Standard svizzero vs. standard italiano



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    Bruno Moretti & Elena Maria Pandolfi (2019): Standard svizzero vs. standard italiano, Versione 1 (10.01.2019, 15:55). In: Korpus im Text, Serie A, 12725. url: http://www.kit.gwi.uni-muenchen.de/?p=12725&v=1
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1. “Standard svizzero” e pluricentrismo dell’italiano

In Svizzera l’italiano è dichiarato come lingua principale, secondo i dati raccolti dall’Ufficio federale di statistica nel 2016, da 672’938 persone, che corrispondono all’8,2% della popolazione residente permanente di 8’224’553. Il tedesco è la lingua principale del 62,8% della popolazione, il francese del 22,9% e il romancio dello 0,5%. Riguardo alle lingue non nazionali, l’inglese è la lingua principale del 5,1% della popolazione, seguito dal portoghese con il 3,7%, dall’albanese con il 3,1%, dal serbo/croato con l’1,4%, dallo spagnolo con il 2,3% e dal gruppo delle «altre lingue» con il 7,5%1Le percentuali superano il 100% perché gli intervistati potevano dichiarare più di una lingua principale, definita come la lingua in cui si pensa e che si sa meglio.. Queste cifre delineano un quadro complesso e variegato della situazione linguistica svizzera2Sul quadro demolinguistico della Svizzera e la posizione dell’italiano all’interno di questo quadro cfr. (Pandolfi et al. 2016)..

Trattando di «Italiano di Svizzera» bisogna innanzitutto tener presente che questa denominazione copre una gamma eterogenea di varietà linguistiche dell’italiano presenti sul territorio della Confederazione Elvetica. Di essa fanno parte, in primo luogo, l’italiano della Svizzera italiana, le varietà legate alla forte immigrazione dall’Italia, e quelle derivanti dallo statuto di lingua nazionale e ufficiale che l’italiano ha in Svizzera (alle quali sono in parte legate anche le varietà di apprendimento dell’italiano di non nativi). In questo senso l’italiano di Svizzera presenta una realtà differenziata di varietà che non sono facilmente assimilabili in un’unica realtà. Parlando di «standard svizzero», in questo contributo, ci concentreremo, come carattere definitorio, sui fenomeni che presentano le caratteristiche tipiche degli standard (intesi come varietà di riferimento) e che differenziano l’italiano di Svizzera da quello d’Italia.

Il parlare di uno standard svizzero implica conseguentemente l’accettazione che non si abbia semplicemente a che fare con fenomeni di variazione regionale che rimandano ad uno stesso standard (quello italiano), ma che, almeno in una pur minima parte significativa, le varietà di Svizzera (e in particolar modo quelle della Svizzera italiana e quelle legate al carattere di lingua nazionale dell’italiano) abbiano una norma d’uso un po’ diversa e obbediscano in parte a canali e fattori di standardizzazione differenti e specifici dello Stato svizzero.

Queste affermazioni ci portano necessariamente a discutere dell’eventuale carattere di lingua pluricentrica dell’italiano e a rivalutare la posizione, fino a pochi anni fa generalmente condivisa, dell’italiano di Svizzera come varietà regionale dell’italiano con uno statuto molto simile a quello degli italiani regionali di differenti zone d’Italia. Studi come quelli di Pandolfi 2010, Pandolfi 2011 e Berruto 2011 hanno aperto la discussione sistematica su questo aspetto appoggiandosi alla considerazione di lavori fondamentali per il concetto di pluricentrismo in generale (per esempio i contributi di Clyne 1989, Clyne 1992 e Clyne 2004b) e all’uso che di quest’ultimo è stato fatto in altre situazioni di lingue pluricentriche (per esempio, per il caso del tedesco, da Ammon 2005b).

A questo proposito va innanzitutto notato che l’italiano di Svizzera è l’unico caso, al di fuori del territorio dello stato italiano, in cui questa lingua vanta uno statuto di lingua ufficiale e in cui si possa presentare l’eventualità di un’elaborazione di norme linguistiche autonome. Parlare quindi dell’italiano come lingua pluricentrica (o ‘bicentrica’) vuol dire considerare la lingua italiana in Svizzera come un secondo centro, pur marginale, di codificazione (cfr. Pandolfi 2010, Pandolfi 2011, Pandolfi 2017 e Pandolfi 2017b; Berruto 2011; Hajek 2012Cerruti/Pandolfi 2015). Questa proposta porta quindi ad affiancare l’italiano ad altre lingue tipicamente considerate pluricentriche, come per esempio l’inglese, il francese, lo spagnolo, il tedesco, l’arabo e il cinese.

Più in generale, riprendendo la proposta di Berruto 2011, una lingua pluricentrica è  caratterizzata dalle seguenti peculiarità: a) possiede più di un centro di standardizzazione, b) possiede più di una varietà nazionale, c) è correlata ad un’identità nazionale. La questione fondamentale per l’italiano, tenuto conto che è indubbia una frontiera tra le nazioni che crea un certo distacco anche tra le varietà, è perciò quella se la variante di Svizzera disponga di un proprio centro e se i prodotti correlati a questo centro rimandino ad un’identità nazionale definita e autonoma.

La nozione di varietà standard è multifattoriale e non facile da definire (cfr. Ammon 1989; Berruto 2007), ma se la si interpreta nel senso di norma condivisa da una comunità di parlanti, è innegabile che lo standard svizzero sia differente da quello italiano, pur se queste differenze sono relativamente limitate e si manifestano soprattutto a livello lessicale. Rilevante è poi senz’altro il fatto che queste differenze siano legate ad aspetti del linguaggio dell’amministrazione e della politica, rimandando quindi a differenze fondamentali nelle istituzioni (come è già stato fatto notare da tempo da parte di differenti autori, per es. Bianconi 1989, Bianconi 2001; Lurati 1992; ecc.). In una buona parte delle differenze legate alle istituzioni emerge il carattere di lingua di contatto (o di ‘condivisione’, se vogliamo vedere le varietà elvetiche come una specie di Sprachbund e non nei termini di dominanza di una lingua sull’altra). Bianconi 2001, 197 a questo proposito sottolinea il «carattere nazionale svizzero», dovuto in particolare alla presenza di germanismi e gallicismi, originati nei discorsi dell’amministrazione federale.

Riguardo alla definizione della valenza o meno di ‘centro di standardizzazione’ del polo svizzero ci si può appoggiare alla proposta di Ammon 1989, 90, a sua volta debitrice di idee di Stewart 1968, che vadano considerati i seguenti cinque gradi di autonomia delle lingue nello sviluppo di norme:

(1) full endonormativity, i modelli e i codici sono unicamente interni;
(2) predominant endonormativity, i codici nascono completamente dalla lingua, ma i modelli sono parzialmente esterni;
(3) semi-endonormativity, i modelli e i codici sono in parte interni e in parte esterni alla lingua;
(4) predominant exonormativity, i codici hanno unicamente origine esterna, ma i modelli sono in parte interni;
(5) full exonormativity, sia i modelli che i codici sono completamente esterni.

In dipendenza del grado di endonormatività Ammon 1989, 91 identifica quattro gradi differenti di centri (il quinto tipo, l’assenza di endonormatività, non è pertinente qui), che dispone in una scala di rilevanza decrescente: 1) centri completi; 2) centri quasi completi; 3) semi-centri; 4) centri rudimentali. La posizione dell’italiano di Svizzera sarebbe quella di un ‘centro rudimentale’, prevalentemente esonormativo, con codici esogeni, ma modelli parzialmente endogeni. È aperta, e andrà indagata alla luce degli sviluppi futuri, la domanda se il centro svizzero si possa spostare dal grado 4) attuale ad un grado 3), trasformandosi in un ‘semi-centro’. Questo mutamento dipenderà dal prestigio della varietà nazionale e dall’accettazione della norma da parte della comunità parlante e delle autorità (cfr. su questo punto Ammon 2003 e Clyne 1989, 458-460).

Fondamentale è d’altra parte l’esistenza di almeno un’istituzione che controlla la standardizzazione del linguaggio burocratico e amministrativo. La Cancelleria federale svizzera infatti gestisce strumenti terminologici, come la banca dati TermDat3https://www.termdat.bk.admin.ch/Search/Search (accesso 3.10.2018)., o si occupa delle traduzioni di testi ufficiali (cfr. Egger et al. 2013).

In breve è legittimo affermare, con Berruto 2011, 23-24 che in Svizzera e in Italia sono all’opera forze di altro tipo rispetto a quelle della normale variazione regionale e che l’italiano va considerato come una lingua «debolmente pluricentrica» con due centri di standardizzazione, l’uno di portata e forza molto minore dell’altro, ma comunque autonomo. Alla stessa conclusione è giunto Hajek 2012, 162-163, che ritiene l’italiano una lingua pluricentrica con l’italiano di Svizzera come «a non-dominant variety of a pluricentric language».

Nei paragrafi seguenti ci soffermeremo su alcune delle caratteristiche linguistiche e sociolinguistiche principali dell’italiano di Svizzera che differenziano quest’ultimo dallo standard d’Italia4Per analisi più dettagliate sui vari fenomeni e livelli della lingua rimandiamo per es. a Pandolfi 2009, 2017 e 2017b..

2. Lessico

2.1. Elvetismi

Come abbiamo già osservato, il livello del lessico è quello in cui appaiono più vistosamente le differenze tra le nostre varietà nazionali5Tra i lavori principali che si sono occupati delle particolarità lessicali dell’italiano di Svizzera vanno citati almeno Bianconi 1980, Berruto 1984, Petralli 1990, Pandolfi 2009.. Una delle ragioni di ciò è legata al fenomeno che Muljačić 1987, 339 chiamava degli «statalismi», ovvero lessemi che designano differenti realtà nazionali (legate per es. all’amministrazione statale, al sistema politico, ecc.) e fanno parte della varietà nazionale di lingua, trascendendo le normali varianti regionali.

Pandolfi 2006, 30-31 ha denominato come «elvetismi» quei lessemi o espressioni che non sono in uso in Italia con la stessa forma e lo stesso significato. Le differenze possono quindi riguardare entrambi i piani del segno (si parla allora, di «elvetismi assoluti», nella terminologia di Petralli 1990 e Pandolfi 2006, oppure possono essere legate ad una stessa forma a cui viene attribuito un significato differente (avremo allora «elvetismi semantici») o, d’altro canto, presentare una forma differente per uno stesso significato (e si parlerà allora di «elvetismi lessicali»).

Tra gli elvetismi assoluti si possono menzionare i seguenti: corso di ripetizione “servizio militare ripetuto”; Gran Consiglio “Parlamento cantonale”. Casi invece come nota (Svizzera) vs. voto (scolastico) (Italia); azione vs. offerta speciale; vignetta vs. contrassegno autostradale; profilato vs. schierato; annunciarsi vs. presentarsi; chinarsi su vs. trattare, rientrano nella categoria degli elvetismi semantici. Infine, come esempi di elvetismi lessicali si possono citare: autopostale / posta vs. corriera; ramina vs. rete di confine; licenza di condurre vs. patente di guida. Parte di questi fenomeni è riconducibile al contatto tra le differenti lingue nazionali (attualizzato soprattutto nei processi di traduzione da una lingua all’altra) e la manifestazione probabilmente più evidente di ciò si ha nelle cosiddette ‘triplette panelvetiche’ (Berruto 1984), come per es. ted. Aktion / fr. action / it. azione, o fr. buraliste / ted. Bürolist / it. buralista.

Una svolta formale importante per lo statuto di espressioni di questo tipo si è avuta a partire dal 2005, quando il Vocabolario Zingarelli ha accolto e segnalato come elvetismi (“Elvet.”) 34 entrate lessicali per lo più legate alla realtà politica e amministrativa svizzera, e quindi non aventi lo stesso statuto di lemmi regionali italiani, ma aventi piuttosto lo statuto di varianti nazionali differenti. Tra gli elvetismi riportati nello Zingarelli ritroviamo: assessore “Membro di giuria popolare; Membro di commissione arbitrale”; attinente “Originario, con riferimento al luogo da cui proviene la famiglia”; bonale “Amichevole, stragiudiziale”; buralista “Responsabile di Ufficio postale”; cancelleria “Segreteria”; dimora “Permesso di dimora, permesso di soggiorno”; fuoco “Nucleo familiare”; monitore “Istruttore sportivo”; patriziato “Ente pubblico proprietario di beni (spec. di terreni) di uso comune”. Accanto al Vocabolario Zingarelli esiste un riconoscimento esplicito di una norma svizzera da ancor più tempo nel correttore ortografico di Microsoft Word. Infatti, a partire almeno dalla fine degli anni Novanta, l’installazione del sistema permette di scegliere nelle opzioni linguistiche tra “Italiano (Italia)” e “Italiano (Svizzera)”. È presumibile che in questo caso si tratti semplicemente di una forma di simmetria di principio rispetto ad altre lingue pluricentriche e non ci è stato possibile osservare differenze effettive tra i diversi moduli, ma rimane comunque il segnale del riconoscimento di una differenziazione (almeno potenziale).

2.2. Neologismi

Pandolfi (in Pandolfi/Casoni 2012) ha analizzato un corpus ridotto di tre giornali ticinesi, delle dimensioni di circa 100.000 parole. In questo modo è stato possibile individuare i 15 neologismi svizzeri seguenti6Sono stati considerati “neologismi svizzeri” quelli non presenti in quattro data base di riferimento: il sito delle parole nuove dell’Accademia della Crusca, il sito Treccani per i neologismi, il dizionario De Mauro 2000 e il web in generale. (cfr. Adamo/Della Valle 2005; Della Valle 2010).: a mente di, alberghino, baustopp, essere posti al beneficio di, estival, generatore di traffico, infermiera di legame, italicità, menostatista, petitioner, previsionista, privatisti (“proprietari di cliniche private”), risanamento/risanare (in riferimento ad un tunnel), referendisti, titolarizzato / titolarizzare (“conferire la proprietà di una società di calcio a qualcuno”). L’interesse dei neologismi, in un contesto come il nostro, consiste nel loro essere un segnale di parziale indipendenza della norma, con strumenti di innovazione autonoma della lingua, che segnalano una vitalità che potremmo definire ‘poligenetica’. Nove dei termini elencati sopra sono endogeni (cioè non si rifanno a prestiti da altre lingue) e sei sono esogeni. Tre dei lessemi endogeni sono elvetismi lessicali e sei sono elvetismi semantici. Benché in termini quantitativi i neologismi rilevati nel corpus analizzato siano pochi, si può affermare, in particolare, che il prevalere dell’origine endogena è indubbiamente un segnale di produttività.

2.3. Altri aspetti lessicali

Nella sua analisi, Pandolfi 2009 si sofferma su altri aspetti interessanti, per esempio la densità lessicale (definita da Halliday 1992, 64 come «the number of lexical items as a proportion of the number of running words»). Comparando il corpus del LIPSI (“Lessico dell’italiano parlato nella Svizzera italiana”) con due corpora di italiano parlato d’Italia (LIP e C-Oral-Rom)7I corpora considerati sono: il LIPSI (Pandolfi 2009, basato su un corpus di parlato di circa 400.000 parole grafiche), il LIP (De Mauro et al. 1993Lessico di frequenza dell’italiano parlato, 500.000 parole grafiche) e C-Oral-Rom (Cresti/Moneglia 2005, un corpus multilingue di parlato spontaneo per le lingue romanze: il corpus per l’italiano comprende circa 300’000 parole grafiche)., si arriva alla conclusione che l’italiano della Svizzera italiana presenta una proporzione più alta di parole lessicali (nomi, verbi, aggettivi e avverbi) rispetto ai corpora italiani, e mostrerebbe perciò caratteristiche più tipiche di varietà diafasicamente più alte. Vi sarebbero quindi differenze nella collocazione sociolinguistica nell’architettura della lingua non ritrovabili altrimenti tra le differenti varietà regionali italiane.

La stessa affermazione può essere fatta quando si passi ad osservare il rapporto tra nomi e verbi, dato che pure la percentuale maggiore di nomi nell’italiano di Svizzera fa collocare questa varietà, a confronto con l’italiano d’Italia, su un punto differente dell’asse diafasico (più vicino al polo dei testi scritti).

Per finire, osservazioni sulle scelte preferenziali di suffissi sostengono anch’esse l’ipotesi di standard con differenze non irrilevanti, dato che nello stesso periodo di tempo emergono chiaramente scelte derivazionali differenti nell’uso contestuale, come per es. in attratt-ivo vs. attra-ente, isola-zione vs. isola-mento, bon-ale vs. bon-ario.

3. Morfologia flessionale

3.1. Assegnazione di genere

Un aspetto della morfologia flessionale che è molto vicino ai fenomeni tipicamente lessicali è quello dell’assegnazione del genere. In effetti, si ritrovano in questo ambito alcune differenze tra l’italiano di Svizzera e quello d’Italia, con la contrapposizione per esempio di la fine settimana (Sv.) vs. il fine settimana (It.); la meteo (Sv.) vs il meteo (It.). La scelta svizzera differente è probabilmente motivata dal contatto con le forme francesi (la fin de semaine e la méteo), ciò che mostra che in casi in cui non vi siano soluzioni chiare, basate per esempio sul ‘genere naturale’, si possa avere un effetto centrifugo rispetto alle soluzioni italiane e centripeto rispetto alle soluzioni delle altre lingue svizzere.
Mentre l’attribuzione del genere femminile a fine settimana non è però categorica, tant’è vero che nel corpus LIPSI Pandolfi non ne ha ritrovato occorrenze (a differenza della variante maschile, che vi compare), per meteo la variante femminile è invece l’unica presente nello stesso corpus.

3.2. Mozione di genere

La mozione di genere, ovvero l’uso di una forma femminile per referenti animati di sesso femminile (del tipo ambasciatrice, ministra o dottoressa), è stata studiata per quanto riguarda gli aspetti qui rilevanti da (Pescia 2010 e 2011). Confrontando due corpora di quotidiani, uno svizzero e uno italiano, l’autrice arriva alla conclusione che le forme marcate femminili sono preferite nel corpus svizzero. Concentrandosi in particolare sull’alternanza tra consigliere/consigliera (“membro di un consiglio”) e ministro/ministra, Pescia 2010, 62-63, arriva alla conclusione che in entrambi i casi la percentuale d’uso della variante femminile marcata è superiore all’80% delle occorrenze possibili, mentre nel corpus italiano essa raggiunge a malapena il 20%, ciò che segnala un’indubbia preferenza dell’italiano di Svizzera per la femminilizzazione.

4. Sintassi

Anche per la sintassi si possono ritrovare tracce di azione di una norma autonoma. Dato il carattere più nucleare per il sistema della sintassi (e della morfologia), il fatto che questi fenomeni siano meno massicci di quelli lessicali era da prevedere. D’altro canto la loro presenza rappresenta, proprio per la minore propensione della sintassi alla variazione, un sostegno deciso all’ipotesi di un pluricentrismo dell’italiano.

4.1. Subordinazione vs. coordinazione

Per quanto riguarda il rapporto tra subordinazione e coordinazione, confrontando i corpora LIPSI, LIP e C-Oral-Rom, Pandolfi 2009, 83 si concentra sull’espressione tramite marche esplicite. In tutti e tre i corpora le congiunzioni coordinative superano il 50% del totale delle congiunzioni (com’era prevedibile per corpora di parlato), ma la percentuale di marche coordinative è significativamente più bassa nel corpus della Svizzera italiana che negli altri due (con quindi una presenza maggiore di subordinazione). Sembrerebbe perciò che anche in questo caso, come per quanto abbiamo già visto riguardo alla densità lessicale e per il rapporto tra nomi e verbi, l’italiano di Svizzera tenda verso una collocazione diafasicamente un po’ più alta (o più vicina al polo dello scritto), con una tendenza ad una maggiore complessità sintattica.

4.2. Posizione degli avverbi

Pandolfi (in Cerruti/Pandolfi 2015) indaga la posizione in cui vengono collocati alcuni avverbi seguiti da un verbo all’infinito.. Si tratta di esempi come il seguente:

Dopo oltre 25 anni di presenza a favore della comunità, ho deciso di non più dare la mia disponibilità a tutto vantaggio di forze nuove (Corriere del Ticino, 2012)
(vs. ho deciso di non dare più la mia disponibilità, in ItaIT)

Già Bianconi 1980 aveva incluso nella sua indagine tra gli item testati la struttura per non più + INF, che in effetti veniva accettata dall’82.8% delle persone. Pandolfi arriva alla conclusione che essa sarebbe «comune e non marcata» nella Svizzera italiana, e che è ritrovabile sia nel parlato che nello scritto di quotidiani. In italiano d’Italia, invece, la posizione preverbale dell’avverbio crea un effetto stilistico particolare (pur senza veicolare differenze semantiche), con ancora una volta collocazioni sociolinguistiche differenti delle stesse strutture e un posizionamento differente sull’asse diafasico. In questo contesto, e eventualmente all’interno di un discorso sulla diacronia breve, non è privo d’interesse il risultato dell’indagine svolta attorno alla metà degli anni Novanta da Antonini/Moretti 2000, in cui gli autori hanno sottoposto a gruppi di giovani gli stessi item utilizzati da Bianconi una ventina di anni prima (i dati di Bianconi infatti sono stati raccolti attorno al 1975). Le dichiarazioni di accettabilità per questo specifico fenomeno sono infatti scese nell’indagine di Antonini/Moretti dall’82.8% (rilevato da Bianconi) al 69.9%. Anche se la percentuale rimane indubbiamente a livelli alti, è altrettanto indubbio che un calo di questo tipo poteva fare pensare ad una perdita di popolarità di questa struttura, che non sembra però confermato dall’indagine di Pandolfi.

La differenziazione fra italiano di Svizzera e italiano d’Italia concerne anche l’uso di altri avverbi, per es. sempre, subito, sempre ancora, pienamente, la cui posizione davanti all’infinito risulta essere non marcata nel primo tipo di varietà e marcata nel secondo, come nell’esempio seguente:

Per sempre mandare una mail ogni mese (conversazione spontanea, luglio 2012)

4.3. Reggenza preposizionale

Il settore delle preposizioni è notoriamente sottoposto a forte arbitrarietà ed è quindi un luogo privilegiato di creazione di variazione. Nel nostro caso, com’è d’altronde ben noto da un punto di vista generale, l’arbitrarietà espone fortemente a pressioni provenienti da altre lingue (sia altre lingue nazionali svizzere sia dialetti). Ci dovremmo per questa ragione aspettare tracce di pluricentrismo anche in questo settore. In effetti, il corpus LIPSI conferma queste attese registrando esempi come i seguenti: mettere sotto discussione (vs. mettere in discussione), per rapporto a (vs. in rapporto a), non è compito mio a sapere (vs. non è compito mio Ø sapere).

5. Pragmatica

Una differenza sistematica a livello pragmatico tra italiano d’Italia e italiano di Svizzera concerne l’uso di appellativi onorifici e titoli. Mentre in Italia è diffusa l’anteposizione al nome proprio di dottore, presidente, onorevole, ecc., in Svizzera questo uso è molto più limitato. D’altro canto, però, sono usati tipicamente appellativi generici come signora o signor anteposti al cognome anche di persone che occupano cariche ufficiali. È così possibile che un Consigliere federale, cioè uno dei sette ministri del Governo svizzero, venga definito semplicemente il signor X (per es. in il signor Blocher). La matrice del fenomeno è indubbiamente culturale, con comportamenti più tipici del mondo anglosassone o tedesco che di quello italiano, e quindi con regole sociali che si rispecchiano nella lingua.

6. Conclusioni

I fenomeni qui visti si differenziano in parte nella loro tipologia e in parte nella loro ragion d’essere dai tipici fenomeni di varietà regionali di lingua che fanno riferimento alla stessa norma. Le differenze non sono tanto rilevanti quanto quelle che si trovano in altre situazioni di lingue pluricentriche, ma sono comunque a nostro parere tali, e crediamo di averlo qui dimostrato, da dover prendere sul serio l’idea che l’italiano sia anch’esso una lingua pluricentrica con una norma italiana e una norma svizzera di certo fortemente appoggiata a quella comune con l’italiano d’Italia, ma anche per certi aspetti autonoma.

 

 

 

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  • Pandolfi 2017b = Pandolfi, Elena Maria (2017): L’italiano in Svizzera: aspetti del pluricentrismo, in: Bruno Moretti / Elena Maria Pandolfi / Matteo Casoni / Sabine Christopher (a cura di), L’italiano in Svizzera, “Studi italiani di linguistica teorica e applicata” (SILTA) 2016/3 [2017], 439-452.
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  • Pandolfi/Casoni 2012 = Pandolfi, Elena Maria / Casoni, Matteo (2012): La vitalità dell’italiano in Svizzera: indagine preliminare su due indicatori, in: Tullio Telmon / Gianmario Raimondi / Luisa Revelli (eds.). Coesistenze linguistiche nell'Italia pre- e postunitaria, Roma, Bulzoni, 491-506.
  • Pescia 2010 = Pescia, Lorenza (2010): Il maschile e il femminile nella stampa scritta del Cantone Ticino (Svizzera) e dell’Italia, in: Maria Serena Sapegno (ed). Che genere di lingua? Sessismo e potere discriminatorio delle parole, Roma, Carocci, 57-74.
  • Pescia 2011 = Pescia, Lorenza (2011): “Lo ha detto la cancelliera Merkel”. La femminilizzazione di titoli, cariche e nomi di mestiere nei quotidiani del Canton Ticino: tra italiano d’Italia e influsso elvetico, in: Giovanna Massariello Merzagora / Serena Dal Maso (eds). I luoghi della traduzione: le interfacce, Roma, Bulzoni, 515-531.
  • Petralli 1990 = Petralli, Alessio (1990): L’italiano in un cantone. Le parole dell’italiano regionale ticinese in prospettiva sociolinguistica, Milano, Franco Angeli.
  • Stewart 1968 = Stewart, William A. (1968): A sociolinguistic typology for describing national multilingualism, in: Joshua A. Fishman (ed.) Readings in the Sociology of Language , The Hague, Mouton, 531-545.