colore avevano svolto una funzione assolutamente determinante, o in Carnia, dove la tradizione socialista si era saldamente piantata, anche per il continuo travaso di idee che l’emigrazione costantemente operava. Maniacco 2007, 224

Sebbene nel 1919 venga fondata la Società Filologica Friulana (che nel 1935 pubblicò il Nuovo Pirona, a cura di Ercole Carletti, oltre a essere ente promotore dell’Atlante Linguistico Italiano), anche il friulano viene apertamente osteggiato, perdendo sempre più peso di fronte all’italiano, lingua dell’istruzione, dell’amministrazione, che entra prepotentemente nelle case grazie alla radio, e cui le classi meno agiate anelano come chiave per il miglioramento sociale.

In epoca fascista l’economia friulana continua a essere sostanzialmente agricola, nonostante la fondazione di alcune attività industriali, come quella relativa alla produzione di cellulosa a Torviscosa (paese che nasce su un nucleo preesistente e su un territorio già paludoso bonificato appunto in epoca fascista). L’emigrazione continua, volgendosi anche verso la Francia, il Belgio, la Svizzera, ma anche gli Stati Uniti d’America, l’America meridionale e l’Australia, ma coloni friulani si spostano anche in Libia, oltre che nelle aree bonificate dell’Italia centrale.

Anche il Friuli fu stravolto dalla Seconda Guerra mondiale e, dopo la destituzione di Mussolini nel luglio 1943 e l’armistizio dell’8 settembre, il Friuli, con Trieste, e i territori di Pola, Fiume e Lubiana, entrò a far parte dell’Operationszone Adriatisches Küstenland sotto diretta amministrazione militare tedesca, subendo numerosi e feroci rastrellamenti e rappresaglie. Tra settembre e ottobre 1944 le forze partigiane diedero vita alla più grande Repubblica partigiana in Italia, la Repubblica libera della Carnia, che però venne soffocata dalla controffensiva tedesca, accompagnata da milizie fasciste e da truppe cosacche, che, in seguito all’Operazione Ataman, cominciarono a dare vita al cosiddetto Kosakenland in Norditalien.

3.8.3. Il Friuli nel secondo periodo postbellico

Nell’Italia liberata, la Costituente delibera l’istituzione della regione Friuli-Venezia Giulia, e nel 1947 decide di concederle, dopo accese discussioni, “un’autonomia speciale […] per il carattere mistilingue del territorio” (Maniacco 2007, 254). La nuova regione nacque però solamente nel 1963, con notevole ritardo rispetto alle regioni a statuto ordinario. Capoluogo ne diviene Trieste, nonostante le vicende riguardanti la competenza su tale città vengano risolte solamente nel 1975 con il trattato di Osimo, firmato da Italia e Repubblica Socialista Jugoslava. Nel 1968 la parte occidentale della provincia di Udine, oltre il Tagliamento, va a formare la nuova provincia di Pordenone. I rapporti con la confinante Jugoslavia (e in parte anche con l’Austria) non sono però facili, in conseguenza (anche) delle dure misure repressive che l’Italia fascista aveva attuato nei confronti delle popolazioni di lingua slava (cf. Bauer 2008, 328).

Il Friuli postbellico è caratterizzato da notevoli difficoltà economiche e produttive, i fenomeni migratori assumono nei primi due decenni ancora notevoli dimensioni. I migranti friulani si riuniscono spesso in associazioni a carattere regionale, che assumono una certa importanza anche per lo sviluppo della stampa in friulano (cf. Melchior L. 2015, Iliescu/Melchior 2015). A partire dagli anni ’70 però la situazione comincia a migliorare, lo sviluppo industriale avanza, l’agricoltura si modernizza, l’occupazione cresce, la scolarità aumenta. Nel contempo, la forte militarizzazione dei confini settentrionale e orientale porta a un’immigrazione dall’Italia centrale e meridionale, che contribuisce all’italianizzazione linguistica della regione. Tra maggio e settembre 1976 però eventi sismici vanno a sconvolgere il Friuli, causando quasi 1000 morti, radendo al suolo interi paesi e comuni e danneggiando gravemente gran parte del territorio friulano. Il sisma viene a costituire una cesura nella storia del Friuli: la ricostruzione restituirà un Friuli cambiato, in cui l’agricoltura viene a svolgere un ruolo sempre minore, mentre le attività industriali, ma anche il terziario, in particolare il turismo, assumono importanza sempre maggiore. Nel 1978 diviene operante anche l’Università di Udine, che diverrà un punto di riferimento della cultura friulana. Nel 1980 il friulano trova anche una “casa radiofonica” in Radio Onde Furlane, prima radio, indipendente, a trasmettere buona parte della sua programmazione in friulano.

Nel secondo dopoguerra però cresce inarrestabile anche l’abbandono del friulano come lingua della famiglia, a favore di una varietà locale di italiano e al contempo si assiste a una sua massiccia italianizzazione, a livello lessicale – giocoforza per i termini che si riferiscono a nuove realtà extralinguistiche, ma anche sostituendosi a termini friulani, come nel caso di zio e zia che si diffondono sempre più a discapito di barbe e agne -, ma anche sintattico e, parzialmente, fonologico. L’italiano è inoltre tramite per l’ingresso di internazionalismi, spesso di base anglo-americana, quali prestiti, come computer, o talora come calchi o traduzioni (cf. al proposito Marcato 2014a, 34-35, 2014b, 62), ma fornisce pure il modello per la formazione di neologismi tramite calchi e di cultismi (anch’essi spesso internazionalismi) con elementi dotti di origine greco-latina, cosa che si evidenzierà in maniera più prepotente tra fine XX sec. e inizi XXI sec., quando prende avvio anche una mirata e cosciente attività di elaborazione e pianificazione linguistica (cf. sotto). Nel secondo dopoguerra fioriscono gli studi scientifici sul friulano, che può a buona ragione essere considerato una delle lingue romanze “minori” più studiate (cf. la bibliografia di Heinemann/Melchior 2011 e la sezione friulana della bibliografia retoromanza di Videsott 2011). Sempre in questi anni vi sono anche importanti segnali in direzione di un’elaborazione estensiva del friulano, come la traduzione del messale e più tardi della Bibbia, attività di traduzione di opere della letteratura mondiale etc.

Il 1996 costituisce una data importante per gli sviluppi recenti del friulano, che, con la legge regionale n. 15, viene riconosciuto quale lingua ufficiale della regione. A seguito di ciò viene fissata una grafia ufficiale. Con legge nazionale 482 del 1999 la comunità linguistica friulana viene riconosciuta come minoranza linguistica storica della Repubblica Italiana. Le due leggi e le correlate leggi e regolamenti regionali (legge 29/2007, decreto del presidente della regione 0204/2011 e relativo regolamento nonché Piano applicativo) permettono di mettere in atto misure di politica linguistica. Si è avuta quindi l’istituzione dapprima dell’Osservatorio della lingua e della cultura friulane (O.L.F.), sostituito nel 2009 dall’Agjenzie regjonâl pe lenghe furlane (ARLeF), che hanno contribuito in maniera fondamentale allo sviluppo di importanti progetti di pianificazione e politica linguistica, come il progetto del Grant Dizionari Bilengâl talian furlan (Centri Friûl Lenghe 2000 2011) e diversi altri glossari settoriali, volti a una modernizzazione del lessico – sul modello delle terminologie scientifiche internazionali. Il friulano ha poi fatto ingresso del nella scuola, anche se questo processo non è sempre stato facile, e negli ultimi anni si assiste a una progressiva professionalizzazione degli insegnanti (cf. Burelli 2015, (Melchior (in stampa/b))). Se e come tali interventi, che sono mirati alla codificazione elaborazione di una norma sostanzialmente scritta, non corrispondente ad alcuna varietà dialettale, contribuiranno a rallentare l’emorragia di parlanti e come esse incideranno sull’architettura linguistica del friulano, potrà essere giudicato solo negli anni a venire.

4. La situazione sociolinguistica

La prima ricerca sociolinguistica sugli usi linguistici sincronici in Regione risale all’anno 1975 e fu condotta dal Gruppo di Studio Alpina; già l’anno dopo uscì invece Storia, lingua e società in Friuli (Francescato/Salimbeni 1976), che, sulla scorta della Storia linguistica dell’Italia unita demauriana (De Mauro 1963) offre una ricostruzione diacronica delle vicende linguistiche del Friuli con una spiccata attenzione agli aspetti sociali, proponendosi dunque come un primo tentativo di sociolinguistica storica del friulano. Importante è poi la ricerca di Picco (2001), che riprende l’impostazione del Gruppo di Studio Alpina (1975) e che costituisce la base di confronto per la recente ulteriore ricerca di Melchior (Melchior C. 2015, 3, 2017, 9, cf. anche qui nota 1). Queste tre ricerche afferiscono però piuttosto alla sociologia del linguaggio che alla sociolinguistica in senso stretto. A integrazione di questi dati vi sono diverse ricerche microsociolinguistiche, ma anche una serie di studi su atteggiamenti dei parlanti nei confronti delle diverse questioni riguardanti il friulano, delle misure di promozione della stessa, etc., oltre che sulla presentazione di tali tematiche nei titoli dei quotidiani locali e sulla conoscenza e l’accettazione delle norme di tutela e di politica linguistica, svolte nei primi anni 2000, ma apparsi in volume più tardi (Picco 2013). Di più ampio respiro su questi aspetti è la ricerca di Susič i.a. (2010), che si propone di fornire dati sul “grado di conoscenza e di apprezzamento delle politiche statali, regionali e comunale attualmente messe in atto e delle aspettative future” (Susič i.a. 2010, 14); questa mostra sostanzialmente una scarsa conoscenza delle misure di tutela attuate – se non per quelle messe in atto dalle realtà più vicine agli intervistati, ovverosia i singoli comuni – e una eguale ignoranza delle normative che stanno alla base di tali interventi. Una metaricerca sociolinguistica, che tiene conto anche dei risultati delle opere qui citate, è offerta da Iannàccaro/Dell'Aquila (2015), alcune osservazioni della quale verranno poi discusse più sotto. Fusco (2014c) offre un profilo sociolinguistico del Friuli, mentre Fusco (2014b) presenta un interessante approfondimento sulla situazione urbana, oggetto d’indagine anche in Fusco (2015).

Si è già detto sopra come a partire dalla legge regionale n. 15 del 1996 e poi con la legge 482 del 1999 e le successive norme a attuazione e implementazione della stessa la comunità friulanofona abbia ottenuto riconoscimento quale minoranza linguistica storica e siano state attuate politiche per la tutela e l’elaborazione della stessa. Se da una parte ciò va sicuramente valutato positivamente, le misure messe in atto hanno anche alcuni effetti più criticabili. In tal senso va citata la necessità di delimitare territorialmente l’ambito di applicazione della tutela, sancito dall’art. 3 della legge 482. Ciò corrisponde a un criterio di spazialità e territorialità della lingua che non tiene conto né della mobilità dei parlanti né dei loro (plurilingui) repertori individuali, con conseguenze paradossali: così un friulanofono di Gradisca d’Isonzo che si trasferisse nel contiguo comune di Fogliano Redipuglia perderebbe la tutela della lingua, non facendo parte quest’ultimo del territorio di applicazione della stessa. Si registrano poi altri due fenomeni che dovrebbero destare critica attenzione: da una parte si diffonde, in parte del mondo attivista, ma anche tra la popolazione e in alcuni casi addirittura nel discorso scientifico (si veda per es. De Cia 2013, cui si farà riferimento anche più sotto) una narrazione che, ignorando gli storici repertori plurilingui individuali e la storica condizione di di- o poliglossia in Friuli, propaga il mito di un monolonguismo che avrebbe caratterizzato la popolazione del Friuli fino alla fine del XIX o addirittura agli inizi del XX secolo. D’altra parte vi è una tendenza crescente a identificare l’etnico friulano con friulanofono, “misconoscendo” alla popolazione non friulanofona (quindi alla componente slovenofona, germanofona, venetofona, ma anche a quella italofona) un’identità friulana, stabilendo dunque una forte dicotomia tra popolazione friulanofona e non (si veda per esempio l’utilizzo fattone in Melchior C. 2015, 2017) e propagando forse una ulteriore concezione di Friuli11Si veda al proposito il pamphlet, ormai datato, del sociologo Raimondo Strassoldo(2005), che – basandosi peraltro non solo sulla questione linguistica, ma con considerazioni politiche ed economiche – afferma addirittura “che ormai la strategia di de-friulanizzazione delle province di Gorizia e Pordenone è troppo avanzata e irreversibile, e che l’unica possibilità di prolungare la vita del Friuli come soggetto storico è amputare le parti morte e concentrare gli sforzi terapeutici sul tronco centrale, cioè la Provincia di Udine. In altre parole, smettere il defatigante e inutile tentativo di convincere la classe dirigente di Gorizia e Pordenone a far causa comune con Udine. Prendere atto che ormai il Friuli è politicamente ridotto alla sola provincia di Udine, e chiedere la secessione dalla Regione” (Strassoldo 2005, 52-53). Anche nei mass media si riscontra un uso ambiguo e assai limitante dell’etnico friulano: così nella newsletter mattutina di Omar Monestier, direttore responsabile del quotidiano Messaggero Veneto – il maggiore quotidiano udinese, che porta come sottotitolo l’indicazione “Quotidiano del Friuli”, affiancata dalla bandiera del Patriarcato di Aquileia – inviata martedì 5 giugno 2018: “Fincantieri vara una nave a Monfalcone e i friulani dicono: Mbè? Tanta faciloneria del campanile va demolita. A Pordenone c’è un distretto che lavora solo per le grandi navi che vengono assemblate a Monfalcone e la Bassa friulana è piena di pendolari che sono impiegati nella cantieristica. Ecco perché la consegna della grande nave interessaanche a noi”. Una possibile interpretazione di tali righe porterebbe dunque a considerare Monfalcone e i suoi abitanti – e forse dunque tutto il territorio bisiaco – come non friulani; d’altra parte l’uso del noi pare inclusivo del direttore del quotidiano; questi, alla guida del quotidiano locale dal 2012 non è però friulanofono né “nativo friulano”, essendo nato e avendo trascorso la gran parte della sua vita – anche professionale – in Veneto (e in parte in Trentino-Alto Adige), risiede però in un territorio ad “alta friulanità” nella ex provincia di Udine. Quale concetto di friulano stia alla base non è comunque chiaro.

La ricerca di quest’ultimo è, come accennato, la più recente svolta “sul campo” e stima il numero di parlanti attivi del friulano in circa 600.000, di cui 420.000 lo parlerebbero regolarmente, 180.000 invece occasionalmente. Competenze passive sarebbero presenti pressoché nella totalità degli abitanti dei territori delle ex provincie di Pordenone, Udine e Gorizia. L’uso del friulano sarebbe maggiore tra i maschi in tutte tre le provincie, seppure la percentuale di “parlanti occasionali” nella Provincia di Udine e di Pordenone sarebbe maggiore tra le femmine che tra i maschi (Melchior C. 2015, 43, 2017, 233). Le stime, che risultano dalla proiezione dei dati di un’inchiesta svolta nel 2014 su un campione di 1.200 intervistandi (Melchior C. 2015, 57, 2017, 220), paiono ottimistiche, non essendo poi chiaro cosa si intenda per “parlanti friulani”, se cioè i probandi indichino con “uso di friulano” davvero l’utilizzo di una sua varietà o forma o invece l’inserzione di lessemi, fraseologismi, elementi pragmatici e simili in un discorso fondamentalmente italiano12Berruto ((2018, 503)) stima, basandosi su dati ISTAT del 2012 e sommando il numero di parlanti che afferma di parlare principalmente in friulano e sia in friuliano sia in italiano, i parlanti friulani in circa 500.000. I dati ISTAT sono tuttavia assai problematici per dedurne simili stime (sull’ultima stima ISTAT 2017, cf. più sotto e (Melchior (in stampa/b))).. La trasmissione intergenerazionale pare molto più limitata, riguardando il 28,2% della popolazione come unica lingua, fino a un totale di 55,9% considerando anche chi ha indicato di parlare con i figli sia italiano sia friulano (Melchior C. 2015, 15, 2017, 41)13Soria (2015, 131-135) attesta ai friulani, in base ai suoi dati, mancanza di confidenza nelle proprie competenze linguistiche, ma fiducia nel futuro della lingua, sebbene essi prevedano un calo dei parlanti. La trasmissione intergenerazionale è ritenuta bassa,ma “‘Identity’ and ‘pride’ are the keyword used for Friulian […] (Soria 2015, 134).. Anche in questo caso però non è chiaro che cosa si intenda con “parlare friulano”. Certo è che il friulano si trova in una situazione di dilalia con l’italiano, essendo penetrato quest’ultimo profondamente negli usi informali e spontanei, soppiantando sempre più il friulano appunto. La tutela giuridica di cui il friulano gode (al riguardo cf. Cisilino 2014, 2015) ha sicuramente reso possibile o in parte potenziato l’utilizzo del friulano in determinati ambiti, dalla cartellonistica stradale ai media tradizionali come stampa e comparto radio-televisivo14Oltre alla già citata Radio Onde Furlane, il friulano è presente soprattutto nell’emittente radiofonica della curia udinese Radio Spazio 103 e nei canali sociali delle due emittenti; il friulano è, marginalmente, presente anche nella radio RAI regionale; a livello di carta stampata, l’unica pubblicazione periodica interamente in friulano attualmente attiva è il mensile La Patrie dal Friûl, mentre altre iniziative (come Il Diari), con il taglio ai finanziamenti operato negli ultimi anni, hanno cessato di esistere, non avendo raggiunto un’autonomia finanziaria. Il friulano è però presente periodicamente nel settimanale diocesano La vita cattolica e, in collaborazione con l’ARLeF e la Società Filologica Friulana, sul quotidiano regionale Messaggero Veneto. Ovviamente il friulano è presente anche nelle due pubblicazioni della Società Filologica Friulana Ce fastu? e Sot la nape, ma anche in diverse altre pubblicazioni settoriali o a livello locale. L’ultimo numero finora apparso della rivista scientifica bilingue friulano-inglese Gjornâl furlan des siencis, pubblicata dalla Societât Sientifiche e Tecnologjiche Furlane, risale al 2011, ma la stessa società pubblica, dal 2014 e in collaborazione con l’ARLeF, la rivista di divulgazione scientifica Cîl e Tiere. A livello televisivo, il friulano è presente soprattutto nell’emittente privata Telefriuli, mentre il servizio pubblico RAI, nonostante le disposizioni di legge e gli accori stipulati, ha una scarsissima presenza di friulano; sulla stampa in friulano cf. i materiali messi a disposizione dall’ARLeF e, per un’analisi critica, Melchior L. (2015).. L’ingresso nella scuola può permettere anche l’incremento del numero dei neoparlanti, per lo meno temporaneamente (critico al riguardo Turello 2016). Questo non corrisponde però necessariamente a un incremento anche degli usi attivi nella quotidianità comunicativa né a una maggiore trasmissione intergenerazionale.15Le descrizioni delle misure di elaborazione e di politica linguistica attiva prendono necessariamente sempre in considerazione l’aspetto produttivo, ma non forniscono alcuna indicazione riguardo a quello ricettivo. Un alto numero di pubblicazioni diversificate indica certo una notevole elaborazione estensiva, ma non permette di trarre alcuna conclusione sulla loro effettiva ricezione; nemmeno eventuali dati di vendita non forniscono indicazioni utili, in quanto, in particolare per le lingue minori, è ben conosciuto il fenomeno dell’acquisto “museale”, per cui determinate pubblicazioni mostrano discreti o buoni dati di vendita, ma questi non corrispondono all’effettiva lettura degli stessi, che vengono piuttosto acquistati con fini collezionistici e per ragioni “identitarie” (cf. al proposito Melchior 2014a, 581).

Il quadro socio-demografico dei parlanti mostrerebbe una predominanza di “professioni/attività ‘non intellettuali'” (Melchior C. 2015, 12, 2017, 34), che l’autore della ricerca però relativizza, ritenendo tale dato come naturale conseguenza di una predominanza di parlanti anziani, presso i quali tale profilo socio-demografico è maggiormente rappresentato, mentre limitando l’analisi a parlanti con meno di cinquant’anni la situazione sarebbe meno chiara, con un aumento di “professioni intellettuali” tra i parlanti. Il friulano non pare una lingua “attraente” per chi non sia nato in regione (Melchior C. 2015, 12-13, 2017, 35-36).

Per quanto riguarda lo status del friulano, Iannàccaro/Dell'Aquila (2015, 472) rilevano una “crescente tendenza alla ‘linguicizzazione’ del friulano e un parallelo tentativo di renderlo una varietà ideologizzata il cui continuum sociolinguistico è il più possibile indipendente da quello dell’italiano”, un processo questo che potrebbe avere più possibilità di attecchire in zone a friulanità debole che dove l’uso quotidiano del friulano è normale e il suo rapporto con l’italiano piuttosto stabile.16Jones i.a. (2016, 616) vedono anche in Friuli una situazione simile a quella delle altre regioni: “In most communities where the indigenous variety is not, or not recognized as, Italo-Romance, e.g. Val d’Aosta, Friuli, Sardinia (but not the Alto Adige), the actual sociolinguistic (dilalic) relationship of the minority language to Italian is similar to that of the dialects, albeit sometimes complicated by the added presence of an Italo-Romance dialect, e.g. Piedmontese, Francoprovençal (and French) are spoken in the Val d’Aosta”. Tale affermazione è tuttavia di difficile interpretazione: da un punto di vista pragmatico, ci pare di poter condividerla; da un punto di vista “ideologico” il quadro è più differenziato. Il numero di neoparlanti, più sensibili a questo tipo di discorsi, pare però non trascurabile, ammontando, secondo le stime di Melchior C. (2015, 5, 2017, 39-40) a circa il 20% del totale dei parlanti.

Il riconoscimento giuridico, le misure di politica linguistica volte all’elaborazione intensiva ed estensiva del friulano (cf. Angeli 2015, Melchior 2014a; una sinossi fino all’inizio del XXI sec. in Bauer 2002), la possibilità di utilizzarlo nei rapporti con la giustizia e l’amministrazione nell’ambito della zona di tutela, l’introduzione nell’insegnamento scolastico, che dopo iniziali difficoltà pare ben avviato (cf. Burelli 2015, (Melchior (in stampa/b))), le misure e campagne, anche nell’ambito del linguistic landscape, volte all’incremento della visibilità pubblica del friulano sembrano però aver sortito alcuni effetti concreti, nonostante la già citata ricerca di Susič i.a. (2010) abbia mostrato una sostanziale ignoranza esplicita e concreta delle stesse. L’alta percentuale di intervistati che, in recenti censimenti e indagini sulle lingue parlate in Italia (p.e. l’indagine (ISTAT 2017), su dati del 2015), in Friuli Venezia Giulia indica l’opzione “Altra lingua”, notevolmente superiore alla percentuale di immigrati e di parlanti lingue minoritarie “alloctone”, può essere dovuta a coloro che ritengono il friulano non come dialetto, ma appunto come lingua a sé stante (cf. Iannàccaro/Dell'Aquila 2015, 459, (Melchior (in stampa/b))). Ciò non significa tuttavia che vi sia una correlazione tra questo status percepito e i concreti usi linguistici. Krefeld (2016, 270-271), che analizza il numero di utenti registrati e di articoli nelle sezioni in diversi dialetti e lingue minoritarie d’Italia, rimarca come entrambi siano, per il friulano (ma anche per il sardo) decisamente inferiori a quelle di altri idiomi della penisola, come il piemontese, il lombardo, il siciliano, il napoletano, il veneto, ma anche il tarantino. Se per i primi, per quanto riguarda il numero di utenti registrati, si può contestare il fatto che il numero di potenziali parlanti di tali idiomi è decisamente superiore a quello del friulano – oltre cinque milioni di residenti in Sicilia nel 2017, quasi 4.400.000 in Piemonte, oltre 970.000 nella sola città di Napoli, solo per fare alcuni esempi, contro poco più di 1.200.000 nella Regione Friuli Venezia Giulia, di cui però circa 235.000 residenti nell’allora provincia di Trieste (cf. dati ISTAT). Sicuramente degno di attenzione è il fatto che la “produttività” degli utenti/autori di Wikipedia sia assai diversa: mentre per il piemontese il numero di pagine di contenuti corrisponde a oltre quattro volte quello degli utenti, per il lombardo al doppio e per siciliano e napoletano vi è quasi una corrispondenza 1:1, stupisce, oltre all’alta attività degli utenti “tarantini”, che per il friulano tale rapporto sia di gran lunga inferiore, con circa 0,41 pagine di contenuti per utente registrato. Tuttavia l’analisi di Krefeld non convince pienamente. Innanzitutto non pare possibile stabilire una correlazione tra tali dati e l’attrattività e/o il prestigio degli idiomi, essendo il dominio indagato assai ristretto e limitandosi l’analisi a dati quantitativi grezzi (non si considera per esempio la lunghezza e l’esaustività dei singoli articoli enciclopedici, ma nemmeno gli ambiti dello scibile cui essi pertengono: si pensi per esempio che uno degli argomenti maggiormente trattati nelle sezioni “minoritarie” di Wikipedia sono gli articoli riguardanti i singoli comuni della rispettiva regione – il Piemonte, con 1.203 comuni contro i 215 del Friuli Venezia Giulia ha un “potenziale” di circa cinque volte e mezzo maggiore di quello friulano; a livello contenutistico tali articoli presentano però spesso un assai limitato corpo testuale). D’altra parte, l’osservazione “[f]orse l’interesse spontaneo di scrivere pubblicamente nella lingua di minoranza è bloccato dai pesanti discorsi sulla standardizzazione, inesistenti o almeno molto meno ideologici in ambiente dialettale” (Krefeld 2016, 271) non convince per due motivi: innanzitutto perché la redazione di un articolo di Wikipedia non pare potersi considerare come frutto di un “interesse spontaneo”, ma richiede un’attività preparatoria considerevole; questo condiziona, a nostro avviso, anche il rapporto con la scritturalità. Ciò non significa che i potenziali scriventi siano inibiti dai discorsi – certamente in certa qual misura ideologici – sulla standardizzazione, quanto piuttosto che la consapevolezza dell’esistenza di un friulano per molti versi normato e “ufficiale”, ma forse che essi provino un senso di insicurezza nella redazione di un testo che pertiene a una forma di scritturalità decisamente elaborata. Forme di scritturalità spontanea si trovano in reti sociali o anche nelle sezioni di commento nelle edizioni online di quotidiani o altri mezzi di comunicazione, oltre che nel mondo dei blog (cf. Melchior L. 2015), dove esse sono meno legate a norme ortografiche e non solo. Ciò pare piuttosto corroborare un’altra ipotesi, cioè quella che vi sia sì un’imago di tale lingua standardizzata e dei suoi ambiti di utilizzo, ma manchino la conoscenza della e la sicurezza nella stessa e, forse, anche l’interesse ad apprenderla, bloccando quindi gli usi scritturali più formali, per i quali la propria varietà locale – considerata invece come dialettale – non è ritenuta adeguata.

La standardizzazione comporta, a livello di sicurezza linguistica, anche problemi d’altro tipo. Radatz (2012, 124) indica come una delle caratteristiche dei neoparlanti di lingue regionali una fonetica e una sintassi fortemente influenzate dalla lingua dominante, ma un atteggiamento puristico con arcaismi e neologismi pianificati nel lessico. Nell’elaborazione intensiva del friulano il rinnovamento del lessico è stato oggetto di numerose misure di politica linguistica (cf. anche la sezione 6.2 più sotto). Questa ha seguito due linee apparentemente contraddittorie, ma complementari: da una parte vi è stato un rinnovamento del lessico con la creazione pianificata di una serie di terminologie scientifico-tecniche e giuridico-amministrative, come si vedrà più sotto. Il risultato è un lessico che riprende modelli italiani e internazionalismi, cosa che porta a una percepita “italianizzazione” del lessico stesso. D’altra parte però vi è stata un’ondata puristica che ha portato all’adattamento fonetico-fonologico e morfologico di prestiti, in particolare dal veneto e dall’italiano, e di neoformazioni genuinamente friulane secondo leggi fonetiche che in realtà non sono più attive da secoli, e svilendo invece i meccanismi spontanei di adattamento che il friulano ha adottato (al proposito cf. Vanelli 1986). È il caso di neoformazioni come coleç invece di colegjo, ricostruito come se fosse parola ereditaria dal latino collēgĭum, e non prestito adattato dal veneto colegio o dall’italiano collegio, o di coraç invece di coragjo, quasi fosse questo un continuatore diretto di *coratĭcum, e non un prestito adattato ancora dal veneto coragio o dall’italiano coraggio. Analogo discorso si può fare per gli avverbi in –menti, per i quali si riattiva una derivazione dall’aggettivo nella forma femminile (p.e. justementi), ignorando la rianalisi avutasi nel friulano che ha reinterpretato il morfema derivazionale in –ament(r)i, come in justament(r)i (al riguardo cf. Finco 2009a, 2009c e la replica di Carrozzo 2009). Tali interventi contribuiscono certamente ad accrescere l’insicurezza dei parlanti nativi e possono quindi avere effetto dissuasorio nell’avvicinamento alla scritturalità.

La necessità di creare strutture linguistiche adeguate per tradizioni discorsive finora non presenti nel friulano, come la prosa giornalistica e scientifica, ha invece portato ad adottare (acriticamente?) modelli italiani e o di altre lingue più elaborate, in particolare dal punto di vista sintattico, diffusi peraltro anche nel parlato spontaneo, come per esempio perifrasi verbali del tipo stâ+gerundio per le forme progressivo-continuative invece dei friulani o soi che+ indicativo (lit. ‘sono che+indicativo’), o soi daûr a+infinito (lit. ‘sono dietro a’) o il semplice presente indicativo (al proposito cf. Melchior 2014b).

Il contatto con l’italiano è il fattore di dinamicità più evidente nel friulano contemporaneo, con effetti su tutti i piani della lingua. Si è detto già sopra dell’influsso lessicale, che interviene sia a livello di neologismi per nuovi referenti – spesso come tramite di originari anglicismi o altri internazionalismi – sia nella sostituzione di termini e unità fraseologiche genuinamente friulane con altre di stampo italiano; si è già detto di zio/zia invece dei friulani barbe e gnagne, ma gli esempi sono numerosi: si pensi a farmacist per speziâr ‘farmacista’, risparmiâ per sparagnâ ‘risparmiare’, lupo per lôf, imondizie per scovace ‘immondizia’, bisognâ per coventâ ‘bisognare’ etc. (cf. anche Fusco 2014c, 12), ma anche ce raze di invece di ce sorte di ‘che razza di’, o il fraseologismo fâ pietât ‘fare pietà, suscitare commiserazione’ al posto di fâ dûl dal medesimo significato e molti altri17Si confronti per esempio il seguente esempio autentico, registrato fortuitamente nel Friuli centrale nell’agosto 2018, da parlante femmina di circa 70 anni: A si ripose veramentri ‘Si riposa veramente’. La frase è lessicalmente italiana, con la sostituzione di polse con ripose e di pardabon con veramentri.. Si registrano anche numerosi calchi semantici, come nel caso di servî utilizzato con il significato di ‘essere utile, essere necessario’, mentre l’originaria semantica è solamente ‘essere al servizio’. L’influsso italiano emerge però anche nella fonetica e nel sistema fonologico, con la reintroduzione delle affricate alveolari [t͡s] e [d͡z] nei prestiti dall’italiano – fenomeno ancor più accentuato quando si tratta di “parlato letto”, come nel caso per es. di trasmissioni radiofoniche, nel quale il modello scritto influenza anche la realizzazione orale (cf. Melchior L. 2015, 561; sul parlato radiofonico cf. Fusco 2014a)18Come già diversi anni fa notava bene Roseano (2010) non esistono regole ortoepiche per il friulano standard. Le proposte effettuate da questi non solo non paiono essere state recepite, ma non hanno nemmeno dato il via a una discussione sul modello orale da preferire.

Anche a livello morfologico si registrano fenomeni di contatto, in cui il modello italiano ha effetti sul friulano: si possono citare qui per es. la rinnovata e rinforzata vitalità del suffisso aggettivale denominale –âl, o la formazione di nomina agentis sulla scorta del modello italiano in –ante, –ente, come in fevelant ‘parlante’, cioè con conversione da participio presente – pur mancando questo in friulano, poiché l’esito sarebbe omofono a quello del gerundio.

A livello di formazione delle parole, su modello italiano si formano alcuni composti del tipo verbo+sostantivo quale complemento d’oggetto diretto, del tipo segnefiere ‘termometro’, secondo un processo morfologico conosciuto al friulano – in genere però povero di composti -, ma rafforzato dal contatto con l’italiano, di cui tali composti talora costituiscono calco (cf. Marcato 2015, 425-426).

Infine a livello discorsivo, dove elementi pragmatici dell’italiano vengono utilizzati in frasi friulane, come nell’esempio Ce tant tabaiâ, cazzo!19Esempio reale registrato fortuitamente nell’agosto 2018 su una spiaggia friulana, da parlante femmina di circa cinquant’anni. ‘Che tante chiacchiere, cazzo!’.

Forte è invece l’effetto del contatto con il veneto nella cosiddetta “fascia di transizione veneto-friulana”, con conseguenze in tutti gli ambiti della lingua (cf. Heinemann/Melchior 2015, 198-205). Tedesco e sloveno non svolgono in tal senso più alcun ruolo, né vi sono – a prescindere dagli anglicismi dell’italiano, che tramite questo entrano anche nel friulano, rilevanti effetti da contatto con altre lingue.

È evidente però che il contatto non è monodirezionale: così l’italiano neostandard parlato in Friuli mostra tratti specifici regionali e altri che condivide con l’italiano parlato in altre regioni settentrionali. Morgana (1997a [1992], 308) vede il contatto più evidente a livello prosodico e in particolare intonazionale, ma anche a livello ortoepico, con “la tendenza a riprodurre in alcuni casi l’allungamento vocalico del dialetto e l’assordimento consonantico in finale di parola”. Numerosi i fenomeni di contatto anche a livello morfologico e sintattico, ma anche semantico (cf. Morgana (1997a [1992], 308-309). Marcato (2002a, 345) riprende in parte tale descrizione, rimarcando però anche altri aspetti, come “la mancata (o difficile) realizzazione di l, n, s palatali”, il mancato uso degli articoli lo, gli, uno e del partitivo, l’uso indifferenziato di gli e le come pronome dativo maschile e femminile, l’uso del complementatore che dopo quando, dove, etc. e numerosi altri tratti, oltre che un buon numero di elementi lessicali (Marcato 2002a, 346) per descrivere tipici realia, ma non solo (cf. anche Fusco 2014c, 13). A tal proposito bisogna però differenziare tra un uso conscio e un uso non conscio di questi elementi. Così alcuni lessemi e forme pragmatiche (ninino da ninin ‘carino, dolce’, mandi ‘formula di commiato’) possono essere utilizzati come sorta di tratti bandiera. L’italiano regionale friulano presenta anche caratteristiche precipue che non possono essere fatte risalire al contatto con il friulano, ma sono piuttosto da considerare venetismi, come il lessema tegolina ‘fagiolino’ (una selezione collaborativa di tali elementi, dal carattere ludico e non scientifico, ma non per questo meno interessante, è sul sito del progetto Pengio, che però pare non venire più aggiornato).

Al di là degli influssi reciproci dei due codici, assai diffuso è il code-mixing e, seppur in forme diverse, il code-switching. Enunciati e discorsi mistilingui sono all’ordine del giorno: in particolare, su matrice friulana si inseriscono elementi italiani, sia per referenti che non hanno denominazione friulana, sia per altri, in cui il termine italiano sostituisce quello friulano esistente o, come visto, in elementi pragmatici. Il code-switching procede di regola in direzioni diverse nelle diverse fasce di età: mentre per le generazioni più anziane e, di regola, meno istruite, ma maggiormente friulanofone, si può registrare switch dall’italiano al friulano, in quelle più giovani vi è, nel caso, switching dal friulano all’italiano.

Studi sulla vitalità del friulano mostrano risultati in parte discordanti. De Cia (2013), che presenta i risultati di una tesi di bachelor svolta presso l’università di Manchester, basandosi sulla scala proposta da Whaley (2003) vede il friulano come lingua in fase di scomparizione (“disappearing” secondo Whaley 2003, 965); in particolare è la scarsa trasmissione intergenerazionale a preoccupare lo studioso. La pur interessante ricerca mostra però limiti teorici e metodologici che fanno sorgere dubbi sulla possibile generalizzazione di tali risultati. Più differenziata l’analisi di Coluzzi (2015), che utilizza diverse scale di misurazione (cf. anche Coluzzi 2007).20Sulla standardizzazione del friulano cf. anche Frau 2006e, in breve, anche Pountain 2016, 640-641). Secondo la scala EGIDS (Extended Graded Intergenerational Disruption Scale, Lewis/Simon 2010), il friulano sarebbe lingua minacciata (cf. Coluzzi 2015, 495-497)21Repetti (2018, 116) indica due valori sullo “stato di salute” del friulano, quello di Ethnologue e quello dell’UNESCO. Mentre per il primo il friulano, con circa 300.000 parlanti stimati, avrebbe il valore “4. Educational” e godrebbe dunque di discreta saluta, il secondo, pur stimando i parlanti a ben 600.000, lo indica come “Definitely Endangered”; la discrepanza di dati e interpretazioni secondo le diverse scale fa sorgere fondati dubbi sulla loro comparabilità (e validità come strumenti di misurazione).; ma l’analisi dei fattori rilevanti per la scala UNESCO (2003) mostra una situazione più articolata e complessa: così se per la trasmissione intergenerazionale e la proporzione di parlanti sul totale della popolazione il friulano ottiene il grado 3 di una scala da un minimo di 0 a un massimo di 5, quindi con un certo, seppur blando, grado di pericolo, altri fattori risultano ben più solidi: la parità multilingue, i domini coperti e le funzioni svolte dalla lingua e la risposta ai nuovi domini ottengono il grado 4, gli atteggiamenti ufficiali nei confronti della lingua e la documentazione esistente della lingua tra 4 e 5, l’accessibilità a materiali scritti e per l’insegnamento il grado 5 e solamente gli atteggiamenti della popolazione (2-3) paiono più preoccupanti (cf. (Coluzzi 2015, 497-502)). L’autore (Coluzzi 2015, 506-507) mostra però anche come l’effettiva implementazione in ambiti importanti, come la stampa, il comparto radio-televisivo e la scuola non sia avvenuta che in maniera parziale e non sia garantita nel lungo termine, mentre nel paesaggio linguistico, all’esempio di Udine, il friulano svolga un ruolo meno che marginale (cf. Coluzzi 2015, 505-508). È tuttavia difficile valutare correttamente quale sia la portata di analisi di questo tipo. Se la trasmissione intergenerazionale può infatti essere considerata un dato importante per misurare la vitalità di una lingua – non compensando, in genere, i neoparlanti il decremento generazionale e avendo questi comunque effetto modificante sull’architettura della lingua in questione -, altri fattori, come la disponibilità di materiali scritti e per l’insegnamento, l’utilizzo in radio, televisione e altri media etc. misurano solamente la fase produttiva e il potenziale a disposizione, non invece la reale fruizione di tali offerte (nemmeno dati di vendita sono, in tal senso, indicatori affidabili, dal momento che vi può essere anche “acquisto ideologico” di materiale in lingua, che viene poi conservato musealmente senza essere effettivamente recepito). Anche un’analisi del paesaggio linguistico deve tenere conto non solo (o non tanto) di dati quantitativi, ma soprattutto di dati qualitativi, cioè per es. se la cartellonistica in friulano costituisca anche un contributo all’incremento dell’informazione semantica, o se essa abbia invece solo un valore ideologico, costituendo “doppione” dell’informazione in italiano 22Se le indicazioni più prettamente toponomastiche, come per esempio Udine/Udin o Gemona/Glemone hanno forse una maggiore ragione d’essere, ci si chiede infatti la funzione di altre indicazioni e cartelli, come per esempio Tangjenziâl accanto a TangenzialePneumologjie accanto a Pneumologia (visto in ospedale). In alcuni casi la forzata traduzione è problematica, non contribuendo alla modernizzazione del lessico, ma modificandolo in direzioni di un’italianizzazione: così l’indicazione Centro/Centri, che è pura trasposizione lessicale e semantica dall’italiano, conoscendo il friulano, per il centro del paese, l’indicazione paîs, lit. ‘paese’ o place lit. ‘piazza’ (cf. le espressioni o voi in place/o voi in paîs).

5. Suddivisione dialettale

Pur risultando relativamente omogeneo – in particolare se paragonato al ladino dolomitico o al romancio – il friulano viene suddiviso, sulla base di isoglosse principalmente fonetico-fonologiche e lessicali (meno in base a caratteristiche morfosintattiche) fin dai lavori fondamentali di Francescato (1966) e di Iliescu (1972) e passando per Frau (1984), in tre gruppi principali: friulano occidentale, friulano settentrionale o carnico, friulano centro-orientale. All’interno del gruppo carnico alcuni autori (cf. per esempio Haiman/Benincà 1992, 28) riconoscono un ulteriore tipo, il friulano gortano, come indipendente. Ogni gruppo può a sua volta essere suddiviso in diversi sottogruppi – Roseano (2015, 162) ne individua, basandosi su Frau (1984) e integrandolo con Francescato (1966), ben 23, descrivendo le isoglosse che stanno alla base della sua classificazione come segue:

[i] tracciati di una parte importante delle isoglosse si possono stilizzare, semplificando molto, con linee che dividono il Friuli in modo geometrico. Se si immagina l’area friulanofona come un quadrato […], un primo tipo di isoglossa, che possiamo definire di tipo I perché il suo andamento verticale ricorda la forma di tale lettera maiuscola, divide in due verticalmente l’area friulana, separando le parlate occidentali e parte di quelle carniche dal resto. Un secondo tipo di confine linguistico ha un andamento di tipo orizzontale, la cui forma può ricordare la lettera T (formata da un tratto orizzontale da cui si dirama un segmento verticale sottostante), e separa l’area carnica, cui spesso si aggiunge l’Alto Friuli udinese, dal complesso dalle parlate centro-meridionali. Un terzo tipo di isoglossa segue un movimento a forma di V e separa le aree sudoccidentali e sudorientali dalle rimanenti. Va notato che, soprattutto nel Friuli occidentale, le varie isoglosse di tipo V non coincidono tra loro, ma corrono parallele le une alle altre, frazionando notevolmente l’area concordiese. Infine, un quarto modello ricorrente di linea è di tipo circolare, come la lettera O, e suole delimitare l’area di influenza di alcuni centri urbani (normalmente Udine, ma in alcuni casi anche altri, come Tolmezzo). (Roseano 2015, 161)

La classificazione di Roseano (2015, 162), comprende dunque:

1. friulano centro orientale

1.1 friulano centrale

1.1.1 friulano centrale comune

1.1.2 friulano del Medio Tagliamento

1.1.3 friulano prealpino orientale

1.1.4 friulano collinare centrale

1.1.5 friulano udinese

1.1.6 friulano cividalese

1.1.7 friulano centromeridionale

1.2 friulano goriziano

 

1.3 friulano della fascia sud-orientale del Tagliamento

 

2. friulano carnico

2.1 friulano carnico comune

2.1.1 friulano carnico comune

2.1.2 friulano tolmezzino

2.1.3 friulano del Chiarsò

2.1.4 friulano del Fella

2.2 friulano gortano

2.2.1 alto gortano

2.2.2 basso gortano

2.3 friulano fornese

3. friulano occidentale

3.1 friulano occidentale comune

3.1.1 friulano occidentale comune

3.1.2 friulano dell’Alta Val Cellina

3.2 friulano della fascia nord-occidentale del Basso Tagliamento

 

3.3. friulano asìno

 

3.4 friulano tramontino

 

3.5 ertano

 

3.6 friulano della fascia di transizione friulano-veneta

 

Anche l’ertano, da Ascoli considerato una varietà ladina e non friulana e il cui status è spesso stato discusso (una sintesi in Heinemann/Melchior 2015), è dunque indicato da Roseano chiaramente come dialetto friulano (Bauer 2015 vede una chiara divergenza dell’ertano rispetto alle varietà ladino dolomitiche, sia dal punto di vista lessicale sia da quello fonetico; sulla controversa questione dell’appartenenza linguistica di Erto cf. anche le posizioni di Gartner 1892 e Francescato 1963b).

L’origine della frammentazione dialettale dell’area friulanofona è indicata da Marchetti (1963) nella divisione plebanale del Friuli; Francescato (1963a) concorda solo sul ruolo svolto dall’appartenenza diocesana nello sviluppo della conformazione dialettale, e anche Vicario (Vanelli 2007, 34) conferma tale ipotesi; Roseano (2015, 158-160) indica fattori orografici, idrologici, ma anche la suddivisione municipiale romana e le diverse vicende storiche vissute, in particolare tra “Friuli veneto” e “Friuli austriaco”.

Dal punto di vista percettivo, il confine dialettale più importante è probabilmente il fiume Tagliamento che, nonostante i dialetti parlati lungo le sue sponde non siano tra loro assai dissimili, divide il Friuli e il friulano in una parte di cà da la aghe ‘di qua dell’acqua’, in generale detto del Friuli centro-orientale, e una di là da la aghe ‘di là dell’acqua’, con cui viene in genere indicato il Friuli occidentale.

Pur essendo consapevoli del fatto che singole variabili (=tratti) e le isoglosse che si possono ricavare dall’unione dei punti di rilevazione in cui tali variabili si mostrano in una stessa variante “zeigen […] keine ‚Sprachgrenzen‘; dieser Schluss ist selbst im Fall von mehreren Isoglossen mit identischem Verlauf (‚Isoglossenbündel‘) nicht ohne weiteres zulässig” (Krefeld 2018b). Altrettanto vero è che esse non sono adeguate a rappresentare la spazialità del parlante e del parlato, ma solo “dass sprachliche Formen charakteristisch für einen Ort oder ein Areal sind” (Krefeld 2018b) in rapporto a determinati parlanti scelti come informanti e ignorando tutte le altre dimensioni della variazione. Tuttavia si presentano qui alcuni tratti considerati come particolarmente rilevanti per una suddivisione dialettale del friulano, che paiono anche percettivamente importanti.23Per una critica ancor più radicale al concetto di varietà cf. Krefeld 2018c.

5.1. Tratti dialettalmente rilevanti

5.1.1. Fonetica e fonologia

5.1.1.1. Vocalismo

Non è certo questa la sede per descrivere nel dettaglio le caratteristiche di tutti i dialetti, si farà dunque solo breve accenno ad alcuni tratti che si ritengono più marcanti:

  • una delle caratteristiche anche percettivamente più evidenti è, nel vocalismo atono, lo sviluppo di –a latina, unica vocale ereditaria che possa trovarsi in tale posizione. Mentre il friulano centrale e parte del friulano carnico presentano –e, friulano occidentale (ma anche parte del friulano centrale al confine del Tagliamento), buona parte del friulano carnico – in particolare quello occidentale – e friulano orientale presentano –a. Nell’alto gortano si ha invece –o, che pare, in tempi antichi, aver conosciuto una più ampia diffusione (e che si trova anche a Grizzo, piccola frazione di Montereale Valcellina nel Friuli occidentale);
  • in parte del friulano occidentale (ma anche in alcune varietà friulane centrali vicine al Tagliamento) e nel goriziano manca l’opposizione vocalica tra vocali toniche brevi e lunghe. Per quanto riguarda la cosiddetta “posizione forte”, nel friulano occidentale (e nelle varietà centrali riguardate dal fenomeno) vi è in generale compensazione tramite dittongazione, [ej] dove nel friulano centrale vi è [eː] (ma in parte anche per [iː]) e [ow] dove in friulano centrale vi è [] (e in parte anche per [uː]), mentre nel goriziano non vi è nemmeno dittongazione. L’allungamento in posizione cosiddetta “debole” davanti a una /r/ finale, tipico del friulano centrale, trova corrispondenza, in alcune varietà carniche, nei cosiddetti “dittonghi ribaltati” (in realtà iati) [ˈuo]​ o [ˈua]. Sviluppi particolari in posizione forte si hanno sia nel friulano occidentale (come [ˈie] al posto di [eː] a Clauzetto) e nell’alto gortano ([ˈio]​ e [ˈia]​ rispettivamente a Rigolato e Forni Avoltri). Sempre in ambito di lunghezza vocalica, solamente alcune varietà carniche e friulano settentrionali mantengono la vocale lunga nella desinenza dell’infinito verbale (cf. Vicario 2007, 36);
  • la [ɛ] del latino volgare si sviluppa, davanti a originaria vibrante complicata, nel dittongo [jɛ] in buona parte del friulano, ma conosce anche lo sviluppo [ja] nel friulano occidentale, meridionale, udinese e orientale, così si avrà fiar invece di fier ‘ferro’, viarzi invece di vierzi ‘aprire’.

5.1.1.2. 5.1.1.2 Consonantismo

Anche nel consonantismo vi sono tratti che sono particolarmente rilevanti per operare una suddivisione dialettale del friulano e che risultano anche percettivamente significativi. Tra questi si segnalano i diversi esiti di C+A e G+A latine: mentre nel friulano carnico e in buona parte di quello centrale l’esito è rispettivamente [c] e [ɟ], nelle varietà occidentali, orientali e meridionali, essi danno gli esiti [t͡ʃ] e [d͡ʒ], mentre le due affricate palatali originarie passano, in parti del Friuli meridionale, ad affricate alvelari [t͡s] e [d͡z], altrove a fricative alveolari [s] e [z] e in alcune varietà occidentali estreme a fricative dentali [θ] e [ð] (sulla problematica cf. anche Francescato 1986, 350-352).

5.1.2. Morfologia

Oltre al morfema dei femminili latini in -A e all’infinito dei verbi, di cui si è già discusso nella fonologia, vi sono anche sul piano morfologico alcune caratteristiche che aiutano a individuare diversi gruppi dialettali.

5.1.2.1. Articolo

Una prima differenza riguarda l’articolo determinativo singolare maschile, che, oltre al più comune il può presentare la forma al (nel cividalese, in parte della Bassa Friulana e del Friuli occidentale), el (in parte della zona collinare del Friuli centrale) o infine lu nell’alto gortano.

5.1.2.2. Plurale di sostantivi e aggettivi in occlusiva alvelolare

Ad eccezione del Friuli settentrionale, ma anche di San Giorgio di Nogaro nel Friuli centro-meridionale e di San Daniele nel Friuli centrale, dove essa è presente, l’assenza dell’affricata alveolare [t͡s] ha conseguenze morfologiche sulla formazione del plurale dei sostantivi e aggettivi terminanti in occlusiva alveloare: il morfema lessicale si modifica, perdendo l’occlusiva alveolare: /ˈbrus/ e non /ˈbrut͡s/ ‘brutti’, /ˈfrus/ e non /ˈfrut͡s/ ‘bambini’, /ˈɟas/ e non /ˈɟat͡s/ ‘gatti’, /ˈdres/ e non /ˈdret͡s/ ‘diritti’.

5.1.2.3. Prima persona plurale dell’indicativo presente

Se nella maggior parte delle varietà friulane il morfema della prima persona plurale dell’indicativo presente è /+ˈin/, nella zona mediana del Friuli occidentale compresa tra Meduna e Cellina esso è /+ˈen/, mentre nell’area immediatamente contigua al Veneto esso è /+ˈon/ (cf. Roseano 2015, 177-178).

5.1.2.4. Prima persona singolare dell’indicativo presente

Alcune varietà marginali occidentali e orientali hanno esteso il morfema –i alla prima persona singolare dell’indicativo presente di tutti i verbi, per analogia con le forme della prima coniugazione (cf. Vicario 2007, 39).

5.1.3. Sintassi

5.1.3.1. Sintagma nominale femminile plurale

Caratteristica di alcuni dialetti dell’area occidentale e meridionale è la marcatura del plurale tramite morfema sigmatico, nel sintagma nominale femminile, solo nell’elemento più a destra del sintagma nominale (cf. Benincà/Vanelli 2015, 409), mentre per gli altri costituenti del sintagma si osserva l’innalzamento della vocale finale. Si avranno forme dunque del tipo li bieli frutis o li fruti bielis, bieli ciasis/biele cjases.

5.1.3.2. Differenziazione tra forma verbale dichiarativa e interrogativa

Nel goriziano e in alcuni altri dialetti non vi è differenziazione tra la forma dichiarativa e la forma interrogativa, dove sia la forma clama che la forma clamistu (cf. Roseano 2015, 179) possono essere sia dichiarative che interrogative, mentre nella maggior parte delle varietà la distinzione è data dalla posizione postverbale del pronome personale atono nella forma interrogativa.

5.1.4. Lessico

Per quanto riguarda la variazione diatopica lessicale, Marcato (Marcato 2013, 12) rimarca:

le articolazioni relative al lessico dipendono in taluni casi dalla contrapposizione di tipi lessicali tra area orientale e carnica e area occidentale, che ha origini già in varietà diatopiche del latino o anche da un rapporto tra situazioni maggiormente conservative oppure innovative, connesse a condizioni storiche, a istituzioni e suddivisioni territoriali […].

Naturalmente vi sono anche altre cause, come anche Marcato (Marcato 2013, 12) indica: non solo condizioni socioambientali diverse o il contatto con altre lingue, ma anche “‘irradiazione sinonimica’” (Marcato 2013, 12) o cause linguistiche interne.

Tra gli elementi anche percettivamente più significativi per la suddivisione dialettale del Friuli vi è sicuramente il verbo per ‘andare’, la cui differenziazione ha origine in modelli latini diversi, nel friulano centro-orientale, o ‘sî al di là del Tagliamento. Differenziazioni si trovano spesso nell’ambito del lessico legato all’agricoltura: per ‘aiuola’ si avranno così tre tipi: il prevalentemente carnico plet, strop, più tipico del friulano centro-orientale, e lo slavismo jeche, diffuso in particolare nell’area concordiese, o i due tipi per designare l’aratro, vuarzine nel Friuli centro-orientale e versôr nel Friuli occidentale.

Si potrebbero dare diversi esempi analoghi, con isoglosse lessicali spesso assai diverse, come per esempio per il caso di cartufule e patate ‘patata’, presentato in Roseano (2015, 180-181), per il quale risulta una piuttosto chiara divisione tra carnico, che predilige il primo tipo, e restante friulano. e molti altri, per i quali però si rinvia alle opere qui citate.

6. Dati empirici disponibili

Come già accennato, gli studi sul friulano hanno una tradizione relativamente lunga, motivo per il quale sono a disposizione diversi materiali empirici, seppure alcuni di essi risultino piuttosto datati.

6.1. Atlanti linguistici

Già lo Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz (AIS) (Jaberg/Jud 1928-1940, versione digitale consultabile tramite NavigAIS) comprendeva diversi punti d’inchiesta in territorio friulano; il Friuli venne tenuto in considerazione anche per l’Atlante linguistico italiano (ALI), di cui la Società Filologica Friulana fu uno dei promotori, ma la cui pubblicazione, come noto, cominciò solo molto tardi (Massobrio 1995-). A sopperire a ciò intervenne il fondamentale Atlante storico-linguistico-etnografico friulano (ASLEF) (Pellegrini 1972-1986), primo atlante regionale italiano, che oltre ai ricchi materiali raccolti all’uopo, presentava, come integrazione, anche quelli raccolti per i precedenti atlanti. Come dice il titolo stesso, l’ASLEF ha carattere storico-etnografico, dedicando poco spazio agli interessi morfologici e sintattici. Esso risulta però tuttora un’opera fondamentale per lo studio del friulano. Più recentemente, lo Sprachatlas des Dolomitenladinischen und angrenzender Dialekte (ALD-I e ALD-II, Goebl 1998-2002 e 2012), pur essendo dedicato al ladino dolomitico tiene in considerazione anche ben 23 punti d’inchiesta in Friuli occidentale (ex provincie di Udine e Pordenone). Materiali linguistico-cartografici sul Friuli Venezia Giulia si trovano anche nel progetto VIVALDI – Vivaio Acustico delle Lingue e dei Dialetti d’Italia (Kattenbusch 1998-), anch’esso di stampo fonetico-dialettologico, con alcuni dati di tipo anche morfologico. Ancora in fase di elaborazione (collaborativa) è poi l’atlante Verba Alpina (Krefeld/Lücke 2014-), in cui buona parte del Friuli Venezia Giulia è oggetto d’indagine.

Dal punto di vista sintattico è da segnalare l’Atlante Sintattico d’Italia (ASIt) (Benincà (s.d.)), che comprende diversi punti di inchiesta in Regione.

Il friulano fa parte delle lingue indagate nell’Atlas Multimèdia de la Prosòdia de l’Espai Romànic (Amper) (Martínez Celdrán/Fernández Planas 2003-), in particolare nell’Atlant multimediâl de prosodie des varietâts romanichis (Roseano/Fernández Planas 2009-2013).

Anche il Friuli Venezia Giulia infine è oggetto di indagine per il progetto ALIQUOT – Atlante della Lingua Italiana Quotidiana (Tosques/Castellarin 2013-), il quale però non indaga il friulano né le altre lingue “minoritarie” della regione, ma l’italiano quivi parlato.

6.2. Dizionari

Il paesaggio lessicografico friulano è molto ricco di prodotti assai diversi per ampiezza, taglio, fini e scientificità, di regola bilingui (italiano-friulano), talora plurilingui, assai raramente invece monolingui. Non è qui quindi né possibile né auspicabile soffermarsi diffusamente su ognuno di essi, si rimanda qui a Marcato (1989b, 639-644), Frau (2015a) e Turello ((2015)) per un quadro dello sviluppo storico e attuale della lessicografia friulana, ma si offrirà solo una breve panoramica, soffermandoci solo su alcune poche opere.

Fondamentale resta, seppur mai edito nella nuova grafia ufficiale, il cosiddetto Nuovo Pirona (Pirona i.a. 1935 e successive edizioni e aggiunte), che, seppur di base friulano-centrale, offre un repertorio lessicale ricco e ben organizzato. Importante, seppure dal taglio puristico-letterario e talora non sempre comprensibile nella scelta dell’organizzazione del lemmario è il Vocabolario della lingua friulana (Faggin 1985, 2 voll.). Dal carattere normativo più o meno esplicito sono il Vocabolario della lingua friulana. Italiano-friulano di Maria Tore Barbina (1991) e il Dizionario pratico italiano-friulano di Gianni Nazzi (Nazzi). Lo stesso Nazzi è autore (spesso in collaborazione) di numerosi dizionari bilingui friulano-principali lingue europee (e in un caso, Brecelj/Nazzi 1995, anche multilingue; digitalizzazione disponibile qui), anch’essi dal carattere piuttosto normativo-letterario e privi di interesse per ricerche di stampo dialettologico o varietistico in generale.

In tempi recenti, si è visto, si è assistito a un’intensa opera di elaborazione intensiva della lingua, che ha portato alla produzione di numerosi glossari tecnici e giuridico-amministrativi (Melchior 2012b, 166-167, nota 22 e 2014a, 575-576), dalla cui analisi si possono trarre interessanti conclusioni sulle procedure adottate per il rinnovamento e l’ampliamento pianificati del lessico. Questi trovano il loro culmine nel già citato Grant Dizionari Bilengâl talian furlan ((Centri Friûl Lenghe 2000 2011)), che costituisce non tanto un repertorio lessicale storico o dell’uso, quanto un’opera di creazione terminologica. Come “prodotti accessori” di tale progetto sono stati pubblicati alcuni dizionari ortografici (sia citato qui Carrozzo 2008), di approccio analogo.

Un dizionario monolingue che presenta una buona selezione di lessemi del friulano standard è il Vocabolari furlan edito elettronicamente dalla Società Filologica Friulana nel 2010 ((s.a.) 2010). 

Il progetto del Dizionario storico friulano, a cura di Federico Vicario (Vicario 2009-), di cui si è già parlato sopra, si ripropone di offrire un ampio repertorio lessicale, ma anche onomastico, del friulano tardomedievale. Nella sezione Documenti offre inoltre la possibilità di scaricare le trascrizioni dei testi e materiali che ne vanno a formare il corpus. Lo stesso autore è responsabile anche del Lessico etimologico friulano, un tentativo di colmare la mancanza di un dizionario etimologico friulano, essendosi il progetto del Dizionario etimologico storico friulano (DESF) (Zamboni et al. 1984-1987) purtroppo fermato al secondo volume (Ce-Ezzitâ).

6.3. Banche dati e corpora

Nonostante l’informatizzazione abbia preso piede anche nella ricerca sul friulano, non sono noti corpora accessibili al pubblico (gratuitamente o a pagamento). Burelli/Miculan (2002, 168) nominano l’esistenza di un corpus di oltre 751.500 parole tratte da testi del friulano scritto di diverso tipo (saggistica, prosa, testi giornalistici e testi scientifici etc.) che ha costituito la base di lavoro per la loro analisi delle frequenze lessicali nel friulano scritto; Carrozzo/Feregot (2012) e Carrozzo et al. (2017) presentano a loro volta il progetto di un corpus etichettato del friulano scritto. Né il primo né il secondo sono però stati pubblicati o resi accessibili in altro modo. Nemmeno il corpus utilizzato da Finco per le sue analisi fonetiche e fonologiche (cf. Finco 2007b, 48, nota 3) è accessibile.

Si segnala però il progetto di digitalizzazione dello Schedario onomastico di Giovanni Battista Corgnali, che rappresenta un importante banca dati e repertorio onomastico finora inedito.

7. Il sistema linguistico friulano

Nel presente capitolo si presenteranno alcuni dei tratti salienti del sistema linguistico friulano. La descrizione tratterà, come da tradizione, di aspetti fonetici e fonologici, morfologici e sintattici, prima di passare al lessico. Quest’ultimo verrà presentato dapprima dal punto di vista della stratificazione che ne è alla base, per poi accennare a processi di formazione delle parole produttivi nel friulano contemporaneo. Base per la descrizione è il friulano centrale, corrispondente, per molti aspetti, alla norma linguistica di riferimento (“lingua friulana comune”) per le produzioni scritte ufficiali. Si farà tuttavia riferimento a fenomeni caratteristici di diverse varietà dialettali qualora questi siano di particolare interesse.

7.1. Fonetica e fonologia

vocali toniche
  corte lunghe
  anteriori centrali posteriori anteriori centrali posteriori
chiuse i   u iː   uː
semichiuse e   o eː   oː​
semiaperte ɛ   ɔ ɛː​   ɔː​
aperte   a     aː  

Fonologia segmentale con cenni di fonetica24Per approfondimenti fonetici si rinvia a Finco 2007a, 2007b, 2009b, Miotti 2015.

7.1.0.1. Vocalismo

Il vocalismo tonico del friulano conosce 14 fonemi vocalici, di cui sette brevi e cui corrispondono sette fonemi lunghi. Il vocalismo atono è ridotto a cinque fonemi, tutti brevi. In posizione finale il sistema è ulteriormente ridotto, prevedendo solamente /e/ come sviluppo di vocale latina ereditaria, cui si aggiungono /i/ secondaria di appoggio e /o/ e /a/ in prestiti dal veneto e dall’italiano.

Nel vocalismo tonico sono presenti quattro gradi di apertura: chiuso/i/ per le vocali anteriori, /u/ per le vocali posteriori, semichiuso /e/ e /o/, semiaperto /ɛ/ e /ɔ/ e infine /a/, aperta e centrale. Tutte le vocali sono orali; le vocali posteriori sono procheile, quelle anteriori e centrali aprocheile. Nel vocalismo atono non sono presenti le vocali semiaperte; l’opposizione fonologica tra vocali semiaperte e semichiuse nel vocalismo tonico ha un rendimento funzionale estremamente scarso: Finco (2007b, 48) riporta, tra gli altri, gli esempi /ˈfjɛre/ ‘mercato, esposizione’ ~ /ˈfjere/ ‘febbre’, /ˈmɛːs/ ‘mie’ ~ /ˈmeːs/ ‘mese’, /ˈfɔrin/ (in a forin) ‘bucarono’ ~ /ˈforin/ (ugualmente in a forin) ‘furono’, /ˈdɔːs/ ‘due’ ~ /ˈdoːs/ ‘doge’; tale opposizione non è peraltro presente nemmeno in tutte le varietà centrali.

Le vocali lunghe, innovazione del friulano e sicuramente non continuazione del rapporto di opposizione di quantità vocalica latina, e ricorrono sostanzialmente in due posizioni: 1) in sillaba finale chiusa con coda semplice, dove questa però non può essere costituita da nasale, affricata postalveolare (sebbene in alcune varietà anche in questo contesto si può avere allungamento nella flessione verbale, qualora vi sia desonorizzazione dell’affricata, cf. Finco 2007b, 50) o occlusiva palatale (in sillabe finali con coda complessa biconsonantica vi può essere vocale lunga, ma solamente se il secondo segmento è la /s/ morfema del plurale); 2) in posizione finale di parola in alcuni monosillabi e negli infiniti verbali. La quantità lunga in questa posizione si è però conservata solamente, come si è visto, in alcuni dialetti carnici (cf. anche Roseano 2015, 177-178). Nel caso di plurali vocalici maschili, vi può essere vocale lunga anche in dittonghi discendenti, come in /ˈmaː/ ‘mali’, /ˈkokaːi̯/ ‘gabbiani’, andando a costituire anche alcune coppie minime, come in /ˈpaːi̯/ ‘pali’ ~ /pai̯/ ‘papà’. /ɛː​/ e /ɔː​/ hanno tuttavia diffusione relativamente limitata (cf. Miotti 2002b, 65). Dal punto di vista fonetico, Miotti (2002b, 2015, 372) ritiene che le vocali lunghe siano realizzate come dittonghi ristretti mono o bitimbrici, il cui primo elemento è semilungo, e con innalzamento o abbassamento del timbro. Benincà/Vanelli (2016, 140) mettono in discussione la presenza di vocali lunghe medio-basse, vedendo invece l’opposizione tra vocali medie medio-basse brevi e vocali medie medio-alte lunghe: “long low mid vowels are not part of the system (except for some rare cases), given the general tendency to pronounce long mid vowels as high mid (hence, the presence of minimal word pairs in which short low mid vowels are opposed to long high mid vowels, as in [peːs] ‘weight’ vs [pɛs] ‘fish’, or [poːk] ‘little’ vs [pɔk] ‘stalk, stem’)”, una considerazione in cui in linea di massima si ritiene di concordare.

Foneticamente, nel vocalismo tonico, si distinguono in realtà quattro gradi quantitativi (cf. Finco 2007a, 2007b, 51-52), dal momento che in determinati contesti – penultima sillaba aperta, seguita da sonora; dittongo discendente in sillaba aperta; sillaba non finale con (primo elemento della) coda in liquida, nasale o sibilante e in sillaba finale con (primo elemento della) coda in liquida, nasale, sibilante o ostruente – esse vengono realizzate semilunghe; in altri contesti – terzultima sillaba, aperta, seguita da sorda e in sillaba chiusa, prima di ostruente sorda tranne sibilante, quale realizzazione di vocali fonologicamente corte – esse vengono realizzate molto corte, con centralizzazione di /i/ e /u/ in [ɪ̆] e [ʊ̆].

Consonantismo

Secondo Finco (2007b, 55), il sistema consonantico del friulano standard prevede i seguenti 23 fonemi consonantici:

  Bilabiali Labiodentali Dentali Alveolari Postalveolari Palatali Velari Labio-velari
Nasali   m           n       ɲ

 

 

 

 

Occlusive p b     t d         c ɟ k g  
Affricate         t͡s d͡z     t͡ʃ d͡ʒ          
Fricative     f v     s z              
Approssimanti                       j     w
Rotiche               r              
Laterali25Stupisce che Finbow) indichi che, nella grafia, “Raeto-Romance, Friulian, and Italo-Romance employ gli for /ʎ/”, dal momento che la laterale palatale in friulano non è presente.               l              

È interessante rimarcare che l’autore, al contrario di quanto fa per il vocalismo, parla qui solo di friulano standard, e non di standard e di varietà centrali. /d͡z/ è in realtà fonema periferico, presente in pochi prestiti veneti o italiani,26Finco 2007b, 65 indica anche tedesco e sloveno come fonte di prestiti che introducono i fonemi /t͡s/ e /d͡z/, l’influsso di tali lingue è però sicuramente più marginale. Inoltre, come l’autore stesso sottolinea (2007b, 66), la pronuncia affricata è presente soprattutto in prestiti italiani molto recenti, mentre in prestiti veneti, sloveni e tedeschi l’affricata è passata a fricativa alveolare. Lo studioso friulano (2007b, 65) vede però anche una correlazione tra la realizzazione di tali affricate e l’età e il grado di scolarizzazione. assente in molte varietà, che nei contesti in cui dovrebbe apparire hanno /z/. Anche /t͡s/ è assente in diverse varietà (cf. sopra); in numerose varietà sono invece presenti /ʃ/ e /ʒ/, che Miotti (Miotti 2002a, 241) considera tuttavia, a loro volta, fonemi periferici; Finco (2007b, 62) ritiene che siano allofoni di /s/ e /z/ e ammette il loro status di fonemi solo “[i]n cualchi varietât conservative, soredut fra i fevelants plui anzians”; in particolare, la mancante univocità della funzione morfologica distintiva dell’alternanza /s/ ~ /ʃ/ – cf. /ˈpas/ ‘passo’ ~ /ˈpaʃ/ ‘passi’, ma /ˈpɛʃ/ ‘pesce ~ /ˈpɛs/ ‘pesci’ -, la scarsa diffusione di tale funzione e la stigmatizzazione sociolinguistica di cui sarebbe oggetto lo inducono a non riconoscere lo status fonematico. Tale opinione è comunque discutibile; in particolare non si portano evidenze per una reale stigmatizzazione del sistema.27Analogamente, non è chiaro sulla base di quali dati Finco (2007b, 62) affermi che la realizzazione [ʃ] e [ʒ] di /s/ e rispettivamente /z/ sia considerata rustica ed evitata dalle generazioni “mancul anzianis”. Il fatto che tali realizzazioni vengano indicate come sjicâ (cf. Finco 2007b, 62), cioè ‘parlare con una pronuncia postalveolare delle sibilanti’ non è di per sé già un indice sufficiente della loro stigmatizzazione. Così esistono per es. anche le espressioni fevelâ cul a, fevelâ cul e, fevelâ cul o per indicare i diversi esiti di –a finale latina (cf. Roseano 2015, 177), ma tali espressioni non sono in sé stigmatizzanti (anche a prescindere dalla mancata differenziazione tra auto- ed eteropercezione). Frau ((1984, 57)) ritiene [ʒ] allofono di /z/; qui invece si condivide l’opinione di Miotti (2002a, 241) che “since [the] data show that /ʒ/ is in complementary distribution with /z/ in prevocalic position, we are inclined to regard it as a distinct phonemic unit”. Il friulano non ha consonanti fonologicamente lunghe.

Nella maggior parte delle varietà /n/ in posizione finale e quale ultimo segmento della coda sillabica viene realizzata velare [ŋ]; nel secondo contesto tale realizzazione è possibile anche per le altre nasali. Se la nasale è in finale di parola vi può essere epitesi di occlusiva ([p], [k] o [c]), come in omɔm] o [ˈɔmp] ‘uomo’, ‘essere umano’, stran [ˈstraŋ] o [ˈstraŋk] ‘paglia’, ragn [ˈɾaɪ̯n], [ˈɾaɪ̯ŋ] o [ˈɾaɪ̯ɲc]. Tale epitesi in alcuni pochi casi si è lessicalizzata, come in planc ‘piano (avv.)’. La rotica /r/ è di regola realizzata come monovibrante alveolare [ɾ].

L’occlusiva /d/ è realizzata, in alcune varietà carniche, come retroflessa [ɖ], mentre in alcune varietà del friulano concordiese è realizzata come fricativa dentale [ð]. Per coalescenza, le sequenze /tj/ e /dj/ possono essere realizzate, in molte varietà, come [c] e [ɟ]: tiere [ˈcɛ​ˑ​ɾe] ‘diestre’, diestre [ˈɟe​​​ˑstɾe] ‘destra’.

L’opposizione sorda/sonora che caratterizza il sistema delle ostruenti si neutralizza in posizione finale, dove le ostruenti sonore si desonorizzano, eventualmente con effetti anche sulle vocali che le precedono (allungamento e talora chiusura): [ˈpjɛrt] ((al) piert) ‘perde’ da [ˈpjɛrdi] ‘perdere’, [ˈlaː​t] ‘andato’, ma [ˈlade] ‘andata’, [ˈɲuː​f] ‘nuovo’, ma [ˈɲove] ‘nuova’, [ˈbeːt͡ʃ] ‘soldo’, ma [beˈd͡ʒiŋ] ‘soldino’. L’allungamento della vocale che precede l’ostruente desonorizzata permette di mantenere la distintività, come p.e. tra [ˈlaː​t] ‘andato’ e [ˈlat] ‘latte’, mentre in altri essa si perde, come p.e. in [ˈmwart] ‘morte’ e [ˈmwart] ‘morde’ (al muart, da muardi). Neutralizzazione dell’opposizione vi è anche nelle sequenze /s, z+C/, dove la fricativa alveolare si assimila al grado di sonorità della consonante seguente. Sia Miotti (2002a) che Finco (2007b, 2009b) considerano le approssimanti /j/ e /w/ come fonemi, mentre in precedenza (cf. p.e. Bender i.a. 1952, 222, Francescato 1966, 14, Frau 1984, 18, 58) esse erano considerate come allofoni di /i/ e /u/; Finco (2009b, 62) corrobora la sua tesi portando una serie di coppie minime in cui le approssimanti hanno carattere distintivo (p.e. /ˈjɔte/ ‘jota (tipo di minestra)’ ~ bote /ˈbɔte/ ‘barile’ ~ /ˈdɔte/ ‘dote’ o /ˈwarbe/ ‘orba’ (vuarbe) ~ /ˈbarbe/ ‘zio’, ‘barba’) e la selezione dell’allomorfo il dell’articolo determinativo maschile singolare per i lessemi che presentano le approssimanti a inizio parola, come per es. il jet ‘il letto’, il judiç ‘il giudice’ o il vuadagn /ilˈwadaɲ/ ‘il guadagno’, il vuic /ilˈwik/ ‘il gemito’. Tuttavia vi sono contesti in cui /j/ non viene realizzata: a contatto con una vocale anteriore, come in [ˈpa​ˑ​ɪ̯s] ‘paghi’, fonologicamente /ˈpa​jis/, cf. infinito /paˈjaː/, o [ˈplɔ​​ˑe] ‘pioggia’, fonologicamente /ˈplɔ​je/. /j/ si realizza però anche davanti a vocale anteriore se preceduta da /u/. Interessante è poi il possibile sviluppo, in numerose varietà, di una fricativa omorganica davanti a /w/ a inizio parola o se preceduto da vocale o sibilante, di cui tiene conto anche la grafia. Si potrà quindi avere [ˈwes] o [ˈvwes] per vues ‘osso’, [kraˈwat] o [kraˈvwat] per cravuat ‘croato’, [ˈswăk] e [ˈsvwăk] per svuac ‘fiotto’. Tale elemento può assimilarsi alla sibilante sorda tautosillabica che lo precede, con conseguente epentesi, che si può anche lessicalizzare, come in sfuei [ˈsfwɛɪ̯] ‘specchio d’acqua’ (< sŏlĭum).

L’opposizione tra le nasali viene neutralizzata in posizione preconsonantica, dove la realizzazione dell’arcifonema /N/ è omorganica alla consonante seguente (cf. Finco 2009b, 64).

7.1.1. Fonotassi

Descrizioni fonotattiche del friulano sono rare; della distribuzione e combinabilità dei singoli segmenti si è occupato in maniera particolare Finco (2007b, 56-66; 2009b, 61-70), al quale si fa qui riferimento. Si individuano quindi le seguenti restrizioni:

  • la laterale alveolare /l/ può essere preceduta da pausa e da tutti gli altri segmenti tranne le occlusive palatali e le affricate. Se preceduta da sibilante, questa si assimila in sonorità. La sequenza nasale+/l/ è rara e si trova solo al confine fra morfemi. Le sequenze /t, d+l/ si trovano in prestiti, al confine tra morfemi o è risolta per anaptissi; la sequenza /rl/ non è possibile in fine di parola, e viene sciolta o con la caduta della laterale o con una /i/ paragogica;
  • /l/ non può essere seguito da /ɲ/ e da /r/; può trovarsi in finale di parola;
  • come /l/ anche /r/ può essere preceduta da pausa e da tutti gli altri segmenti tranne le occlusive palatali e le laterali. Le sibilanti si assimilano per quanto riguarda la sonorità. Sequenze nasale+/r/ sono rare e si trovano solo al confine tra morfemi;
  • l’unica limitazione dopo /r/ è nella già citata frequenza /rl/ in fine di parola;
  • le nasali non possono essere precedute dalle fricative labiodentali, dalle affricate e dalle fricative; /ɲ/ inoltre non può essere preceduto da /l/; sequenze di due nasali sono possibile, ma rare e solamente al confine tra morfemi;
  • le nasali possono essere seguite da pausa, vocale, approssimante o ostruentel; tuttavia, la sequenza /n, ɲ+j/ porta ad assimilazione in /ɲ/, ma non al confine tra morfemi. Più raramente tale fenomeno si osserva anche per la sequenza /mj/;
  • una regola fonologica, che non pare più attiva, porta all’apocope della nasale se preceduta da liquida, con regolarità quando questa è /r/, meno quando trattasi di /l/; in prestiti recenti, la nasale può conservarsi, può altrimenti essere seguita da /i/ paragogica o, infine, si mantiene la vocale finale originaria;
  • le fricative labiodentali non possono essere precedute da occlusive e affricate;
  • le fricative labiodentali possono trovarsi in fine di parola ed essere seguite da approssimanti e liquide. Come si è visto però, [vw] confluisce in /w/ (cf. Finco 2007b, 61); /vl/ non è attestata;
  • le occlusive non possono essere precedute dalle fricative labiodentali e dalle affricate; le sibilanti si assimilano al grado di sonorità;
  • le occlusive non possono essere seguite da nasali, affricate e fricative; /c/ e /ɟ/ non possono essere seguite nemmeno da approssimante o palatale;
  • le occlusive possono trovarsi in fine di parola;
  • le affricate, se presenti, non possono essere precedute da occlusive o fricative;
  • le affricate non possono essere seguite da consonante, a esclusione delle approssimanti.

7.1.1.1. Numero di fonemi

Sempre Finco (2007b, 66-67, 2009c, 70-71) offre un quadro statistico del numero di fonemi che compongono le parole friulane (inclusi gruppi clitici). Da tale quadro parole costituite da un numero di fonemi compreso tra i quattro e gli otto presentano frequenze tra l’11,099% (otto fonemi) e il 18,443% (sei fonemi), andando a formare, insieme, circa il 73% delle occorrenze del corpus analizzato dall’autore. Discreta frequenza hanno anche parole formate da nove (7,620%), tre (7,178%), dieci (4,252%), due (3,644%) e undici (2,264%) fonemi. Parole formate da un solo fonema o da un numero di fonemi compreso tra i dodici e i quindici costituiscono rispettivamente meno dell’1% delle occorrenze, per un totale di poco più del 2% complessivo.

7.1.1.2. Sillabe

Per quanto riguarda il numero di sillabe per parola, Finco (2007b, 67) evidenzia come le parole bisillabiche con il 39,867% e quelle trisillabiche con il 29,376% costituiscano i due tipi più rappresentati. I monosillabi sono poco meno del 17% e i quadrisillabi poco meno del 12%. Parole pentasillabiche rappresentano ancora circa il 2% delle occorrenze, mentre le esa- e eptasillabe valori mostrano frequenze trascurabili (0,110% e 0,002%).

Costituendo CV la “sillaba ottimale”, più diffusa e frequente nelle lingue del mondo, non stupisce che Finco (2007b, 67, 2009c, 72) appuri lo stesso anche per il friulano, dove tale tipo sillabico costituisce quasi il 54% delle occorrenze. Numerosi altri tipi sillabici sono però possibili, inclusi “complex syllable structure[s]” (Maddieson2013) come emerge dalla seguente tabella (adattata da Finco 2009b, 72):

?#ThK#

 

tip silabic esemplis percentuâl
1. CV /ˈca.ze/ ‘casa’ 53,973%
2. CVC /ˈman/ ‘mano’, /ˈcan.te/ ‘canta’ 21,872%
3. V /aˈmi/ ‘amico’, /ˈa.ɲe/ ‘zia’ 10,372%
4. VC /ˈan/ ‘anno’, /ˈar.bul/ ‘albero’ 4,977%
5. CCV /ˈpla.ne/ ‘pianura’, /ˈra.kli/ ‘rebbio’ 3,892%
6. CCVC /prin/ ‘primo’, /ˈklan.fe/ ‘cambra, presella’ 2,146%
7. CVCC /dinc/ ‘denti’, /sort/ ‘sordo’ 1,323%
8. CCVCC /stant/ ‘stando’, /blank/ ‘bianco’ 0,818%
9. CCCV /ˈstra.de/ 
‘strada’
0,370%
10. CVCCC /camps/ ‘campi’ 0,074%
11. VCC /alt/ ‘alto’ 0,052%
12. CCCVC /strak/ ‘stanco’ 0,043%
13. CCVCCC /spɔrks/ ‘sporchi’, /frɛsks/ ‘freschi’ 0,030%
14. CCCVCC /strɛnt/ ‘stretto’ 0,021%
15. VCCC /arks/ ‘archi’ 0,017%
16. CCCVCCC /stramps/ ‘strani’ 0,013%

Per quel che concerne la struttura dei costituenti sillabici, attacco più diffuso è costituito da una sola consonante (Finco 2007b, 68 registra il 77,242% di occorrenze di tale onset), cui seguono sillabe nude e sillabe con attacchi di due segmenti, per il quale vale la restrizione che il secondo elemento consonantico può essere solamente /w/, /j/, /l/ o /r/. Onset di tre consonanti sono piuttosto rari e prevedono in prima posizione sempre un’affricata alveolare (il cui grado di sonorità di adegua, come visto, a quello della consonante seguente). Il nucleo sillabico può essere costituito solamente da vocali o, più raramente, da dittonghi.

Si è visto che il tipo CV è il più diffuso in friulano; sommando a questo i tipi V, CCV e CCCV, ne consegue che quasi il 69% delle sillabe in friulano – sulla base dei dati di Finco (2007b) – è privo di coda consonantica. Poco meno del 30% delle sillabe nello stesso corpus ha una coda consonantica semplice, che in corpo di parola è in generale una liquida, una nasale o una sibilante. La percentuale delle sillabe con coda complicata biconsonantica scende a poco più del 2% – che ricorrono secondo Finco (2007b, 71) solo in fine parola e sono di regola costituite da una sonorante o una sibilante quale primo elemento, seguita da un’ostruente – e quella delle sillabe con coda triconsonantica allo 0,123% (Finco 2007b, 71). Queste ultime presentano la struttura di una coda bisillabica seguita dal morfema del plurale sigmatico /s/.

Contatti sillabici del tipo [m.l] o [n.r] si trovano solamente quando il confine di sillaba corrisponde con il confine di morfema (cf. Finco 2007b, 72).

7.1.2. Prosodia

7.1.2.1. Quantità

Si è visto più sopra come la quantità vocalica abbia valore distintivo, essendoci opposizione tra suoni linguistici che non presentano differenze timbriche, ma che distinguono nel tratto [±lungo], come in /ˈlat/ ‘latte’ ~ /ˈlaːt/ ‘andato’, /ˈbrut/ ‘brutto’ ~ /ˈbruːt/ ‘brodo’, ‘nuora’, /ˈdi/ ‘giorno’ ~ /ˈdiː/ ‘dire’, etc., anche con funzione morfologica, come in (al) finìs /fiˈnis/ ‘finisce’ ~ (o) finîs /fiˈniːs/ ‘finite’, e dunque con un alto rendimento funzionale.

7.1.2.2. Accento lessicale

Il friulano possiede un accento libero, che può dunque cadere sull’ultima – “lo schema statisticamente prevalente” (Miotti 2015, 387), sulla penultima – con circa il 40% (cf. Finco 2007b, 73) statisticamente seconda preferenza -, sulla terzultima o, nel caso di gruppi clitici, sulla quartultima sillaba. Circa il 2,5% delle parole (nel corpus di Finco 2007b, 73) è costituito da parole atone e dunque clitiche. L’accento in friulano è sostanzialmente dinamico, cioè caratterizzato da una maggiore intensità della sillaba tonica, accompagnata però anche da una durata relativa più lunga (cf. per es. Roseano i.a. 2015, 104).28Gli stessi autori tuttavia (Roseano i.a. 2015, 108-114) sostengono che in friulano l’unità portatrice di accento non sia la sillaba, ma la mora, e portano alcune evidenze al riguardo.

Una regola – peraltro non più rispettata in forme verbali di recente introduzione – prevede che le forme verbali rizotoniche trisillabiche o con un numero di sillabe ancora maggiori siano parossitone (cf. Finco 2007b, 73-74, Miotti 2015, 387).

L’accento ha in friulano funzione distintiva, trovandosi coppie minime del tipo (al) cjacare /caˈkare/ ‘(egli) chiacchiera’ ~ (la) cjacare /ˈcakare/ ‘la chiacchera’, curtis /ˈkurtis/ ‘corte (pl. femm. di curt)’ ~ curtìs /kurˈtis/ ‘coltello’. Ha funzione anche morfologicamente distintiva nella prima e terza persona plurale dell’indicativo e del congiuntivo presente, come in (o) mangjìn /manˈɟin/ ‘mangiamo’ ~ (a) mangjin /ˈmanɟin/ ‘mangiano’.

7.1.2.3. Intonazione

L’intonazione del friulano è stata in particolare negli ultimi anni oggetto di diversi studi (D'Agostin/Romano 2007, Roseano Roseano, (Roseano/Fernández Planas 2009), 2013a, 2013b), che si rifanno tutti al già citato progetto dell’Atlant multimediâl de prosodie des varietâts romanichis (Roseano/Fernández Planas 2009-2013), mentre Roseano/Del Mar Vanrell Bosch/Prieto (2015) basano la loro analisi su parlato semispontaneo. Le ricerche tengono in considerazione dati afferenti a quattro diverse varietà del friulano, attribuibili ciascuna a uno dei maggiori sottogruppi (concordiese, carnico, centrale, orientale). L’intonazione è però tenuta in considerazione anche da Finco (2007b, 74-75), che focalizza la sua presentazione sul friulano centrale, presentando però anche alcune considerazioni contrastive, e da Miotti (2002a, 245-246). Quest’ultimo sottolinea come “[a]s in the case in most northern Italian dialects, in Friulian, word normally maintain their primary stress within an intonational phrase, except the clitics […]”. Basandosi su Finco (2007b, 74) le tre tonie conclusiva (1), interrogativa (2) e sospensiva (3) sono rappresentabili come segue:

(1)

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(2)

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(3)

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Miotti (2015, 388) individua notevoli differenze dialettali tra friulano centrale, carnico “comune” e occidentale “comune” nella tonia interrogativa, “tipicamente ascendente-discendente in friulano centrale”, mentre la tonia conclusiva presenta in tutte le varietà andamento discendente e quella sospensiva andamento ascendente.

Roseano/Fernández Planas (2009, 192) indicano che “la modalità è il fattore più importante per determinare le strutture tonali. La posizione accentuale, invece, non ha una relazione evidente con le strutture tonali”. Essi individuano ((Roseano/Fernández Planas 2013a, 12)) negli accenti prenucleari L*+H e nella configurazione nucleare H+L*L%29Con L si indica un tono basso, con H un tono alto, con ¡H un tono superalto, !H un tono medio; * indica che il tono è associato a una sillaba tonica; % indica i toni associati alla sillaba finale della frase. l’intonazione delle frasi dichiarative neutre in tutti e quattro le varietà indagate, che si differenziano principalmente per la realizzazione di L%, che nelle varietà centrali e orientali si realizza con un aumento “avonde important di F0, che par solit al supere il soiâr di percepitibilitât di 1,5 st” ((Roseano/Fernández Planas 2013a, 13)). Maggior differenze sono indivduate nelle interrogative polari, dove se nel prenucleo il soggetto ha un accento H*+L in tutte le varietà, la crescita di F0 termina nella sillaba tonica (L+H*) nelle varietà carniche e occidentali, in quella postonica (L*+H) in quelle centrali e orientali ((Roseano/Fernández Planas 2013a, 16-18)). Le altre strutture intonazionali presentate dagli autori invece non sono differenziate dialettalmente; per un quadro più generale si fa però riferimento a Roseano/del Mar Vanrell/Prieto (2015). Questi individuano nove configurazioni nucleari nel friulano, con diverso uso in diversi tipi di frase, che riassumono come segue (Roseano i.a. 2015, 135):

Configurazione nucleare Tipo di frase
L* H% interrogative polari di informazione; interrogative polari di conferma; domande parziali (wh-questions) reclamatorie; elemento non finale di un’enumerazione dichiarativa
H+L* L% proposizioni enunciative a focus esteso; ordini; domande parziali imperative; elemento finale di un’enumerazione; elemento finale di una disgiunzione
H*+L L% proposizioni enunciative limitate epistemicamente; domande parziali di informazione; soggetti in domande polari SVO
L+H H% domande parziali di sorpresa; elementi non finali di una disgiunzione
L+H* L% proposizioni enunciative a focus ristretto; esclamative; interrogative polari di informazione; interrogative polari di conferma; richieste
L+¡H* L% domande eco; domande parziali di sorpresa
L+H* H!H% vocative
L+H* HL% vocative insistenti o imperative
L+H* !H% altri tipi di frase (anche con la funzione di aggiungere un elemento fatico)

7.2. Morfologia

7.2.1. Morfologia flessiva

7.2.1.1. Morfologia nominale

Il genere

Come nelle altre lingue in cui è presente, il genere dei sostantivi è assegnato lessicalmente in maniera arbitraria e non prevedibile, e ha una certa correlazione con il sesso naturale solamente quando il sostantivo si riferisca a una categoria referenziale in cui tale distinzione sia data (ma non sempre: un sostantivo come vuardie, solamente femminile, si riferisce p.e. anche a referenti maschi – indicando una professione tradizionalmente dominio maschile). Vanelli (2007, 83-86) e Benincà/Vanelli (2016, 143) considerano il genere come categoria flessiva dei nomi e degli aggettivi, mentre qui si concorda con Grandi(2010b), che lo ritiene categoria flessiva solo per gli aggettivi e con Thornton (2004), che indica il processo di formazione del femminile nei sostantivi con referenti appartenenti all’uno o all’altro sesso naturale come mozione, di carattere dunque più derivazionale30Vicario (Vicario 2005, 59) non si pone la questione dello status del processo di formazione del plurale, ma annotando che “[c]i sono sostantivi che hanno sia una forma maschile che una femminile […]”, sembra attribuirlo alla flessione.. Tuttavia, da un punto di vista prettamente formale, nomi e aggettivi si comportano in maniera analoga, ragione per la quale verranno qui presentati insieme.

Vanelli (2007, 84-86) individua tre classi di flessione, la prima delle quali è caratterizzata dal suffisso Ø per il maschile, –e per il femminile. Il suffisso Ø corrisponde in genere a consonante, come in gjat ‘gatto’, curtìs ‘coltello’, flum ‘fiume’, madrac ‘serpente’, vin ‘vino’ anche se talora vi può essere una vocale, di regola /e/, /i/ o /ˈi/, come barbe, poete (che nella formazione del plurale si comportano  come i femminili in –e), muini ‘sagrestano’, strani ‘strano’, amì ‘amico’. Esempi di sostantivi femminili sono blede ‘bieta’, cjacare ‘chiaccera’, cjace ‘caccia’, ‘mestolo’, fote ‘rabbia’, gramule ‘mandibola, mascella’, isule ‘isola’, jerbe ‘erba’, moscje ‘mosca’, ploie ‘pioggia’ etc. Fanno parte di questa classe anche la maggior parte degli aggettivi (e dei nomi), come per es. biel / biele ‘bello, -a’, grant / grande ‘grande’, gherp / gherbe ‘acido, -a’ (sulla desonorizzazione della plosiva in fine di parola cf. sopra), salvadi, / salvadie ‘selvaggio, -a’, lami / lamie ‘insipido, -a’.

In alcuni casi la formazione del femminile è accompagnata da altri processi morfofonologici, oltre alla già citata resonorizzazione della consonante finale della radice lessicale. Così i maschili in -[k]# formano il femminile in -[ce] se la forma fonologica alla base termina in occlusiva sorda, in -[ɟe] se la forma fonologica di base termina in occlusiva sonora: blanc / blancje ‘bianco, -a’, sporc / sporcje ‘sporco, -a’, lunc / lungje ‘lungo, -a’, larc / largje ‘largo, -a’. In alcuni aggettivi e sostantivi vi è un innalzamento e allungamento della vocale in sillaba finale chiusa (dunque nella forma maschile): gnûf / gnove ‘nuovo, -a’, spagnûl / spagnole ‘spagnolo, -a’, pignûl / pignole ‘pignolo, -a’, dartignûl / dartignole ‘arteniese’. Allungamento fonetico della vocale in sillaba finale vi è anche nella forma maschile degli aggettivi in cui la nasale finale dopo –r cade, come in fer / ferme, infer / inferme. La nasale in posizione finale viene realizzata velare [ŋ], spesso anche quando essa è fonologicamente bilabiale, come in prin / prime ‘primo, -a’, ultin / ultime ‘ultimo, -a’, dove l’alternanza nella radice si è lessicalizzata.

Numerosi sostantivi e pochissimi aggettivi con forma maschile in -Vr#, per i quali vi è allungamento della vocale in sillaba finale, hanno femminile in -Vrje#, tranne quelli con maschile in –îr, che hanno invece femminile in -ere, -ire o -iere: portinâr / portinarie ‘portinaio, -a’, o in massâr / massarie ‘fattore, -a’, arlevadôr / arlevadorie ‘allevatore, -trice’, diretôr / diretorie ‘direttore, -trice’, ma buteghîr / buteghere ‘bottegaio, -a’, barbîr / barbire ‘barbiere, -a’, infermîr / infermiere ‘infermiere, -a’.

La seconda classe individuata da Vanelli (2007, 85) comprende nomi femminili e aggettivi (maschili e femminili) con suffisso Ø, corrispondente, nei femminili, quasi sempre a consonante (solo mari ‘madre’ termina in vocale). Tra questi si possono citare, a mo’ d’esempio, gnot ‘notte’, âf ‘ape’, pâs ‘pace’, lidrîs ‘radice’, sêt ‘sete. fam ‘fame’ piel ‘pelle’, muart ‘morte’, leç ‘legge’, brût ‘nuora’, zonventût ‘gioventù’, citât ‘città’, cjar ‘carne’. tradizion ‘tradizione’, prevision ‘previsione’. Hanno femminile in consonante anche aggettivi neologici e colti, formati su modello italiano o prestiti da questo, terminanti in liquida. Questi hanno, a differenza degli aggettivi in liquida del fondo patrimoniale, come biel / biele ‘bello, -a’ o cjar / cjare ‘caro, -a’, forma identica al maschile e femminile singolare, se terminanti in -l (al plurale le forme si differenziano)31Gli aggettivi passivanti in –bil, anch’essi formati su modello italiano, invece hanno una forma femminile in -bile. o sia al singolare che al plurale se terminanti in –r: nazionâl (pl. nazionâi, nazionâls) ‘nazionale’, centrâl (pl. centrâi, centrâls) ‘centrale’, zentîl (pl. zentii, zentils) ‘gentile’, balneâr ‘balneare’, circolâr ‘circolare’, popolâr ‘popolare’, regolâr ‘regolare’, titulâr ‘titolare’ etc. Un gruppo di aggettivi deverbali in –ant, ent,int32Vanelli (2007, 85) li indica come “derivâts origjinariementri di participis presints”. In friulano tuttavia il participio presente, che sarebbe omofono del gerundio, non è in uso. Tali aggettivi paiono, eccettuato alcuni eventuali elementi patrimoniali, piuttosto prestiti o, talora, calchi, dall’italiano, dove davvero gli aggettivi sono derivati da participi presenti. mostrano allomorfia, potendo avere al femminile singolare suffisso -Ø o –e, cf. per es. potent(e), agjent(e), bulint(e) etc.

La terza e ultima classe flessiva indicata da Vanelli (2007, 85-86) comprende nomi e aggettivi con maschile in –i, patrimoniali o di recente formazione. I femminili presentano una -e, sono quindi da considerarsi come appartenenti alla prima classe: vieri / viere ‘vecchio, -a’, esterni / esterne ‘esterno, -a’, dopli / dople ‘doppio, -a’, cuadri / cuadre ‘quadr(at)o, -a’, neri / nere ‘nero, -a’ e i sostantivi mestri / mestre ‘maestro / maestra’, lari / lare ‘ladro / ladra’.

Vanelli (2007, 85-86) è consapevole del fatto che sia nella prima che nella terza classe da lei proposte vi sono nomi maschili in –i; l’attribuzione all’una o all’altra classe avviene in base al fatto che tale –i sia da considerare come marca di genere o come appartenente alla radice: così salvadi / salvadie sarebbe da considerare appartenente alla prima, poiché la –i sarebbe parte della radice, mentre mestri / mestre della terza, poiché la -i porterebbe solo l’informazione di genere. Tale analisi è relativamente agevole per gli aggettivi, per i sostantivi è possibile solo se si considera il genere come categoria esprimibile per via flessiva, come fa l’autrice. Ciò genera però un problema non facilmente sormontabile, su cui peraltro l’autrice stessa richiama l’attenzione, e cioè la difficile attribuzione all’una o all’altra classe di tutti quei sostantivi maschili in –i privi di un corrispettivo femminile, perché non aventi referenti di entrambi i sessi naturali, come: zenoli ‘ginocchio’, voli ‘occhio’, pari ‘padre’, spieli ‘specchio’, libri ‘libro’, jutori ‘aiuto’, turni ‘turno’, deliri ‘delirio’ e molti altri. Tuttavia, anche le possibili alternative – come per esempio la proposta di un’analisi separata per sostantivi e aggettivi, con due classi per i primi, tre per i secondi – non paiono soddisfacenti.

Il numero

Nella categoria grammaticale del numero il friulano distingue tra singolare e plurale33Pluralità è possibile ovviamente solo per i nomi contabili, cioè che indicano individui. Pluralizzazione porta, nel caso di nomi massa e collettivi, a transcategorizzazione in nomi contabili.. Il friulano conosce due diversi processi di formazione del plurale, uno cosiddetto sigmatico, uno invece denominato palatale34Al riguardo si vedano anche Benincà/Vanelli (2005 [1998]) e Vanelli (2005[1995]).. Il primo, più produttivo ed esteso sia a maschile che a femminile, consiste nell’aggiunta alla forma del singolare del morfema di plurale –s: sedon / sedons ‘cucchiaio, -i’, tacon / tacons ‘rattoppo’, cjan / cjans ‘cane, -i’, muradôr / muradôrs ‘muratore, -i’, blec / blecs ‘rattoppo, -i’, madrac / madracs ‘biscia, -e’, tap / taps ‘zeppa, -e (di scarpa)’, sûr / sûrs ‘sorella, -e’, man / mans ‘mano, -i’, fantat / fantats ‘ragazzo, -i’, mont / monts ‘montagna, -e’, gnot / gnots ‘notte, -i’, poleç / poleçs ‘pollo, -i’35Nei sostantivi in occlusiva dentale o affricata postalveolare finale l’aggiunta del morfema di plurale può portare a un’affricata dentale [t͡s]; in molte varietà tuttavia l’occlusiva dentale e l’affricata postalveolare cadono, portando a una pronuncia fricativa alveolare [s]; la caduta può riguardare anche altri segmenti consonantici finali, in particolare –f: si avrà quindi ûfs e ûf (da ûf ‘uovo’), clâfs e clâs (da clâf ‘chiave’); cade anche claps e clas (da clap ‘sasso’) etc. (cf. anche Vanelli 2007, 86)., ‘libri / libris ‘libro, -i’, brut / bruts ‘brutto, -i’, strac / stracs ‘stanco, -hi’, neri / neris ‘nero, -i’, vecjo / vecjos ‘vecchio, -i’. Nei femminili e nei pochi maschili in –e vi è un innalzamento della vocale da /e/ a /i/ (cf. Benincà/Vanelli 2015, 392-393)36L’innalzamento può essere presente anche nelle varietà in cui la vocale finale è –a o –o, non è tuttavia caratteristica di tutte le varietà, alcune delle quali mantengono invece la vocale della forma singolare; nel sintagma nominale poi si assiste a risultati complessi, con casi in cui vi è innalzamento della vocale nel sostantivo (e nell’articolo, su cui si tornerà più sotto), ma non nell’aggettivo prenominale (cf. per es. Rizzolatti i.a. 1998, 42).: taule / taulis ‘tavolo, -i’, cjase / cjasis ‘casa, -e’, fantate / fantatis ‘ragazza, -e’, poete / poetis ‘poeta, -i’, biele / bielis ‘bella, -e’, grande / grandis ‘grandeF, -iF‘, nere / neris ‘nera, -e’ etc. I sostantivi e gli aggettivi che terminano in fricativa alveolare (come per es. nâs ‘naso’, vôs ‘voce’, etc.) rimangono invariati (ma si veda anche sotto, e più sopra la già citata argomentazione di Finco (2007b, 62) riguardo l’opposizione /s/ ~ /ʃ/, con riferimento alla formazione del plurale di sostantivi di questo tipo).

Il plurale palatale, la cui origine è da vedersi nella continuazione di forme di nominativo plurale latino, invece che di accusativo (cf. Benincà/Vanelli 1978, 276-288, Heinemann 2003, 101), è limitato da una parte a una classe chiusa e non molto numerosa di sostantivi e aggettivi maschili, mentre è ancora produttivo in due specifici contesti. La classe chiusa concerne sostantivi e aggettivi come an / agn ‘anno, -i’, bon / bogn ‘buono, -i’, dint / dincj ‘dente, -i’, dut / ducj ‘tutto, -i’, grant / grancj ‘grandeM, -iM‘, etc. Ancora produttivo il plurale palatale lo è negli aggettivi e sostantivi maschili in –l, di cui si è già parlato prima, in cui la laterale si palatalizza in /j/, causando dunque anche allomorfia nella base lessicale (per es. ideâl / ideâi ‘ideale, -i’, bilengâl / bilengâi ‘bilingue, -iM‘, basoâl / basoâi ‘scimunito, -i’, imbecîl / imbecîi ‘imbecilleM, -iM‘, nobil / nobii ‘nobileM, -iM‘, crodibil / crodibii ‘credibileM, -iM‘), e negli aggettivi e sostantivi in -st, nei quali l’occlusiva velare si palatalizza in /c/ (per es. trist / triscj ‘cattivo, -i’, chest / chescj ‘questo, -i’, alpinist / alpiniscj ‘alpinistaM, -i’, artist / artiscj ‘artistaM, -i’, egoist / egoiscj ‘egoistaM, -i’ (cf. Vanelli 2007, 87-88, Benincà/Vanelli 2015, 393-394). Plurale palatale mostrano in alcune varietà anche sostantivi e aggettivi terminanti in fricativa alveolare, nel caso in cui vi sia opposizione tra /-s/ del singolare e /-ʃ/ del plurale (cf. Benincà/Vanelli 2015, 393). Finco (2007b, 62) tuttavia rimarca come anche nelle varietà che presentano questa forma di plurale palatale esso non sia sistematico. In bogn e agn si assiste, in diverse varietà, a una scissione di [ɲ] in un segmento “palatale” [j] e uno nasale [ŋ]: [ˈbojŋ], [ˈajŋ]. A tali forme, che evidentemente non vengono più percepite come plurali, viene in diverse varietà aggiunto il morfema di plurale –s, così che formalmente il plurale viene marcato due volte (cf. Benincà/Vanelli 2015, 393; cf. anche Benincà/Vanelli 1978, 255-256 con esempi di forme marcate per il plurale fino a tre volte nel friulano di Clauzetto; sulla formazione del plurale e processi di palatalizzazione si veda in particolare Vanelli 2005 [1995], Balsemin 2016 2016).

Alternanza tra plurale sigmatico e palatale mostrano alcuni sostantivi e aggettivi terminanti in –li: così spieli ‘specchio’ avrà spiei e spielis , vieli ‘vecchio’ viei e vielis (cf. Vanelli 2007, 87).37Frutto di flessione sono anche le forme elative degli aggettivi del tipo bielon ‘bellissimo’.

7.2.1.2. Morfologia dei determinanti

Articoli

Il friulano presenta sia articoli determinativi sia articoli indeterminativi. L’opposizione tra articolo determinativo e indeterminativo è funzionale all’espressione della definitezza o indefinitezza del referente. L’articolo definito può però anche avere valore generico (cf. Grandi2010a con riferimento all’italiano). L’articolo determinativo presenta, al singolare due allomorfi nel maschile e due allomorfi nel femminile: il e l (graficamente l’ ) i primi38Per il esistono, in varietà occidentali e orientali, ma parzialmente anche centrali, le varianti al e el., la e l (graficamente l’ ) per il femminile39In una zona del Friuli centrale, a sud di Udine, è in uso la variante le. È importante qui ricordare che la forma dell’articolo femminile la è in uso sia nelle varietà che hanno, quale continuatore del lat. -A a, sia in quelle che hanno –e oppure –o. Le è presente solo in varietà che hanno –e (cf. Vanelli 2007, 88).. Mentre per i maschili la scelta dell’allomorfo è obbligatoria, limitandosi l all’uso davanti a parole comincianti per vocale, la scelta dell’allomorfo l femminile in contesti analoghi è facoltativo. Al plurale esiste solo una forma per il maschile (i) e una per il femminile (lis40Esistono anche le varianti dialettali las e les. Non necessariamente però articoli e nomi formano il plurale allo stesso modo: Rizzolatti i.a. (1998, 42) registra per es. forme del tipo les ongulis e las ongules (entrambe nel friulano centrale, la prima a Plaino, Martignacco, Pozzuolo del Friuli, Lauzacco (com. di Pavia di Udine) e Pradamano, la seconda a San Daniele. In genere, come per il singolare, la vocale presigmatica dell’articolo plurale è più bassa di quella corrispondente dei sostantivi e aggettivi (cf. Vanelli 2007, 88).). In alcune zone della Carnia si conservano gli articoli determinativi maschili lu (singolare) e ju (plurale), tipici del friulano antico e sostituiti progressivamente nelle altre varietà a partire dal XV-XVI secolo.

Gli articoli determinativi, clitici, possono fondersi fonologicamente con le preposizioni – nel caso della preposizione in con epentesi di una –t– tra questa e l’articolo -, con i seguenti risultati:

Preposizione maschile femminile
singolare plurale singolare plurale
di dal dai de des
a al ai e es
par pal pai pe pes
in (in)tal (in)tai (in)te (in)tes
cun cul cui    
su sul sui    

Mentre tuttavia per l’articolo maschile tale fusione è obbligatoria41Con una limitazione registrata impressionisticamente: in varietà centrali mi è capitato di percepire talora anche par il, quindi senza fusione tra la preposizione pal e l’articolo determinativo maschile singolare., per l’articolo femminile tale fusione è facoltativa, così che vi sono anche le forme a la / a lis, pa(r) la / pa(r) lis etc.

Partendo dalle forme tal, te, tai, tes vi è una rianalisi di ta come preposizione semplice, il cui uso però e limitato a sintagmi in cui il sintagma nominale sia definito da un altro determinante, per es. un dimostrativo: ta chel paîs ‘in quel paese’, ta cheste cjase ‘in questa casa’ (cf. Vanelli 2007, 88, Benincà/Vanelli 2015, 395)42Una piccola indagine con dodici informanti friulani del Friuli centrale e del Medio Friuli mostra però che la questione è più complessa: le risposte (purtroppo non complete) a un questionario di grammaticalità (scalare, a sei gradi) con dodici items, in cui ta precede sintagmi preceduti da un determinante, in alcuni casi definito (numerali, dimostrativi), in altri però indefinito (ducj, nissun, cierts, cualchi, altris) e in un caso senza determinate prenominale, ma con una specificazione postnominale (N di N), mostrano una certa preferenza per le costruzioni con determinante definito (ma non sono accettate da tutti come perfettamente grammaticali: La tampieste e à fat dams ta cinc paîs e La tampieste e à fat dams ta cinc paîs dal Friûl ottengono rispettivamente sei volte la valutazione 6 (perfettamente corretto) su dieci risposte per la prima, nove per la seconda; inoltre per esse non vengono indicati i due gradi più bassi della scala; minore consenso per le frasi Ta ceschj paîs al sarà biel timp (tre volte 6, una volta 3 e una volta uno per un totale di sei risposte) e Ta chescj paîs dal Friûl al fasarà biel timp (due volte 6, una 5, una 3 e una 1, per un totale di cinque risposte; Ta cinc paîs cjargnei al fasarà frêt ottiene tre volte la valutazione 6, due volte 5, per un totale di cinque risposte); tuttavia anche quelle con determinante indefinito ottengono risultati positivi: così la frase Nol à plot ta nissun paîs ottiene due volte la valutazione 6, due volte 5 e una 4, ma solo due volte 2 (per un totale di sette risposte); Al à plot ta ducj i paîs ben tre volte la valutazione 6, una volta 5 e due volte 4, ma una sola 3 (per un totale di sette risposte); Ta cualchi paîs al fasarà cjalt ottiene tre volte la valutazione 6, una volta la valutazione 5 (quattro risposte totali). È evidente che tali risultati non possono essere facilmente generalizzati, tuttavia se ne può desumere che il criterio della definitezza del referente non pare né necessario né sufficiente per l’utilizzo di ta al posto di in, ma che le condizioni che lo consentono vadano ulteriormente indagate.

L’articolo indeterminativo conosce solo una forma maschile singolare (un) e una femminile singolare (une)43Dialettalmente anche una, uno.. Gli articoli indeterminativi si fondono fonologicamente con le preposizioni in e su; in tali casi vi è però epentesi di –t– tra in e l’articolo (intun, intune) e di –nt– tra su e l’articolo (suntun, suntune).

Dimostrativi

Il sistema deittico dei dimostrativi è, in friulano, binario, conosce dunque solamente due gradi deittici: uno che marca referenti nella sfera di pertinenza spazio-temporale del parlante, che costituisce l’origo e centro deittico della situazione comunicativa determinanti, e un secondo marcato in senso negativo nei confronti del parlante, indicante referenti fuori dalla sua sfera di pertinenza, e [± negativo] nei confronti dell’ascoltatore.44Vanelli (2007, 89) ritiene questo secondo grado marcato in senso negativo anche nei confronti dell’ascoltatore; in realtà a mio avviso questo grado è neutrale, potendo indicare referenti che non si trovano nell’ambito di pertinenza dell’ascoltatore, ma anche referenti che vi si trovino. Il primo grado è espresso da chest / cheste (pl. chescj / chestis), il secondo da chel / chê (pl. chei / chês). Entrambi i dimostrativi sono spesso accompagnati dagli avverbi di luogo in posizione postnominale: cheste cjase chi, chescj oms ca, chê femine li, chel om là. Gli avverbi sono obbligatori quando i dimostrativi hanno funzione pronominale. In alcune varietà il dimostrativo di prossimità dal parlante è di scarso uso, soppiantato da forme del tipo chel N chi/ca; in tal caso chel neutralizza i tratti negativi di pertinenza al parlante, che vengono espressi dall’avverbio di luogo li o , che diventa obbligatorio.

Numerali

In friulano, oltre a tutti i numerali cardinali, caratterizzati da flessione – seppur limitatamente all’espressione del genere – sono anche i numerali ordinali un / une, formalmente identici all’articolo indeterminativo, e doi / dôs ‘due’. Gli altri numerali ordinali sono invece invariabili.

Indefiniti

La categoria degli indefiniti è, non diversamente da quanto avviene nell’italiano (al proposito cf. per es. De Santis2010), piuttosto eterogenea, comprendendo elementi che possono essere utilizzati come determinanti (per es. cualchi ‘qualche’), altri che possono essere utilizzati sia come determinanti che come pronomi, altri che hanno uso solo pronominale (come per esempio ognidun / ognidune ‘ognuno, -a’ o il formale ciertuns / ciertunis ‘certuni, certune’, che non interessano in questo caso). Dal punto di vista flessivo, alcuni sono invariabili, altri sono variabili solo nel genere, altri nel numero e nel genere solo al plurale, altri sono variabili in genere e numero, ma mostrano nel plurale omofonia di maschile e femminile e infine altri sono variabili sia in genere sia in numero, sia nel singolare sia nel plurale. Del primo gruppo fanno parte elementi come qualsisei ‘qualunque, qualsiasi’ e cualchi ‘qualche’, entrambi solo determinanti di sostantivi al singolare. Al secondo appartengono nissun / nissune ‘nessuno, -a’, solo singolare, diviers / diviersis ‘diversi, -e’ e svariâts / svariadis ‘svariati, -e’. Del terzo gruppo fa parte tâl ‘tale’, invariabile al singolare, ma che presenta al plurale le forme tâi (maschile) e tâls (femminile); al quarto gruppo appartiene invece altri / altre ‘altro, -a’, i cui plurali confluiscono nella forma altris.45Tale determinante presenta invece quattro forme nelle varietà in cui il plurale femminile non vede l’innalzamento in –i– della vocale del femminile; in tali varietà si avranno dunque altris (maschile plurale) ~ altres o altras (femminile plurale). Al quinto gruppo appartengono stes / stesse e istès / istesse ‘stesso’, per il quale il singolare e il plurale maschile sono omofoni, mentre vi è flessione nel femminile singolare e plurale. Variabili in numero e genere sono invece ancjetant e antant ‘altrettanto’, cetant ‘parecchio’, ciert ‘certo’, dut ‘tutto’, pôc ‘poco’, putrop ‘parecchio’ e tant ‘tanto’, che dal punto di vista flessivo si comportano come gli aggettivi delle rispettive classi. Tutti questi indefiniti possono essere utilizzati anche pronominalmente.

Possessivi

I possessivi esprimono, dal punto di vista semantico, una relazione tra due entità, di cui una, il possessore, prototopicamente umana esercita controllo sull’altra, il possesso, prototipicamente inanimato (cf. Seiler 1983, 4, Heine 1997, 3, 39-41); la stessa relazione può essere sintatticamente espressa, in molti casi, con il sintagma N di N o N di pronome personale.46Non è certo qui la sede per discutere il complesso ventaglio di relazioni extralinguistiche che possono esistere tra possessore e possesso, per il quale si rimanda alla relativa letteratura (cf. per es. Serzisko 2004 o i lavori raccolti in Baron i.a. 2001 e in (McGregor 2009)). I pronomi possessivi accordano nella persona con il possessore, in numero e genere con il possesso – tranne nel plurale di quarta e quinta persona, in cui maschile e femminile confluiscono in un’unica forma47Nelle varietà che non presentano innalzamento in –i– della vocale del femminile nel plurale non vi è tale confluenza, ma si avrà nestris (maschile plurale) ~ nestres o nestras (femminile plurale) e vuestris (maschile plurale) ~ vuestres o vuestras (femminile plurale).. Le forme sono le seguenti:

persona maschile femminile
singolare plurale singolare plurale
1 miò / gno miei mês
2 to tiei 48In alcune varietà si ha la forma con palatalizzazione di /t/ [ˈco]. tôs
3 so siei sôs
4 nestri nestris nestre nestris
5 vuestri vuestris vuestre vuestris
6 lôr

Vanelli (2007, 90) e Benincà/Vanelli (2015, 396) affermano che lôr possa essere sostituito, “nella lingua informale” (Benincà/Vanelli 2015, 396) dal possessivo di terza persona.49In entrambi i saggi tale sostituzione è, in realtà, indicata come fattuale, non come possibile. Non mi sono noti studi sul parlato che confermino tale affermazione, che, impressionisticamente, non ritengo di poter condividere: la sostituzione è, a mio avviso, possibile, di gran lunga però non generalizzata. A prescindere poi dalla difficile definizione di “lingua informale”, soprattutto per una lingua, come il friulano, i cui ambiti di utilizzo pertengono, tradizionalmente, alla sfera della vicinanza comunicativa.

7.2.1.3. Pronomi personali

Il friulano presenta due serie di pronomi personali, una tonica (o libera) e una atona (o clitica), la cui funzione pragmatica e distribuzione sintattica divergono. I primi costituiscono dal punto di vista sintattico dei sintagmi nominali (cf. Vanelli 2007, 90), mentre i pronomi clitici sono sempre adiacenti alla forma verbale da cui dipendono.

Pronomi tonici

I pronomi personali tonici non riflessivi differenziano morfologicamente in base alla persona e inoltre, alla prima e seconda persona, in base al caso e alla terza persona, in base al genere. Per quanto riguarda il caso, si distinguono una forma di nominativo (jo per la prima, tu per la seconda persona), che va ad assumere la funzione sintattica di soggetto, una di dativo (mi, ti) retta dalla preposizione a per assumere la funzione di oggetto indiretto, e una di accusativo (me, te) in funzione di oggetto diretto e retta dalle altre preposizioni. Le altre persone non distinguono tra i diversi casi: lui, (terza persona, rispettivamente maschile e femminile), (quarta persona), voaltris (quinta persona) e lôr (sesta persona). Per la quinta persona esiste anche la forma , con uso esclusivamente allocutivo di cortesia50Per la quarta persona esiste anche una forma noaltris, con valore maggiormente esclusivo..

Per quanto riguarda la sottoclasse dei pronomi riflessivi tonici, sempre anaforici e che indicano coreferenzialità tra agente e paziente di predicati biargomentali o di agente e ricevente di predicati triargomentali (cf. Cennamo 20112011), questi coincidono formalmente con i pronomi personali tonici non riflessivi, ad eccezione del pronome di terza persona se, per il quale si perde la distinzione di genere. Per la terza persona, il pronome riflessivo può essere comunque sostituito dal corrispondente pronome personale tonico non riflessivo (cf. Benincà/Vanelli 2015, 396).

Pronomi atoni51Al proposito cf. anche Benincà/Vanelli (1984, 167-170).

I pronomi atoni sono, come detto, clitici, e possono sintatticamente trovarsi in prosizione proclitica o, con determinate forme verbali (imperativo, infinito) enclitica. I pronomi personali atoni non riflessivi distinguono secondo le categorie morfologiche della persona – per quanto vi sia sincretismo, nella forma di nominativo, tra prima, quarta e quinta persona -, del caso e, limitatamente al nominativo e all’accusativo della terza persona, del genere. Per quanto riguarda il caso, mentre la terza e la sesta persona distinguono chiaramente una forma di nominativo, una di dativo e una di accusativo, per la prima, seconda, quarta e quinta persona vi è distinzione tra una forma di nominativo e una forma obliqua. Nella tabella qui sotto si riportano le singole forme.52I pronomi clitici presentano una certa variazione dialettale: la forma di nominativo della prima, quarta e quinta persona è, in diverse varietà, i (ma in enclisi, nelle interrogative, è nuovamente o); in varietà occidentali per il nominativo di seconda persona si trova ti; in alcune varietà quella di terza persona femminile è a e quella di sesta persona è e (che può alternarsi con a)53Per altre particolarità nei sistemi dialettali cf. Frau 1984, 75.; per il dativo di terza persona vi può essere [d͡ʒi] o [ɟi] in varietà centrali; alcune varietà non distinguono tra la proclitico e le enclitico, ma generalizzano le (dove le è anche la forma dell’articolo determinativo femminile singolare, cf. Vanelli 2007, 93).[/note]

persona nominativo dativo accusativo
  masc. fem.   mas. fem.
1 o mi
2 tu ti
3 al e i lu la/le
4 o nus
5 o us
6 a/-o ur ju lis

I pronomi personali non riflessivi clitici al nominativo sono obbligatori in posizione preverbale anche con soggetto altrimenti espresso, e mancano solamente quando la posizione preverbale è occupata da un altro pronome clitico (dativo, accusativo, riflessivo). L’accusativo femminile di terza persona presenta due forme: mentre la viene utilizzato in posizione proclitica, in posizione enclitica è obbligatorio le. Il pronome clitico dativo di sesta persona ur è talora sostituito dal corrispondente di terza persona i (o dalle sue varianti dialettali). La forma o del nominativo di sesta persona viene utilizzata solo in enclisi, nelle interrogative.

Nelle forme riflessive vi è sincretismo di terza, quarta, quinta e sesta persona, che presentano si, mentre la prima e la seconda persona presentano le stesse forme dei pronomi clitici non riflessivi. Come marca di partecipante indefinito, umano, non esplicitamente realizzato, si utilizzano costruzioni cosiddette “impersonali”, formalmente identiche a forme riflessive di terza persona.

Clitici di dativo (o obliqui con funzione di oggetto indiretto) e riflessivi (con eguale funzione) e clitici accusativo di terza e sesta persona possono fondersi a formare gruppi clitici (graficamente realizzati come un unico o come due elementi)54Possono infatti anche restare chiaramente separati: mi lu, ti lis etc. :




Clitici accusativo
lu la ju lis
Clitici dativo / obliqui (oggetto indiretto) mi mal me mai mes
ti tal te tai tes
i jal je jai jes
nus nus al nus e nus ai nus es
us us al us e us ai us es
ur ur al ur e ur ai ur es

In friulano vi è inoltre un clitico partitivo and / ind ‘ne’, che normalmente presenta aferesi se preceduto da un altro clitico (compresa la negazione).

7.2.1.4. Morfologia verbale55Per meglio inquadrare la morfologia verbale friulana in ambito romanzo, si veda il bel volume di Iliescu/Mourin 1991).

I verbi hanno sicuramente la più ampia ricchezza di forme flessive. Essi esprimono morfologicamente infatti le categorie di modo (indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo, gerundio, participio e infinito), e, sebbene alcune forme siano perifrastiche, così i cosiddetti tempi composti, su cui si tornerà più sotto, di tempo (associate al tema), di persona e di numero, che sono espresse dalle desinenze personali (nei cosidetti tempi finiti, mentre nell’infinito e gerundio esse mancano e nel participio manca la persona, ma il numero può essere espresso). La diatesi è invece espressa perifrasticamente, essendo la forma passiva formata da forme semplici di jessi ‘essere’ o vignî ‘venire’ e dal participio passato del verbo lessicale.

Classificazione, tempi e modi

I verbi friulani possono essere suddivisi in tre categorie in base alla vocale tematica, che è, rispettivamente, a, e e i, che tuttavia è esplicitamente manifesta solo nell’infinito (per es. fevelâ, tasê, cusî), nella quinta persona del presente dell’indicativo e del congiuntivo e nell’imperativo ((che) o fevelais / fevelait, (che) o tasês / tasêt, (che) o cusîs / cusît) e nell’imperfetto dell’indicativo e del congiuntivo (o fevelavi, tu fevelavis / che o fevelàs, che tu fevelassis, o tasevi, tu tasevis / che o tasès, che tu tasessis, o cusivi, tu cusivis / che o cusìs, che tu cusissis etc.) (cf. Benincà/Vanelli 2015, 398). Come sottolinea Vanelli (2007, 95), nella cosiddetta “coniugazione regolare”, il tema del presente indicativo e congiuntivo funge anche da base per la formazione degli altri tempi del paradigma ed è dunque considerato quale tema primario. Esso è formato dalla radice verbale e dalla vocale tematica, che, come appena accennato, non si manifesta però che in poche forme, essendo assente o subendo modifiche in altri tempi e modi. Per es. nel futuro indicativo essa è per tutte le coniugazioni, nel gerundio è i anche per i verbi della seconda coniugazione, e al participio passato i verbi della seconda coniugazione e di parte della terza hanno invece u. La seconda coniugazione è divisa in due sottogruppi, uno rizotonico (per es. crodi), in cui la vocale finale atona è però –i, e uno rizoatono, come nell’esempio tasê, con, di norma, identico paradigma flessivo (tranne in alcune varietà conservative, cf. Benincà/Vanelli 2015, 398-399). Alcuni verbi della terza coniugazione hanno un aumento in –is– nella prima, seconda, terza e sesta persona del presente indicativo e congiuntivo.

Formati morfologicamente sono il presente (indicativo, congiuntivo e condizionale), l’imperfetto (indicativo e congiuntivo), il perfetto semplice (raro, ma presente nel friulano comune o standard) e il futuro (nell’indicativo). Mentre nella coniugazione “regolare” la radice verbale è unica, vi è una serie di verbi che presentano allomorfia della radice verbale. Vanelli (2007, 96-97) vede una generale correlazione tra allomorfia tematica e natura rizotonica o rizoatona della forma verbale, come in durmî ‘dormire’ ~ o duar ‘dormo’, individua però anche verbi che presentano una terza radice verbale nelle forme rizotoniche con desinenza -Ø, che suddivide in due gruppi:

  1. i verbi murî ‘morire’ e dulî ‘dolere’, che presentano, oltre alle radici rizoatone mur- e dul– una radice rizotonica muar– e duel– e una radice rizotonica con /uː/;
  2. i verbi scugnî, tignî e vignî con la radice rizoatona scugn-, tign- e vign- e le radici rizotoniche scuegn, tegn, vegn e, davanti a desinenza -Ø, scuen-, ten-, ven-.

Le forme rizotoniche sottostanno a una regola prosodica, che però non si applica ai prestiti recenti, che prevede che l’accento si trovi obbligatoriamente sull’ultima sillaba della radice: così si ha per es /peˈtεne/ (al, e petene ‘pettina’) a fronte di /ˈpjεtin/ ‘pettine’, o a operin /oˈpεrin/ ‘operano’ a fronte di opare /ˈopare/ ‘opera’, etc. (ma dal prestito recente telefonâ si ha /teˈlεfone/).

Le desinenze

La prima persona presenta la terminazione –i nell’indicativo imperfetto e nel congiuntivo presente di tutte le coniugazioni, oltre che nell’indicativo presente della prima coniugazione (che è dunque identico al congiuntivo presente). Nel futuro la vocale tematica che precede la –i è, come detto, una –a– in tutte le coniugazioni; nei verbi della prima coniugazione anche nel perfetto semplice la –i è preceduta da –a-. Negli altri tempi e modi la terminazione della prima persona è -Ø. La seconda ha una desinenza sigmatica in tutti i tempi e modi, tranne che nell’imperativo. Nelle forme rizaotone la terminazione è –is, nel futuro, rizotonico, è -âs. Nell’imperativo è –e per i verbi della prima coniugazione, -Ø per le altre. Nella terza persona si ha terminazione –e nel presente indicativo della prima coniugazione, nell’imperfetto indicativo e, tonica, nel perfetto semplice della seconda coniugazione. Hanno terminazione -Ø il presente indicativo della seconda e terza coniugazione (che sono quindi omofone con la prima persona) nonché il congiuntivo imperfetto e il condizionale presente. La desinenza –i caratterizza il congiuntivo presente, che presenta così omofonia con la prima persona. Infine la desinenza –a (tonica) caratterizza il futuro indicativo di tutte le coniugazioni (e il perfetto semplice della prima).

La quarta persona presenta in tutti i modi e tempi la terminazione –in, tonica nell’indicativo presente e futuro e nel congiuntivo presente, atona negli altri tempi e modi. La quinta persona presenta, come la seconda, terminazioni sigmatiche, ed è a questa omofona nel’indicativo imperfetto, nel perfetto semplice, nel congiuntivo imperfetto e nel condizionale presente. Nel presente indicativo si ha -is, che segue la radice verbale per la prima coniugazione (o fevelais ‘parlate’), –ês per la seconda56In alcune varietà centrali si ha –eis. e -îs per la terza. Nel futuro la terminazione è, per tutte le coniugazioni, –ês. L’imperativo ha –it (che segue il tema verbale) per la prima, –êt per la seconda57In alcune varietà centrali si ha –eit. e –ît per la terza coniugazione. La sesta persona presenta –in atona in tutti i modi e i tempi (dunque con casi di omofonia con la quarta persona), tranne che nel futuro indicativo, dove essa è –an.

Si segnalano inoltre alcuni participi perfetti rizotonici o forti, in –t (per es. muart ‘morto’, rot ‘rotto’, cuet ‘cotto’, let ‘letto’, fat ‘fatto’etc.) che caratterizzano in particolare verbi della seconda coniugazione con infinito rizotonico, oltre che murî e alcuni verbi “irregolari” (cf. Vanelli 2007, 103), mentre altri, in generale con la radice verbale in sonorante+affricata postalveolare sonora, presentano doppio participio: strent e strenzût ‘stretto’ (da strenzi), sielt e sielzût ‘scelto’ (da sielzi), scuviert e scuvierzût ‘scoperto’ (da scuvierzi) etc. Sono presenti anche “forme miste”, cioè rizoatone, ma con la terminazione –t del participio rizotonico (cf. Vanelli 2007, 104), come pognet ‘posto’ (da pogni).

Allomorfie della radice

Anche il friulano, come altre lingue romanze, è ricco di verbi che presentano allmorfie della radice, come in parte si è già detto prima. In questa sede non è né possibile né sensato pensare di presentarli esaustivamente; ci si limita a indicare il paradigma di alcuni verbi che si ritiene più importanti: jessi ‘essere’ e ‘avere’ (anche ausiliari), oltre che i modali podê ‘potere’ e volê ‘volere’, ‘dare’, ‘andare’, savê ‘sapere’ e stâ ‘stare’:

1. jessi ‘essere’

persona indicativo congiuntivo condizionale
presente imperfetto perfetto semplice futuro semplice presente imperfetto presente
1. soi jeri foi sarai sei / sedi fos sarès
2. sês jeris foris sarâs seis / sedis fossis saressis
3.

è (masc.) / (femm.)

jere fo sarà sei / sedi fos sarès
4. sin jerin forin sarìn sein / sedin fossin saressin
5. sês jeris foris sarês seis / sedis fossis saressis
6. son jerin forin saran sein / sedin fossin saressin
infinito gerundio participio passato    
jessi / sei jessint / sint stât    

Come si vede, anche in friulano il verbo jessi presenta supplezione da stâ al participio passato. Alla forma interrogativa diretta (cf. sotto), la terza persona del presente indicativo ha la forma is-, cui si aggiunge il clitico al o e: isal?

2. ‘avere’

persona indicativo congiuntivo condizionale
presente imperfetto perfetto semplice futuro semplice presente imperfetto presente
1. ai vevi vei varai vedi / vebi / vei ves varès
2. âs vevis veris varâs vedis / vebis / veis vessis varessis
3. à veve ve varà vedi / vebi / vei ves varès
4. vin vevin verin varìn vedin / vebin / vini vessin varessin
5. vês vevis veris varês vedis / vebis / veis vessis varessis
6. àn vevin verin varan vedin / vebin / vein vessin varessin
infinito gerundio participio passato    
vint vût    

3. podê ‘potere’

persona indicativo congiuntivo condizionale
presente imperfetto perfetto semplice futuro semplice presente imperfetto presente
1. pues podevi podei podarai puedi podès podarès
2. puedis podevis poderis podarâs puedis podessis podaressis
3. pues podeve podè podarà puedi podès podarès
4. podìn podevin poderin podarìn podìn podessin podaressin
5. podês podevis poderis podarês podês podessis podaressis
6. puedin podevin poderin podaran puedin podessin podaressin
infinito gerundio participio passato    
podê podint podût    

4. vodê ‘volere’

persona indicativo congiuntivo condizionale
presente imperfetto perfetto semplice futuro semplice presente imperfetto presente
1. vuei volevi volei volarai vueli volès volarès
2. vuelis volevis voleris volarâs vuelis volessis volaressis
3. vûl voleve volè volarà vueli volès volarès
4. volìn volevin volerin volarìn volini volessin volaressin
5. volês volevis voleris volarês volês volessis volaressis
6. vuelin volevin volerin volaran vuelin volessin volaressin
infinito gerundio participio passato    
volê volint volût    

5. ‘dare’

persona indicativo congiuntivo condizionale
presente imperfetto perfetto semplice futuro semplice presente imperfetto presente
1. doi dev / davi dei darai dei / dedi

des / das

darès
2. dâs devis / davis deris darâs deis / dedis

dessis / dassis

daressis
3. da deve / dave de darà dei / dedi

des / das

darès
4. din devin / davin derin darìn dein / dedin

dessin / dassin

daressin
5. dais devis / davis deris darês deis / dedis

dessis / dassis

daressis
6. dan devin / davin derin daran dein / dedin

dessin / dassin

daressin

 

imperativo            
2. da            
4. din            
5. dait            
infinito gerundio participio passato    
dant dât    

6. ‘andare’

persona indicativo congiuntivo condizionale
presente imperfetto perfetto semplice futuro semplice presente imperfetto presente
1. voi levi, lavi lei larai ledi / vadi les larès
2. vâs levis, lavis leris larâs ledis / vadis lessis laressis
3. va leve, lave le larà ledi / vadi les larès
4. lin levin, lavin lerin larìn ledin / vadin lessin laressin
5.

lais / vais

levis, lavis leris larês ledis / vadis lessis laressis
6. van levin, lavin lerin laran ledin / vadin lessin laressin

 

imperativo            
2. va            
4.

lin / anìn

           
5.

lait / vait

           
infinito gerundio participio passato    
lant lât    

7. savê ‘sapere’

persona indicativo congiuntivo condizionale
presente imperfetto perfetto semplice futuro semplice presente imperfetto presente
1. sai savevi savei savarai sepi savès savarès
2. sâs savevis saveris savarâs sepis savessis savaressis
3. sa saveve savè savarà sepi savès savarès
4. savin savevin saverin savarìn savìn savessin savaressin
5. savês savevis saveris savarês savês savessis savaressis
6. san savevin saverin savaran sepin savessin savaressin

 

imperativo            
infinito gerundio participio passato    
savê savint savût    

8. stâ ‘stare’

persona indicativo congiuntivo condizionale
presente imperfetto perfetto semplice futuro semplice presente imperfetto presente
1. stoi

stavi / stevi

stei starai stei / stedi

stes / stas

starès
2. stâs

stave / stevis

steris starâs steis / stedis

stessis / stassis

staressis
3. sta

stave / steve

ste starà stei / stedi

stes / stas

starès
4. stin

stavin / stevin

sterin starìn stein / stedin

stessin / stassin

staressin
5. stais

stavis / stevis

steris starês steis / stedis

stessis / stassis

staressis
6. stan

stavin / stevin

sterin staran stein / stedin stessin / stassin staressin

 

imperativo            
2. sta            
4. stin            
5. stait            
infinito gerundio participio passato    
stâ stant stât    
I tempi composti

Come si è già accennato in precedenza, il friulano forma alcuni tempi (perfetto composto, piuccheperfetto, futuro composto, condizionale composto, congiuntivo passato, congiuntivo trapassato, infinito passato e gerundio passato) perifrasticamente. Questi sono costituiti dalle rispettive forme semplici di o jessi (sulla selezione dell’ausiliare si tornerà più sotto) e dal participio passato del verbo lessicale. Esistono anche delle forme bicomposte (per es. al à vût dit, che al fos stât sparît etc.), che, a differenza di quanto detto talora in letteratura (cf. Vanelli 2007, 95) non hanno tanto valore di anteriorità o di perfettivo, quanto, nell’indicativo passato bicomposto, la forma più frequente, un valore esperienziale (cf. Melchior 2012a, 2013e Melchior (in stampa/a)), mentre in costrutti condizionali possono aiutare a convogliare valori controfattuali.

7.2.2. Formazione delle parole

Per la formazione delle parole si veda più sotto la sezione 7.4.2. Aspetti lessicologici.

7.3. Sintassi

Benincà (2007, 115) sottolinea giustamente che la sintassi friulana, sia nell’ordine SVO in frasi principali e secondarie, con verbo ai tempi semplici e ai tempi composti, sia nelle strategie di subordinazione non si discosta in generale dalla sintassi delle lingue romanze dell’Italia settentrionale e della Francia, una delle cui principali caratteristiche è lo sviluppo di pronomi clitici soggetto obbligatori (il friulano è dunque una lingua a soggetto obbligatorio, seppure con alcune eccezioni). Le regole che governano l’utilizzo di questi e alcune altre caratteristiche, ritenute interessanti soprattutto in chiave contrastiva, verranno presentate qui di seguito.

7.3.1. Pronomi atoni

7.3.1.1. Pronomi atoni soggetto

Si è visto sopra che il friulano conosce una serie di pronomi clitici soggetto. Questi sono obbligatori con ogni tipologia di verbo, anche con verbi meteorologici o privi di soggetto semantico, e anche nei casi in cui il soggetto sia già espresso da un nome (anche nome proprio) o da un pronome tonico58Benincà 1989, 580) rimarca come in testi anteriori alla fine del XIX sec. tale obbligatorietà non si riscontrava.. Nella frase assertiva i pronomi atoni occupano in genere la posizione immediatamente preverbale: Al è rivât a cjase cumò ‘È appena arrivato a casa’, Marie e je une brave frute ‘Maria è una brava bambina’, Tu tu mi âs dit che tu vignivis ‘Mi hai detto che saresti venuto’, Al plûf ‘Piove’, Al è un cjalt di scjafoâsi ‘C’è un caldo soffocante’. Nel caso la posizione preverbale, nella frase assertiva, sia occupata da un altro pronome atono o dalla negazione (egualmente atona), il pronome soggetto non viene espresso, tranne che nella seconda e terza persona: Lu viodês chi ‘Lo vedete qui’, I vin fevelât îr ‘Le (gli) abbiamo parlato ieri’, No crôt che al vegni ‘Non credo che venga’, Mi lavi lis mans ‘mi lavo le mani’, Si ma No tu puedis vignî ‘Non puoi venire’, Tu lu âs cognossût di frut ‘L’hai conosciuto da bambino’, Tu i puartis il libri ‘Le (gli) porti il libro’. Per quanto riguarda la terza persona singolare maschile, questa presenta, in frase negativa, il pronome a a sinistra della negazione, che diviene nol: A nol ven ‘Non viene’, A nol vûl che tu lu clamis ‘Non vuole che lo chiami’ etc.; in alcune varietà, davanti a un altro clitico, vi è apocope della l: A lu viôt ‘Lo vede’ (cf. Benincà 2007, 120).59In diverse varietà che hanno i al posto di o per la prima, quarta e quinta persona, questo può comparire a sinistra di altri clitici o della negazione: I no lu vuei ‘Non lo voglio’, I lu vin viodût ‘Lo abbiamo visto’ etc. L’osservazione di Benincà (2007, 118) secondo la quale solo o si può trovare a sinistra della negazione non può dunque essere generalizzata a tutte le varietà friulane.

Se il pronome clitico soggetto nelle frasi dichiarative si trova necessariamente in posizione preverbale, vi sono diversi contesti – marcati – in cui vi è un’inversione di tale ordine delle parole (per le interrogative dirette vedi sotto). Benincà (2007, 124-126) indica cinque costruzioni in cui tale inversione è possibile, quattro delle quali richiedono il congiuntivo: 1) frasi ottative – con il congiuntivo presente, passato e anche bicomposto -, per es. Vessino comprât il libri ancje nô! ‘Avessi comprato il libro anch’io!’ (cf. anche Marcato 2008, 2761, 2) protasi del periodo ipotetico senza se (con tutti e tre i tempi del congiuntivo), per es. Fossistu rivât prin, tu lu varessis sintût, il conciert! ‘Se fossi arrivato prima, l’avresti sentito, il concerto!’,60Il contesto 1) può essere considerato come protasi di un periodo ipotetico incompleto. 3) in proposizioni esortative o augurative al congiuntivo presente (specialmente con il verbo jessi), per es. Sêso benedets! ‘Siate benedetti’, e 4) nella congiunzione di proposizioni alternative (al congiuntivo presente), qualora esse non siano introdotte da che, sia nella forma affermativa che negativa, come in Vedino gust o no vedino gust, a scugnin fâlu ‘Ne abbiano o non ne abbiano voglia, devono farlo’. Il quinto contesto, che invece prevede l’indicativo, è più facilmente spiegabile, in quanto trattasi di “interogativis retorichis, cul valôr pragmatic di esclamativis” (Benincà 2007, 125), anche nella forma negativa, come per es. No mi tocjal stâ a sintilu! ‘Non mi tocca stare ad ascoltarlo!’ (cf. anche Benincà/Vanelli 2015, 407; un’interessante analisi contrastiva di tali strutture in Munaro 2010).

7.3.1.2. Pronome clitico dativo

Il pronome clitico dativo è obbligatorio anche quando l’oggetto diretto sia già espresso da un sintagma preposizionale con un nome o con un pronome tonico: Ur ai dât il libri a Marie e a Zuan ‘Ho dato il libro a Maria e Giovanni’, Tu i âs telefonât a Pieri ‘hai telefonato a Pieri’, A nô no nus plâs ‘a noi non piace’ etc. (cf. Benincà 2007, 122) (per altre costruzioni con ripresa del pronome cf. sotto).

7.3.1.3. Si passivante e impersonale

Anche in friulano esistono costruzioni cosiddette “impersonali” e passivanti con il prome si e un verbo coniugato alla terza persona o alla sesta persona, del tipo: Si viodin tancj cjamps di soie ‘Si vedono tanti campi di soja’ o In glesie si cjante tant ‘In chiesa si canta molto’. Quando sia presente un clitico oggetto diretto, questo segue il si, come per es. Si lu viôt ‘lo si vede’, Si lu dîs ‘lo si dice’ (cf. anche Benincà/Vanelli 1984, 171-172). Il clitico soggetto che si trova nell’interrogativa concorda in genere con il clitico oggetto, ma vi può essere variazione dialettale: Si lu sintial? ‘Lo si sente?’, Si le sintie? ‘La si sente?’, ma in alcune varietà anche Si lu sintie? o rispettivamente Si le sintial? (cf. Yamamoto 1994, 152). Quando in una tale costruzione si utilizzi un verbo riflessivo, il friulano presenta costruzioni del tipo si verbo si [clitico oggetto diretto] (cf. Benincà/Vanelli 1984, 171), come per es. in Si viodisi a scuele ‘ci si vede a scuola’, Si gjavisilis ‘ce se le toglie’, ma anche in questo caso Yamamoto (1994, 154-156) registra notevole variazione.

7.3.1.4. Indi

Il friulano conosce anche un pronome atono partitivo, indi (in diverse varietà andi). Benincà (2007, 120) ne indica l’uso come facoltativo e limitato ai casi in cui il verbo seguente cominci con vocale; Benincà/Vanelli (2015, 404) indicano un uso limitato ai soli casi in cui si trovi davanti a forme inizianti per vocale dei verbi jessi ‘essere’ e ‘avere’, ma tuttavia restringono tale limitazione ad alcune varietà centrali. Nel friulano scritto l’uso è generale e non limitato ad alcuni contesti fonetici. Qui alcuni esempi da un corpus giornalistico: “Il fair play e je une tematiche une vore sintude tai ultins agns – al à spiegât Marchetti –, e indi fevelìn achì […]” (Il diari n°1, novembre 2006, 8), “Cun lôr fintremai al fevelave, indi cognosseve lis vôs e di chestis e dal aiar al rivave a predî la stagjon, il timp di semenâ…” (Il diari n° 12, dicembre 2007, 17), “Di fat culà, li che il ladin e je lenghe veicolâr tes scuelis li che e vîf la minorance, ai docents ur ven ricognossût un tornecont economic, ancje se no indi sarès bisugne viodût che ducj a àn a cûr la lôr lenghe” (La vita cattolica, 18 aprile 2009, 29). Resterebbe da indagare se tale uso sia spontaneo, contraddicendo dunque le tendenze indicate dalle autrici patavine, o se non sia invece condizionato dal modello italiano, che in tali contesti prevede il ne.

Se segue un clitico vocalico o la negazione, vi è aferesi della i– (o a-) iniziale: No ‘nd è nancje un ‘Non ce n’è nemmeno uno’, Tu ‘nd âs mangjâts avonde ‘Ne hai mangiati abbastanza’.

7.3.2. Pronomi tonici e atoni

I pronomi tonici oggetto diretto o indiretto di prima e seconda sono accompagnati obbligatoriamente dal corrispondente pronome atono e non possono essere utlizzati da soli: A mi mi àn fevelât ‘a me hanno parlato’, ti promovaran te ‘promuoveranno te’. Tale regola non agisce invece se il pronome tonico è retto da una preposizione: Mi àn domandât di te ‘mi hanno chiesto di te’, E vignarà cun me ‘verrà con me’ (cf. Benincà/Vanelli 1984, 172-178 per un’analisi contrastiva romanza).

7.3.3. Doppia negazione

La negazione in friulano occupa la posizione preverbale (o quella immediatamente precedente pronomi clitici soggetto o oggetto); nel caso di frasi con un indefinito negativo postverbale vi è dunque la necessità di occupare la posizione preverbale con la particella negativa, così che si hanno costruzioni con doppio elemento negativo del tipo No lu à viodût nissun ‘Non l’ha visto nessuno’, No tu âs mangjât nuie ‘Non hai mangiato niente’ etc. Tuttavia la presenza di due elementi negativi è possibile anche quando l’indefinito negativo sia preverbale: Nissun no lu à capît ‘Nessuno lo ha capito’, anche in frasi con focalizzazione Nuie no i è sucedût ‘Niente gli è successo’.

7.3.4. Frasi interrogative dirette

Ad esclusione di parte delle varietà orientali, il friulano prevede per le frasi interrogative dirette, sia polari (o totali) sia parziali (introdotte cioè da un elemento interrogativo focalizzante) l’inversione dell’ordine SV; il pronome atono soggetto si muove in posizione immediatamente postverbale (dopo il verbo finito); l’eventuale soggetto nominale esplicito a sua volta si muove in una posizione a destra del pronome atono (graficamente univerbato al verbo) o, nel caso, al participio passato nelle forme composte, come per es. in Cuant vegnial Mario? ‘Quando viene Mario?’, Rivistu a vignî ancje tu? ‘riesci a venire anche tu?’, Aial durmît? ‘ha dormito?’

Il pronome clitico postverbale è obbligatorio anche quando il pronome interrogativo ha funzione di soggetto, come in Cui isâl rivât? ‘chi è arrivato?’

In friulano tuttavia – e in alcune varietà questa sembra essere la forma preferenziale o addirittura unica (cf. Benincà 1989, 581, 2007, 123, Benincà/Vanelli 2016, 151) – è possibile anche una interrogativa diretta la cui forma corrisponde a quella dell’interrogativa-eco indiretta, senza inversione dell’ordine SV, del tipo Cui che ti lu à dit? ‘chi te lo ha detto’, Parcè che tu vegnis? ‘perché vieni?’, Dulà che al è? ‘dov’è?’ (su strutture simili in romancio cf. Hack/Kaiser 2013, 151-152, nel ladino fassano Hack 2012, 2013, cap. 6, ove vi è anche un paragone col piemontese; per un panorama delle varietà norditaliane cf. Poletto/Vanelli 1995.

7.3.5. Subordinazione

In friulano, come anche in altre varietà romanze e anche in varietà regionali d’italiano (cf. Telmon 1993, 123, che lo definisce “tratto settentrionale, particolarmente intenso nelle Venezie”; lo stesso autore ((Telmon 1994, 620)) afferma che tale tratto, limitatamente alle congiunzioni temporali e in misura minore locali, è presente anche nelle varietà galloitaliche, ma come tratto dell’italiano regionale soprattutto nel Triveneto; Marcato 2002a, 345 lo individua nell’italiano regionale friulano e Canepari 1986, 89, Cortelazzo/Paccagnella 1997, 268 e Marcato 2002b, 316 in quello veneto), le frasi subordinate avverbiali esplicite (rette da cuant, ce, parcè, cui, ma non da trop) e le relative rette da dulà sono obbligatoriamente introdotte dal complementatore che, il quale segue l’eventuale subordinante, come per esempio: No sai cuant che al ven ‘non so quando viene’, o ai capît ce che tu âs dit ‘ho capito cosa hai detto’, Nus àn domandât dulà che o lavorìn ‘ci hanno chiesto dove lavoriamo’, Sâstu parcè che e je lade vie? ‘sai perché se ne è andata?’, Mi a dit cui che al è stât ‘mi ha detto chi è stato’, etc.61Se Quaresima (1962, 25) considerava (nei dialetti del Trentino!) tali forme come frutto di errore, Berruto (1983, 54-55) le indica – nell’italiano – come appartenenti all’italiano popolare; Berretta (1994, 254) le attribuisce a “varietà diastratiche basse e/o molto trascurate”.

7.3.6. Relative

Il friulano conosce quale unico pronome relativo il pronome che e, non diversamente da altre varietà romanze, il friulano non differenzia pronomi specifici per relative preposizionali. La funzione sintattica può essere esplicitata da un altro clitico – in particolare al dativo, o con un sintagma preposizionale facoltativo, lasciando però più spesso desumere l’interpretazione dal contesto, come in La fantate che i ai dât lis rosis ‘La ragazza a cui ho dato (lit. che le ho dato) i fiori’, La machine che ti fevelavi ‘La macchina di cui (lit. che) ti parlavo’, Il zovin che tu mi âs dit di lui ‘Il giovane di cui mi hai detto (lit. che mi hai detto di lui)’. Nelle relative sul soggetto, questo viene richiamato da un clitico preverbale, come per es. in Chel fantat che al è vignût nosere al è simpatic ‘Il ragazzo che è arrivato ieri sera è simpatico’. Tale clitico è presente qualunque siano i tratti semantici che caratterizzano il soggetto, ovverosia sia se questi è animato, sia se è inanimato (cf. Benincà 2007, 129-130).

7.3.7. Selezione dell’ausiliare e accordo del participio

Anche in friulano, come in altre lingue, vi è una classe di verbi che seleziona come ausiliare il verbo jessi (spesso definiti inaccusativi, cf. Benincà/Vanelli 2015, 408, ma l’ipotesi inaccusativa è tutt’altro che indiscussa nella ricerca, cf. Sorace 2000 per una proposta graduale, Jezek2010 per un’introduzione generale); tuttavia i singoli verbi possono appartenere a tipi diversi rispetto ai corrispondenti italiani (per es. jessi, plasê, displasê, cambiâ, etc., che presentano alternanza inaccusativo/inergativo; per un’analisi contrastiva friulano/veneto/italiano cf. Benincà/Vanelli 1984, 178-185): Si ha così Il libri mi è plasût, ma anche Il libri mi à plasût ‘il libro mi è piaciuto’, O soi stât a cjase e O ai stât a cjase. La stessa alternanza vi è con i verbi riflessivi o pseudo-riflessivi (anche nelle costruzioni cosiddette impersonali e passivanti), dove si può avere Si à vistût ma anche Si è vistût ‘Si è vestito’ o Si vin cjalât e Si sin cjalâts ‘Ci siamo guardati’. Benincà (2007, 131) vede nella variante con jessi un valore risultativo; questo può essere presente, mentre certamente manca nella variante con .

Nel caso il verbo selezioni l’ausiliare jessi, il participio concorda in numero e genere con il soggetto: A son rivadis trê fantatis ‘sono arrivate tre ragazze’, No ti ise plasude la storie ‘non ti è piaciuta la storia?’; con plasê/displasê il participio può concordare con il soggetto anche quando l’ausiliare selezionato è . Nel caso dei verbi transitivi, che selezionano , vi può essere accordo del participio passato con l’oggetto diretto postverbale, così come in O ai comprade une fersorie gnove ‘ho comprato una nuova padella’, O vin cjatâts Marie e Pieri ‘abbiamo incontrato Maria e Piero’. L’accordo è obbligatorio qualora l’oggetto diretto di terza o sesta persona sia espresso da un clitico preverbale, facoltativo, ma ben diffuso, quando sia espresso da un clitico preverbale di altra persona, per es. Le vin sintude ‘l’abbiamo sentita’, ma Us vin clamât e Us vin clamâts ‘vi abbiamo chiamati’ (cf. Benincà 2007, 130-132, Benincà/Vanelli 1984, 188-190, 2015, 408-409; sull’accordo del participio resta fondamentale, nonostante l’approccio teorico non più attuale, Loporcaro 1998, con grande spazio dedicato all’accordo in friulano).

Le forme bicomposte hanno di regola come ausiliare, anche qualora nelle forme composte possano presentare alternanza; jessi pare presente solo con pochi verbi trasformativi come per es. sparî (cf. Melchior (in stampa/a)).

Alternanze nella selezione dell’ausiliare vi sono anche per la costruzione passiva, che di regola presenta jessi, ma, nei tempi semplici, può avere (come in italiano) anche vignî e, con sfumature semantiche parzialmente diverse, (cf. Benincà 2007, 131).

7.3.8. Perifrasi verbali

Il friulano conosce diverse perifrasi verbali con valore generalmente aspettuale. Tra queste si segnalano le perifrasi progressivo-continuative: sebbene, come già accennato più sopra, per influenza italiana il tipo jessi+gerundio stia prendendo sempre più piede (cf. al riguardo Melchior 2014b), il friulano conosce principalmente due tipi, semanticamente equivalenti, per esprimere l’aspetto progressivo-continuativo: il tipo jessi daûr a + infinito, diffuso peraltro in diverse varietà dell’Italia settentrionale e nel relativo italiano regionale (cf. Bertinetto 1991, 137, Marcato 2002b, 316 per l’italiano regionale veneto) e non dissimile dal francese être après à + infinito (cf. Gougenheim 1971, 56-60), e il tipo jessi che + verbo finito (nello stesso tempo in cui è il verbo jessi). L’aspetto progressivo-continuativo può essere comunque espresso anche col semplice presente e con l’imperfetto.

Per esprimere iteratività62Con iteratività non si intende qui né abitualità, né che l’evento descritto dal verbo consti di una serie di microeventi che si ripetono in rapida successione (per es. come nel caso di tossicchiare), ma la (anche singola) ripetizione dell’evento verbale. il friulano ricorre meno a processi morfologici come la prefissazione con ri-, quanto piuttosto alla perifrasi tornâ a + infinito.

Perifrasticamente viene espresso in friulano – come pure in veneto e nell’italiano regionale di questa regione (cf. Bertinetto 1991, 137, Squartini 1998, 315) – l’imperativo negativo, formato con la forma di imperativo positivo di stâ, la preposizione a (obbligatoria per la quarta e quinta persona, facoltativa per la seconda) e l’infinito del verbo lessicale: No sta (a) vosâ ‘non gridare’, no stait a vignî ‘non venite’, no stin a lâ vie ‘non andiamocene’.

In friulano si registrano inoltre anche perifrasi modali, in particolare esprimenti deonticità (“verb of ‘pure necessity'”, come lo definiscono Benincà/Vanelli (2016, 150): al/a vûl + participio passato (lit. ‘vuole + participio passato’) e al/a covente + participio passato (lit. ‘bisogna + participio passato’), entrambe con il valore di ‘bisogna + infinito’, ‘va + infinito’. Entrambe le costruzioni sono possibili anche con soggetti semplicemente espletivi e compatibile con tutti i tipi di verbi.63Costruzioni apparentemente simili in veneto mostrano però proprietà sintattico-semantiche diverse, cf. Berizzi/Rossi 2011).. La costruzione al/a covente può essere anche seguita da una completiva esplicita introdotta da che.

Al confine tra sintassi e morfologia sono poi i cosiddetti verbi sintagmatici (o analitici), conosciuti in diverse varietà dell’Italia settentrionale e non solo e in alcune varietà regionali di italiano (cf. i saggi raccolti in Cini 2008), ma anche in lingue appartenenti ad altre famiglie linguistiche, del tipo lâ fûr (e anche jessî fûr) ‘uscire’ (lit. ‘andare fuori’), meti adun ‘raccogliere’ (lit. ‘mettere insieme’), pensâ sù ‘riflettere’ (lit. ‘pensare su’), ridi daûr ‘deridere’ (lit. ‘ridere dietro’), etc. (al riguardo cf. Vicario 1997).

Infine hanno carattere perifrastico anche i tempi bicomposti, cui si è accennato più sopra. Questi, al contrario di quanto spesso indicato in letteratura (per es. Benincà 1989, Poletto 2009, ma anche Marcato 1986a per il veneto) non hanno tanto la funzione di indicare anteriorità né si trovano principalmente in frasi temporali, ma hanno, come ben aveva intuito già Marchetti (1967, 151), una funzione esperienziale (cf. anche Squartini 1998, 322, nota 22), che può tuttavia evolvere verso sfumature semantiche di eccezionalità o valori temporali di distanza nel passato (non diversamente da quanto accade per es. in occitano e nel francese, cf. Melchior 2012a, 2013, Melchior (in stampa/a); in parte anche in Benincà 2014, 40-41).

7.4. Lessico

7.4.1. Stratificazione lessicale

Si è già visto nel capitolo 3, in cui si è cercato di tracciare brevemente i principali momenti della storia esterna del friulano, come questi si riflettano anche sulle sue strutture e come essi siano particolarmente visibil nel lessico. Come ben sottolinea Marcato ((2013, 27) nopar=”true”]), della fase preromana del lessico “sono riflessi parole che spesso riguardano la morfologia del terreno, la botanica, l’agricoltura”, oltre che, come si è visto, nella toponomastica. Tra le lingue prelatine, si segnala in particolare il sostrato celtico, che ha lasciato tracce con parole come per es. tamês ‘setaccio, vaglio’, dal celtico tamisium, cjarpint ‘asse della ruota del carro’, che, secondo Marcato (2014a, 5) è, in tale significato, peculiare continuazione friulana – in aquileiese – di carpentum, bar ‘zolla erbosa’ o broili ‘brolo, verziere, frutteto’ (cf. Vicario 2015, 24), glasine ‘mirtillo’ da *glasina (cf. Marcato 2015, 414) o madrac ‘biscia, serpente d’acqua’, ricollegabile a “mataris ‘spiedo, giavellotto’ una voce di origine celtica entrata nel latino, a cui si riconduce anche la voce italiana marasso (di origine settentrionale); per quanto riguarda l’aspetto semantico, va osservato che si tratta di un parallelo della denominazione saettone corrente per il colubro d’Esculapio” (Marcato 2014a, 6).64Al sostrato è spesso attribuita una serie di elementi comuni tra friulano e romeno (cf. per es. Iliescu 1986), come çore (rum. cioară) ‘cornacchia’, raze (rum. rață) ‘anatra’, sterp (rum. sterp) ‘sterile’, etc., ma tale attribuzione non è unanimemente accettata (al riguardo cf. Iliescu 1987, 93-94, Heinemann 2003, 161-162). È però chiaramente l’elemento latino a predominare nel lessico friulano. A tal proposito, Marcato (2013, 28-30) evidenzia due aspetti da lei ritenuti di maggior interesse: da una parte la peculiarità del latino parlato nella X Regio, di cui l’odierno Friuli faceva parte, che si distingueva dal latino parlato nel resto dell’Italia settentrionale; dall’altro invece una differenziazione “intrafriulana” tra il latino cosiddetto aquileiese, da cui fanno capo le odierne varietà centro-orientali e carniche e un latino concordiese, da cui invece derivano le varietà occidentali. Per quanto riguarda il primo, particolamente rilevanti sono gli apporti greci e germanici: si segnalano per es. criure ‘freddo intenso’, riconducibile, attraverso una forma *κρυουρα, a κρύος, ancone ‘altarino, edicola sacra’, riconducibile a εἰκών o brût ‘nuora’ (cf. antico alto- e mediotedesco brūt) (cf. Marcato 2013, 28-29, 2014a, 5-7, 2014b, 58, 2015, 415). Per quanto riguarda le peculiarità del latino aquileiese e di quello concordiese, sia qui ricordato il friulano centro-orientale e carnico folc, riconducibile al latino fulgŭr, tipo raro nell’Italia settentrionale, che viene spesso portato a corroborare la tesi di una latinizzazione del Friuli di provenienza mediana, ovverosia dall’area sannitico-sabella (cf. Marcato 2015, 415), cui si è fatto cenno sopra, mentre nel Friuli concordiese prevale il tipo saete/saeta. Concordiese è anche la continuazione di ire in zi, mentre nel Friuli centro-orientale si trova , o, come già sopra accennato, versor ‘aratro’, riconducibile a vĕrsōrium dallo stesso significato, contro vuarzine centro-orientale, collegato invece al latino orgănum (altri esempi in Marcato 2013, 29-30).

Accanto ad arcaismi in genere non o scarsamente presenti in altre lingue romanze, come p.e. il centro-orientale agâr ‘solco (di scolo)’, dal lat. ăquārĭum (per altri esempi, cf. Marcato 2015, 415-416) o alcune continuazioni che paiono precipue del friulano, come curtìs ‘coltello’ dal lat. *cultĭce(um), nulî ‘odorare, annusare’ da *inolere o spali ‘spago’ da *spag(u)l(um) (cf. Heinemann 2003, 159), vi sono termini che hanno subito un’evoluzione semantica altrove non testimoniata, come nel caso di frut ‘bambino’, formale continuatore di fructu(m), la cui semantica però è peculiare65Marcato (2014a, 72, nota 43, 73) ipotizza la stessa etimologia anche per il comelicano froc ‘bambini’, e suppone dunque che “il tipo lessicale frut(to) ‘bambino’ potrebbe aver avuto in passato una maggiore estensione areale per essere poi sostituito da altri tipi”., e sarebbe dovuta, secondo Doria(1979, ma cf. anche Francescato/Salimbeni 2006, 298) non a una metafora religiosa biblica (come per es in Wartburg 1936 FEW, s.v., 826, Francescato 1964, 6), quanto a un uso nel linguaio dell’allevamento, che indica il vitello di cui una vacca è pregna, passato poi estensivamente anche all’essere umano. Heinemann (2003, 159-160) indica tra le precipue evoluzioni semantiche del friulano anche cerneli ‘fronte’ (lat. cernĭcŭlum ‘staccio’, poi anche ‘scriminatura’), che è “insgesamt weit verbreitet im Italoromanischen, in der spezifischen Bedeutung aber nur friaul.” (Heinemann 2003, 159, cf. anche (Iliescu 1987, 91)). Iliescu ((Iliescu 1987, 91)) indica ancora aìne ‘nocca’, dal lat. ăgĭna ‘foro nel quale passa l’ago della bilancia’.

Interessante è poi forse il caso di flôr (lat. flore(m)), attestato sì in diverse varietà con il significato ‘fiore’ (in particolare se inteso come infiorescenza arborea), per il quale tuttavia è più diffuso rose (che domina nelle varietà centrali e carniche), che viene invece ad assumere il significato di ‘parte migliore’. Il significato di ‘rosa’ è assunto dal termine garoful (secondo Marcato 2007, 155 di introduzione recente o di filiera colta), mentre per ‘garofano’ vi è sclopon (cf. Marcato 2007, 154-155).

Altre interessanti evoluzioni semantiche sono per es da lat. calare ‘abbassare’ cjalâ ‘guardare, osservare’ (cf. anche gardenese cialé con medesima semantica), per il quale REW ((Meyer-Lübke 1911)1487, 2) ipotizza (con riserva) un legame con la lingua venatoria, Marcato (2007, 136, ma si veda già Iliescu 1987, 92) riconduce a un significato ‘abbassare gli occhi, osservare attentamente’ che suppone già esistente nel latino volgare, vedran (lat. veteranu(m)) ‘scapolo’, gustâ (lat. gustare) ‘pranzare’ o, quale sostantivo ‘pranzo’, cerçâ (lat. circare) ‘assaggiare’, come anche in veneto e ladino, o trist, che, come l’italiano tristo, ha il solo significato di ‘cattivo’. Interessante anche l’opposizione siumM ‘sogno’, ma anche ‘sonno, atto del dormire’ ~ siumF ‘sensazione di sonno, bisogno di dormire’, al cui proposito Marcato (2014a, 77) scrive:

all’origine vi sono il latino somnus ‘sonno’ e somnium, anche insomnium ‘sogno’, ma il genere maschile e il femminile dipendono da una rideterminazione lessicale che corrisponde ad una distinzione sul piano morfologico realizzata con l’opposizione di genere, il maschile per una designazione concreta (il sonno e il sogno come fatto oggettivo) e il femminile per una astratta (il sonno).

Per quanto riguarda gli strati linguistici successivi al latino, si è già fatto più sopra accennato all’elemento germanico e a quello slavo, entrambi compositi. Vi è infatti, per entrambi, una stratificazione multipla, più complessa nel caso dell’elemento germanico, nell’ambito del quale, in particolare per quanto riguarda i prestiti penetrati nell’Alto Medioevo, non è sempre agevole e talora è impossibile attribuire con sicurezza i singoli prestiti all’una o all’altra lingua (gotico, longobardo, francone). Tuttavia, quali gotismi Frau (2015c, 277) segnala sedon ‘cucchiaio’ da una base *skeitho, agagn ‘crampo’ quale possibile deverbale da wankjan ‘vacillare’, glove ‘biforcazione’ (da kluba, cf. anche Marcato 2007, 139) e altri; bearç ‘terreno recintato adiacente alla casa’ viene considerato da Marcato (2007, 139) come longobardismo (anche se ammette che sarebbe possibile anche un’attribuzione al gotico), mentre Frau ((2015c, 277) lo ritiene gotismo, forse però penetrato per tramite longobardo. Longobardismi sono bleon ‘lenzuolo’ da *blahjô (cf. Frau 2015c, 278, Marcato 2007, 139), cecje ‘zecca’, ma anche balcon/barcon ‘finestra’ (cf. Iliescu 1987, 93), nape ‘cappa del camino, naso’, farc ‘talpa’, sgrife ‘artiglio’, lami ‘insipido’, garp/gherp ‘aspro’, ruspi ‘ruvido (anche fig.)’, vuadiâ / uadiâ ‘sposare’ (ora in disuso) etc., oltre che, come già visto, diversi elementi onomastici (cf. Frau 2015c, 278-279). Infine, tra i prestiti franconi, decisamente pochi e “riferibili alla sfera bellica (Frau 2015c, 279) si annoverano vuaite/uaite ‘guardia’, vuere ‘guerra’, confenon ‘gonfalone’, ‘papavero’ e pochi altri (anche nell’onomastica).

In epoca tardo-medievale e patriarcale entrarono numerosi elementi, testimonianza dei quali troviamo nelle carte dell’epoca, ma che sono ormai scomparsi dal lessico friulano (cf. Frau 2015c, 283) e altri che invece sono presenti anche nel lessico contemporaneo (talora specialistico), come per es. cramar/cramâr ‘merciaiolo ambulante’, licôf ‘pasto, festa offerta dal committente agli operai per il raggiungimento del tetto nella costruzione di una casa’, o steure, attualmente solo friulano-orientale. Come si è già accennato, all’epoca patriarcale risalgono numerosissimi toponimi che fanno riferimento alla presenza di castelli e rocche, oltre che un consistente numero di antroponimi.

Numerosi sono anche gli elementi penetrati nel friulano in epoca moderna, che Frau (2015c, 287), suddivide

in ampi settori semantici riguardanti la terminologia della casa (ovvero della vita domestica in senso lato, quindi anche degli abiti), dei cibi, delle piante, degli animali, dei mestieri e annessi attrezzi, dei pesi e misure, del divertimento, oltre alle parole per aggettivi, verbi e concetti astratti

Tra il consistente numero di prestiti, si citino qui i seguenti esempi: vignarûl (cf. ted. Fingerhut) ‘ditale’, spoler(t) ‘cucina economica’ (cf. Sparherd), chifel ‘cornetto (dolce o di pane) (cf. Kipfel), sgnape ‘grappa’ (cf. Schnaps), cartufule ‘patata’ (specialmente carnico) da Kartoffel, cjalzumit ‘castraporci’, da collegare al tedesco Kaltschmied ‘fabbro che lavora a freddo rame e/o ottone’, poi spregiativo ‘aggiustapentole”, clincars ‘quattrini (scherz.)’ (cf. klingeln), zirucâ ‘indietreggiare’ (cf. zurück), slofen/slofin ‘dormire’ nella locuzione lâ a slofin ‘andare a dormire’, snait ‘bravura, coraggio’ (cf. Schneid), smecâ ‘piacere, essere gradito’ (cf. schmecken) etc. (per approfondimenti, si rimanda ancora a Frau 2015c, in particolare 286-289).

Anche i movimenti migratori verso le terre di lingua tedesca hanno contribuito ad arricchire il lessico friulano con prestiti da questa provenienti: si pensi a lasimpon ‘estero, terra straniera’, da Eisenbahn ‘ferrovia’ con pronuncia tedescomeridionale, asimpon ‘emigrante stagionale’, ma anche ‘uomo selvaggio’ (cf. Marcato 2007, 139) e lasimponar (cf. Eisenbahner) ‘lavoratore alle ferrovie’, ma anche ‘emigrante stagionale’ (cf. Faggin 1981, 262), sine ‘binario’ (cf. Schiene), russac ‘zaino’ (cf. Rucksack) e sachimpac ‘zaino’ (da Sack und Pack ‘armi e bagagli’), chelare ‘cameriera’ (cf. Kellnerin) o bintar ‘perdigiorno’, ma anche ‘bricconcello (affettivo)’, legato al tedesco Winter, spiegabile con il fatto che gli emigranti stagionali che sperperavano i guardagni erano costretti a restare all’estero anche in inverno. Alcune di queste voci sono diffuse anche in altre zone del Norditalia.

Nel Goriziano sono vice inoltre diverse voci relative all’amministrazione austriaca, diffuse un tempo anche al resto del Friuli, come ameldâsi iscriversi’ (cf. anmelden), befel ‘ordine’, ma anche ‘ramanzina’ o ‘intimazione’; in alcune varietà ‘confusione, situazione difficilmente gestibile’ (cf. anche Marcato 2008, 2763), recrut ‘recruta’ (ted. Rekrut) etc. Tipici del goriziano sono poi zemel ‘panino’ da Semmel, fraila/fraula ‘signorina, ragazza’ (cf. Fräulein), ringhespîl ‘carosello’ da Ringelspiel (cf. Faggin 1981, 265), amirâl ‘ammiraglio’ (cf. Admiral), clanfar ‘lattoniere’ (cf. Klampfer) etc. (cf. Frau 2015c, 291-291, che indica anche alcuni tedeschismi che potrebbero essere permeati per tramite sloveno).

Anche l’apporto slavo è composito, comprendendo da una parte gli elementi penetrati nel lessico con gli insediamenti di popolazioni slave nella pianura nel X secolo, diffusi in gran parte delle varietà friulane, d’altra parte invece quelli (inizialmente) a carattere più locale, dovuti al contatto con le popolazioni slovenofone nelle zone orientali del Friuli (per approfondimenti si vedano Pellegrini 1992a [1982] e 1992b [1975]). Si annoverano qui alcuni esempi dagli ambiti in cui essi sono più frequenti: la cultura materiale e la natura (fitonimi, agricoltura e attrezzi, cucina): ciespe/sespe ‘prugna’ (cf. sloveno češplja, češpa), triscule ‘fragola’ (cf. slov. troska, truska ‘fragola di bosco’, che Marcato (2013, 37, 2014a, 21) vede diffusa solamente nel Friuli orientale, ma che in realtà è ben più diffusa, anche con lo stesso significato dello sloveno ‘fragola di bosco’,66Comunicazione personale di informanti del Friuli medio-centrale. vuisinâr ‘visciolo’ (cf. slov. višnja con il medesimo significato), mule ‘sanguinaccio’ (slov. mula dallo stesso significato), cernicule/cirignicule ‘mirtillo’, che Pellegrini (1992b [1975], 240 fa risalire a un (jagoda) černica), ‘save ‘rospo’ (cf. slov. žaba ‘rana’),67La proposta di Plomteux(1972), di vedere in ‘save un continuatore di *sap(p)us, con corrispondenti anche nel ladino e nel provenzale, non è generalmente accettata. comat ‘collare (del cavallo)’, dallo slov. komat, a sua volta dal tedesco Kummet, entrambi col medesimo significato, colaç ‘ciambella’, ma anche ‘tavoletta del water’ (cf. slov. kolač ‘torta, dolce’), cos, cosse e simili ‘canestro, cesta, gerla’ (slov. koš(a) con lo stesso significato), strucul ‘strucolo, tipo di strudel’ (cf. slov. štrukelj di analogo significato), cudicj ‘diavolo, satana, belzebù’ (cf. slov. hudič ‘diavolo’) o gubane ‘dolce tipico del Cividalese’, dal termine dialettale delle Valli del Natisone gubana. A carattere locale sono voci come gabra ‘frassino’, da ricollegarsi allo slov. gaber ‘carpino’ (cf. Pellegrini 1992b [1975], 234-235), storcli ‘sciocco’, da ricollegare allo slov. dialettale štorkla ‘cicogna’ (cf. Pellegrini 1992b [1975], 236), clabuc ‘cappello’ (slov. klobuk) o sliva ‘tipo di prugna’, da solv. sliva ‘prugna’ (cf. Marcato 2014a, 26), tutti presenti nelle varietà orientali del Goriziano.

Dell’influsso veneto si è già detto prima. Questo ha da una parte arricchito il lessico friulano con neologismi per designare realtà extralinguistiche nuove (come per es. gazete), d’altra parte però, come più sopra indicato, anche sostituendo termini friulani con corrispondenti veneti (si pensi a autun per sierade o primevere per vierte/viarte, vecjo per vieli e vieri etc.). Come (più tardi) l’italiano, anche il veneto è lingua ponte per l’introduzione di forestierismi e internazionalismi. Il forte contatto con l’italiano contribuisce da una parte a un arricchimento del lessico – spontaneo o pianificato -, dall’altra numerosi italianismi sostituiscono termini friulani: oltre ai già citati, si pensi a abastance per avonde, tartarughe per copasse, rane per crot, farfale per pavee etc.

7.4.2. Aspetti lessicologici

Si è visto qui sopra come il friulano, per la modernizzazione e l’arricchimento del lessico abbia fatto nella sua storia e faccia tuttora ricorso a prestiti, più o meno adattati, dalle lingue di maggiore elaborazione e con maggiore prestigio, attualmente in primis l’italiano, che funge anche da tramite per prestiti di origine anglo-americana e di internazionalismi (cf. il diffuso cingon ‘gomma da masticare’, oltre ai più recenti termini della tecnologia e di altri ambiti dello scibile). Gli altri maggiori meccanismi di formazione delle parole sono, non diversamente da altre lingue romanze e non solo, la derivazione – includendo in questa anche l’alterazione -, la composizione e la conversione. Nei prossimi paragrafi si illustreranno tali processi.

7.4.2.1. Derivazione

Il friulano fa uso di due processi derivativi: la prefissazione e la suffissazione, che hanno conseguenze morfologiche e valori semantici diversi. Essi “non sembrano avere in friulano caratteristiche peculiari” (Benincà 1989, 578), coincidendo in linea di massima con quelli delle altre lingue romanze.

Suffissazione

Una presentazione dei processi di derivazione può basarsi su diversi criteri classificatori, che le forniscano una coerenza interna. È così possibile classificare i processi derivativi con riferimento alle categorie grammaticali della base, alle categorie grammaticali del derivato, delle categorie semantiche di quest’ultimo o in base ai suffissi coinvolti nel processo derivativo. Fondamentale per una presentazione della suffissazione in friulano è ancora il lavoro di Giorgio De Leidi (1984), edizione postuma della tesi di laurea sostenuta dallo studioso a Padova nell’anno accademico 1945/1946. Questi sceglie come criteri di classificazione la categoria grammaticale del derivato, presentando poi però i suffissi in ordine alfabetico.68Dopo averli, tuttavia, presentati sinteticamente in gruppi sulla base della categoria semantica del derivato. In questa sede si opererà, con costante riferimento all’opera del De Leidi, una classificazione sulla base di tre criteri, applicati in maniera gerarchica: il criterio di partenza sarà la categoria grammaticale del derivato, all’interno della quale si differenzierà con riferimento alla categoria grammaticale della base e all’interno di questa in base alla categoria semantica del derivato; verranno presentati gli aspetti più importanti, senza tuttavia alcuna pretesa di esaustività.

Derivazione nominale

Nomi possono essere formati, in friulano, partendo da basi nominali, aggettivali e verbali.

All’interno dei derivati nominali denominali si può individuare innanzitutto la categoria semantica dei nomi d’agente69Per quanto questa possa essere e sia problematica. Una discussione con riferimento alla suffissazione in italiano in Lo Duca (2004, 192), che sottolinea che: “Quanto infine al mantenimento della categoria unitaria dell’agente, ne vediamo l’unica ragion d’essere nel fatto che, in uscita, tutte le formazioni che tradizionalmente vi sono incluse sono dotate del tratto ‘+umano’, e sono parafrasabili con ‘persona che…’, indipendentemente dal fatto che questa persona si renda effettivamente responsabile di un atto o svolga una certa attività professionale (uniche accezioni che giustificano, ci pare, il nome di ‘agente’), o semplicemente simpatizzi con una certa ideologia, o appartenga ad un gruppo, o sia iscritta ad un’associazione, o più semplicemente faccia uso frequente di qualcosa, o ami e desideri qualcosa”. Per la formazione di tali nomi, De Leidi (1984, 15) indica i suffissi denominali –âr, –îr “e varianti meno importanti”, –arûl. A questi è sicuramente da aggiungere il suffisso –ist, riguardo al quale De Leidi (1984, 100) osservava che “[n]el friulano si trovano molti termini mutuati dall’italiano, dove a sua volta si tratta per lo più di formazioni dotte […]; ora però mi sembra che il suffisso abbia la possibilità di unirsi anche a temi friulani […]”. Effettivamente tale suffisso, che anche nell’italiano contemporaneo risulta “il più produttivo […] per la formazione dei nomi d’agente (Lo Duca 2004, 206), è assai produttivo anche nel friulano contemporaneo, sia in formazioni spontanee sia in quelle (non di rado scientifiche) proposte in opere di pianificazione linguistica come il GDBtf e volto a modernizzare e arricchire il lessico friulano – gli esempi sarebbero innumerevoli.

Meno produttivi paiono attualmente i suffissi, che nel friulano tuttavia occupano una posizione importante –âr e –îr, coinvolti nella formazione di diversi nomi d’agente, tra i quali si trovano molte denominazioni di mestieri tradizionali, come piorâr (‘pastore’, da piore ‘pecora’), fedâr ‘pastore’ (da fede ‘pecora’), cjadreâr ‘sediaio’ (da cjadree ‘sedia’), purcitâr ‘norcino’, da purcit ‘maiale’ etc. e barbîr ‘barbiere’ (da barbe ‘barba’), buteghîr ‘bottegaio’ (da buteghe ‘bottega’), stalîr ‘stalliere’ (da stale ‘stalla’) etc. (cf. Marcato 2015, 422). De Leidi (1984, 50-52) vedeva entrambi i suffissi come produttivi; neoformazioni sono nel friulano contemporaneo relativamente rare, si citino qui marionetâr ‘artista del teatro di marionette’ (< marionete ‘marionetta’), bancjerotâr ‘bancarottiere’ (< bancjerote ‘bancarotta’), benzinâr ‘benzinaio’ (< benzine ‘benzina’), bilietâr ‘bigliettaio’ (< biliet ‘biglietto’) o discotecâr ‘discotecaro’ (< discoteche ‘discoteca’), per alcuni dei quali i quali però ci si può chiedere quanto essi siano derivazioni friulano o piuttosto prestiti adattati dall’italiano. Si trovano talora anche neologismi estemporanei come blogâr ‘bloggaiolo’, che paiono però idiosincratici e piuttosto ironici. Alcune formazioni come cjaliâr (lat. caligariu(m)) non sono trasparenti, mancando di una base per la derivazione ed è leggittimo chiedersi quanto esse siano da considerarsi, da un punto di vista sincronico, parole derivate del friulano, non essendo percepite come tali nemmeno dai parlanti. Il suffisso –îr è poco produttivo nel friulano moderno per derivazioni interne (come per es. balonîr ‘sbruffone’, da bale ‘frottola, bugia’, o messazîr ‘messaggero’, da messaç, che potrebbe però essere anche prestito adattato; cf. anche portîr e puartîr ‘portiere’, il primo prestito, il secondo apparentemente formazione interna), ma è molto utilizzato per adattare prestiti dall’italiano in –iere, si pensi a panetîr ‘panettiere’, banchîr ‘banchiere’, bersalîr ‘bersagliere’, cerimonîr ‘cerimoniere’ , braconîr ‘bracconiere’, inzegnîr ‘ingegnere’ etc.

Poco produttivo è anche il suffisso –arûl, per il quale si possono segnalare, come formazioni relativamente recenti, pizarûl ‘pizzaiolo’, bombarûl ‘bombarolo’ e forse anche barcjarûl ‘barcarolo, traghettatore’), ma che ha svolto in passato una certa funzione nella formazione dei nomi d’agente, come in erbarûl ‘erbaiolo’, stradarûl ‘stradino’, pomarûl ‘fruttivendolo’ (anche frutarûl, ma come ipotizzava De Leidi 1984, 72, è italianismo), straçarûl ‘straccivendolo’ e altri.

Altri suffissi che creano nomi d’agente denominali sono –in, raro, che si trova in formazioni come bigatin “bacaio, l’uomo che dirige e sorveglia l’allevamento dei bachi da seta” (De Leidi 1984, 96), da bigat ‘crisalide’, o tabachin ‘tabaccaio’.

Si trovano ancora sporadiche formazioni agentive con suffissi -ant o -ent, come caselant ‘casellante’, mistirant ‘mestierante’ e bracent ‘bracciante’, in cui si riconosce però il modello italiano di fondo.

Per designare esseri umani, al di là della categoria dell’agente, ci sono anche denominali in –on, che indicano il portatore di una qualità fisica o morale, come nason ‘nasone’ (< nâs), sflacjon ‘pigro’ (< sflacje) etc. Analoga funzione hanno (pochi) derivati in –ele, come per es. cjochele ‘beone’ (< cjoche ‘sbronza’).

Assai produttiva è la derivazione nominale denominale per indicare ‘un colpo di’ (anche metaforicamente), nella quale partecipa il suffisso -ade. Si ha così manade ‘manata’ (< man), pidade ‘pedata’ (< pît), raclade ‘legnata, bastonata’ (< racli ‘pertica, batocchio’; potrebbe essere però anche conversione da participio passato), talpade ‘zampata’, ma anche ‘orma’ (< talpe ‘zampa’), o voglade ‘occhiata’ (< voli; in posizione pretonica si ristabilisce il nesso muta cum liquida, assente nella base; al proposito cf. tra gli altri Heinemann 2007). Lo stesso suffisso produce anche nomi che indicano un quantità, come pironade ‘forchettata’ (< piron), palade ‘palata’ (< pale; anche ‘colpo di pala’), ploiade ‘acquata, pioggia improvvisa’ (< ploie) e infine anche nomi che indicano un atto tipico per una persona, partendo da nomi che spesso hanno un significato negativo, come nel caso di macacade ‘sciocchezza’ (< macaco ‘macaco’, ‘fig. sciocco, stolto’), cjastronade ‘sciocchezza’ (< cjastron ‘castrone’, ‘fig. sciocco’), monade ‘corbelleria’ (< mone ‘gonzo, beccaccione’), pipinotade ‘bambinata’ (< pipinot ‘pupazzo, fantoccio’, ‘fig. bamboccione’), etc.

Denominalmente possono essere derivati anche nomi di strumento; ancora il suffisso –îr, come in cjandelîr ‘candeliere (< cjandele), taulîr ‘spianatoia’ (< taule ‘tavolo’); in –iere vi sono diverse formazioni come betoniere, pedaliere, teiere o tortiere, per le quali non è facile stabilire se si tratti di prodotti di derivazione in friulano o prestiti adattati; suffisso –âl dà formazioni tipo luminâl ‘lanterna a tetto’ (< lumin), musâl/mosâl ‘musoliera’ (< muse ‘faccia, muso’), grimâl/grumâl ‘grembiule’ (< grim ‘grembo’) e altri (cf. De Leidi 1984, 33-34). Non molto numerosi i nomi di strumento denominali in –in: si segnalino qui açalin ‘acciarino’, da açâl ‘acciaio’ e codarin ‘gancio della cintura cui si appende l’astuccio per la cote’, da codâr ‘astuccio per la cote’. Con –dôr[d]erivano da nomi due formazioni antiche: spoledôr (a Cividale nel 1398, notaio Ant. Porenzoni, probabilmente per: arnese per avvolgere il filo sul cannello) da spòle (spola), strezzedôr (treccia di velluto o seta che si inseriva nelle trecce di capelli) da strèzze (treccia), etc.” (De Leidi 1984, 135, corsivi dell’autore).

Nella derivazione denominale di nomi di luogo sono coinvolti i suffissi âr, come in gjalinâr ‘pollaio’ (da gjaline ‘gallina’), breâr ‘tavolato’ (da bree ‘asse, tavola’), -arie (/ˈarje/), che corrisponde agli italiani -ara, -aiacome in colombarie ‘colombaio’ (da colomp), surisarie ‘topaia’ (da surîs ‘topo’), lissivarie ‘lavatoio’ (da lissive ‘lisciva, bucato’) e l’omografo (ma non omofono) suffisso -arie (/aˈrie/), anch’esso caratterizzante (anche) nomi di luogo, come in becjarie ‘macelleria’ (da becjâr ‘macellaio’), speziarie ‘farmacia’ (da speziâr ‘farmacista’) etc. Quest’ultimo corrisponde all’italiano –eria e si trova dunque anche in molti neologismi ricalcati sul modello italiano e in prestiti da questa lingua. Analogamente su modello italiano o in prestiti il suffissoide –ifici, che si trova in (non numerosi) elementi come pastifici, colorifici, lanifici etc. Vi è poi –âl che dà formazioni del tipo lobeâl ‘loggiato’ (< lobie ‘tettoia’), ma anche favâl ‘campo seminato a fave’, glereâl ‘ghiaieto’ (< glerie ‘ghiaia’) e altri, indicanti luoghi in cui si trovano grandi quantità del referente della base (cf. De Leidi 1984, 33); analoga semantica hanno anche rare formazioni denominali in –dorie come clapadorie ‘luogo sassoso’, da clap ‘sasso’. Il suffisso –êt partecipa alla formazione di nomi di luogo a partire da denominazioni di piante e in parte da altre basi, a indicare luoghi in cui queste si trovano in grande quantità, come vencjarêt ‘saliceto’ da vencjâr, cjarpenêt ‘carpineto’ (< cjarpin ‘carpine’), ma anche clapêt ‘luogo sassoso’ (< clap) o masarêt ‘luogo colmo di macerie’, da masere ‘maceria’. Anche il suffisso –ere può servire a formare nomi di luoghi dove il referente della base è presente in quantità o destinati a contenerlo: legnere ‘legnaia’ (< len), glacere ‘ghiacciaia’ (< glace), scovazzere ‘immondezzaio’ (< scovace) etc.

Diversi sono i suffissi che partecipano alla formazione di nomi collettivi per via derivazionale. Se ne citino qui solamente alcuni: –am, come in besteam ‘bestiame’ (< bestie, con abbassamento della vocale radicale), fueam ‘fogliame (< fuee) e pioram ‘pecorume’ (< piore); di -êt si è già parlato come suffisso da cui derivano nomi di luogo in cui si trovano grandi quantità del referente indicato dalla base; con valore collettivo vero e proprio si trova in foiêt ‘fogliame’, che De Leidi (1984, 76) ritiene frutto di sostituzione di suffisso. –ance forma, oltre ad astratti, anche collettivi, come in contadinance ‘contadinanza’ (< contadin), paronance ‘padronato’ (< paron) etc. Collettivi si formano anche con il suffisso -ure, come per es. in dintidure ‘dentatura’ (< dint). Infine hanno valore collettivo anche formazioni come valade ‘vallata’ (< val ‘valle’), borgade ‘borgata (< borc ‘borgo’), armade ‘armata’ (< arme ‘arma’).

Significato di durata hanno formazioni del tipo serade ‘serata’ (< sere) e anade ‘annata’ (< an), per le quali si può vedere anche un modello italiano (cf. p.e. zornade ‘giornata’, chiaro prestito).

La formazione di nomi da aggettivi ha come risultato, in genere, un nome di qualità, cioè un nome per le qualità espresse dagli aggettivi in quanto entità referenziali. Tra i suffisi si segnalano innanzitutto –tât, –etât e –itât. De Leidi (1984, 129) scrive al proposito “[a]nche in friulano le parole in –tât, pur essendo ora di uso larfo perché le odierne necessità di espressione […] ne hanno favorito la diffusione, sono di origine dotta; anzi, più precisamente, esse sono in gran parte mutuate dall’italiano”. Come lo stesso autore però sottolineava, il modello è divenuto produttivo; in particolare –etât pare assai diffuso: matetât ‘pazzia’ (< mat), falsetât ‘falsità’ (< fals), furlanetât ‘friulanità’, ma anche stupiditât ‘stupidità’ (< stupit), curiositât/curiosetât ‘curiosità etc. –ece dà formazioni del tipo bielece ‘bellezza’ (< biel), grandece ‘grandezza’ (< grant), etc. –ce si trova anche in violence e simili. Altrettanto dotte e probabilmente favorite dall’italiano sono formazioni in –izie come avarizie. È presente anche un suffisso –isie in formazioni come netisie (< net) e mondisie (< mont), entrambe ‘pulizia’. In prestiti dall’italiano come miopie e zelosie ‘gelosia’ compare anche il suffisso –ie. –erie dà formazioni del tipo tristerie ‘cattiveria’ (< trist) o stramberie ‘stramberia’ (< stramp), ora più a denotare l’azione che l’astratto.

Hanno valore di azione molti derivati deaggettivali nominali in –ade, come stupidade, cretinade. –ure può dare astratti (bra(v)ure ‘abilità’ da brâf ‘bravo’, ma anche nomi concreti che indicano azioni, luoghi etc., come lo stesso bra(v)ure ‘bravata’, frescure ‘frescura’ etc., accostabili ai corrispondenti italiani. Hanno valore collettivo o vanno a indicare sostanza caratterizzata dalla qualità descritta dalla base nomi deaggettivali in –um come negrum ‘negrore, parte solida del legno’ (< neri), blancum ‘alburno, parte più giovane e esterna degli alberi’ (< blanc) etc.

Da basi verbali possono essere derivati nomi che, in genere, appartengono alle categorie dei nomi di azione, di agente, di strumento e di luogo. Assai produttivo è anche il suffisso -ment. Esempi ne sono sassinament ‘assassinio’ (< sassinâ), scurtissament ‘accoltellamento’ (< scurtissâ), clopament ‘vacillamento’ (< clopâ), dopleament ‘raddoppio’ (< dopleâ), ingredeament ‘ingarbugliamento’ (< ingredeâ), trabascjament ‘biascicamento, farfugliamento’ (< trabascjâ ‘biascicare, parlare in maniera incomprensibile’) e molti altri. Attualmente non produttivo, e anche nella storia del friulano dalla produttività limitata, è –dresse, che produce nomi d’agente (femminili) e di strumento: il GDBtf registra filadresse, ‘filandaia’ e ‘filatrice’, tiradresse ‘idem’ e menadresse ‘voltatrice, filandaia’, da filâ ‘filare’, tirâ ‘tirare’ e menâ ‘condurre, guidare’. In friulano, come in italiano, esistono anche numerosi nomi d’azione in –zion; De Leidi (1984, 131) osservava però al proposito:

Il numero delle parole in –zion è straordinariamente grande, ma si tratta sempre di termini mutuati dai corrispondenti italiani in –zione […]; non ho notato infatti, tra cosi numerose parole una che non abbia l’esatto corrispondente in italiano (tranne uariziòn accanto a uarisòn […] e uarisiòn; ma si sarà formato più tardi per analogia), per cui si può affermare che il suffisso non è stato produttivo in friulano, pur essendo vitale in quanto presenta chiara alla coscienza del parlarne la sua funzione. In grazia appunto dei numerosi prestiti italiani. dei quali molti di uso assai frequente perché necessari alle moderne esigenze di espressione.

Nomi d’azione si formano deverbalmente anche con il suffisso –dure, che dà formazioni come fumadure ‘affumicatura’ (< fumâ), cusidure ‘cucitura’ (< cusî), bulidure ‘bollitura’ (< bulî), anche di tipo tecnico, come bulonadure ‘bullonatura’ (< bulonâ). Le stesse formazioni hanno anche significato di nome di risultato. Formati sul modello italiano paiono formazioni in – come smontaç ‘smontaggio’ (< smontâ), anch’essi nomi d’azione e di risultato, mentre più genuinamente friulani sono scjafoaç ‘caldo afoso’ (< scjafoâ ‘soffocare’), tremaç ‘tremore’ (< tremâ) e pochi altri. Nomi d’azione, ma più spesso di risultato e stato (a seconda della categoria semantica del verbo di base) si formano anche con il suffisso –nce: dismenteance ‘dimenticanza’, apartignince ‘appartenenza’ (< apartignî), crodince ‘credenza’ (< crodi), dipendence ‘dipendenza’ (< dipendi), etc. Il suffisso –on dà origine a nomi d’azione che indicano in genere un’azione rapida o violenta, come ribalton ‘ribaltone’ (< ribaltâ), sdrondenon ‘scuotimento’ (< sdrondenâ), sbrisson ‘scivolata’ (< sbrissâ, sburton ‘spinta’ (< sburtâ) (cf. anche Vanelli 2007, 108) etc. Stato e azione vengono espressi anche con il suffisso –in, come in slavin ‘pioggia torrenziale’ (< slavâ) o sbisighin ‘timore, trepidazione’ (da collegare a sbisiâ/sbisigâ ‘frugare’).

Non pare più produttivo – e le formazioni presenti nel friulano paiono essere rare nell’uso – il suffisso –art, per mezzo del quale si formano nomi d’azione, “di solito azioni rapide, istantanee, che non si ripetono” (De Leidi 1984, 78), come segnart ‘indicazione’ (< segnâ), sburtart ‘spinta’ (< sburtâ), sclopetart ‘schiopettata’ (< sclopetâ) e altri (cf. anche Vanelli 2007, 107).

Con valore di azione e di risultato, talora con valore collettivo, sono formazioni deverbali in -um come messedum ‘miscela, mistura’ (< messedâ), vanzum ‘residuo, avanzo’ (< vanzâ ‘avanzare’) etc.

De Leidi (1984, 15) indica quali suffissi per la formazione deverbale di nomi d’agente –dôr, –in, –on, e –ot. Per il primo si citino pochi esempi come aradôr ‘aratore’ (< arâ), cjaçadôr ‘cacciatore’ (< cjaçâ), competidôr ‘competitore’ (< competi), cjantôr ‘cantore’ (< cjantâ), colaudadôr ‘collaudatore’ (< colaudâ), lavoradôr ‘lavoratore (< lavorâ), sia con basi della lingua comune che dei linguaggi specialistici. Con –in si trovano alcune formazioni tradizionali come cjastrin ‘castrino, castratore’ (< cjastrâ), baratin ‘mediatore, sensale’ (< baratâ) etc. Ben rappresentati sono i nomi d’agente deverbali derivati con il suffisso –on, che hanno un valore connotativo di leggermente negativo, a indicare che l’agente compie l’azione in maniera abituale, ma anche esagerata: mangjon ‘mangione’ (< mangjâ), durmion ‘dormiglione’ (< durmî), fricon ‘piagnone’ (< fricâ) etc. Anche i derivati in –ot hanno in genere una connotazione negativa: si pensi p. es. a vaiot ‘piagnone’ (< vaî), cjacarot ‘chiacchieron’ (< cjacarâ), fufignôt ‘arruffone’ (< fufignâ ‘sgualcire, brancicare’) (cf. Vanelli 2007, 108). Vi sono poi poche formazioni, con una connotazione ironica, in –ele, come per es. taconele ‘dongiovanni, libertino’ (< taconâ, nel senso di ‘avere rapporti sessuali’).

Deverbali possono essere anche nomi che indicano strumenti utilizzati per realizzare l’azione designata dal verbo. Numerosi di tali nomi sono formati con il suffisso –dôr, come per es. impiadôr ‘lumaio, spinterogeno’ (< impiâ), suiadôr ‘asciugatore’ (< suiâ), invidadôr ‘avvitatore’ (< invidâ), sborfedôr ‘innaffiatoio’ (< sborfâ).

Anche nella formazione dei nomi di strumento deverbali partecipano, come per i corrispondenti denominali, i suffissi -dôr e -in: si trovano dunque formazioni come picjadôr ‘attaccapanni’ (< picjâ ‘appendere’), uçadôr ‘affilatore’ (< uçâ), sborfadôr ‘annaffiatoio’ (< sborfâ ‘annaffiare, schizzare’), bulidôr ‘bollitore’ (< bulî) etc., ma anche scjaldin ‘scaldino’ (< scjaldâ), cjapin ‘presina’, ‘molletta’ (< cjapâ ‘prendere’), specolin ‘ferro per sgranare a mano (il mais)’ (< specolâ ‘sgranare’), o formazioni più moderne come scancelin ‘cancellino’ (non registrato nel GDBtf), da scancelâ, ma su modello dell’italiano, etc. Anche il suffisso –dorie partecipa alla produzione di nomi deverbali di strumento, come per es. in pestadorie ‘tagliere’, ‘pestaiola’ (< pestâ ‘pestare, tritare’), calcoladorie ‘calcolatrice’ (< calcolâ), etc. Meno frequente è il suffisso –el come in saltel ‘nottolino, saliscendi’ (< saltâ ‘saltare’). Prestiti italiani come colorant hanno attivato anche un modello di derivazione con una (pseudo)forma di participio presente (che, come si è detto, in friulano non è presente) in –ant, come in bronzeant ‘abbronzante’ (< bronzeâ), sblancjant ‘candeggiante’ (< sblancjâ) etc.

Alla formazione di nomi di luogo deverbali partecipano soprattutto i suffissi –dôr e –dorie, come per es. in lavadôr ‘lavatoio’ (< lavâ) e mangjadorie ‘mangiatoia’ (< mangjâ‘). Una piccolo numero di nomi di luogo presenta il suffisso –arie, come per es. rafinarie ‘raffineria’ e distilarie ‘distilleria’, ma si può ipotizzare, oltre alla derivazione deverbale, il prestito dall’italiano (per altro prestiti paiono essere anche i verbi che fungerebbero da base).

Derivazione aggettivale

Aggettivi possono essere derivati da nomi e da verbi. Gli aggettivi denominali possono essere aggettivi relazionali, che vanno cioè a indicare una relazione tra il nome determinato dall’aggettivo e il nome che è base di questo. In friulano la classe degli aggettivi relazionali è piuttosto limitata, essendo (stato) il processo derivativo non molto produttivo, mentre più diffusa era la forma N di N. Il contatto con l’italiano e gli sforzi di elaborazione della lingua hanno portato a una rivitalizzazione del modello, che dà però risultati contrastanti. Così creazioni sì dotte, ma più prettamente “friulane” e (perlomeno in parte) ben accettate dai parlanti come scuelastic ‘scolastico’ (< scuele), puestâl ‘postale’ (< pueste), lenghistic ‘linguistico’ (< lenghe), gleseastic ‘eccleseastico’ (< glesie) etc., sono state stigmatizzate dai lessicografi del GDBtf e combattute come “ipercorrette”, con argomentazioni poco convincenti (cf. per es. Carrozzo 2008). A esse sono stati preferiti internazionalismi o forme dotte come linguistic, eclesiastic, postâl, scolastic, che ai parlanti paiono però troppo vicine al modello italiano. Particolarmente produttivi, come in italiano, da cui proviene il modello, sono i suffissi –âl, –âr e –ari, che portano ad aggettivi relazionali che possono poi evolvere in aggettivi qualificativi. Non è tuttavia sempre agevole capire se si tratti di prestiti o di forme derivative friulane.

Vi sono però anche aggettivi denominali con funzione qualificativa (indicanti il possesso della base o la disposizione : nella loro formazione partecipano suffissi come –ot (che si comporta come per la formazione di nomi deverbali) e –os, in forme come cragnôs ‘sporco’ (< cragne ‘sporcizia’), pedoglôs ‘pidocchioso (anche fig.)’ (< pedoli, con nesso muta cum liquida pretonico), difietôs ‘difettoso’ (< difiet), lagnôs ‘lagnoso’ (< lagne) etc.

Da toponimi si derivano aggettivi etnici. A tal proposito De Leidi (1984, 17) osserva che “sono abbastanza numerosi, ma non però in friulano […] molto popolari, tranne quelli formati con suffissi di senso dispregiativo scherzoso etc.”, preferendo il friulano le formazioni N di toponimo. I suffissi che tuttavia partecipano alla formazione degli etnici sono –an, –ês e –in, cui sono da aggiungere –acul, –as, –at, –oc, –on, –ot, –ut e, secondo Leidi (1984, 17) –ûl e –arûl. Questi possono avere anche connotazioni ironiche e/o dispregiative.

Su modello italiano si hanno anche formazioni deantroponimiche in –an, –ian e –ist.

Da basi verbali si hanno aggettivi indicanti disposizione e/o necessità, con suffisso -evul come in plasevul ‘piacevole’; le formazioni in –bil sono mutuate dall’italiano o formate su modello italiano. Su modello italiano anche i numerosi aggettivi deverbali in –îf, quando non direttamente prestiti.

Derivazione verbale

Verbi possono essere derivati per suffissazione partendo da nomi e aggettivi70La derivazione di verbi da verbi è qui considerata come processo di alterazione.. Nella derivazione verbale denominale, il risultato della derivazione può avere valori semantici diversi a seconda dei valori semantici della base nominale, che può essere strumento dell’azione verbale, oggetto effetto o oggetto affetto, o avere funzione di complemento locativo etc. In friulano tale tipo derivativo non è produttivo, se non come prestito o calco dall’italiano. Se si confrontano alcuni dei tipi indicati da Maria Grossmann (2004) per l’italiano con gli equivalenti friulani nel GDBtf si trova solo l’italianismo antologjizâ come prodotto di suffissazione verbale denominale; tra gli altri tipi trovati71Non tutti gli esempi sono lemmatizzati nel GDBtf., alcuni sono prodotto di conversione (sbrumâ ‘spumeggiare’ < sbrume) o il friulano opta per soluzioni d’altro tipo, dove il nome mantiene la sua funzione di oggetto, locativo etc. Si ha così ricoverâ in ospedâl (italiano ospedalizzare), fâ dams (italiano danneggiare), menâ i flancs (italiano ancheggiare) etc. Lo stesso dicasi per le derivazioni verbali deaggettivali: qualora esse si trovino (cf. per es. problematizâ), si tratta di regola di italianismi.

Derivazione avverbiale

Funzione avverbiale è svolta in friulano, oltre che dagli avverbi primari (ben, mâl), principalmente da formazioni perifrastiche (a stupit vie ‘stupidamente’, a sbreghebalon ‘precipitosamente’, di scuindon ‘di nascosto, nascostamente’, di sigûr ‘sicuramente’ etc.). Esistono tuttavia – e sono testimoniati nella storia del friulano, seppure sempre in testi colti – avverbi derivati in –mente. In testi letterari antichi il processo di formazione pare abbastanza trasparente, così che la forma dell’aggettivo che sta alla base è quella del femminile singolare (cf. Finco 2009c, 70); già dal XV sec. però si trovano forme in –ament(r)i (tranne che dopo liquida), che evidenziano una rianalisi – probabilmente a partire da modelli italiani e/o latini – del morfema derivativo, che si è imposto nel parlato spontaneo. Tuttavia, nel processo di normalizzazione linguistica si è optato per una riattivazione del processo originario. Questa tuttavia non pare destinata al successo, se non in testi scritti caratterizzati da una certa formalità ed eventualmente nei neoparlanti72Alle critiche, ben argomentate, di Finco (2009c), a tale decisione ha replicato, in maniera tutt’altro che convincente, Carrozzo(2009), cui a sua volta ha risposto, senza peraltro apportare nuove argomentazioni, Finco (2009a).

De Leidi (1984, 162-163) riporta ancora –on, –ons, –s e –ut quali suffissi per la formazione di avverbi. In realtà –on è suffisso nominale denominale o deverbale, e i derivati vengono utilizzati in locuzioni preposizionali con valore avverbiale, come a rodolons ‘a rotoloni’, in zenoglon ‘in ginocchio’ etc.; con –s si ha a mens o, con univerbazione, amens/adamens; anche in questo caso non è il suffisso a creare un avverbio, ma si ha una locuzione con valore avverbiale. Lo stesso dicasi per di domans ‘al mattino’; infine –ut è suffisso alterativo (diminutivo) e nominale deverbale; alcuni alterati e derivati si trovano in locuzioni con valore avverbiale, come in in scrufuiut ‘coccoloni’ o in grumuiut ‘rannicchiato’.

Alterazione

L’alterazione è un processo derivativo che si differenzia dai precedenti, non modificando il valore referenziale e il significato denotativo della base, ma aggiungendovi caratteristiche semantiche con riferimento alle dimensioni e all’intensità del referenze, o valori legati agli atteggiamenti del parlante nei riguardi del referente (affettivi, peggiorativi). Soggetti ad alterazione sono principalmente sostantivi e aggettivi, ma anche avverbi (non in -(a)mentr(i)) e verbi. Suffissi accrescitivi sono –on e, con una produttività minore, –ot, che ha un valore meno intensificante. Si ha quindi armaron ‘grande armadio’ (< armâr), nason ‘nasone’ (< nâs), amione ‘amicona’ (< amie) etc. Sostantivi femminili possono cambiare genere: così si ha machinon e machinone ‘macchinona’ (< machine). –on è utilizzato anche per formare l’elativo degli aggettivi, come in bruton ‘bruttissimo’, anche se in tale funzione viene, talora, sostituito da –issim, prestito italiano. –on può anche essere soggeto a riduplicazione, come in bielonon ‘bellissimissimo’. Per –ot si pensi per es. a canajot ‘canaglione’ (< canaie), vigjelot ‘vitellone’ (< vigjel), gruessot ‘grassoccio’ (< grues).

La maggiore produttività per la formazione di diminutivi ha sicuramente il suffisso –ut, come in cjanut ‘cagnolino’ (< cjan), frutut ‘bambinello’ (< frut), cjasute ‘casina’ (< cjase), brutut ‘bruttino’ (< brut), ma anche benut ‘benino’ (< ben), tardut ‘tardino’ (< tart) etc. Forte produttività, rafforzata anche dal modello italiano, ha poi –in: bielin ‘bellino’, codin ‘codino’, beadin ‘beatuccio’ (< beât) etc. –it ha una discreta produttività, si pensi per es. a bielit ‘bellino’, pedoglit ‘pidocchietto’ (< pedoli), panzit ‘pancino’ (< panze). – ha avuto una discreta produttività e diversi alterati si sono poi lessicalizzati (cf. per es. a tavaiuç ‘tovagliolo’ da tavaie ‘tovaglia’) ed è tuttora in uso, per es. in bocjuce ‘boccuccia’ (< bocje), matuç ‘pazzerello’ (< mat), braiduce ‘poderello’, spesso come toponimo (< braide ‘podere chiuso’) etc. La variante –us, diatopicamente non marcata, è però di scarso uso, per es. in citus ‘pentolino’ (< cit ‘pentolino’) (cf. De Leidi 1984, 144-145, Vanelli 2007, 109). –us e –it possono però essere serializzati come in arbussit ‘alberello’ (cf. De Leidi 1984, 107); si trovano però più spesso –issit, come in pradissit ‘praticello’, jeurissit ‘leprotto’ e –issut, come in predissut ‘preticello’ (< predi). Pure –ot può avere valore diminutivo (e talora affettivo), come per es. in frescjot ‘freschetto’ (< fresc), flapot ‘piuttosto fiacco, debole’ (< flap), ma anche canaiot ‘furfantello’ (cf. sopra). –el ha una produttività più limitata, si applica in genere a sostantivi (anche di formazione secondaria per conversione), come per es. stupidel ‘stupidino’ (< stupit), sartorele ‘sartina’ (< sarte) etc. Non molto produttivo pare inoltre –et, che si trova per es. in scovet ‘scopino’ (< scove) o in scuret ‘imposta’ (< scûr ‘imposta’). Tutti i suffissi diminutivi indicati possono avere, pragmaticamente, connotazioni affettive che, di caso in caso, possono prevalere su quelle diminutive. Con valore diminutivo e affettivo –ûl e –ole hanno scarsa produttività: besteole/bestiole ‘bestiola’ (< bestie), gleseole/glesiole ‘chiesuccia’ (< glesie) etc.; De Leidi (1984, 71) riporta ombrenûl ‘ombretta’ (< ombrene) e maiûl ‘maglio delle cartiere’ (< mai), che però non paiono in uso. –isin si trova in forme come curisin ‘cuoricino’ (< cûr).

Tra i suffissi peggiorativi, –at mostra un buona produttività: ucielat ‘uccellaccio’ (< uciel), disgraciadat ‘disgrazziataccio’ (< disgraciât), omenat ‘omaccio’ (< om), femenate ‘donnaccia’ (< femine, con abbassamento della vocale) etc.; discretamente rappresentato è anche – (per es. contadinaç ‘contadinaccio’, bregonaçs ‘pantalonacci’); – e –at possono anche essere serializzati, come in brutaçat ‘bruttaccione’ (con valore non necessariamente intensificante, ma, nella situazione comunicativa concreta, pragmaticamente anche affettivo)73at pare essere affine alla serializzazione, cf. Vanelli (2007, 109): “[a]vonde dispès il sufìs +àt si zonte cun altris sufis, come in bielusàt (< biel) diminutîf e dispreseatîf; o in grasonàt (< gras) incressitîf e dispreseatîf”; si vedano anche gli esempi matuçat ‘matterello’ (< mat).; –as è “poco diffuso e non più produttivo” (De Leidi 1984, 26), –astri, con poche formazioni, talora lessicalizzate (per es. fiastri ‘figliastro’, o i dialettali parastre, marastra ‘padrino’ e ‘madrina’). Anche –ot può avere valore peggiorativo, si pensi per es. a talianot ‘italiano (spreg.)’ (< talian).

Applicata ai verbi, l’alterazione conferisce una dimensione iterativa, intensificativa e/o deintensificativa: i maggiori suffissi che vi partecipano sono –, -ut e –it, con funzione sia iterativa che deintensificativa, come in vaiuçâ / vaiutâ ‘piagnucolare (< vaî), durmitâ ‘dormicchiare’ (< durmî), lavoruçâ/lavorutâ ‘lavoricchiare’ (< lavorâ), –in e -ign, con il medesimo valore, come in murosinâ ‘amoreggiare’ (< morosâ ‘fare all’amore’), sgrifignâ ‘graffiettare’ (< sgrifâ ‘grattare’), –icj/-, con valore intensificativo come in nasicjâ/nasiçâ ‘fiutare intensamente’ (< nasâ ‘annusare’), e –ul– con valore deintisificativo, come in vivulâ ‘vivacchiare’ (< vivi). La medesima base può spesso combinare con più di un suffisso, per es. si ha vivulâ, ma anche vivuçâ e vivutâ, tutti con il medesimo significato. I suffissi possono anche essere serializzati.

Conversione

Analogamente all’italiano anche in friulano è assai produttivo il processo di formazione di nomi di azione del tipo bevude ‘bevuta’, mangjade ‘mangiata’, durmide ‘dormita’, cuete ‘cotta’; paiono potersi condividere le considerazioni di Gaeta (2004, 338-339) riguardo a tale processo in italiano:

si presenta il solito problema di accertare la base di derivazione. Tra le due ipotesi che abbiamo già discusso nei paragrafi precedenti, se la base cioè sia il tema verbale o il participio passato, per questi derivati sembra opportuno optare piuttosto per il participio passato, al femminile: in favore di quest’ipotesi parlano non solo (o non tanto) i derivati formati su participi passati di origine latina […], quanto piuttosto le formazioni costruite su participi passati di chiara provenienza endogena […]. Inoltre, non si incontra mai il caso di un derivato formato sulla base di un participio passato latino che non è più presente in italiano,

o, per quanto qui rilevante, in friulano.

Sempre per conversione da participio passato (o dall’aggettivo formato da conversione di questo) si possono formare nomi d’agente del tipo emigrât ‘emigrato’ (< emigrâ), candidât ‘candidato’ (< candidâsi), muart ‘morto’ (< murî), studiât ‘erudito’ (< studiâ) e di paziente (cf. laureât). Chiari casi di prestiti dall’italiano sono forme come laureant e pazient, con una pseudo-forma di participio presente a dare nomi di agente e paziente (dunque solo apparentemente conversione).

Frequente è anche la conversione (lessicale e sintattica) di infiniti in nomi, come per es. gustâ ‘pranzare’ > gustâ ‘pranzo’, con nominalizzazione dell’azione verbale (procedimento più produttivo della derivazione per suffissazione).

Come in italiano e in altre lingue romanze e non solo, si trovano processi di conversione da aggettivo a nome del tipo biel > il biel, todesc > il todesc, ma anche per indicare discipline (dinamiche > la dinamiche) etc.

Frequente è anche la conversione verbo > nome con eliminazione del suffisso verbale, dove il nome indica il risultato o lo strumento dell’azione verbale. Si ha così sclipignâ ‘schizzare’ > schlipign ‘schizzo’, sburtâ ‘spingere’ > sburt ‘spinta’, scravaçâ ‘scrosciare’ > scravaç ‘scroscio’ etc.

Vi sono poi verbi formati per conversione da base nominale; questa può costituire l’oggetto affetto (pevar > pevarâ ‘pepare’, çavate > çavatâ ‘ciabattare’, racli ‘stanga, bastone’ > raclâ ‘bastonare’, tamês > tamesâ ‘setacciare’, lidrîs > lidrisâ ‘radicare’, etc., che si rifanno a tipi semantici diversi. Analogamente si hanno verbi per conversione da aggettivi, come strac > stracâ ‘stancare’, net > netâ ‘pulire’, curiôs > curiosâ ‘curiosare’ etc.

Prefissazione

Meno produttiva della suffissazione è in friulano la prefissazione. Questa può aggiungere alla base valori semantici di tipo locativo o temporale, di negazione (nelle varie forme di contrarietà, opposizione, contraddizione, reversione e privazione), valori alterativi dimensionali e valutativi, di quantità, di iteratività, ingressività, reciprocità o unione. Una certa produttività ha il suffisso dis- con valore negativo, che può essere applicato a basi nominali, aggettivali e verbali, come in disconcuardie ‘dissenso’ (< concuardie), disabitât ‘disabitato (< abitât), disarmât ‘disarmato’ (< armât), disglonfâ ‘sgonfiare’ (< gonflâ) etc. Piuttosto produttivo è anche mal-, come in malpazient ‘impaziente’ (< pazient), malsigûr ‘insicuro’ (< sigûr) e malsigurece ‘insicurezza’, etc. (cf. Marcato 2015, 425). Formazioni con anti– (anche con valore locativo e temporale), contra– etc. paiono prestiti o calchi dall’italiano, così come anche formazioni con valore temporale e locativo con sore– ‘sopra’, sot– ‘sotto’, jenfri ‘tra-, infra-‘, inter– etc. o con valore di unione e reciprocità come co(n)– e inter

Valore iterativo ha ri-, come in ripuartâ ‘riportare (< puartâ), riscuvierzi ‘riscoprire’ (< scuvierzi); spesso tali formazioni sono però lessicalizzate non in senso iterativo (ripuartâ come ‘riferire’, su modello italiano); per esprimere iteratività si predilige infatti la perifrasi tornâ a + infinito.

Parasintesi

Discretamente produttivo è il processo di formazione di verbi tramite parasintesi da basi aggettivali e verbali, a cui partecipano i prefissi in-, dis– e s-: si trovano così formazioni del tipo svuedâ o disvuedâ ‘svuotare’ (< vueit), disfredâ ‘raffreddare’ (< frêt), dislidrisâ ‘sradicare’ (< lidrîs), ingropâ ‘annodare’ (< grop), ingrumâ ‘ammucchiare’ (< grum), scurtissâ ‘accoltellare’ (< curtis), incolorî ‘colorare’ (< colôr), etc.

7.4.2.2. Composizione

Dal punto di vista qualitativo, per quanto riguarda i processi di composizione, il friulano non si discosta dalle altre lingue romanze. Tuttavia, rispetto per es. all’italiano, vi sono forti differenze dal punto di vista quantitativo: era infatti nel giusto Marchetti, quando scriveva (1967, 88) che “il friulano è piuttosto scarso di voci composte e ben raramente ne compone di nuove”, e individuava quali ambiti della lingua maggiormente ricchi di composti, e nei quali la composizione è ancora produttiva, la “nomenclatura zoologica e botanica” e il “gergo furbesco”. Tuttavia, soprattutto quali calchi dal modello italiano, si trovano diversi composti, soprattutto del tipo verbo+sostantivo, alcuni dei quali sono di formazione spontanea, come sueman ‘asciugamano’, gjavestropui ‘apribottiglie’, laveplats ‘lavastoviglie’, tireboris ‘tirabrace’ etc., altri, come per es. segnefiere ‘termomentro’ o ucefuarpis ‘arrotino’ paiono invece formazioni a tavolino di lessicografi (cf. Marcato 2015, 425), il cui successo e la cui diffusione tra i parlanti sono dubbi. Esistono tuttavia anche composti “genuinamente friulani” di questo tipo, come per es. svuarbecjavai ‘libellula’ (lit. ‘acciecacavalli’), pescjecrots ‘tarabuso’ (lit. ‘pesca rane’), etc.

Discretamente produttivo è stato nel friulano il tipo composizionale N di N, che ha portato a composti cosiddetti polirematici, che talvolta sono però anche univerbati, come arc di San Marc ‘arcobaleno’, fil di fier o fildifier ‘filo di ferro’, cjadaldiaul ‘trambusto, confusione’ (lit. ‘casa del diavolo’), lûs dal voli ‘pupilla’, panevin o pan e vin ‘fuoco epifanico’ (lit. ‘pane e vino’, al riguardo cf. Rizzolatti 1996), etc.

Da un punto di vista semantico, Benincà (1989, 580) indica come maggiormente produttivi i composti per giustapposizione, nei quali è difficile identificare una struttura gerarchica, designando entrambi i termini il referente, seppur il secondo costituente modifichi il primo, come in marimadone ‘suocera’ (lit. ‘madre suocera’) o jerbe-pive ‘panicastrella’.

Per quanto riguarda altri tipi di composti, Marcato (2015, 425) rimarca che

[l]e formazioni nominali da composizioni nome + nome non sono molto frequenti e seguono l’ordine testa – modificatore, con funzione di attributo, ue-ribis ‘uva spina’ (‘uva ribes’), o complemento, jerbe-strie ‘latte di gallina’ (‘erba (della) strega’); dell’ordine a sinistra (modificatore – testa) vi sono pochi esempi per lo più letterari o relitti, come teremot ‘terremoto’.

Anche composti nome + aggettivo sono discretamente presenti nella nomenclatura zoo-fitologica e per la denominazione di alcune parti del corpo e in altri settori del lessico, come in vues rabiôs ‘malleolo’, lit. ‘osso rabbioso’, cjar mat ‘orsa maggiore’, lit ‘carro falso’, moscje cjanine ‘moscaragno’, lit. ‘mosca canina’ (tutti con grafia separata) o petaròs ‘pettirosso’.74Marcato (Marcato 1986b, 452) sostiene che nei primi due esempi l’aggettivo ha valore restrittivo, nel terzo “ha il valore funzionale di una relazione diretta non metaforica” e nell’ultimo “ha il valore funzionale di una relazione”. Composti aggettivo + nome sono possibili con gli aggettivi bon, biel, brut, mieç e trist: buineman ‘mancia, buona mano’, malegracie ‘malagrazia’, miezeombre ‘penombra’ etc. (cf. Marcato 1986b, 453).

Composti verbo + verbo sono rari (per es. tiremole ‘tiramolla’, pestefruce ‘ressa, putiferio’, lit. ‘pestafrantuma’); mancano composti del tipo aggettivo + nome, tranne alcuni con biel, il quale però è “lessicalizzato con valore di particella rafforzativa” (Marcato 1986b, 453), come in biel gnûf ‘nuovissimo, affatto nuovo’ (cf. Marcato 1986b, 453).

Dal punto di vista morfologico, nei composti endocentrici è la testa a portare il morfema di plurale; se nel composto come modificatore vi è un aggettivo, anche questo viene flesso al plurale; nei composti esocentrici viene flesso al plurale solo il secondo elemento o, se questo è già in una forma di plurale o è femminile, ma il composto è maschile, non vi è marcatura morfologica dello stesso (cf. Marcato 2015, 426, Vanelli 2007, 111-112).

7.4.2.3. Formazione delle parole nei linguaggi specialistici

In particolare dal riconoscimento del friulano come lingua ufficiale della regione Friuli Venezia Giulia (1996) e come lingua di minoranza storica italiana (1999) è in atto un processo di lessicalizzazione che riguarda segnatamente i linguaggi specialistici. Si è già detto sopra che i modelli di riferimento sono in primis l’italiano e talora le altre lingue di cultura europee (in pochi casi, e solo qualora tra italiano e altre lingue vi siano delle discrepanze). Ciò si manifesta con calchi e prestiti, con neoformazioni dotte con elementi greco-latini, ma anche con tentativi di traduzione dei forestierismi dell’italiano (cf. Marcato 2015, 421, che cita per es. la traduzione surîs per l’anglicismo di tramite italiano mouse). Se e quanto tali neoformazioni verranno accettate dai parlanti si mostrerà negli anni a venire75Il successo di tali parole dipende naturalmente anche da quanto l’elaborazione estensiva (cf. Koch 1988) del friulano sarà contrassegnata dal successo, cioè da se e quanto il friulano verrà utilizzato da strati più ampi della popolazione per la comunicazione in contesti della distanza comunicativa..

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