Toscana

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    Neri Binazzi (2019): Toscana, Versione 2 (27.05.2019, 17:50). In: Thomas Krefeld & Roland Bauer (2019): Lo spazio comunicativo dell’Italia e delle varietà italiane, Versione 41. In: Korpus im Text. url: http://www.kit.gwi.uni-muenchen.de/?p=12469&v=2.
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1. La Toscana linguistica: area appartata o area di mediazione?

Nelle prime ricognizioni dialettologiche la Toscana viene a delinearsi, nel suo profilo generale, come una particolare area isolata, che dal punto di vista linguistico restituisce le caratteristiche di «regione appartata fra l’Appennino tosco-emiliano e il corso del Tevere» (Devoto/Giacomelli 1972, 65): alla scarsa interazione con le realtà circostanti, corrisponderebbe un’evoluzione altrettanto ridotta del parlato all’interno alla regione, a cui Ascoli prima e lo stesso Devoto poi ricondurranno, com’è noto, la particolare “fedeltà” del tipo toscano rispetto al riferimento latino. Allo sguardo dei padri della dialettologia, la Toscana sembra così partecipare solo marginalmente al processo di deriva prodotto dalla dinamica del sostrato attiva nelle diverse aree interessate alla romanizzazione:

Non c’è, dall’un canto, nel tipo toscano, nessuno di quei fenomeni per i quali, negli altri tipi dialettali dell’Italia, maggiormente s’altera la base latina (…); e non c’è, d’altro canto, alcuna serie di alterazioni della base latina, che sia peculiare al tipo toscano (…) e pur dove il tipo toscano piega a alterazioni che ha comuni con altri tipi della famiglia, egli vi si mostra più sobrio e quasi renitente. (Ascoli 1882-1885, 122)

Proprio il carattere occasionale delle relazioni con le altre realtà socio-culturali, comunque limitato per lo più alle zone di confine, favorirebbe, in Toscana, una particolare inerzia delle condizioni linguistiche:

Come il quadro della preistoria toscana mostra sì un succedersi di correnti e di legami con altre regioni d’Italia, ma mai un brusco svolgimento della storia culturale della regione; come la sua etnia, dalla fase tirrenica alla etrusca, è praticamente incontaminata fino all’età storica, così questa omogeneità e linearità si ripete per quanto riguarda lo svolgimento della latinità di Toscana. Il latino di Toscana è quello che meno ha risentito di processi di mescolanza linguistica. (Devoto/Giacomelli 1972, 64)

Da questo punto di vista il carattere conservativo del fiorentino costituirebbe la sintesi esemplare di una vicenda linguistica toscana sviluppatasi a velocità ridotta e al riparo delle principali correnti innovative (cfr. Devoto/Giacomelli 1972, 65-66).

In questa lettura, l’articolazione linguistica interna sarebbe allora prodotto, più che di un’attività autonoma, della capacità di singoli elementi linguistici provenienti dall’esterno della Toscana di far breccia nell’intrinseco isolamento della regione. E così, attorno a un’area centrale, facente capo a Firenze e Siena, con Firenze che, in particolare, viene a configurarsi come «l’area meno raggiunta da caratteri non genuinamente toscani» (Devoto/Giacomelli 1972, 65) si dispongono tre sub-aree (una orientale, tra Arezzo e Chiusi; una meridionale, a sud del Monte Amiata; una occidentale, riconducibile grosso modo alle province di Livorno, Pisa e Lucca) identificabili per gli influssi provenienti dai dialetti confinanti (rispettivamente: alto umbri; laziali; liguri). Si trovano tutti i luoghi geografici menzionati in quest’articolo in una carta interattiva cap. nel 7 “Carta geomorfologica dei luoghi citati nel testo”.

Ma per quanto la regione si mostri, dal punto di vista comparativo, fortemente conservativa rispetto all’antefatto latino, la visione della Toscana come area “isolata” rischia di far perdere di vista il suo carattere di particolare luogo di mediazione e di interconnessione con le grandi macroaree dialettali circostanti. Da questo punto di vista la stessa Firenze, che nella visione devotiana costituirebbe il punto più avanzato di resistenza agli influssi esterni, esibisce, come vedremo, tratti che ora la propongono come luogo ben relazionato con le dinamiche interne alla regione (anche in termini di recepimento di fenomeni tradizionalmente non endemici dell’area fiorentina), ora ne rilevano la rilevante, “originaria”, connessione con l’area settentrionale, per quanto attenuatasi nel tempo. La visione della Toscana come area appartata va allora riformulata in termini di una (originaria) “marginalità” della regione che, più che metterla al riparo da influssi esterni, potrebbe averne favorito una particolare rielaborazione.

Dal punto di vista delle dinamiche interne si assiste oggi, e non solo nelle aree di confine più esposte al contatto, alla progressiva decantazione degli elementi dialettali non condivisi (che nelle aree periferiche della regione si caratterizzano come linguisticamente non toscani), e dunque al progressivo imporsi, nella regione, di un movimento che può definirsi “centripeto” proprio nella misura in cui tende a selezionare un numero limitato di tratti “pantoscani”, marginalizzando nell’uso la vitalità degli elementi non (ampiamente) condivisi:

Possiamo (…) affermare, in generale, che i singoli sottodialetti tendono a perdere i tratti peculiari per avviarsi, in una certa misura, verso una koiné toscana o almeno verso una situazione che veda pochissimi elementi di differenziazione tra vernacolo e vernacolo, mediante l’eliminazione di molte caratteristiche non pantoscane, come ad esempio il rotacismo di l, lo scempiamento di -rr- o tratti propriamente locali (assenza di affricate dentali in lucchese, presenza di retroflesse in garfagnino, assenza di -s- sonora e dei nessi -nd- , -mb- in amiatino). L’esemplificazione ora fatta ci dimostra comunque che il movimento dei dialetti toscani è centripeto, nel senso che si perdono molte caratteristiche che potrebbero essere definite come non toscane o comunque come proprie soprattutto di altri dialetti. In questo quadro va collocato anche il costante diminuire della lenizione romanesca delle occlusive intervocaliche, presente in tutta la fascia esterna della Toscana. (Giannelli 2000, 16-17)

1.1. La Toscana delle Toscane: un breve profilo storico

Quelle relazioni tra “centro” e “periferia” che in quanto tali promuovono condizioni favorevoli al dinamismo linguistico, all’interno della Toscana tendono storicamente a risolversi una dimensione arealmente circoscritta, in cui si assiste in genere a una forte saldatura tra i tanti poli urbani e il contado immediatamente contiguo, che tende a rappresentarne per tanti aspetti una particolare estensione. Già il fenomeno dell’incastellamento medievale (secc. X-XI), che, per iniziativa dei grandi proprietari e dei signori locali, aveva prodotto un massiccio spostamento dei contadini in centri fortificati i quali a loro volta avrebbero conosciuto una particolare proliferazione, aveva contribuito a definire un profilo della Toscana “periferica” nella quale i signori locali mantenevano e consolidavano i legami con il territorio immediatamente circostante. Questa dimensione locale del potere politico ed economico, fortemente orientato dalla prospettiva di controllare da vicino la realtà contadina, tenderà a mantenersi al momento in cui questa Toscana entrerà progressivamente nell’orbita delle grandi famiglie, che struttureranno la propria area di influenza nei cosiddetti dominati. A questa organizzazione parcellizzata della Toscana “rustica” corrisponderà la straordinaria esplosione demografica e urbanistica del Duecento, che avrà come esito naturale l’intensificarsi delle relazioni politiche ed economiche tra realtà urbane in espansione e un territorio la cui attività era sempre più orientata dalle necessità cittadine.

In tutto questo, la dimensione policentrica della Toscana si manifesterà, nel periodo medievale,  nelle straordinarie (e, rispetto al resto della Penisola, anomale) dimensioni dei centri abitati, che definiranno una peculiare costellazione di singoli riferimenti sociali e culturali. La distribuzione dei centri urbani sul territorio, tuttavia, appare tutt’altro che omogenea, concentrandosi nell’area centro-settentrionale: le maggiori città si collocano infatti al di sopra di una linea che, a partire dalla zona immediatamente a sud di Pisa, piegando verso sud-est ha come riferimenti meridionali Volterra e Siena. A quest’area fortemente urbanizzata e densamente popolata si contrappone una Toscana meridionale caratterizzata da una campagna scarsamente popolata, terre poco fertili e distanti dalle principali vie di comunicazione.

L’avvento della mezzadria, particolarmente precoce nell’area fiorentina e nelle colline del Valdarno superiore, riorganizza a partire dalla fine del Duecento le forme di insediamento: le proprietà frammentate che caratterizzavano il territorio nella prima fase di espansione demografica vengono riaccorpate in fondi di dimensioni più ampie (i poderi), dove vengono distribuite famiglie di coloni tenute all’obbligo di residenza e di corresponsione al padrone di metà dei prodotti. Diffusa progressivamente a partire dal secondo Duecento, la mezzadria diventa la cifra distintiva della Toscana granducale, che assume i connotati unitari di una regione agricola e mezzadrile. In Toscana, così, quasi ogni latitudine conoscerà il fenomeno dell’appoderamento.

Fino al recente passato la mezzadria ha costituito un asse portante dell’economia toscana, imponendo di fatto a generazioni di famiglie toscane una modalità di vita all’insegna dello stretto legame con la terra coltivata per conto del padrone: a partire dalla lunghissima fase di crisi demografica intervenuta dopo la grande pestilenza del 1348, che decimò in primo luogo la popolazione delle città, la campagna urbanizzata che, per effetto dell’appoderamento mezzadrile, diventerà progressivamente la cifra distintiva del paesaggio toscano, avrà come correlato sociale una dimensione pulviscolare degli insediamenti, con il relativo isolamento reciproco dei nuclei abitativo-produttivi, separati all’interno del territorio e protagonisti ciascuno di un’esperienza di vita e di lavoro spesa tutta all’interno di quella onnicomprensiva dimensione familiare che rappresenterà il fulcro del mondo mezzadrile, e la condizione stessa per la sua esistenza.

In un quadro degli insediamenti caratterizzato in larga parte da una campagna disseminata da case poderali e fattorie, che, spesso per il tramite di una fitta rete di piccoli borghi, si trovavano inserite nell’orbita di una Toscana tradizionalmente policentrica, l’organizzazione concettuale (e dunque anche linguistica) della cultura materiale tenderà a risentire di una dimensione micro-areale variamente connessa con la realtà di un centro “egemone” che in ogni caso costituiva il punto di riferimento di un territorio circoscritto. In questo quadro la stessa, progressiva egemonia di Firenze definirà un assetto politico della Toscana a cui non corrisponderà, in linea generale, un profilo condiviso dei riferimenti culturali: del resto, l’assetto agricolo (e mezzadrile) scelto dal Granducato, ribadendo e disciplinando il legame tra produzione e insediamento nel territorio, favorirà il consolidarsi di un profilo plurale della regione che troverà una sua particolare declinazione anche nelle caratteristiche del repertorio linguistico.

1.2. La lingua di un’area intermedia: i tratti comuni

Preliminarmente, si dovrà ricordare che nella Toscana linguistica il carattere continuo di un repertorio che non prevede fratture di codice (in termini di polarità lingua vs dialetto) da un lato esclude la possibilità di fenomeni di code-switching, dall’altro pone le condizioni per il peculiare carattere stabilmente “misto” del parlato conversazionale (cfr. Giacomelli, G. 1975a, Agostiniani/Giannelli 1990), all’interno del quale il carico dialettale (Giannelli 1989) emerge da adozione e frequenza di singoli item differenziali rispetto all’italiano “di norma”. L’incidenza di questi tratti, naturalmente, è legata al profilo sociolinguistico dei parlanti, nel quadro di una lingua d’uso in cui, in ogni caso, forme dialettali interessano normalmente anche i livelli più controllati e le esecuzioni dei parlanti più scolarizzati.

In questo regime di estrema variabilità che in Toscana è caratteristica endemica del parlato effettivo, l’evoluzione degli usi (che a sua volta, per le caratteristiche del repertorio, non può prefigurare un passaggio “dal dialetto all’italiano” in termini di sostituzione di codice), sembra procedere attraverso la progressiva espunzione degli elementi più specifici delle diverse aree, che spesso — ma non sempre — vengono sostituiti con le corrispondenti forme dell’italiano. A questo fenomeno di decantazione di ciò che è (e che viene percepito) più locale si accompagna in genere il consolidamento di elementi “pantoscani” meno riconducibili a puntuali partizioni territoriali. Anche da questo punto di vista va ribadita la mancanza, all’interno del territorio toscano, di un riconosciuto e condiviso riferimento egemonico: in questo quadro la tendenza pare essere quella di una progressiva polarizzazione della regione in macro-zone di influenza (con l’area pisano-livornese, per esempio, che tende ad attrarre nella sua orbita linguistica un’area lucchese che vede sempre più indebolirsi la propria specificità). La stessa Firenze, che pure, come si vedrà, costituisce l’epicentro di fenomeni ampiamente condivisi, per altri aspetti (anche vistosi) appare “isolata”, oppure trova linee di continuità con specifiche sotto-aree della regione (si direbbe, lungo la linea Firenze-Pisa-Livorno, attorno a cui sembrano addensarsi tratti dialettali che mostrano una particolare capacità espansiva). La possibilità di Firenze di costituire un punto di riferimento linguistico tout-court, del resto, risulta ostacolata dalla percezione del fiorentino come varietà ad alto carico dialettale, una percezione che è legata alla particolare frequenza d’uso, nel parlato anche mediamente sorvegliato, di tratti (di per sé, poco numerosi) che sono vissuti dai “non fiorentini” come vistosamente devianti, al tempo stesso, dall’italiano ma anche dal parlato toscano in genere: si pensi all’art. det. masch. sing. [i], che a sua volta, attivando il raddoppiamento fonosintattico, produce sequenze (ad es. [i ‘k:ane] ‘il cane’) in cui è possibile ravvisare un marcato “carico dialettale”.

Nei suoi caratteri generali, la Toscana linguistica restituisce a suo modo il quadro di una regione che per secoli è stata interessata solo tangenzialmente dalle principali linee di comunicazione nord-sud, e che, al proprio interno, è stata progressivamente definita da un originale e ampiamente condiviso profilo socio-economico costituito a partire dall’impianto produttivo dell’appoderamento e della mezzadria, che nell’ultimo secolo si è evoluto con la diffusione nel territorio della piccola-media impresa di impronta familiare, producendo il modello della cosiddetta “Terza Italia”. Un profilo socio-economico che, a sua volta, ha conosciuto, nelle diverse aree, specifiche declinazioni connesse al gravitare delle singole località nell’orbita dei tanti punti di riferimento della Toscana politico-amministrativa.

Collocandosi in questa prospettiva, pare opportuno procedere alla messa in luce dei tratti che ora restituiscono il profilo della Toscana come regione appartata (e all’interno della quale l’area fiorentina si è caratterizzata a lungo come particolare perimetro conservativo), ora ne delineano un carattere policentrico che tuttavia, anche per la sostanziale continuità del territorio, non arriva in genere a definire e isolare aree socio-demografiche – e linguistiche – globalmente distinte o, addirittura, contrapposte. Non a caso Luciano Giannelli, nella sua accurata ricognizione della realtà linguistica toscana, parla in termini di “zone d’influenza”, cioè di aree di diversa estensione gravitanti attorno ai diversi centri egemonici della regione (cfr. Giannelli 2000), che possono essere visualizzate come segue:

 

(da Giannelli 1988, 604)

1.3. Identità per assenza, identità per presenza

Partendo dalla suggestione di Ascoli per cui “[l]a descrizione del tipo dialettale toscano (…) giova che principalmente si faccia per via negativa” (Ascoli 1882-1885, 122), un primo riflesso linguistico del profilo della regione è rilevabile nel destino di quei tratti che, ancora saldi nelle aree immediatamente circostanti, interessano molto marginalmente il parlato di Toscana. Relativamente a fenomeni settentrionali, è il caso della metafonesi, che, comunque sporadica, non si spinge oltre la Garfagnana (alta provincia di Lucca) secondo condizioni settentrionali (quindi come marca di plurale maschile); spostandosi poi in direzione sud-est, si riduce progressivamente l’area toscana che condivide la palatalizzazione di /à/ con l’area umbra, teatro della diffusione in area centrale del tratto, di provenienza galloitalica; quanto a fenomeni tipicamente centro-meridionali, le assimilazioni e i rafforzamenti consonantici -ND- > [nː], -MB- > [mː]; -b- >[bː];  -ʤ- > [ʤː] sono attestati, e sempre più sporadicamente, soltanto nell’area circoscritta del Monte Amiata. Infine, l’intera regione linguistica – pur con qualche cedimento, parrebbe, nelle giovani generazioni – sembra continuare a tenere ai propri margini [j] continuatore di -LJ- interno di parola, che costituisce l’esito di gran lunga prevalente nel resto dell’Italia linguistica.

I tratti che, in positivo, rappresentano il tessuto condiviso del toscano sono per lo più quelli che mostrano un puntuale riscontro nell’italiano normativo: l’atona finale che individua il maschile è invariabilmente –o (fumo < FUMU allo stesso modo di quando < QUANDO); -RJ- produce /j/ (per cui si hanno i tipi aia <AREA, paio < PARIU, pescaia < PISCARIA, fornaio < FURNARIU), esito che oppone l’intera Toscana linguistica al resto dell’Italia dialettale, che propone invece [r] (cfr. Pescara). A Firenze, di fatto, l’esito –aro è tradizionale (e ormai desueto) solo per indicare alcuni mestieri svolti in bottega (macellaro; cartolaro; orologiaro). Va tuttavia rilevata una certa tendenza a percepire –aio come marca locale, e in quanto tale tende a essere espunto, per esempio, dalle denominazioni esposte di attività commerciali: a Firenze, così, fiorista viene preferito a fioraio, e del resto non gelataio, ma gelatiere – magari sostenuto anche da gelateria – è il “nome tecnico” del mestiere, che in quanto tale viene proposto anche nei corsi di formazione.

Gelatiere, non gelataio: la rinuncia al toscanismo in una denominazione tecnica

Le cose cambiano quando l’attività commerciale in questione viene percepita come tipica, magari perché propone piatti “poveri” della tradizione, che in quanto tali trovano conferma della propria genuinità nella lingua locale riprodotta:

Trippaio: garanzia di genuinità affidata all’esibizione del toscanismo

In questo quadro la regressione a monottongo della medio-bassa posteriore (òva; lenzòlo; sòcera; mòre ‘muore’), tradizionalmente di norma nel parlato veloce (e informale) dell’area centrale (con una particolare vitalità lungo la linea Firenze-Pisa-Livorno) – e che in alcune espressioni di tono esclamativo appare l’unico esito possibile: [ʧi ‘vɔle] ‘ci vuole! ce n’è bisogno!’ – trova un punto di debolezza da un lato nel contravvenire vistosamente alla regola del dittongo prevista dell’italiano di norma (e contemplata, del resto, anche dal toscano, congiuntamente con ĕ[ > jɛ, che a differenza di ŏ[ > wɔ non prevede, come noto, riduzioni del dittongo), dall’altro nel rappresentare il riferimento obbligato degli usi stilisticamente più marcati (cfr. anche [l ‘ɛ ‘n:ɔva], antifr. ‘ci risiamo!’, dove il monottongo co-occorre con l’altra regola tradizionale dell’espressione del pronome soggetto).

Nella morfologia, il determinativo maschile singolare prevede davanti a consonante il tipo il (che, in varie declinazioni, rappresenta la forma esclusiva in area settentrionale), mentre davanti a vocale e a particolari foni consonantici (“s impura”, alcune palatali; cfr. infra) si ha lo (che, in diverse realizzazioni, costituisce la forma esclusiva al di sotto della “linea Roma-Ancona”). Da questo punto di vista la Toscana linguistica testimonia pienamente il proprio carattere intermedio, definendo un particolare punto di equilibrio tra istanze settentrionali e meridionali (su questo cfr. più avanti). Sempre a livello morfologico, si mantiene vitale il sistema tripartito dei pronomi dimostrativi (con codesto che può conoscere realizzazioni diverse, talora condizionate diastraticamente: coresto nel fiorentino popolare e periferico (anche senese, con la stessa connotazione); cotesto in area senese e grossetana), a cui corrisponde la serie degli avverbi locativi (costìcostà; costaggiù; costassù). Com’è noto, il sistema tripartito non è attivo nel resto dell’Italia linguistica, dove codesto è ignorato e, sebbene regola dell’italiano scolastico, non ha avuto seguito nell’uso comune, dove codesto ha funzionato, eventualmente, come alternativa “elevata” a questo / quello.

Nel lessico, le – non molte – voci di diffusione pantoscana (per es.: acquaio ‘lavandino di cucina’; pigiare ‘premere’) sono, in genere, quelle sostenute dall’uso di Firenze (v. più avanti), e che a loro volta continuano, non di rado, a essere attestate anche nei vocabolari dell’italiano (magari in modo circoscritto dalle marche d’uso), nonostante il loro riscontro nella lingua comune appaia marginale, e condizionata dalla “tradizione letteraria” che caratterizza quelle voci (si pensi al sostegno che l’evergreen “Pinocchio” continua ad assicurare a babbo e ciuco). Una forma lessicale diffusa in tutta la Toscana (per quanto sottoposta progressivamente, nei contesti urbani, a restrizioni socio-stilistiche che ne definiscono il profilo di forma marcata) è punto nel suo valore aggettivale (FI-PI-LI un(n)’ho punta fame ‘non ho [nessuna] fame’), che peraltro è restato sempre ai margini dell’italiano “comune”.

Nel quadro di un abbandono progressivo della morfologia verbale più tradizionale (perfetti in -ònno: portònno / andònno; tipo ènno per ‘(loro) sono’, ecc.), costituiscono un elemento di continuità i congiuntivi in –ino (faccino ‘facciano’; partino ‘partano’), mentre pare addirittura in progresso (cfr. Giannelli 1989), negli imperfetti, l’estensione alla II persona plurale del morfo di II singolare: anche negli usi modali del tempo si hanno così facevi ‘facevate’, dicevi ‘dicevate’, andavi ‘andavate’, ecc., accompagnati dall’espressione del pronome soggetto: fior. [se ‘vːu ʧː an’davi ‘vu lːo θtro’vavi] ‘se ci foste andati lo avreste trovato’.

1.4. Tendenze progressive

Si possono poi collocare all’interno dei fatti linguistici a diffusione regionale alcune tendenze in atto, che promuovono elementi ora di matrice endogena (cioè originari del territorio toscano), ora di origine esogena (che dunque consentono di verificare il procedere di innovazioni provenienti dall’esterno anche nella “conservativa Toscana”).

Tra i comportamenti progressivi di matrice endogena va segnalata prima di tutto la spirantizzazione delle occlusive sorde (con minore intensità, il fenomeno è registrato anche per le sonore) e delle affricate prepalatali (sia sorde che sonore) in posizione debole (quando si trovano, cioè, tra vocali o tra vocale e liquida o vibrante: [la ‘harne] ; [la ‘ɸasta] ; [la ‘θrip:a] ; [la ‘ʃena] ; [la ‘ʒɛnte]), con esclusione, dunque, dei contesti dov’è attivo il raddoppiamento fonosintattico [da ‘k:aɸo] ; [pe’ ʧːena]; il progresso della spirantizzazione al di fuori dell’area fiorentina, dove il fenomeno è da considerare endemico (e originario), è registrato ormai da tempo (cfr. Giannelli 1974). Nel parlato veloce e particolarmente informale, si registra una tendenza diffusa a cancellare /t/ contenuto in parola interna di frase (dunque non in finale di enunciato): [sɔn an’dao ‘via].

Si segnala poi come fenomeno in espansione la modalità impersonale per esprimere la prima persona plurale dei verbi (per il presente indicativo, diversi da essere: si fa, ma non *si è): la progressività dell’esito impersonale può essere messa in relazione anche alla percezione estremamente elevata delle alternative (specialmente per le forme plurisillabe e/o in modi non indicativi: discutevamo vs si discuteva; mangiassimo vs si mangiasse; andremmo vs si andrebbe), che tendono a collocarle fuori dalla dimensione più consuetudinaria del parlato.

Tra i fenomeni in diffusione ma che, su scala regionale, non possono essere considerati tradizionalmente endemici, va ricordato il progresso di -s- > [z] e di ts- > [ʣ] in forme che il toscano tradizionalmente non prevede ([ko’zi] ; [no’jozo] ; [‘ʣːio]; [‘ʣːukːero]), e dell’affricazione di /s/ postconsonantico ([‘polʦo] ; [pen’ʦjɛro] ; [di’skorʦo]. Nel primo caso si assiste ad un tendenziale allineamento (alimentato dall’uso fiorentino delle ultime generazioni) a condizioni settentrionali; nel secondo caso si tratta di un fenomeno tipicamente centro-meridionale che, in Toscana, trova generalmente riscontro in area occidentale. In ogni caso, la progressività di questi fenomeni su scala regionale rivela sfaldamenti nel tradizionale profilo appartato della Toscana linguistica e, al suo interno, nella spiccata “conservatività” dell’area fiorentina, che invece, per i tratti in questione, funziona da volano di diffusione di modalità esogene (la sonorizzazione settentrionale di -s-, a cui possiamo aggiungere la quasi tassatività, nelle giovani generazioni, del passato prossimo), oppure si mostra disponibile all’accoglienza di forme che “premono” da altre aree interne (affricazione di /s/ postconsonantico).

Del resto, anche al di là di queste tendenze recenti la Toscana rappresenta di per sé una realtà linguistica intermedia, in cui trovano decantazione o mediazione alcuni fenomeni significativi del panorama italo-romanzo. In questo senso il sistema dei pronomi soggetto, tradizionalmente obbligatorio per tutte le forme (maschile e femminile; singolare e plurale: su questo cfr. “area fiorentina”) definisce un elemento di connessione con l’area settentrionale, come conferma la sua presenza nelle varietà della Garfagnana (alta provincia di Lucca). Spostandosi da nord a sud, il sistema pronominale tende progressivamente a semplificarsi, orientandosi verso la generalizzazione del clitico [e].

La cancellazione di vocali atone in sequenze come [fa’rin ‘dolce] ; [mal di ‘haφo] può essere vista come “propaggine meridionale” dell’apocope di stampo settentrionale (cfr. Giannelli 1997; sull’apocope in Toscana: cfr. Marotta 1995); sequenze interessate da apocope, in ogni caso, caratterizzano diffusamente il parlato veloce, specialmente fiorentino ([ne ‘bɔski] ; [du ani’mali] ), dove il fenomeno appare tratto-bandiera, esibito, insieme ad altri, nell’espressività delle “lingue esposte”. Si veda al proposito la realizzazione, in veste univerbata, dell’esclamazione “stai calmo!”, dove l’apocope (sta ‘stai’) va insieme a gorgia e rotacismo.

Fiorentinità esibita all’entrata di un sottopassaggio pedonale: Staharmo!

Per altri aspetti, la Toscana si presenta come originale luogo di mediazione tra istanze settentrionali e meridionali. È il caso della configurazione tripartita dell’art. det. masch. sing., che distingue tra un tipo definito dall’uscita in /l/ davanti a consonante (con locali declinazioni, come il fiorentino [i] o gli esiti rotacizzati in area occidentale: pisano [er] , livornese [ir]), e un tipo con uscita vocalica /lo/, davanti a vocale, s+consonante ([lo ‘stekːo]); fricative palatali ([lo ‘ʃːampo] [lo ‘ɲːɔmo]);  affricate dentali ([lo ‘ʦːukːero]), per quanto in area fiorentina rustica sia ancora riscontrabile ([i’ ʦːio]). Da questo punto di vista gli esiti toscani, che costituiscono il riferimento della lingua nazionale, rappresentano una particolare soluzione di compromesso tra il tipo settentrionale il e il tipo meridionale lo, il cui uso nelle rispettive aree di pertinenza a differenza di quello che succede in Toscana non è soggetto a condizionamenti fonotattici (per cui a Nord abbiamo sempre il e a Sud sempre lo).

Dal punto di vista sociolinguistico il connotato comune dei tratti che definiscono il profilo unitario della Toscana linguistica sembra essere la loro scarsa marcatezza nella percezione comune, che ora rappresenta il “naturale” corrispettivo dell’accoglienza all’interno della norma dell’italiano dei tratti effettivamente endogeni, ora riflette il ridotto grado di devianza (e dunque di potenziale conflittualità) che, rispetto alle forme tradizionali, tende a essere riconosciuto alle varianti progressivamente estese: da questo punto di vista si può ritenere che spirantizzazione (con esclusione, significativamente, del digradamento /t/ > [h]), sonorizzazione di /s/ interna tra vocali, affricazione di /s/ postconsonantico possono essere esposte allo stesso modo alle dinamiche del prestigio sociolinguistico (di matrice interna o esterna alla regione) in quanto i comportamenti che per effetto di quelle varianti si realizzano non costituiscono, nella percezione (ma forse anche nella coscienza) dei parlanti, una discontinuità rilevante rispetto alle regole linguistiche consuetudinarie. Fra i tratti ampiamente condivisi e la cui ridotta percezione di devianza ne favorisce l’adozione anche nel parlato mediamente sorvegliato va sicuramente inserito l’uso “assoluto” della terza persona singolare dei verbi davanti a soggetto plurale (in genere, ma non tassativamente accompagnato da attributo: c’era tante persone; se non c’è osservazioni; è arrivato dieci domande; veniva dei bei goccioloni; stai attento: passa le macchine).

In sostanza i tratti interessati da un incremento d’uso, e che definiscono il coté dialettale della regione nel suo complesso, sono quelli la cui messa in atto tende in pratica a non essere percepita (affricazione di /s/ postconsonantico; apocope nel parlato veloce), oppure sono quelli la cui devianza dalla norma “nazionale” viene avvertita come modesta, se non irrilevante (com’è il caso della modalità impersonale). Non pare allora un caso che il progressivo successo “regionale” della spirantizzazione riguardi un fenomeno tipicamente interessato da covert prestige (e dunque attivo sotto la soglia della percezione) e che tende a sostituirsi, localmente, a modalità di indebolimento, come la sonorizzazione delle occlusive (cfr. Cravens/Giannelli 1995, Cravens/Giannelli 1997), i quali producono invece esiti sentiti come marcatamente devianti dalla norma. Del resto, la Toscana non fiorentina continua a respingere la riduzione /t/ > [h], la cui spiccata devianza dalla norma sembra portare il fenomeno in questione ben al di sopra della soglia della percezione, e alla sua marginalizzazione, fuori da Firenze, come forma “pesantemente” dialettale (cfr. Giannelli 1999).

1.5. Livellamento dialettale

Speculare alla diffusione di tratti endogeni percepiti a basso coefficiente dialettale è la decantazione, nelle diverse aree della regione, dei tratti che si avvertono come marcatamente devianti rispetto all’italiano: il risultato convergente dei due processi è quello di un progressivo livellamento dialettale.

Tra le forme in progressiva decantazione si possono ricordare, per l’area occidentale, la cosiddetta “lisca” pisano-livornese, cioè l’esito evanescente (convenzionalmente restituito in scrittura con la laterale) della sibilante contenuta nel nesso ST(R) (gulto ‘gusto’; fineltra ‘finestra’; altrolomia ‘astronomia’); lo scempiamento di -rr- [‘tɛra] (fino al recente passato endemico anche in area peri-fiorentina non urbana, come testimonia la scrittura semicolta (1945-1946 ca.), di Elio Bartolozzi, vissuto nelle immediate vicinanze di Firenze, che propone costantemente diarea ‘diarrea’ e guera ‘guerra’: cfr. Bartolozzi 2011). Speculare a questo fenomeno è la presenza di [] nel condizionale di dire (dirròdirrei; dirresti), ancora testimoniata in area senese e in area fiorentina non urbana (dirrei è anche nel pisano “basso” proposto da Papanti 1875).

Da parte sua il fiorentino ha rinunciato da tempo alla palatalizzazione di L preconsonantico ([‘ajtːo] ‘alto’  (di per sé presentato dalla drammaturgia vernacolare come bandiera del “contadinesco”: cfr. Binazzi 2008;  Binazzi/Calamai 2004), orientandosi, come esito dialettale, verso la forma rotacizzata ([‘arto], che, in quanto tale, costituisce la norma occidentale (e che la drammaturgia vernacolare presenta, per il fiorentino, come norma urbana “non marcata”: cfr. lavori sopra citati); l’esito in palatale si manifesta, cristallizzato, in [aj’mːeno] ‘almeno’, che a Firenze si divide il campo degli esiti dialettali con [ar’mːeno], che, tra le due, rappresenta forse la variante più marcato nella percezione diffusa. La palatalizzazione come modalità cristallizzata interessa anche il tipo /un bel/ in sequenze esclamative: [t a ‘vist um ‘bɛj ‘mːondo] ‘hai visto un bel mondo!’ (= sei proprio un privilegiato!).

Ancora, l’esito [ɟː] ([‘aɟːo] ‘aglio’; [ko’niɟːolo] ‘coniglio(lo)’ , in passato “norma” del fiorentino più informale (e in quanto tale riprodotta a suo tempo da Pietro Fanfani, con la scrittura gh, come tratto della “lingua parlata dalla plebe”: ghi venne in mente, cfr. Papanti 1875), e assunto come elemento distintivo del “contadinesco” nella drammaturgia vernacolare novecentesca (succede per esempio in Paolieri 1910: cfr. Binazzi/Calamai 2004), appare del tutto desueto a Firenze, e appare eventualmente in area “non urbana”, come testimonia il semicolto Bartolozzi (cfr. sopra), che scrive Vaghia ‘Vaglia’. Un’esecuzione [ɟː ameri’χani] ‘gli Americani’ è stata registrata oggi in parlanti anziani di Quarrata, località della “piana fiorentina” tra Prato e Pistoia. È ormai residuale anche il fono sordo parallelo a [ɟː], cioè [] ([‘vɛcːo]; [‘secːo]): per cui era possibile costituire la coppia minima [‘secːi] ‘plurale di secchio’; [‘sekːi] ‘plurale di secco’.

A livello morfologico, risultano altrettanto desueti e insieme marcati come rustici i perfetti forti (l’ho compro ‘l’ho comprato’; l’ho trovo ‘l’ho trovato’) e l’estensione atona in –olo, con suffisso diminutivo desemantizzato (cfr. conìgliolo ‘coniglio’; formìcola ‘formica’ e formicoline ‘formichine’). Lo stesso suffisso desemantizzato è presente in forma tonica [‘ɔlo] in [fi’λːɔlo/, ancora saldo a Firenze e in larga parte della Toscana nel suo valore di ‘figlio’ (e per estens., specie al femminile, di ‘ragazzo’: [par’lavo hoŋ ‘kwelːe fi’λːɔle] ‘stavo parlando con quelle ragazze’ (= coetanee).

Il progressivo livellamento dialettale sacrifica in alcuni casi vere e proprie forme-bandiera dei dialetti locali: Arezzo, così, esclude progressivamente dalla dimensione urbana la palatalizzazione di /à/ in sillaba libera non finale ([‘næso]); il parlato di Lucca, invece, accoglie ormai normalmente affricate dentali ([‘pjaʦːa] ;[kan’ʦone]) non previste fino al recente passato, quando erano obbligatori esiti come [‘pjasːa] e [kan’sone]. L’“introduzione” delle affricate dentali a Lucca andrà forse considerata anche alla luce della dimensione progressivamente “regionale” dell’affricazione di /s/ postconsonantico, che potrebbe far percepire il fenomeno opposto, cioè l’assenza di affricate, come fenomeno di particolare retroguardia, seppur “di bandiera” (cfr. Giannelli 2000, 75). Per quello che riguarda la Toscana meridionale, il rarefarsi nell’uso dell’area grossetana del Monte Amiata, di esiti riconducibili in gran parte alla prossimità con la “linea Roma-Ancona” (assimilazioni -ND- > –nn- , -MB- > –mm-; esclusività di /s/ sordo tra vocali) restituisce una percezione diffusa di quei tratti come responsabili di sensibile devianza rispetto alla deriva di un parlato di Toscana che, anche nelle sue aree periferiche, vede la decantazione dei tratti tradizionalmente “non condivisi”. In sostanza, proprio ciò che consente a quei fenomeni di proporsi come “forme-bandiera”, e cioè la percezione della loro unicità (cioè della loro pertinenza a un territorio circoscritto) e al tempo stesso della loro marcata devianza rispetto alla “norma”, sembra rappresentarne progressivamente un fattore che pregiudica il loro mantenimento in uso.

2. Articolazione interna

Se in Toscana, come si è visto, la vitalità dei tratti dialettali tende a essere sempre più inversamente proporzionale al grado di specificità che li caratterizza, la messa a fuoco dell’articolazione linguistica della regione potrà contare solo in minima parte su presenza e consistenza di tratti localmente distintivi: in questo senso individuare le partizioni linguistiche interne soprattutto come “zone di influenza” (cfr. Giannelli 1988), rende conto di “identità” interne alla regione che si vengono a definire per i rapporti continui che i singoli punti intrattengono con le realtà “egemoni” di riferimento, nel quadro però di una rete di relazioni non interrotte che interessa l’intera dimensione regionale. In questo modo le diverse partizioni della Toscana linguistica vengono a caratterizzarsi soprattutto per il particolare addensamento conosciuto localmente da tratti di per sé “non esclusivi”, e la cui vitalità (che scaturisce proprio dal carattere di tratto condiviso) definisce il terreno favorevole al mantenimento delle residue (e diversamente vitali) specificità locali.

In questo quadro sarà interessante osservare il costituirsi (o il consolidarsi), attorno a determinati fenomeni, di linee di continuità interne, che a loro volta possono costituire il terreno favorevole per la promozione di quegli stessi tratti su un’area più vasta.

2.1. Area fiorentina

Da questo punto di vista appare emblematica la situazione della “zona d’influenza fiorentina”, che si estende ben oltre la provincia di Firenze (all’interno della quale, peraltro, è collocata anche l’area della “Romagna toscana”, linguisticamente galloitalica), comprendendo la sezione centrale dell’Arno, il Chianti, la val di Sieve, la val di Bisenzio (quindi tutta l’area pratese) e gran parte della val d’Elsa, andando a definire per questa via la comunità linguistica demograficamente più consistente della regione, con oltre un milione di parlanti.

Nei suoi caratteri generali, l’area risulta singolarmente caratterizzata da dinamiche di segno opposto: questa sezione della regione, infatti, vede il maggiore addensamento, al tempo stesso, sia di tratti (tradizionalmente o progressivamente) “pan-toscani”, sia di fenomeni che, distinguendo il fiorentino da ciò che avviene altrove, lo presenta come portavoce di una particolare “area isolata”.

2.1.1. Tratti “pan-toscani”: vitalità

Per sintetizzare ed esemplificare ai diversi livelli della grammatica, osserviamo quali sono i fenomeni che, ampiamente attestati nella Regione, trovano piena cittadinanza nella varietà fiorentina, che ne costituisce in molti casi l’epicentro:

Fonetica

Vocalismo. L’esito in monottongo di -wɔ- ([‘bɔno] [‘fɔri] [‘nɔvo] [‘vɔle] [len’ʦɔlo] (plur. [len’ʦɔli]) [ri’skɔθere] [‘sɔʃera]; [si ‘φɔ ‘fːare] ‘si può fare’), tradizionalmente diffuso anche negli stili non del tutto incontrollati, è particolarmente vitale, a Firenze, in modi esclamativi in cui il monottongo è la modalità preferita ([bo’nis:imo] ‘buonissimo!’; [ʧi ‘ɔle ‘lui] ‘ci vuole lui’; [‘ɛ dːi ‘fɔri] ‘è fuori di testa!’), o addirittura obbligatoria, come succede in [l ɛ ‘nːɔva] letteralm. ‘è nuova!’ (= ‘siamo alle solite!’, ‘tanto per cambiare!’); oppure in bòna!, che appare molto vitale in usi confrontabili con quelli ciao!, cioè ora come forma molto confidenziale, quasi “cameratesca”, di congedo (→ immagine 4), ora come modalità sarcastica in cui la forma di saluto viene estesa per manifestare la propria distanza da affermazioni non credibili (in questa prospettiva è tradizionale, a Firenze, anche bonaùgo! → immagine 5).

Chiusura per ferie: Bona ‘ciao’ nel fiorentino esibito come modalità confidenziale

Bona nell’esclamazione bonaugo proposta come nome di un bar

D’altra parte, il costituire riferimento di modi esclamativi e di denominazioni di feste tradizionali sembra compatibile con un progressivo profilo del monottongo come fenomeno socio-stilisticamente marcato (cfr. Calamai 2017). In ogni caso a Firenze il monottongo è obbligatorio nella denominazione dei fuochi d’artificio (chiamati in modo antonomastico [i ‘fɔhi]) con cui viene celebrata la festività di San Giovanni, patrono della città, e va segnalato il suo apparire, naturalmente come lapsus involontario, in usi pubblici sorvegliati quali il titolo di una “civetta” dell’edizione locale del Corriere della sera, rilevato di recente (→ immagine 6):

Vitalità di tratti dialettali: un monottongo involontario

Le vocali atone tendono normalmente a dileguarsi in fonotassi: [du ani’mali], [a bam’bini] ‘ai bambini’; [mi ‘sɔn ve’nuh a’dːɔs:o] ‘mi sono venuti addosso’. Il fenomeno, che appare di norma nel parlato veloce, rientra nella casistica della riduzione dei tratti in fonotassi che potrebbe risentire negativamente di una tendenza opposta – promossa, parrebbe, dalle varietà settentrionali di italiano – che prevede invece l’eliminazione delle forme ridotte, e il progressivo definirsi della spelling pronunciation come norma dell’italiano “tendenziale” (cfr. Calamai 2017).

Firenze è poi portavoce di una spiccata tendenza all’indisponibilità verso forme non anafonetiche, che si traduce nella generale preferenza accordata alle mediobasse /ɛ ɔ/ (invece che alle medioalte “non anafonetiche” /e/, /o/) in voci che presentano [ŋ], come [girar’dɛŋgo] (Girardengo, cogn.);  [kotːo’lɛŋgo] (Cottolengo, topon.); [fla’mɛŋko] (tipo di ballo); [spe’lɔŋka];  [‘vɔŋgola] (tipo di mollusco); [‘lɔŋgo] (Longo, cogn.); [sper’lɔnga] (Sperlonga, topon.); [‘bɔŋgo] ‘profiterole’, ecc.; per quanto riguarda l’adiacenza con la laterale palatale va rilevata la diffusa preferenza accordata a Firenze alla pronuncia [mo’nɛʎːa] (Moneglia, cogn.).

Consonantismo

Spirantizzazione. Canonicamente, /k/ /t/ /p/ passano alle corrispondenti fricative tra vocali ([‘ɔha] ; [‘viθe] ; [‘doɸo]) e tra vocale e liquida o vibrante [la’ hlasːe] [la θri’ppa] [i ‘ɸruni]. Il fenomeno non è in genere interessato da censura anche nei livelli più controllati (semmai è possibile avere [t] e [p] come esito di pronuncia “enfatica”). Con maggiori restrizioni d’uso (risulta diffuso prevalentemente in contesti non urbani) la spirantizzazione interessa anche le corrispondenti sonore [la ‘βarba], [i ‘δɛnti], [le ‘γambe]. Si fa rientrare nella fenomenologia della spirantizzazione anche la perdita dell’elemento occlusivo nelle affricate palatali /ʧ/ /ʤ/ tra vocali: [la ‘ʃena] [la ‘ʒɛnte], anch’esso non censurato nel parlato formale.

Gli esiti della spirantizzazione non sono comunque condivisi allo stesso modo dalle diverse varietà toscane, per cui si rimanda alle singole sezioni. Ad oggi, per esempio, non si spinge fuori dall’area di influenza fiorentina -t- > [h] nelle desinenze dei participi passati ([an’daho]; [be’vuho], [fi’niho]) e in forme che ne ripetono la struttura, per cui si possono avere: [‘sjεhe] (des. rust. [‘sεhe]) ‘voi siete’  ([‘ke ʧːi sjεhe ma ‘stahi] ‘ci siete mai stati?’); [an’daheʃi] ‘andateci!’; [rihor’dahevelo] ‘ricordatevelo!’. Allo stesso modo si hanno gli esiti in [h] di sostantivi come [pa’θaha], [fri’tːaha], [mi’nuho], ma possiamo trovarli anche in forme  bisillabi come [‘fjaho] ‘fiato’, [‘diho] ‘dito’. A fronte di una percezione fortemente marcata dall’interno della comunità (a cui corrisponde una sua particolare sanzione nel resto della Toscana linguistica come elemento rivelatore della particolare “dialettalità” del fiorentino: cfr. Giannelli 1999) il fenomeno, indotto per lo più da condizioni sintattiche (finale di enunciato) e soprasegmentali (velocità di esecuzione), appare in progresso sia dal punto di vista generazionale (anche tra le giovani donne) sia da quello stilistico (non risulta censurato nel parlato veloce di media formalità).

Raddoppiamento fonosintattico. Nell’area toscana è prevista di norma la presenza tassativa di raddoppiamento fonosintattico sia fonetico, indotto da forme ossitone [i’kːe ‘tːu ‘vːɔi] ‘cosa (tu) vuoi?’, sia morfologico, indotto da alcuni bisillabi piani [‘kome ‘lːui] o da infiniti in apocope ([‘pɛrde ‘tːɛmpo] ‘perdere tempo’). Condizioni di raddoppiamento fonosintattico si attivano anche in seguito a fenomeni di elisione consonantica in fonotassi: si ha così [‘vɔ pːar’lare] ‘vuol parlare’ vs [‘vɔ φːar’lare] ‘vuoi parlare’.

Il fenomeno conosce particolari restrizioni in area lucchese, mentre è di norma assente dall’aretino, tranne dopo tre (cfr. Area aretina capitolo ).

Semplificazioni di nessi

Gruppi consonantici. Si ha assimilazione in forme infinitive pronominali: es. [an’daʧːi] ‘andarci’; [por’talːi]; ‘portarli’; [ti’rasːi]; ‘tirarsi’; [ve’desːi]; ‘vedersi’; [ve’delːi] ‘vederli’; [vo’leʧːi] ‘volerci’; [‘lɛʤːili] ‘leggerli’; [a’r:ɛʤːisi] ‘reggersi’; [‘strinʤiʃi] ‘stringerci’; [ve’niʧːi] ‘venirci’; [ka’ɸilːi] ‘capirli’; [ka’ɸisːi] ‘capirsi’. Proprio l’alternanza tra il tipo lèggili ‘leggerli’ e il tipo vedélli ‘vederli’ conferma un’articolazione del paradigma verbale in quattro coniugazioni.

Tra le assimilazioni, appare meno condivisa con il resto della Toscana linguistica quella risultante dalla semplificazione della sequenza -LTR- > [tːr] che procede da uno stadio intermedio con rotacismo poco pronunciato ([ɾtr]): ([‘atːro] ‘altro’; [a’tːrɔzi] ‘artrosi’; [po’tːrona] ‘poltrona’. L’area occidentale propone invece il rotacismo (LI [‘artro]), come di norma per L preconsonantico. Per quanto riguarda il tipo altro l’esito in vibrante viene evitato a Firenze anche con il passaggio alla nasale: [si ‘fa un ‘antra ‘strada], che è pressoché tassativo nell’esclamazione presentativa [‘ɛkːon un ‘antra] letteral. ‘eccone un’altra!’ riferito a notizia non credibile.

Trattamento del nesso labiovelare. Nel parlato veloce e informale ricorre l’esito -kw- > [k], presente anche in altre varietà, magari come variante rustica (p. es. nel senese). In ogni caso, la perdita dell’elemento labiale non si ha in esordio, dunque: [‘kwe ‘hani] ‘quei’ cani’; [‘pɔrto ‘hesto] ‘porto questo’; [‘aŋke ‘hi] ‘anche qui’; [le ‘hatːr e ‘mːɛʣːo]) ‘le quattro e mezzo’.

Morfologia

La negazione viene espressa rispettivamente da un e no: un (unn + vocale: [unː a’veva]) per la negazione preverbale; no + sostantivo: [nɔ dːo’mani] ‘non domani’.

Come pronome soggetto tonico di II persona è previsto /te/:  [‘kːjamami ‘θe] ‘chiamami tu’.

Nella morfologia verbale, la modalità impersonale (si mangia / si mangiava / si mangiò / si mangerà) tende a proporsi come tratto pan-toscano, sostituendo progressivamente i locali paradigmi tradizionali. Le forme analogiche verbali [‘fɔ] ‘faccio’ ;  [‘vɔ] ‘vado’ appaiono solidamente in uso, e passibili di utilizzo anche nei livelli mediamente controllati. Tra le forme analogiche va ricordata pòle ‘può’ ([e ʃi ‘pɔl an’da ‘lːui] ‘ci può andare lui’ , [un si ‘pɔle] ‘non si può!’) , da confrontare con vòle ‘vuole’.

Per gli aggettivi possessivi sono previste, al singolare e al plurale, le forme atone [mi] [tu] [su] ([la mi ‘mamːa] [la θu fi’λːɔla] [la su ‘nɔnːa] [i mi fra’θɛlːi] [le θu so’rɛlːe] [i su nɔnːi] ‘i suoi nonni; i loro nonni’). Per i pronomi corrispondenti, si ha la serie tonica [‘mia] [‘tua] [‘sua] ([‘kweste ‘hjavi ‘sɔn le ‘mia o ‘sːɔn le ‘θua]) ‘queste chiavi sono le mie o le tue?’.

Come si vede dagli esempi, è normalmente prevista dal parlato toscano l’espressione dell’articolo determinativo davanti al possessivo riferito a nomi di parentela (come si rileva, del resto, anche da AIS I, 9 Quando mio figlio (cfr. Tisato 2017)).

Sintassi

/o/ come modalità enfatico-retorica. La forma è usata come introduttiva di domanda: [o un ʧan’dava ‘lui] ‘non avrebbe dovuto andarci lui?’; [o ‘kːwante ‘hɔsta] ‘mi piacerebbe proprio sapere quanto costa!’. In alcuni usi, sempre esclamativi, o appare equivalente a modalità diffuse anche nella lingua comune, come possono essere e (ad es. nelle espressioni di stupore [o ‘lːui] ‘e lui?’; [o ‘kːwesta] ‘e questa?’ ) oppure ma ([o ‘kːe sːi’stɛma lː ‘ɛ] ‘ma che modo di fare è?’).

Lessico

Il vocabolario, com’è noto, è il settore della lingua più esposto a dinamiche sociolinguistiche che definiscono caso per caso il radicamento delle diverse voci nel territorio. In questo quadro, il vocabolario tradizionale toscano sembra caratterizzarsi per un sensibile indebolimento non solo della terminologia legata a pregresse attività tradizionali (di cui dà ampia e articolata testimonianza l’Atlante Lessicale Toscano diretto da Gabriella Giacomelli: cfr. http://serverdbt.ilc.cnr.it/altweb/) ma anche di ciò che, anche a fronte di una perdurante accoglienza nella lessicografia “di lingua” (cfr. seggiola; balocchi), non trova sostegno dell’italiano parlato (cfr., per la situazione fiorentina, il Vocabolario del fiorentino contemporaneo http://www.vocabolariofiorentino.it/). Le proposte riguardo a questo livello hanno dunque valore prevalentemente indicativo.

Tra le voci che possiamo ritenere vitali a Firenze e in larga parte della Toscana linguistica abbiamo già ricordato acquaio ‘lavandino di cucina’ e punto con valore aggettivale (non ho punti soldi). A queste si possono aggiungere, in una lista comunque solo esemplificativa, le forme avverbiali belle ‘già’ (da interpretare come bell’ e ([l ‘ɔ ‘bːεlː e ‘vːisto] ‘l’ho già visto’), possibile solo tra ausiliare e participio, e digià ([di’ʒa]), possibile anche in isolamento; figliòlo/figliòla ‘figlio/figlia’ (est. ‘ragazzo / ragazza’); furia ‘fretta’ (e aver furia ‘essere di fretta’); garbare ‘piacere’; meritare a qualcuno ‘convenirgli’ (non ci merita prendere l’autostrada; ti merita passare di lì); pigiare ‘premere / spingere’; sciocco ‘scarso di sale’; scodèlla ‘piatto fondo’; sicché ‘quindi’; rigovernare ‘lavare i piatti’; règio ‘il re nelle carte da gioco’; gòbbo ‘il fante nelle carte da gioco’; spèngere, che in area non fiorentina – pisana, senese – presenta di norma la medioalta: spénge(re); sudicio ‘spazzatura’; l’esclamazione positiva ganzo!. I dati ALT individuano poi come “pantoscane” voci che oggi sono caratterizzate da un sensibile decremento d’uso nelle generazioni più giovani: guazza ‘rugiada’; cacio ‘formaggio’; midólla ‘mollica’; cascia ‘acacia’ (peraltro interessato in alcune aree non fiorentine – per es. senesi –  da realizzazioni indebolite come [‘gaʤa]).

2.1.2. Tratti “pan-toscani”: desuetudine

Altri fenomeni, anch’essi largamente condivisi tra Firenze e la Toscana linguistica, risultano invece interessati da un progressivo indebolimento:

Risoluzione della presenza di consonante finale. Appare marcato diastraticamente (in regresso nelle ultime generazioni, specialmente urbane) l’uso della vocale atona d’appoggio e (ne dopo vocale omofona), tradizionalmente motivato dall’insofferenza dei dialetti toscani verso le forme ossitone (una regola che proprio per il rarefarsi della paragoge sembra valere sempre meno): l’atona finale, così, serve a ripristinare la “regola toscana” della struttura di parola parossitona con terminazione in vocale. Il fenomeno ricorre con insistenza (visitòe; fùe; lìe) nella riproduzione del linguaggio “plebeo” di Siena proposta in Papanti 1875.

La paragoge (o epitesi vocalica) caratterizza alcune voci-bandiera prodotte dall’adattamento di forestierismi monosillabi con consonante finale, che nella procedura di epitesi si rafforza (tramme, che è anche la forma che dà il titolo alla rivista Er tramme, “trimestrale di vernacolo pisano e delle tradizioni popolari”; gasse; barre: forma, quest’ultima, a cui sono probabilmente da ricondurre il derivato barrista e l’alterato barrino) o di forme che riproducono la stessa struttura ( [‘kɔp:e] ‘supermercato Coop’).

L’epitesi vocalica nel livornese esibito dal “Vernacoliere”: Còppe ‘Coop’

Per i forestierismi non monosillabi la terminazione consonantica può essere evitata anche con la sua cancellazione, per cui si possono avere càmio ‘camion’ (con il suo plurale regolare in -i : cami), nèo ‘neon’ (plur. nèi), compiùte ‘computer’. L’epitesi interessa tradizionalmente anche forme non sostantivali terminanti con vocale accentata (me; te; però; ecc.) ampiamente testimoniate dalla drammaturgia vernacolare (méne ‘me’; téne ‘te’; peròe; piùe; perchéne; icchéne); il tipo méne / téne sembra sostenere anche réne ‘re’, proposto da Paolieri nella “lingua rustica” de I’ Pateracchio (1910) (cfr. Paolieri 1910). Vanno considerati relitti di paragoge le esclamazioni sìe! (anche nella forma ridotta ìe!), spesso adottata in prospettiva antifrastica, e giùe! con cui a Firenze si dà voce a una sensazione di particolare stupore.

Risoluzione nessi consonantici. Come per i fenomeni di epitesi, appaiono condizionate per lo più diastraticamente (parlanti con ridotto grado di scolarizzazione) le assimilazioni finalizzate a evitare adiacenze consonantiche non previste dal dialetto: [‘tɛnːiho] ‘tecnico’ (anche come sost. ‘artigiano specializzato’) [‘bɔsːe] ‘box per auto; piccolo garage privato’.

Innalzamento della medioalta posteriore atona (pretonica). Il fenomeno, che produce ad es. [puli’ʦːia] ‘polizia’; [kur’tɛːl:o] ‘coltello’, e la sequenza, prosodicamente unitaria, [uɲːi’hɔsa] ‘ogni cosa’ (= tutto), appare residuale, nella misura in cui è condizionato diastraticamente (lo troviamo prodotto per lo più da parlanti anziani e poco scolarizzati) e diatopicamente (in quanto è riconducibile oggi all’area fiorentina non urbana). Al riguardo si veda la scrittura pumodori esposta al mercato fiorentino delle Cure da un fruttivendolo di Lastra a Signa:

Dialettalità “residuale” in area fiorentina: innalzamento di /o/ in /u/ in protonia

Forme verbali: voci del verbo essere; esiti forti di participi; esiti del perfetto. Appaiono in desuetudine (e particolarmente marcate, nella percezione, come rustiche) alcune tradizionali forme del perfetto: per mettere, méssi ‘misi’; mésse ‘mise’ (e si mésse ‘mettemmo’); méssano ‘misero’; per fare, féciano; per dire, dìssano (che sono le forme scelte nella riproduzione della “lingua parlata dalla plebe” proposta nella seconda metà dell’Ottocento per Firenze, Pisa e Livorno: cfr. Papanti 1875); per stare, stièdi ‘stetti’; stiède ‘stette’ (e si stiède ‘stemmo’). In alcuni casi la norma tradizionale prevede varianti, che a loro volta appaiono diversamente marcate: per ‘andai’ si ha andièdi e andètti, per ‘andò’ andiède e andètte. In tutti questi casi la forma meno marcata è quella in –tt-, come succede anche per vendètte, vitale a Firenze non solo rispetto all’arcaico e rustico vendiède, ma anche rispetto al più recente vendé dell’italiano di norma. Analoga vitalità conosce anche potètte ‘poté’. Tra le forme del perfetto in marcata desuetudine sono da ricordare i plurisillabi in –are (comprònno; comiciònno; mangiònno; andònno), tradizionalmente diffuse specialmente lungo la traiettoria FI-PI-LI. Portonno è assunto da Dante per la caratterizzazione(-stigmatizzazione) del pisano nel De Vulgari Eloquentia (I, XIII) (Fenzi 2012). Altrettanto desueti sono gli esiti forti del participio passato dei verbi della I coniugazione (l’ho compro ‘l’ho comprato’), così come le forme ènno ‘sono’ e s’èramo ‘si era = eravamo’. Accanto a queste vanno ricordate alcune forme del perfetto previste dalla coniugazione di volere (in particolare vòrse ‘volle’, vòrsano ‘vollero’), a cui si aggiunge vorsuto ‘voluto’: in tutti i casi, come si vede, l’esito tradizionale co-occorre di norma con il rotacismo di L precosonantico).

Plurali femminili. Tradizionalmente “rustica”, e anche in questa veste in progressiva desuetudine, l’estensione del plurale in –e a tutti nomi femminili (le chiave; le vite; le mane) e agli aggettivi con singolare in –e (le mattonelle verde, che può essere agevolmente avvicinato a le mattonelle bianche).

Non di rado, alla desuetudine nell’uso corrisponde l’assunzione di quegli stessi tratti come stilemi della dimensione “vernacolare” riprodotta nelle diverse aree: ènno ‘sono’, così, assieme a tramme è il titolo della rivista pisana di vernacolo e tradizioni popolari, in cui compare regolarmente anche ènno ‘sono’:

Stilemi dialettali: enno ‘sono’ nel pisano esibito dalla rivista “Er Tramme”

Analogamente, forme “forti” del perfetto dei verbi in –are (porto ‘portato’; trovo ‘trovato’) e generalizzazione in –e del plurale dei nomi femminili (le mane) compaiono nella rappresentazione dell’aretino apparsa di recente online (31/1/2019), e su cui torneremo più avanti (cfr. Area aretina capitolo ), dove i diversi ruoli della squadra di calcio locale vengono definiti indicando in modo burlesco e parodistico – con il supporto dell’ipercaratterizzazione linguistica – le scarse attitudini al gioco dei giocatori che li ricoprono).

Lessico

Tra le voci ampiamente diffuse nella Toscana linguistica che a Firenze mostrano una progressiva desuetudine si possono ricordare il tócco ‘l’una’; giovarsi ‘non provare repulsione’ (se ti giovi puoi usare le mie posate); [ezɔzo] ‘persona che risulta antipatica perché vanesia, presuntuosa’; impiantito ‘pavimento’; tèsto ‘coperchio’; principiare ‘incominciare’; sortire ‘uscire’.

2.1.3. Firenze “isolata”: tratti vitali

Oltre che come luogo di particolare addensamento di fenomeni ampiamente diffusi nel resto della regione, l’area fiorentina propone tratti che la Toscana non fiorentina invece non accoglie, orientandosi più o meno compattamente su forme diverse. In questo quadro si possono distinguere fenomeni che, in quanto tali, costituiscono il riferimento dell’italiano normativo da altri che invece vedono Firenze distanziarsi sia dall’italiano, sia dal parlato toscano in genere.

Spirantizzazione e dileguo. Come detto, date certe condizioni di struttura di parola, a Firenze [θ] < /t/ tra vocali può procedere, nel parlato veloce, fino all’esito [h] ([t ‘a be’vuho ‘θrɔpːo]) ‘hai bevuto troppo’. A Firenze di norma non è invece prevista la cancellazione di [h], sia come esito di /k/, sia come esito di /t/ nei contesti appena ricordati, fenomeno che invece interessa l’area pratese ed empolese, per poi generalizzarsi in area pisano-livornese. A questo proposito, la formula di riconoscimento linguistico del pratese propone proprio lo stigma costituito dalla cancellazione di [h] < /t/: [‘sɔn di ‘φrao e ‘vːɔλː ‘εsːe rːispe’tːao] ‘(io) sono di Prato e voglio essere rispettato’.

A Firenze l’elisione delle occlusive tra vocali è sporadica, e limitata ad alcune forme e sequenze (comunque esclusive del parlato veloce): il dileguo della bilabiale è registrato, talora, in [ka’iθo] ‘capito?’ (usato come segnale discorsivo); quello della velare sonora è possibile, nel parlato veloce, in [foθora’fia] ‘fotografia’; sempre nel parlato veloce si ha spesso dileguo della dentale sonora presente nelle preposizioni di e da all’interno di sequenze tipo [um ‘pεʦːo i ‘φane] ‘un pezzo di pane’; [‘kampo i ‘marte] (Campo di Marte, topon.) [un ‘ʧε ‘nːulːa a ‘fːare] ‘non c’è nulla da fare’; [‘rɔba a ‘pːaʦːi] ‘roba da pazzi’ (cfr. anche Fiorelli 1980). Ancora, si può avere dileguo di /m/ iniziale del possessivo nelle sequenze [la i ‘mamːa] ‘la mia mamma’;  [la i ‘moλːe] ‘la mia moglie’, fenomeno che, nella misura in cui è escluso da altre sequenze (*[la i ‘nɔnːa]), si presta a essere interpretato come esito  di dissimilazione.

Assimilazione nessi consonantici. Soprattutto nell’area fiorentina ricorre anche negli usi mediamente controllati la tendenziale lessicalizzazione [‘unːo] ‘non lo’: [‘unːo so] ‘non lo so’; [‘unːo sa’φevo] ‘non lo sapevo’; [‘unːo ‘fare] ‘non lo fare!’.

Articolo determinativo maschile. Per il singolare l’area fiorentina propone la forma in laterale palatale davanti a parola iniziante per vocale, per “s impura” e per /ʃ/ : dunque [λ ‘ɔkːi] [λ ani’mali] [λi ‘stiŋki] [λi ‘ʃːi]. All’esito in palatale la Toscana non fiorentina oppone la laterale alveodentale [l ‘ɔkːi] [l ani’mali] [li ‘stiŋki] [li ‘ʃːi], che in area occidentale e senese si presenta come intensa davanti a vocale [ll ‘ɔkːi] [ll ani’mali]: la laterale intensa si riscontra anche in area aretina e senese, dov’è condizionata dalla posizione in sequenza postvocalica [‘kwelːo ho ll o’kːjali].

Per il plurale, davanti a consonante semplice e a cons. + liquida si ha [e] ([e ‘hani], [e ‘ɸruni], [e hro’stini]); questa [e] – analogamente a quanto succede per [e] pronome (cfr. infra) – può presentarsi in forma “latente” ([‘pɔrta ‘hani], imperat. ‘porta i cani!’) o confusa con la finale omofona della parola precedente ([‘anke ‘hani] ‘anche i cani’). Questa modalità “latente” di manifestazione dell’articolo maschile plurale giustifica l’apparente infrazione alle regole di rad.sint. previsto normalmente dopo voci ossitone ([por’tɔ ‘hani] ‘portò i cani’) o altre forme [‘kome ‘hani] ‘come i cani’.

Articolo determinativo. La varietà fiorentina prevede l’espressione del determinativo davanti a nomi femminili (me l’ha detto la Giovanna; vado con la Giovanna) e alle preposizioni articolate corrispondenti (l’ho detto alla Giovanna; quella è la macchina della Giovanna). Il fenomeno è presente, se non sistematicamente, in area occidentale (Pisa, Volterra, Piombino), e ad Arezzo (ma non nel Valdarno fiorentino di San Giovanni e di Montevarchi). È assente dall’area pistoiese e da quella empolese, che in questo caso risente forse dell’influsso senese, dove il fenomeno è totalmente assente, così come nel grossetano. A Firenze l’articolo è previsto anche davanti ai nomi di parentela (dunque [i ‘bːab:o]; [la ‘mamːa]; [i ‘nːɔnːo]; [la ‘nɔnːa]).

Dativo e accusativo. La tendenza a risolvere LJ in /λ] (cfr. /mi’λːoni] ‘milioni’, per quanto la forma in oggetto appaia tendenzialmente desueta in area fiorentina urbana) è attiva naturalmente nelle forme per il dativo, che in fiorentino prevede clitici palatalizzati: si ha dunque ([λi ‘dɔle] ‘fa male a lui; a lei; a loro’, ma anche [‘diλːi] ‘dirgli’; [‘faλːi] ‘fargli’). In area fiorentina non urbana l’esito in laterale palatale interessa anche il pronome accusativo plurale ([λ ‘ɔ vːsti] ‘li ho visti’; [λ ‘ɔ ‘kːɔtːi ‘θrɔpːo] ‘li ho cotti troppo’ ; [‘pɔrtaλːi] ‘portali!’), anche in modalità presentative di tono esclamativo [‘ɛkːoλi] ‘eccoli!’.

Infinito in finale di enunciato. La Toscana non fiorentina propone di norma l’esito in apocope (per es. livorn. [un ʧe la ‘ɸɔsːo ‘fa] ‘non ce la posso fare’) che invece la varietà fiorentina non prevede in questa posizione, mentre è prevista in esordio o all’interno di sequenza (in entrambe le posizioni, coerentemente con le condizioni fiorentine, si ha raddoppiamento fonosintattico: [um ‘pɛrde ‘tːɛmpo] ‘non perdere tempo!’; [sta’sera ‘vɔλːo man’ʤa ‘pːɔho]). L’area di diffusione dell’infinito tronco in finale di enunciato fenomeno pare in progressiva espansione lungo la direttrice FI-PI-LI (cfr. Calamai 2017): in area prossima a Firenze, del resto, è regola in tutto l’empolese. Il fenomeno si spinge inoltre in area senese, e presenta quindi l’area fiorentina come particolarmente “isolata” (seppure dal punto di vista di un fenomeno rispetto al quale l’uso di Firenze è di fatto sostenuto dall’italiano di norma).

Forme del congiuntivo. Nel fiorentino corrente è di norma il tipo mangiassi; vedessi; finissi come forma analogica estesa dalla seconda singolare alla seconda plurale dell’imperfetto, con espressione (in questo caso, ancora pressoché tassativa) del pronome soggetto: [se ‘vːu mːan’ʤas:i ‘meno] ‘se voi mangiaste meno’.

Sintassi dei clitici. I pronomi clitici tendono in genere a risalire, per cui [mi ‘vɔ a kːam’bjare] è preferito rispetto a [‘vɔ a kːam’bjamːi], e allo stesso modo [‘vatːi a kːam’bjare] prevale su [‘vai a kːam’bjatːi].

Come si vede da questi esempi il sostegno della norma italiana (esito in palatale dell’articolo maschile plurale e del dativo; infinito “intero” in fine di enunciato) può non essere sufficiente a vincere un carattere appartato dell’area con epicentro Firenze che si manifesta parallelamente nel radicamento di tratti “non italiani” caratterizzati da alta frequenza, e in quanto tali responsabili di una percezione del fiorentino da parte degli altri parlanti toscani come varietà ad alto carico dialettale (cfr. Giannelli 1999).

Spirantizzazione. All’interno dell’area fiorentina l’esito /t/ > [h] nei participi e in forme assimilabili mostra segnali di estensione, sia in termini distributivi, interessando progressivamente anche finali di enunciato [unː ‘ɛ vːenuho], sia in termini diastratici, coinvolgendo progressivamente quell’universo femminile che “per definizione” è il settore della società meno esposto a fenomeni di covert prestige qual è, tipicamente, quello della spirantizzazione (e in modo particolare del digradamento a  [h], che anche a Firenze è pesantemente sanzionato a livello di giudizi espliciti).

che introduttivo di domanda. Per quanto, a differenza del passato, non più tassativo, l’uso ([ke tːi ‘ɸjaʃ ‘i pːeʃːe] ‘ti piace il pesce?’) è ancora vitale, sebbene mostri indizi di progressiva marcatezza, come indica, oltre a un tendenziale indebolimento nelle generazioni più giovani, la sua adozione nelle insegne di esercizi commerciali che riproducono gli andamenti più informali (che ti garba ‘ti piace?’, da intendere qui anche come domanda retorica: “ti piace, non è vero?”):

Fiorentino esibito: che come introduttivo di domanda nell’insegna di un pub del centro

Il costrutto appare particolarmente marcato se preceduto da /o/, che introduce in questo modo un connotato esclamativo-retorico, esprimendo incredulità: ([o kːe tːi ‘ɸjaʃ i ‘pːeʃːe] ‘(davvero) ti piace il pesce?’).

Pronomi soggetto. Il fiorentino prevede di norma l’espressione dei pronomi soggetto, che sono distinti per le diverse persone dei verbi e in alcuni casi a seconda delle condizioni fonotattiche. Negli usi correnti, specialmente urbani, la norma sembra soggetta a condizionamenti stilistici, con i pronomi chiamati a evidenziare esecuzioni stilisticamente più marcate, com’è quella riprodotta in un avviso affisso qualche tempo fa all’entrata di un negozio del centro, che manifesta (in maniera burlesca) la contrarietà dell’esercente verso la proposta fatta a suo tempo dal primo ministro Matteo Renzi di tenere aperti i negozi anche nella festività del primo maggio:

Esibizione del pronome soggetto e di altri fiorentinismi all’entrata di un negozio

Per la prima persona singolare si hanno e davanti a consonante semplice ([e ‘mːanʤo]) e gli davanti a vocale, a s + consonante e a [ʃː] ([λ ‘ɔ mːan’ʤːaho] ‘io ho mangiato’; [λi ‘spɛro] ‘io spero’; [λi ‘ʃːio]  ‘io scio’); per la seconda singolare abbiamo tu ([tu a’rːivi]), che nelle condizioni previste induce rafforzamento fonosintattico: [tu ‘mːanʤi]; per la terza singolare sono previste forme distinte per il femminile, che è la ([la ‘mːanʤa];  [l a’rːiva]), e per il maschile, che ripropone e e gli con la stessa distribuzione della prima singolare ([e ‘manʤa]; [λ a mːan’ʤːaho] ‘(lui) ha mangiato’; [λi ‘spɛra] ‘(lui) spera’; [λi ‘ʃːia] ‘(lui) scia). Per la prima plurale è previsto invariabilmente e ([e si ‘manʤa] ‘(noi) mangiamo’); per la seconda plurale è previsto  vu ([vu mːan’ʤːahe];  [v arːi’vahe]), mentre per la terza plurale tornano forme e condizioni previste per la I e per la III singolare ([e ‘mːanʤano]; ([λ ‘anːo man’ʤːaho];  [λi ‘spɛrano]; [λi ‘ʃːiano]). E e gli funzionano inoltre da pronome neutro, rispettando le diverse condizioni fonotattiche ([e ‘θɔna] ‘tuona’; [λ ‘ɛ ‘tːardi] ‘è tardi’).

Nel fiorentino urbano contemporaneo il pronome maschile neutro e di III persona (singolare e plurale) ricorre per lo più in veste non palatalizzata ([l  ‘ɛ tːardi] ‘è tardi’; [l ‘ɛ arːi’vaho ‘φrεsto]; ‘è arrivato presto’; [l a’vean ‘furja] ‘avevano fretta’).

Questa serie di pronomi clitici è passibile di reduplicazione per il concorso delle forme toniche corrispondenti (io e mangio; te tu mangi; lei la mangia, lui e mangia / lui gli spera; noi e si mangia; voi vu mangiate; loro e mangiano / loro gli sperano), che in quanto non clitiche possono distanziarsi dal predicato [‘te a kːe ‘ora θu ‘mːanʤi] ‘a che ora mangi?’.

In questo quadro l’apparente infrazione al raddoppiamento fonosintattico dopo ossitoni o parole che, in quanto tali, di norma lo inducono ([se’nːɔ ‘ɸjanʤe]; [‘kome ‘ɸjanʤe]; [i’kːe mi ‘ɸare]) si spiega per la presenza del clitico e, da ritenere latente in casi come [se’nːɔ ‘ɸjanʤe] e [i’kːe mi ‘ɸare], oppure “confuso” con la  –e della forma che precede il predicato (ma in realtà una sequenza come piange sarebbe da interpretare come [‘kom e ‘ɸjanʤe], stante la tendenza fiorentina all’elisione vocalica: cfr. [‘kom uŋ ‘kane]).

È inoltre individuabile una tendenza all’accumulo pronominale prodotta dall’estensione progressiva della forma pronominale [e] a tutte le persone, che procede dalla sua adozione come modalità enfatica, particolarmente vitale nelle espressioni esclamative ([e un se ne ‘φɔ ‘pːju] ‘non se ne può più!’; [e ʃe l ‘a ‘fːatːa] ‘ce l’ha fatta!’), o di tono esclamativo ([e θu ‘mːanʤi ‘θrɔpːo] ‘mangi troppo!’; [e lː  ‘ɛ ‘tːardi] ‘è tardi!’).

In questo quadro, è significativo che proprio il fiorentino venga avvertito, nelle altre aree, come varietà che insiste fortemente sulla realizzazione dei pronomi soggetto diversi da e, e proprio in questa veste il fenomeno viene riprodotto, proprio come forma-bandiera, giungendo non di rado a  un’ipercaratterizzazione che spesso contravviene alle regole che governano la presenza dei pronomi soggetto. Nelle esecuzioni “in fiorentino” proposte dalle pagine del Vernacoliere si insiste così molto sul pronome la, che troviamo riprodotto correttamente (O icché la vole?), ma anche con sovraestensioni improprie: La ciò la crema ‘c’ho (= ho) la crema’; La ciò lo slippe ‘c’ho (= ho) le mutande slip’, in cui la è evidentemente incongruo (cfr. «il Vernacoliere», giugno 2013, p. 22).

Trattamento del nesso labiovelare. Nel parlato veloce e informale ricorre l’esito -kw- > /k/, che troviamo  nel fiorentino popolare o particolarmente informale. La perdita dell’elemento labiale non si ha in esordio, dunque /k/ si presenta invariabilmente come [h]: [‘pɔrto ‘hesto] ; [‘aŋke ‘hi] ; [le ‘hatːr e ‘mːɛʣːo], cosa che contribuisce a definire l’esito complessivo come fortemente marcato in senso dialettale.

Lessico

Tra gli esempi di fiorentinismi non condivisi si possono indicare arrèggere/arrèggersi ‘tenere/tenersi’; arrocchettato ‘in precario (ma non grave) stato di salute’; bandone ‘saracinesca di negozio o di garage’; bòngo ‘profiterole’; fare i balocchi ‘giocare’ (anche est. ‘trastullarsi senza costrutto’); finire gli anni ‘compiere gli anni’; fettunta ‘bruschetta’; mesticheria ‘negozio di vernici, ferramenta e casalinghi’; popone ‘melone’; sìstola ‘tubo di gomma per innaffiare’; spreciso ‘impreciso, approssimativo nel lavoro’; tòni ‘tuta da ginnastica’ (per quanto in desuetudine presso le giovani generazioni), trògolo ‘lavatoio domestico (generalmente) esterno’. È poi opportuno ricordare il caso costituito da voci che, pur potendo contare su un puntuale riscontro nell’italiano di norma, vedono Firenze in una posizione di totale isolamento rispetto alla Regione: si pensi a diòspero (‘frutto del cachi’), tipo fiorentino “urbano” che, oltre a confrontarsi con altre forme a diffusione locale (per es. lóto, pistoiese e sparso anche in Maremma), si trova a fare i conti con voci ben più generalizzate, come pómo (diffuso, a partire dall’area fiorentina periferica, in tutto il territorio occidentale, nella provincia di Grosseto, di Siena e in parte di quella aretina) e caco (sporadico in area fiorentina ma di norma, oltre che in buona parte della Toscana occidentale e tirrenica, nella provincia di Arezzo). Va poi ricordato il caso notevole di arancia, tipo fiorentino (e italiano) a cui il resto della Toscana oppone senza incertezza arancio. In negativo, una voce che, diffusa in larga parte della Toscana, fatica ad affermarsi a Firenze città è garbare ‘piacere’.

Bandiere fiorentine

In virtù della loro frequenza e della loro percepita devianza rispetto allo “standard”, alcuni tratti funzionano come riconosciute modalità di autorappresentazione, anche se non sempre si tratta di fenomeni esclusivi dell’area fiorentina.

Articolo det. masch. sing. Appare solidamente radicato, anche in livelli stilistici non particolarmente marcati, l’esito [i] per l’art. det. masch. sing., che induce raddoppiamento sintattico [i ‘p:ane] , anche quando entra a costituire la preposizione articolata (tonica) [di] ‘del’ ([l o’dore ‘di ‘pːane]). In questo quadro è frequente (soprattutto nell’area fiorentina non urbana) la reinterpretazione della preposizione semplice di come preposizione articolata tonica, con relativa induzione del rafforzamento fonosintattico ([pa’ura di mːo’rire]).

Icché polivalente. L’esito [i] compare poi nel morfema lessicalizzato icché, caratterizzato da ampia polivalenza nella sua funzione pronominale ([i’kːe tːu ‘fːai] ‘cosa fai?’). Al fiorentino [i’kːe] corrispondono, anche in termini di funzioni, [‘kɔsa] (aretino e pisano-livornese) e [‘ke] (senese). Una particolare soluzione è costituita invece dal pistoiese [il’ke]. Come forma ossitona, [i’kːe] induce raddoppiamento fonosintattico, tranne restrizioni ([‘fɔ i’kːe mi ‘ɸare] ‘faccio quello che mi pare’) da ricondurre alla reinterpretazione della –e finale come pronome atono [e] (non rafforzante), che pare in progressiva diffusione nella Toscana linguistica in genere. Su questo cfr. infra.

Trattamento di /v/ intervocalico. Ricorre diffusamente (soprattutto nel parlato veloce) la cancellazione di /v/ tra vocali, tradizionalmente avvertito fuori dall’area fiorentina come tratto rivelatore della particolare devianza del fiorentino dalla “norma” (già agli inizi del Settecento il letterato e commediografo senese Girolamo Gigli, severo censore della “dialettalità” di Firenze – e dunque l’improponibilità del fiorentino come modello di riferimento – sottolineava che i fiorentini «la V consonante presso a lettera vocale sogliono ingollare senza scrupolo ancora in giorno di digiuno, come caallo, gioane, poero, aete o ate»: (cfr. Gigli 1886, 91). Il fenomeno appare particolarmente attivo nelle forme dell’imperfetto ([‘prima ʃi s an’daa ‘θutːe le do’menihe]; [mi fa’ʃea ‘fredːo]), ma ricorre diffusamente anche altrove ([un l ‘ɔ tːro’aθo]; [ʧi ‘ɔle lui] ‘c’è bisogno di lui’, [ʧi ‘edo ‘male]; [s er a lːao’rare]; [pe tːra’ɛrso] ‘di traverso’), tanto più se la forma in cui occorrerebbe /v/ è interessata da esiti dialettali altrettanto marcati: es. [di’morte ‘ɔrte] ‘molte volte’ (in cui la cancellazione di /v/ avviene in concomitanza col rotacismo); [‘kome tːu fːa’ʃe a sːa’ɸelːo] ‘come facevi a saperlo?’ (in cui la cancellazione di /v/ avviene in adiacenza con l’elisione vocalica al confine di parola). Il fenomeno caratterizza modi esclamativi ([l ɛ un la’oro di ‘nulːa] ‘è un bel problema!’), tra cui vanno ricordate le tradizionali espressioni di sconforto [poe’rini] ‘mamma mia!’, [‘pɔer a ‘nːoi] ‘poveri noi!’: anche grazie al sostegno di queste modalità espressive, il fenomeno è vissuto dalla comunità come tratto distintivo della fiorentinità linguistica (→ immagine 4).

Trattamento di /l/ preconsonantico. Sebbene in passato l’area fiorentina conoscesse [j], registrato in area mugellana dalle inchieste ALI condotte da Pellis, l’esito dialettale prodotto e riconosciuto come peculiare è il rotacismo, che non a caso viene rappresentato, da solo o in co-occorrenza con altri “fiorentinismi”, in esclamazioni riprodotte in scritture esposte (cfr. sopra, immagine 3). Il fenomeno, tradizionalmente tipico dell’area occidentale (dove, allo stesso modo che a Firenze, funziona da modalità autorappresentativa: cfr. capitolo ), appare facilmente a co-occorrere con altri tratti che caratterizzano i livelli più informali (cfr. ad es. [du ‘ɔrte] ‘due volte’), o a definire forme lessicalizzate come [di’morto] ‘molto’, che ritroviamo in modalità esclamative ([di’morti di’scorsi] ‘troppe chiacchiere!’). Un aspetto, questo, che favorisce e sostiene la percezione e la proposta del rotacismo come elemento costitutivo della fiorentinità linguistica:

Firenze: esibizione del rotacismo nella locandina di una commedia in vernacolo

A questo proposito va ricordata l’esibizione combinata di monottongamento e di rotacismo come modalità identitarie nel messaggio Toni e furmini che a suo tempo i tifosi della Fiorentina dedicarono al proprio beniamino, il centravanti Luca Toni, il cui cognome si presta alla reinterpretazione come ‘tuoni’ (e in questa veste poteva essere inserito nella sequenza con fulmini, presentato in forma rotacizzata in modo da richiamare la dialettalità complessiva dell’enunciato, e dunque anche la stessa lettura di Toni come ‘tuoni’):

Il centravanti della Fiorentina Luca Toni mostra la maglia con il messaggio dei tifosi

Lessico. Possono rientrare tra i vessilli della fiorentinità percepita bìschero ‘sciocco; ingenuo’, con il derivato bischerata ‘azione maldestra; affermazione sconsiderata’; grullo ‘stupido’ (e l’attenuato, anche affettuoso, grullerello); trombaio ‘idraulico’; balocchi ‘giocattoli’; bociare ‘gridare’; il triviale trombare (peraltro più recente del desueto caricare), che, anche come configurazione stilistica, corrisponde all’it. scopare.

2.1.4. Firenze “isolata”: tratti in progressiva desuetudine

Tra le forme verbali in disuso, ma tradizionali “norme dialettali” della letteratura vernacolare (per es. della drammaturgia, cfr. Binazzi/Calamai 2004), vanno ricordati il congiuntivo vàdia (la cui capacità di caratterizzazione trova sostegno nell’uso esortativo la vàdia!).

In area periferica rispetto al capoluogo regionale (Mugello; area pratese) registrano ancora una discreta vitalità, soprattutto nelle fasce non giovani, le seconde persone tu dici ‘dicesti’ e tu feci ‘facesti’.

Gli esiti, davanti a vocale, [sti] e [di], tradizionalmente di norma in area non urbana, a Firenze compaiono, eventualmente, solo in forma lessicalizzata, come succede in [stja’ʧaθa] ‘schiacciata alla fiorentina’ (dolce tipico) e [‘djaʧːo] agg. ‘molto freddo’ (detto spec. di vento e di acqua).

Per il lessico, si possono ricordare aghetti ‘stringhe’; bòccia ‘bottiglia’; bologna ‘mortadella’; desinare ‘pasto veloce di mezzogiorno’: per est. ‘pranzo’; bubbolare ‘tuonare’; mandare ‘guidare’ (la macchina non la sa mandare); trasporto ‘funerale’; nàchero/nàchera ‘nanerottolo/nanerottola’; scòla ‘tipo di panino’; (s)mariméttere ‘cominciare il consumo di qualcosa che in origine si presenta come chiuso, confezionato’ (m. un fiasco; m. una scatola di biscotti; m. un barattolo di vernice).

2.2. La Toscana non fiorentina: tratti specifici e indizi di nuove continuità

Una volta individuata l’area fiorentina ora come luogo “isolato”, ora come territorio in cui alcuni tratti “pantoscani” mostrano una particolare vitalità, possiamo osservare nella stessa prospettiva le altri principali aree linguistiche della regione. Di volta in volta si osserverà dunque quali elementi definiscono la specificità delle singole zone e ciò che invece – al di là dei fenomeni “pantoscani” già rilevati nell’area fiorentina – suggeriscono il costituirsi di particolari sub-aree a dimensione intraregionale.

2.2.1. Area occidentale

Il dialetto pisano-livornese è parlato in quasi tutta la provincia di Pisa (fanno eccezione l’area interna di Volterra e di località della val di Cecina, che risentono particolarmente di influssi senesi), e nell’intera provincia di Livorno (continentale). Nell’area più meridionale della provincia di Livorno la varietà pisano-livornese è presente nella sua variante piombinese, in cui si apprezzano l’influsso, mediato da Massa Marittima, del senese e in parte anche del fiorentino.

Fonetica

Vocalismo

Rispetto alla zona di influenza fiorentina l’area occidentale mostra una diversa distribuzione delle vocali medie. Ai tipi néve; (s)mèttere; véndo; scéndo del fiorentino, il pisano-livornese oppone nève; (s)mettere; vèndo; scèndo. Condizioni inverse si hanno invece per l’occidentale [‘senʦa] che si oppone al fiorentino [‘sɛnʦa]. Per le posteriori l’inversione di trattamento si ha nei tipi còmpito (FI cómpito) e tóppa ‘serratura’ (FI tòppa). Considerando la direttrice FI-PI-LI queste condizioni cominciano ad essere già attive dopo Montelupo fiorentino (l’isoglossa parrebbe disporsi presso la località Brucianesi), e caratterizzano l’area empolese nel suo complesso. Rispetto al fiorentino, il pisano e soprattutto il livornese presentano comunque allofoni costantemente più centralizzati e insieme più bassi (ad es. [‘vændo] ‘vendo’; [‘bʌja] ‘boia!’ , escl. = accidenti!) , percepiti come puntuali “blasoni” dai parlanti dell’area, a cui sembra corrispondere la progressiva diffusione in area pisana di un abbassamento vocalico di tipo livornese (cfr. Calamai 2004).

Per quanto riguarda il vocalismo atono, è diffuso l’abbassamento in [e] della vocale pretonica, laddove il fiorentino prevede [i]: si possono dunque avere menuto ‘minuto’, resultato ‘risultato’, proebì ‘proibì / proibire’, e così via. In fiorentino questa [e] è sporadica e residuale: cfr. il desueto gennàstica ‘ginnastica’.

Consonantismo

Spirantizzazione.  Più di quanto succeda nel fiorentino, dove gli allofoni discontinui sono riservati (e piuttosto sporadicamente) solo al parlato molto controllato, la gestione delle occlusive sorde intervocaliche in area pisano-livornese propone varianti caratterizzate da un diverso grado di discontinuità (per /k/, ad esempio, si possono avere [k] ; [χ]  ; [h] ; [ø]), che pare condizionato stilisticamente ma anche pragmaticamente (in termini di quantità di informazione contenuta: maggiore è l’informazione, minore è il grado di spirantizzazione: cfr. Giannelli/Savoia 1978, Giannelli/Savoia 1979/80). Per l’occlusiva velare, comunque, l’esito percepito e riprodotto come canone di area è il grado ø ([um po’ino] ‘un pochino’; [‘vene vari’ose] ‘vene varicose’; [un ʧi ‘va ‘mːia] ‘non ci va mica’; [‘onːi ‘ɔsa] ‘ogni cosa’), e come tale è proposto dalla pubblicistica vernacolare d’area (Ir Risse de’ ’Arabinieri l’ha rionosciuto; ’r Vernaoliere: «Il Vernacoliere», febbraio 2015, p. 7; la ommedia poetia ‘la commedia poetica’: “Er tramme”, ottobre-dicembre 2017, p. 22). Il fenomeno appare già ampiamente diffuso nell’empolese, mentre in area fiorentina si riscontra solo nel territorio di Prato (e in contesti poco controllati, oppure con informazione minima). È praticamente assente dall’area occidentale l’esito fiorentino [h] < /t/.

(da Giannelli 1988, 605)

Trattamento di /l/ preconsonantico. Il rotacismo è l’esito endemico ([‘artro] ‘altro’;  [kar’kaɲːo] ‘calcagno’; [‘mar di ‘stɔmao] ‘mal di stomaco’), e come tale viene riprodotto in veste di tratto-bandiera (la rivista satirica livornese «Il Vernacoliere» propone così Arfano ‘Alfano’, Sirvio ‘Silvio’, sortanto ‘soltanto’, cronazione ‘clonazione’, e così via). La vitalità del fenomeno tende a produrre fenomeni di ipercorrezione, lemmatizzata talora dai vocabolari dialettali d’area (Marchi 1993 mette a lemma, per esempio, falmacia ‘farmacia’, fulbo ‘furbo’, glandine ‘grandine’), e presente come norma del pisano e del livornese nel parlato “plebeo” proposto da Papanti 1875 (soppoltà ‘sopportare’). Il rotacismo determina anche le forme dell’articolo determinativo maschile singolare (PI [er] ; LI [ir] ), e di conseguenza anche della preposizione articolata relativa, che suona invariabilmente [der] ([‘kaɸo der go’vɛrno]). Questi connotati escludono l’articolo (e la preposizione articolata) dall’inventario delle forme pisano-livornesi in grado di produrre RS (PI [er ‘kane] / [der ‘kane]), come invece succede nel fiorentino per la presenza di [i] e [di] ([i ‘kːane] / [di ‘kːane]).

Trattamento di /s/ postconsonantico. Nell’area è endemico il fenomeno dell’affricazione, per il quale anche nel parlato sorvegliato non è previsto /s/ dopo consonante: si ha dunque pressoché invariabilmente, [‘polʦo] [in’ʦjεme] [un ‘ʦɔ] ‘non so’, [‘korʦa] PI [er ‘ʦale] ‘il sale’, e così via. Il fenomeno, vissuto e riprodotto come tratto bandiera (’R penzionato terrorista, titola a p. 22 «Il Vernacoliere» del febbraio 2015), verso oriente è massicciamente attestato in tutta l’area pistoiese, e penetra ormai diffusamente anche nella zona di influenza fiorentina, (ma cfr. in contrario Castellani 1993), proponendosi in prospettiva come tratto “pantoscano”.

Nessi /kw/ e /skj/. Nel pisano-livornese (ma non nell’area meridionale piombinese) la regola dialettale, attiva in registri particolarmente informali, prevede -kw- > [v] ([‘pɔrto ‘vesto], [‘fɔri di ‘vi] ‘fuori di qui!’), esito che in Malagoli 1939 e in Marchi 1993 garantisce la lemmatizzazione (Malagoli 1939 registra, tra gli altri, evilibrio ‘equilibrio’; evipaggio ‘equipaggio’; Marchi 1993 varche ‘qualche’; vattro ‘quattro’) forma-bandiera dalla pubblicistica vernacolare contemporanea (Appena finito di cenà, grande discussione fra babbo, mamma e figliola per decide’ a chi tocca vesta vorta lavà ’ piatti: “Il Vernacoliere”, dicembre 2017, p. 20). L’esito [v] è previsto di norma, per Pisa e Livorno, da Papanti 1875.

Di norma, /k/ non può presentarsi nella sequenza /skj/, dove troviamo [t]: si hanno dunque i tipi fistio ‘fischio’, stiena ‘schiena’, stiaffo ‘schiaffo’, tradizionalmente lessicalizzati. L’esito è percepito come elemento caratterizzante, e produttivo, della varietà, al punto che la realizzazione [sti] viene adottata come criterio per registrare nei lessici locali le voci che contengono quell’esito: si hanno così a lemma stiacciata, ‘schiacciata’, stiaffo ‘schiaffo’, stiarì ‘schiarire’, fistià ‘fischiare, rastià ‘raschiare’, ecc.: (cfr. Malagoli 1939; Marchi 1993).

Morfologia

Articolo maschile. Come già rilevato, il singolare prevede il tipo con rotacismo della laterale (LI  [ir] ; PI  [er]), realizzabile in sequenza con l’allofono ridotto  [r]  [ʧi ‘mɛtːo r ‘ʧsale]; la forma rotacizzata entra anche nelle preposizioni articolate corrispondenti ([ar]; [der]), e nel dimostrativo  [‘kwer]: anche in questo caso, l’esito sottrae la forma all’inventario di quelle che inducono RS ([‘kwer ‘kane] vs FI [‘kwi ‘kːane]. Lo stesso, naturalmente, succede anche con la variante popolare  [ver] ‘quel’ ([‘aŋke ‘ver ‘kane] vs FI [‘aŋke ‘hi ‘kːane]). Per il plurale l’area pisano-livornese si allinea al resto della Toscana non fiorentina proponendo l’esito non palatalizzato della laterale ([l ‘ɔkːi]), che talora (parlanti più anziani in aree periferiche) può presentarsi in forma intensa anche in esordio di enunciato ([ll ‘ɔkːi]), preceduto da vocale. Rotacismo ed esito non palatalizzato dell’articolo fanno parte del “canone di lingua” previsto dalle pubblicazioni vernacolari di area, che come si vede dalla locandina qui riprodotta,  contempla anche ar ‘al’, ‘un ‘non’ e l’infinito in apocope in chiusura di  enunciato (tuffà).

Li ‘gli’ e infinito in apocope nel livornese esibito dal “Vernacoliere”

Dativo. Nel quadro della tendenza del parlato italiano a selezionare una forma polivalente per genere e numero, l’area pisano-livornese, oltre a prevedere di recente [li], si rivolge di preferenza a  [ɲi] e  [ni]: dunque [ɲi si ‘diʃe] / [ni si ‘diʃe] = si dice a lui / a lei / a loro; allo stesso modo [‘diɲːi] (così come [‘dinːi]) vale sia ‘digli!’ che ‘dirgli’. Dal punto di vista dell’auto-rappresentazione il tipo [ni] (presente anche, per esempio, in [‘on:i] ‘ogni’) sembra proporsi come tratto-bandiera soprattutto in area livornese (→ immagine 7). A questo proposito la “lingua della plebe” pisana e livornese proposta in Papanti 1875 propone costantemente ni ‘gli’ (ni disse; ni faceva).

Uscita dell’infinito. Contrariamente alla regola fiorentina, che del resto non è a sua volta condivisa dal resto della regione in genere (oltre che da gran parte dell’Italia dialettale), si ha regolarmente infinito in apocope in finale di enunciato: [sa’rɛbː a ‘dːi] ‘sarebbe a dire?’ [un lo ‘ɸɔsːo ve’de]  [un ʧe la ‘ɸɔsːo ‘fa]; [‘dɛvo ‘ʃːɛnde] ‘devo scendere’, [lo ‘dɛvo ‘lɛʤːe] ‘lo devo leggere’. A conferma della tipicità percepita del fenomeno, l’infinito tronco è criterio assunto dalla lessicografia vernacolare come criterio per la registrazione delle forme (succede, tra gli altri, già in Malagoli 1939). Il tratto, come si è appena visto, è componente del “canone di lingua” della pubblicistica vernacolare.

Specifica dell’area in questione è l’uscita [εnte] del participio presente di verbi in –à(re): [luʧːi’kɛnte] ‘luccicante’ ; in modo analogo si ha [piʦːi’kɛnte] ‘letteralm. pizzicante = piccante’.

Lessico

Tra le voci che possono essere ritenute comuni all’area pisano-livornese si possono ricordare avellare ‘mandare cattivo odore, puzzare’; budèllo ‘donna di facili costumi’ (significato in parte condiviso anche dallo spreg. tegame); buggerìo ‘gran quantità’ (ce n’è un buggerìo); gomitare ‘vomitare’; melone ‘mortadella’ (che, in direzione di Firenze, si spinge fino all’area empolese, dove costituisce la norma); quadrini; vadrini; vaini (dunque anche con lessicalizzazione di /kw/ > [v]: vaini è presente anche nella riproduzione del pisano proposta da Papanti 1875); terràntola ‘geco’; zeba ‘colpo’ e zebare ‘colpire’ (ma [ʣ:e’ba] è usato anche in senso osceno, come testimonia «il Vernacoliere»). Tra le esclamazioni, al pisano [‘dɛ] corrisponde il livornese [‘de], che vengono usate anche come intercalari. Livornese è l’espressione di stupore bòia! (in espansione anche a Firenze, dove nelle generazioni più giovani prevale sul tradizionale giùe!), a cui corrisponde il pisano gaó!.

2.2.2. Area senese

La varietà senese è endogena di un’area geografica ristretta, che non si estende in modo particolare nella provincia (i riferimenti sono, a partire dall’area immediatamente a nord di Siena, Buonconvento a sud, Murlo a ovest, Asciano-Rapolano a est). Una consistente immigrazione senese, peraltro, è responsabile della progressiva caratterizzazione come “senese” della varietà parlata a Grosseto.

La varietà senese cittadina è caratterizzata da una progressiva decantazione di elementi specifici (dunque a un più avanzato processo di “koinizzazione”), tra cui possiamo ricordare il superamento delle tradizionali forme non anafonetiche ( [‘speɲe];  [‘loŋgo]).

Del resto, il rapporto con la varietà fiorentina si definisce non in termini di presenza / assenza di elementi differenziali, ma da un lato di diversa distribuzione dei foni, dall’altro di numero e frequenza degli allofoni. Le maggiori differenze, in ogni caso, si osservano nella morfologia e nei pronomi soggetto.

Vocalismo

Rispetto al fiorentino si rileva una maggiore diffusione delle vocali semichiuse /e o/ ([ba’ʧtelːo] ‘fava’; [e’zempio]; [‘mokːolo] ‘bestemmia’;  [‘monaka] ’suora’; [‘sofːiʃe]; [‘spenʤe], da confrontare con [‘speɲːe], dunque relitto di pregresse condizioni anafonetiche); nel vocalismo atono conosce una più spiccata vitalità la sequenza atona /ar], in fiorentino sporadica (cfr. toponimo Tavarnelle): al senese [ʤukːa’rɛlːo] corrisponde, anche in termini semantici, il fiorentino [grulːe’rɛlːo] ‘stupido’ (detto bonariamente/affettuosamente).

Consonantismo

Il senese condivide fenomeni progressivamente pantoscani come l’affricazione di /s/ postconsonantico ([un ʦe’nese]; [‘polʦo] ; [sen’tirʦi]), che costituisce l’esito normale, non sottoposto a censura nemmeno nei livelli più controllati. Rispetto ad altri elementi caratteristici del fiorentino si rileva una minor incidenza della cancellazione di -v- tra vocali, mentre manifesta analoghe condizioni d’uso [k] < /kw/ ([‘kesto]; [‘kello]), presente perlopiù in contesti popolari o non urbani. Il tipo chesto è assunto da Dante per la sua caratterizzazione (-stigmatizzazione) del senese nel De Vulgari Eloquentia (I, XIII) (Fenzi 2012).

Per quanto riguarda gli allofoni, la spirantizzazione, che costituisce l’esito canonico, risulta meno intensa, rispetto al fiorentino, per /p/ e soprattutto /t/ [‘anːo ɸi’kːjato l fan’tino], soggetti – in misura molto maggiore rispetto al fiorentino – a pronunce in cui l’occlusiva è da ricondurre a esigenze pragmatiche o stilistiche (enfasi sulla parola). Rispetto all’area fiorentina si registra anche una maggiore incidenza del dileguo della realizzazione [h] sia come esito di /k/ [se le ‘mɛrita um po’ino] ‘se le merita un pochino’ (= un po’ se le merita), sia come esito di /t/ (con esclusione, in genere, della sede finale; dunque: [sɔn ‘stao ‘bɛne] ma [un ʧi sɔn ‘staθo]). Il dileguo di /k/ è l’esito proposto in genere, nelle auto-rappresentazioni, come tratto-bandiera, come si può vedere dal seguente passaggio ricavato (il 31/1/2019) dalla pagina Facebook «Vernacolo senese» (in cui il redattore invita i partecipanti a limitarsi a interventi che abbiano per oggetto la lingua):

Vi sarei parecchio ri’onoscente di destinare i ‘ommenti pro o contro Contrada ad altri luoghi 

Le condizioni odierne della spirantizzazione fanno ritenere che, in passato, il sistema prevedesse /k/ > [h] ; [ø] – /t/ > [t] – /p/ > [p] (cfr. Giannelli 2000, 54 n. 160). In ogni caso, la spirantizzazione è in genere assente nella sezione meridionale della provincia (in prossimità dell’area amiatino-maremmana).

È da considerare residuale la palatalizzazione di /l/ preconsonantico [‘ajtːo] ‘alto’), presente tradizionalmente in aree periferiche della provincia (nord-est; sud-ovest: area amiatina).

Restrizioni al raddoppiamento fonosintattico. Rispetto al fiorentino il fenomeno non viene attivato da come e dove preverbali, anche con clitico: [‘kome ‘va] ‘come va?’ / [‘dove θu vːai] ‘dove vai?’ (mentre si hanno come mme; come llui; come mmai e dove nnoi). Non è da escludere che la mancanza di rafforzamento davanti a predicato sia da collegare alla presenza, nel senese, di [e] come pronome soggetto per tutte le persone (cfr. sopra), che potrebbe portare ad un’analisi di come va e di dove vai in termini, sostanzialmente, di com’ e’ va / dov’ e’ tu vai. Del resto, anche in fiorentino, la possibile assenza, dopo [i’kːe] di raddoppiamento fonosintattico ([i’kːe ‘fa] ‘cosa fa?’) si spiega con l’analisi della sequenza come [i’kːe  ͤ ‘fa], cioè con la presenza “immanente” di [e] pronome atono che tende a confondersi con la –e di icché.

Morfosintassi

Articolo determinativo. Diversamente dal fiorentino, la forma per il maschile singolare presenta (tranne che nell’area settentrionale del Chianti senese, dove si manifesta ancora il tipo [i]), l’esito in laterale [il] o [el], con allomorfo [l] in posizione interna di frase ([a ‘vːinto l mon’tone] ‘ha vinto (il Palio) la contrada del Montone’), che è di norma intenso davanti a vocale ([‘anke lː ‘ɔlio]). Del resto, il carattere intenso dell’allomorfo è determinato dalla sua posizione pre-vocalica, e dunque lo troviamo anche al femminile, singolare o plurale: dunque [a ‘vːinto lː ‘ɔha] ‘ha vinto (il Palio) la contrada dell’Oca’ allo stesso modo di [ɔ ‘vːisto lː ‘ɔhe] ; [a ‘pːɛrʦo lː oro’lɔʒo]. L’esito in laterale dell’articolo conferma, dal suo punto di vista, un quadro di sostanziale vitalità di /l/ preconsonantico ([il ‘ʦale]) e, al tempo stesso, a differenza di quello che succede nell’area fiorentina, esclude l’articolo determinativo maschile singolare e la preposizione articolata corrispondente (che è del) dalle forme che producono rafforzamento sintattico (si ha infatti [del ‘ʦale]).

Per quanto riguarda il plurale, in concordanza con la Toscana non fiorentina, non è prevista la laterale palatale: dunque si ha [mi ‘bruʃa lː ‘ɔkːi] ‘mi brucia(no) gli occhi’; la forma intensa si ritrova nelle preposizioni articolate: da cui la serie [ko’lːɔkːi] ; [de’lːɔkːi] ; [ne’lːɔkːi]. La forma semplice si ha davanti alle affricate alveolari ([ɔ ‘vːisto li ‘ʦːii] ; [po’saθe li ‘ʤːaini]) a “s+consonante” ([li ‘stinki]).

L’area senese non prevede articolo determinativo davanti a nomi propri e a nomi di parentela: dunque dov’è Paola? vs FI dov’è la Paola?; senti mamma vs FI senti la mamma. Il fenomeno si estende all’area grossetana, e consente di rilevare, da questo punto di vista, una linea di continuità con condizioni “romanesche”.

Pronomi personali. Rispetto al fiorentino, [e] tende a funzionare da pronome atono soggetto per tutte le persone. Per il dativo, come succede in genere nella Toscana non fiorentina, non sono previste forme in laterale palatale, cosicché li fanno vale allo stesso modo ‘fanno a lui / a lei / a loro’. Per l’accusativo, [le] è il riferimento sia per il maschile che per il femminile: quindi le porto domani vale sia ‘li porto domani’, sia ‘le porto domani’). Il fenomeno è anche maremmano-grossetano.

Pronomi dimostrativi. All’interno della serie tripartita, condivisa con il fiorentina, si ha l’esito cotesto in luogo del fiorentino codesto.

Espressione della negazione. È radicato, anche nell’italiano locale, l’uso “assoluto” della modalità avverbiale: nemmeno ci pensa (vs FI: non/un ci pensa nemmeno). Questa modalità, che in quanto tale riflette condizioni centromeridionali (cfr. manco ci pensa), è testimoniata anche dal parallelo tipo mica / miga (mica è vero ‘non è (mica) vero’), presente anche in area grossetana.

Morfologia verbale: imperativo e infinito. Soprattutto fuori da Siena città è diffusa, per l’imperativo, l’uscita –elo ([‘manʤelo] ‘màngialo!’, che per quanto riguarda i verbi della III coniugazione è comune con l’infinito pronominale: dunque [‘leʤːelo] vale sia ‘lèggilo!’ che ‘lèggerlo’, e allo stesso modo [‘metːelo] ‘méttilo!’ e ‘métterlo’, e così via. Il fenomeno è anche maremmano (area grossetana). L’infinito, di per sé, è di norma in apocope, sia prima di pausa sia in fonotassi (mentre le desinenze delle III persone plurali sono generalizzate in –ano): [un ʦi ha’ɸiskan a pːar’la] ‘non si capiscono a parlare’ (= quando parlano). Il fenomeno viene percepito e proposto come modalità auto-rappresentativa del parlato locale: 

Qui si vòle raccoglie’ quanto più materiale la gente ci pole mette’ pe’ vede’ d’arriva’ a fa ‘n antologia del verna’olo (pagina FB «Vernacolo Senese», 31/1/2019)

Lessico

Possiamo considerare “senesismi” biondare ‘sbucciare’ (detto specialmente delle castagne); la bandiera boncitto ‘di carattere docile’; bordello ‘ragazzo grande e grosso’; gazzillòro (propr. ‘cetonia’, per estens. e spreg. ‘villano inurbato’, ‘persona che ronza insistentemente intorno alle donne’, ‘vanesio’); póccia ‘mammella’ e pocciare ‘prendere il latte dalla mammella’ (queste, anche aretine); sinale ‘grembiule da cucina’. Nel senese sono poi diffuse voci la cui peculiarità consiste nel fatto che presentano particolari condizioni fonetiche in forma lessicalizzata: il vocabolario senese può contare così su (che è anche maremmano) giucco ‘ingenuo; stupido’ (che corrisponde all’occidentale ciucco); gangio ‘gancio’ (diffuso anche in area pistoiese, specialmente montanina); gègia ‘cecia, scaldino’; aver le gheghe ‘essere nervoso, intrattabile’ (che è puntualmente confrontabile con il fiorentino [‘kɛhe], e con il pisano-livornese [‘kɛe]).

2.2.3. Area aretina

Il territorio di riferimento del dialetto propriamente aretino sono il capoluogo Arezzo e le sue immediate vicinanze. Tra le varianti più significative dell’aretino vanno poi ricordate la varietà di Cortona e di quella che ha come riferimento il versante toscano della Val Tiberina.

In generale si può dire che la varietà presenta rilevanti affinità con quelle, adiacenti, riferibili alla provincia perugina, e in ogni caso vedono la progressiva decantazione di tratti specifici (cfr. sopra, aspetti del livellamento), al punto da far ritenere la varietà in via di scomparsa (cfr. Giannelli 2000, 94). Fra i tratti specifici ormai desueti va ricordato prima di tutto la palatalizzazione di /à/ in sillaba tonica non finale di parola ([inkomin’ʧɛmo a vende’mːjɛre] ‘incominciamo a vendemmiare’, nella variante cortonese dell’aretino riprodotta da Giannelli 2000), che tradizionalmente si estende anche agli esiti di -ARIU (che da parte loro prevedono anche la semplificazione della [j]: [for’nɛo] ‘fornaio’; [fe’brɛo] ‘febbraio’). La palatalizzazione, riprodotta con per lo più con ӕ (cӕso ‘caso’) è “regola” dell’aretino rustico proposto in Papanti 1875. Benché ormai relitto nell’uso, l’esito ricorre come tratto-bandiera nell’ipercaratterizzazione del parlato locale, come si evince dall’immagine parodistica, circolata online, della formazione di una squadra di calcio («Il calcio ad Arezzo») già ricordata in precedenza (cfr. Tratti “pantoscani”: desuetudine cfr. capitolo ). Per metterne in ridicolo la tecnica individuale, così, si sottolinea che un attaccante “è (‘ha’) certi piedi come le roncole”; allo stesso modo, al portiere incapace di svolgere il proprio ruolo si chiede retoricamente se “oggi l’è (‘le hai’) porte (‘portate’) le mane (‘le mani’)?”. A conferma di una stilizzazione che non corrisponde a un uso effettivo, /à/ > [ɛ] si presenta cristallizzato come terza persona singolare del presente di essere (come si può vedere dall’esempio, infatti, la palatalizzazione non interessa mane ‘mani’).

Indicazione parodistica dei ruoli di una squadra di calcio, con esibizione di tratti-bandiera dell’aretino

Appare poi in marcato regresso la regola che prevede l’assenza di foni consonantici intensi prima della vocale accentata ([fa’ʃɛnda] ‘faccenda’; [ga’lina] ‘gallina’); allo stesso modo, appare desueto il particolare trattamento riservato ai proparossitoni, i quali dopo la vocale tonica prevedrebbero consonanti doppie e assenza di [i], che a sua volta si accompagna alla peculiare gestione aretina delle atone: si hanno così esiti come [do’menːeka] ‘domenica’; [‘debːeto] ‘debito’, [‘sabːeto]. Sempre nei proparossitoni l’uso tradizionale (tendenzialmente desueto) prevede la presenza di un elemento labiale dopo /k/: [‘pekᵚera] ; [fur’mikᵚela] ‘formica’ (letteralm. formìcola).

Vocalismo

Le principali particolarità riguardano frequenza e distribuzione delle medio-alte. Nell’aretino urbano si assiste infatti a una presenza diffusa di [e] e di [o] in luogo della [ɛ] e della [ɔ] fiorentine: [‘piede] ;  [‘bene] ; [‘piove] ;  [‘novo]; tradizionalmente, d’altronde, le medio-alte tendono a mantenersi anche in contesti che in fiorentino prevedono l’anafonesi (tradizionalmente si hanno dunque [‘fongo] ; [‘lengwa] ; [fa’meλa] ; [‘moɲe] ‘munge’). Recenti investigazioni (Paggini/Calamai 2016) hanno rilevato, proprio nell’area aretina prossima al confine con l’Umbria, una diffusa percezione della mancata anafonesi come spia di un eloquio particolarmente “basso”, cosa che promuove una progressiva introduzione di forme anafonetiche.

Nell’area in questione la distribuzione delle vocali atone è spesso del tutto peculiare ([‘ultomo] ‘ultimo’; [‘ordene] ‘ordine’); in questo quadro si inserisce anche l’insofferenza per in- ([t an’ʦeɲo] ‘ti insegno’). Si ha estensione dell’atona [e] nelle forme dell’imperativo ([‘manʤelo] ‘mangialo!’; [‘metːeʃe] ‘mettici’) e in alcune forme infinitivali ([‘metːelo] ‘metterlo’).

Consonantismo

Nel contesto di una spirantizzazione “fiorentina” che si mostra produttiva soprattutto nelle generazioni più giovani e urbane, è notevole l’indebolimento delle affricate palatali, sorda e sonora, che in qualsiasi posizione sintattica (compreso l’esordio assoluto) vengono realizzate come fricative [ʃe n ‘ɛ ‘ʃinkwe] ‘ce n’è cinque’; [ʒove’di ɛ ‘ʒa ‘ʒuɲːo] ‘(il prossimo) giovedì è già giugno’. Il fenomeno mostra vitalità e radicamento in tutti i livelli socio-stilistici, e in quanto tale entra senza limitazioni anche nell’italiano locale.

Nelle varietà aretine non è previsto di norma il raddoppiamento fonosintattico, che può intervenire solo in caso di eventuale infinito in apocope, possibile in corpo di frase ([a sen’ti lːui] ‘a sentire lui’). Al di fuori di questo contesto, l’unica forma di per sé rafforzante è tre [tre ‘kːani]. La situazione, peraltro, pare movimentarsi per l’azione congiunta del modello fiorentino e della progressiva riduzione della sonorizzazione delle occlusive intervocaliche, fenomeno di indebolimento endemico nell’area toscana orientale (con particolare riguardo all’area casentinese, dove sono tradizionali esiti come [la ‘garne], [‘sɔ de ‘ʒɛdiga] ‘sono di Cetica’; cfr. fadiga ‘fatica’ nell’aretino rustico proposto da Papanti 1875). Succede così che nell’aretino odierno, accanto a esecuzioni non interessate da raddoppiamento fonosintattico (e che, quando coinvolgono occlusive, presentano, in osservanza delle tradizionali condizioni d’area, una maggior incidenza di foni discontinui e sonorizzati: per cui si può avere [a ‘kasa] ; [a ‘χasa] ; [a ‘gasa]) progredisca nell’uso l’esito fiorentino [a ‘kːasa], che oltretutto può contare sul sostegno dell’italiano “di norma” (cfr. Calamai 2017).

Per quanto riguarda l’esito di nessi e sequenze, la norma tradizionale (peraltro in progressiva desuetudine) prevede che davanti a vocale /ti/ e /di/ si risolvano in [kj] e [gj] ([‘kjeni] ‘tieni’; [‘gjavelo] ‘diavolo’), in sintonia con la regola (anch’essa sostanzialmente pregressa) che prevedeva [c] come esito della sequenza cons. + /ki/ + voc. e [ɟ] per /di/ + voc.: dunque [scɛna] ‘schiena’; [ɟ’ɛʃi] ‘dieci’.  Maggior vitalità continua a riscontrare la realizzazione come ar- del prefisso ri-. Si ha dunque arvede ‘rivede’, che è anche esecuzione-bandiera: [ʃe s ar’vede] ‘ci (ri)vediamo’, usato anche come formula confidenziale di commiato. Il tratto è norma anche in Papanti 1875: mentre c’artornè a cӕsa ‘mentre ritornava a casa’. Per -LJ-, oltre a [λ] è possibile anche, specialmente in aree che condividono condizioni centro-meridionali, l’esito [j].

Morfologia

L’articolazione in quattro coniugazioni prevede la forma infinitiva [‘vendare], risultante dalla risposta –ar al fiorentino –er (cfr. [‘poaro] ‘povero’). L’esito [ar] interessa di norma le forme del futuro (portarò / vedarò / vendarò) e del condizionale ([porta’rɛbːi] ‘porterei’; [porta’resti] ‘porteresti’). In [porta’rɛbːi] si manifesta la particolare forma in [] prevista la prima persona del condizionale, e presentata in Papanti 1875 come tratto dell’aretino “del contado” (la daribb’ a voi ‘la darei a voi’).

Nell’indicativo la norma tradizionale prevede una convergenza in –ono delle terze persone plurali del presente (per cui si hanno màndono / màngiono / pòrtono), e tuttavia sembra farsi strada progressivamente la recente “norma pantoscana” dell’uscita generalizzata in –ano (e quindi si impongono màngiano / màndano / pòrtano allo stesso modo di vògliano ‘vogliono’, véndano ‘vendono’, védano ‘vedono’, ecc.).

Nelle forme per l’articolo, si individua una linea di continuità con la Toscana “non fiorentina” nell’esito non palatalizzato del maschile plurale, che è [li] davanti a “s impura” e ad affricate dentali ([li ‘stinki] ; [li ‘ʦii] ; [li ‘ʣaini], e [l] davanti a vocale: [l ‘ɔkːi] ; [l afːe’tːaθi] ‘gli affettati’ (= i salumi a fette); [l a’miʃi], ecc. Il fenomeno si estende in direzione ovest fino al cosiddetto Valdarno fiorentino (è di norma già a San Giovanni Valdarno). Le preposizioni articolate si presentano tassativamente, anche nella varietà locale di italiano, in forma non univerbata (dunque [de la], [ne la], e analogamente [co la]) e in questa veste sono percepite come componenti della specificità locale (cfr. nella ricordata riproduzione dell’aretino proposta ne «Il calcio ad Arezzo», co le mane ‘con le mani’; de la grandine ‘della grandine’).

La serie dei dimostrativi prevede ‘testo] ‘codesto’ (che nell’italiano locale diventa [ko’testo]), e presenta tradizionalmente forme con riduzione in [k] del nesso labiovelare: dunque [‘kesto]; [‘kello].

Per la prima persona plurale l’aretino si allinea alla tendenza che caratterizza progressivamente l’intera Toscana linguistica, per cui si rinuncia alle tradizionali forme sintetiche. In questo quadro l’area si orienta verso la forma unica [se], che in quanto tale è quella prevista per il riflessivo: abbiamo dunque [se ‘dɔrme] ‘si dorme’ (= dormiamo) allo stesso modo di [se ‘lava] ‘si lava’. Analogamente, si ha sempre [de]: [ora’mai ‘ɛ de ‘kasa] ; [‘ɛ de ‘plastika]. Del resto, l’uscita in –e è anche quella che caratterizza tutti i pronomi personali atoni obliqui (me torna; te torna; ce torna; ecc.); inoltre è [ʧe] anche la forma del dativo [ʧe ‘kredo]) e del locativo ([ʃe ‘vɔ ‘io] ‘ci vado io’). Questa caratteristica definisce una forte linea di continuità tra l’aretino e il contesto tosco-orientale che risente di condizioni umbro-laziali.

Riguardo ai pronomi personali, non sono previste forme atone soggetto, con l’eccezione di [e], fenomeno che individua una linea di continuità con l’area senese: [e ʃe ‘vɔl ‘tɛmpo] ‘ci vuole tempo’.

Lessico

Sono bandiere riconosciute dell’aretino le esclamazioni alò! e diocaro!, a cui possiamo aggiungere amatupire ‘ammaccare’; billo ‘tacchino’; brice ‘castagne’; drucchiare ‘strisciare, toccare terra’; merólla ‘mollica’; paolina ‘coccinella’; pannuccia ‘grembiule da cucina’; póccia ‘mammella’ e pocciare ‘prendere il latte dalla mammella’ (queste, anche senesi); scappare ‘uscire da un luogo chiuso’  (ad es. di macchina, da una stanza). Nell’aretino risultano poi vitali, anche come forme locali dell’italiano, cavare ‘togliere’ ([‘vɔ a ka’va l ka’tɛtere] ‘vado a togliere il catetere’, pronunciato da un’infermiera), in vetta ‘in cima’, somaro ‘asino’.

3. Livellamento interno: due casi di studio

Si osserveranno ora due varietà, quella lucchese e quella amiatina, fortemente interessate da indebolimento di tratti che fino al recente passato contribuivano a definirne una particolare identità nel panorama della Toscana linguistica, e che oggi tendono invece a essere coinvolte progressivamente nel processo di livellamento dialettale (e di progressiva koinizzazione) ricordato all’inizio. Nel caso della varietà lucchese la decantazione interessa fenomeni che fino al recente passato ne definivano uno specifico profilo rispetto alla realtà linguistica circostante; nel caso della varietà amiatina l’espunzione riguarda tratti condivisi con la limitrofa area laziale. In queste realtà, il progressivo modificarsi delle condizioni sociolinguistiche si manifesta, al tempo stesso, dalla decantazione di fenomeni specifici e da una spiccata variabilità, sia all’interno del territorio, sia all’interno delle generazioni e delle classi sociali.

3.1. Area lucchese

Considerata assieme a fiorentino, pisano-livornese e senese, tra le varietà toscane caratterizzate dalla più spiccata fisionomia (cioè da un minor grado di interferenza rispetto alle parlate di aree adiacenti), la varietà lucchese tende ormai da tempo a entrare nell’orbita pisana, vedendo sempre più rarefarsi nell’uso quei tratti che tendevano a configurarne un profilo distinto. In passato, per esempio, l’inventario fonematico non prevedeva la coppia di affricate dentali /ʦ/ e  /ʣ/ (dunque, non si aveva [‘fɔrʦa] ma [‘fɔrsa], non [‘pjaʦːa] ma [‘pjasːa]; non [‘friʣːa] ma [‘frizːa]), situazione che oggi è da considerare pregressa (mentre compare come tratto-bandiera nel lucchese plebeo proposto in Papanti 1875: sodisfassion; giustisia).

Anche altri elementi del lucchese sono stati ricondotti a condizioni settentrionali: è il caso dell’uscita atona –oro ‘olo’ ([‘ɔvoro] ‘ovolo’), attestata anche in toponomastica (Colognora nella bassa Val di Lima presso di Bagni di Lucca), che a suo tempo Devoto aveva ricondotto a influssi genovesi (Devoto/Giacomelli 1972, 65). Un esempio rivelatore di questa “dipendenza” sarebbe il lucchese bàmboro ‘bambino’, confrontabile con il pisano bàmbolo per via dell’esito rotacizzato della laterale, fenomeno caratteristico del ligure che dunque sarebbe penetrato in lucchesia. Il realtà i tipi lucchesi in –oro sono da ricondurre all’esito locale del suffisso –ero, che in passato costituiva, in Toscana, un’alternativa a –olo: la forma bàmboro, dunque, va considerata non l’esito rotacizzato di bàmbolo, ma il riflesso locale di *bàmbero. Del resto, Lucca risponde in genere con l’uscita atona –oro a ciò che altrove è –aro / –ero: ai lucchesi càmbora ‘camera’ e céndora ‘cenere’, corrispondono esattamente alle forme senesi – per quanto desuete – càmbara, céndara (e da parte sua il fiorentino propone(va) cocómbero ‘cocomero’).

Condizioni settentrionali sono invece riflesse negli esiti –aro / –óro ‘-aio’ / ‘-óio’ ([for’naro] ‘fornaio’; [fran’toro] ‘frantoio’). Tra gli esiti “settentrionali” non più attivi vanno poi ricordati le uscite in –n di alcuni sostantivi ([kan], ma plur. /’kani]), comunque circoscritte in area non urbana.

La presenza, nelle desinenze delle III persone plurali, delle forme con generalizzazione dell’atona [e] ([‘kanteno]; [‘vedeno]; [‘rɛndeno]; [‘dɔrmeno]), è insidiata oggi, specialmente nel lucchese urbano, dalla pressione dell’uscita generalizzata in –ano, che si configura come norma progressiva della Toscana linguistica nel suo complesso.

Per restare nella morfologia verbale, la Val di Nievole presenta tradizionalmente una diffusa presenza dei participi passati forti ([‘pɔrto] ‘portato’; [‘kompro] ’comprato’, ecc.).

Una particolarità dell’area nel suo complesso è costituita dai pronomi personali tonici [lu] e [lɛ] (con lu ‘con lui’ è previsto anche nella riproduzione del lucchese proposta in Papanti 1875), che possono presentarsi anche come [lu’lːi] e [lɛ’lːi], cioè in unione con la forma avverbiale (desemantizzata: ‘lui lì’ / ‘lei lì’). Il pronome tonico di III persona plurale è [‘lɔro].

Rispetto a Pisa (e a Firenze), non sono identiche le condizioni del raddoppiamento fonosintattico, che in lucchese è tradizionalmente indotto dall’articolo determinativo [i] ([i ‘pːali]) e non interviene, invece, dopo le forme ossitone del perfetto ([an’do ‘via]) e del futuro ([fa’ra ‘tardi]) e dopo i monosillabi da, chi, o, so, do, sto (mentre sta produce rafforzamento): dunque [da ‘lui] ; [ki ‘va] ; [sto ‘bɛne], e così via. Dato il carattere non controllabile del fenomeno, e dunque il suo interessare lo spettro complessivo dei livelli stilistici, la gestione del raddoppiamento sintattico costituisce un aspetto fortemente caratterizzante, e stabile, del parlato locale. Secondo Giannelli (1989, 279) proprio le condizioni del raddoppiamento sintattico sono oggi, assieme alle caratteristiche prosodiche, gli unici elementi in grado di distinguere la varietà lucchese da quella pisana.

Per il lessico, si segnala come esempio di particolarità lucchesi l’uso, di fatto “antitoscano”, di pappà, che in quanto tale costituisce un’infrazione nella Toscana di babbo. Altri lucchesismi lessicali si possono considerare pannèllo ‘grembiule da cucina’, léppa o lébbra ‘freddo pungente’, mondine ‘castagne arrostite’, pìtoro ‘pulcino’ (e per est. ‘piccolo’) e, di ambito d’uso più circoscritto, pénna ‘fianco scosceso di un monte’ (da cui Penna di Lucchio, toponimo nella media Val di Lima).

3.2. Area amiatina

Il quadro estremamente variato che caratterizza oggi il parlato dell’area è significativo di una situazione che vede un sostenuto processo di decantazione dei tratti tradizionalmente endemici (che, per le loro caratteristiche, configurano una particolare discontinuità con il “tipo linguistico” toscano). Tradizionalmente, infatti, l’inventario fonematico risulta qui ridotto, rispetto alle varietà toscane in genere, per l’assenza, date le condizioni centro-meridionali, di [z] (dunque, sempre [‘rɔsa]; [‘kaso]) e di [ʣ] (per cui al senese [‘ʣ:iro] ‘orcio’ corrisponde l’amiatino [‘ʦ:iro]. A loro volta, /b/ e /ʤ/ tradizionalmente si presentano come intensi, sia in posizione interna di parola che in fonosintassi. Attualmente, tuttavia, la tassatività della regola si è molto attenuata: [] e [ʤː] si hanno perlopiù in fonosintassi ([la ‘bːokːa], [la ‘ʤːɔstra]), mentre in posizione interna prevale, per l’affricata, la “norma toscana” [ʒ] ([sta’ʒone]), su cui, data la diffusa presenza di lenizione intervocalica ([‘mjεde] ‘mietere’), che interessa anche foni continui ([’diγo] ‘dico’),  tende a confluire anche [ʃ] ([fa’ʒevano] ‘facevano’).

Condizioni centro-meridionali in progressiva attenuazione sono inoltre rappresentate dalle forme in –e dei pronomi oggetto (si ha dunque, per le sei persone, la serie me, te, je, ce, veje: ad es. [te ‘pɔrto] ‘ti porto’) e dei dativi: così [je ‘diko] vale ‘dico a lui; dico a lei; dico a loro’. Allo stesso modo sono ormai accolti nell’uso le sequenze [nd] e [mb], tradizionalmente estranee, specialmente nell’area di Pitigliano, a causa della condivisione dell’assimilazione centro-meridionale ([‘kwanːo] ‘quando’; [‘skamːjo] ‘scambio’; cfr. anche [a’nːamo] ‘andiamo’). Fra i tratti “non toscani” perde campo anche –aro ‘-ajo’ ([fe’bːraru] ‘febbraio’).

Un altro esito tradizionalmente caratteristico (ma che anch’esso tende a perdere campo) è l’uscita in –u dei sostantivi maschili, che riproduce il tipo latino ([kardu] ‘caldo’; ‘debːutu] ‘debito’), e che ritroviamo nelle peculiari desinenze verbali tradizionali del presente [ka’ntamu]; [ve’demu]; [se’ntimu] (anch’esse, peraltro, sottoposte alla pressione dal tendenzialmente pantoscano esito impersonale: si canta; si vede; si sente). Alla percezione, da parte della comunità, del dialetto locale come varietà in sensibile regressione, sembra riconducibile la possibile iperestensione di –u ([‘tutːu ‘kelːu] ‘tutto quello’), che manifesta impropriamente (dunque, come ipercorrettismo) un tratto evidentemente vissuto come “bandiera”.

In ogni caso, esiti tradizionali ed elementi che mostrano una discontinuità rispetto alla norma locale possono intervenire anche nella stessa parola: una forma come [‘ʃkambjo], per esempio, mostra che il fenomeno locale della palatalizzazione di /s/ davanti a occlusiva velare non è incompatibile con la mancata assimilazione di /mb/.

4. Due esempi di aree di transizione

La nostra rassegna si conclude ricordando brevemente i caratteri di due ampie aree “di transizione”, in cui le varietà d’uso costituiscono una soluzione di compromesso, da ritenere più o meno stabile, definita dal comporsi di elementi che, prese in quanto tali, sono riferibili alle principali varietà gravitanti sull’area.

4.1. Area grossetana

Si tratta dell’area “intermedia” più estesa della regione, comprendendo, assieme al capoluogo Grosseto, tutta la metà settentrionale della provincia, oltre ai territori riferibili ad alcuni comuni del pisano e del senese.

Gli elementi riconducibili al pisano (nella sua variante piombinese) si presentano prevalentemente nella fascia costiera, e si configurano in genere come regressivi: è il caso, per esempio, del rotacismo (più o meno marcato) di /l/ preconsonantico, ormai riscontrabile solo in aree periferiche non urbane.

Condivisa sia con il pisano che con il senese (dove però appare in forte regresso), è la negazione [‘miga] ([‘miga ɛ ‘vːero]) ‘non è mica vero’, che si oppone al fiorentino [‘miha]. Si ha cristallizzazione dell’occlusiva sonora anche in [‘gwazi] ‘quasi’, condiviso con l’area occidentale in genere (e che appare talvolta anche nell’area fiorentina non urbana, magari in concomitanza con forme analoghe, ed es. [fre’gwɛnte] ‘frequente’).

Molto consistenti, anche in termini di stabilità, si mostrano gli elementi riconducibili al senese. La spirantizzazione, anche in quanto prevede solo raramente (cioè in contesti vistosamente informali, come opzione selezionata con finalità marcate) la cancellazione di –k- (che, in quanto tale, costituisce la “regola” pisano-livornese), riflette condizioni (fiorentino)-senesi, mostrando comunque una scarsa propensione alla realizzazione continua di –t-. Richiami a condizioni senesi si osservano anche nella ipercaratterizzazione del parlato locale: nel lessico esplicitamente esibito come “maremmano” da un popolare rapper locale, oltre all’esclamazione-bandiera còllo! ‘accidenti!’, compaiono voci di cui Siena è epicentro, come citto / cittino ‘ragazzo’ (anche nel senso di ‘figlio’) e boncitto ‘di carattere docile’, che del senese costituisce, come si è già detto, una vera e propria bandiera. Altro esito esibito come tratto locale è la forma imperativa [‘lɛvete] ‘lèvati!’ (senza spirantizzazione di t-), anch’essa senese (e aretina). Questo atteggiamento è compatibile con la configurazione linguisticamente senese di Grosseto-città, che è stata oggetto di massicci fenomeni di immigrazione dall’area di Siena.

4.2. Area pistoiese

Oltre all’intero comune della città capoluogo, l’area di estensione della varietà pistoiese si estende in direzione nord-ovest, comprendendo la gran parte della montagna pistoiese toscana. La varietà si segnala come luogo di decantazione di alcuni elementi del fiorentino, che si confrontano (e in qualche caso trovano una sintesi originale) con tratti occidentali tradizionalmente diffusi anche nella varietà lucchese della Val di Nievole.

La spiccata propensione alla affricazione di /s/ postconsonantico ([in’ʦjɛme]) e il sostenuto dileguo di –k- ([‘ʧuo] ‘ciuco’) connettono il pistoiese all’area occidentale, così come succede per la diversa distribuzione di alcuni foni vocalici ([‘koppa] ‘trofeo’), che ritroviamo anche nella pronuncia di toponimi locali: a [‘loːle], [ʧi’rɛλːo], [pi’tɛλːo], corrispondono, in fiorentino, Lòlle, Ciréglio, Pitéglio. Rispetto al fiorentino, poi, /t/ tra vocali ha in genere realizzazione occlusiva, e non spirante ([inʦa’lata]), e non sono previsti, per l’articolo determinativo maschile, [i] e [λi]: si ha dunque [il ‘ʦole] ‘il sole’ e [l o’kːjali] ‘gli occhiali’. È invece di tipo fiorentino la gran parte della morfologia verbale (che per esempio non prevede l’infinito apocopato prima di pausa). Particolarmente interessante, come esito di compromesso, il morfema [il’ke], radicato e vitalissimo in tutta l’area pistoiese, che corrisponde puntualmente (anche in termini di percepita “bandiera locale”) al fiorentino [i’kːe].

5. Indizi di continuità interne: la direttrice FI-PI-LI

In un contesto della Toscana linguistica interessato di per sé dall’assenza di nette discontinuità tra le diverse aree, è possibile individuare il consolidarsi, attorno a certi fenomeni, di linee di continuità che, anche per la consistenza (prima di tutto in termini demografici) delle aree in cui sono vitali, possono far pensare a una progressiva configurazione sociolinguistica di quegli stessi fenomeni come norme di riferimento per l’intera regione.

Rotacismo di /l/ preconsonantico. Il fenomeno viene percepito allo stesso modo come tratto-bandiera sia nell’area fiorentina che in quella occidentale in genere, dove interviene anche nella configurazione dell’articolo determinativo maschile singolare, che in area fiorentina è invece [i].

Dativo in nasale palatale. Endemico nell’area pisano-livornese, il tipo [ɲi] mostra vitalità anche in area fiorentina, dove ricorre per lo più in modalità esortative, in concomitanza con la forma –ne, polivalente per le diverse persone dell’accusativo ([‘diɲːene ‘θe] ‘diglielo tu!’). In questa forma, del resto, è attestato anche nella restituzione della “lingua parlata dalla plebe” proposta in Papanti 1875 (gnene dissano). Oggi a Firenze il costrutto si presta spesso a usi espressivi: ad es. [‘faɲːene ‘vedere] ‘fagli vedere!’ (letteralm. ‘faglielo vedere’), o l’idiomatico e recente [‘daɲːene ‘sekːe], letteralm. ‘dagliele secche!’ (= picchia duro! fatti valere!). Anche per questa solidarietà con modalità espressive, in area fiorentina il tipo [ɲi] tende a funzionare da variante stilisticamente marcata di [λi].

Aggettivi e pronomi possessivi. L’area fiorentina condivide con quella occidentale la serie apocopata degli aggettivi atoni mi / tu / su/ (con su che vale anche ‘loro’), che sono indeclinabili (la mi / tu / su mamma; le mi / tu / su sorelle]). La presenza della forma tonica è in genere condizionata sintatticamente dalla sequenza sostantivo + aggettivo: quelle son le chiavi sua (vs quelle son le mi chiavi), ed è prevista per la serie dei pronomi mia / tua / sua: queste chiavi son le mia o le tua?

Palatalizzazione di nasale + j. L’esito [ɲ:] ([sta’sera ʃ ‘ɛ lːa riu’ɲːone] ‘stasera c’è la riunione’; [da’ɲːɛle] ‘Daniele’), che in area fiorentina è soggetto a restrizioni sociolinguistiche (risulta vitale soprattutto in contesti popolari e/o extraurbani), funziona in area pisano-livornese da modalità di auto-riconoscimento (nel pisano ipercaratterizzato dal foglio Er Tramme viene proposto, così, Carubigneri ‘Carabinieri’). Il quadro della vitalità nelle aree restituisce un profilo del tratto come più marcato rispetto agli altri, cosa che potrebbe attenuarne la capacità progressiva di costituire una forma di riferimento “pantoscana”.

A loro volta fenomeni che appaiono particolarmente vitali lungo la linea FI-PI-LI sembrano allargare la loro orbita anche all’area centro-orientale (zone di influenza aretina e senese), rendendo ipotizzabile una loro promozione progressiva a tratti “pantoscani”.

Uscita in –ano dell’indicativo presente. Una robusta linea di continuità è rappresentata dalla generalizzazione dell’uscita in –ano per le III persone plurali dell’indicativo presente (vogliano, devanopiacciano, vedano, vogliano, leggano, mordano, partano; comprese le forme in /isk/: conoscano, finiscano. Le condizioni per una possibile promozione del fenomeno come tratto “pantoscano” (del resto, è sempre più attivo anche nel senese e nell’aretino), è sostenuta dalla sua capacità di interessare anche i livelli di lingua mediamente sorvegliati.

Generalizzazione del pronome atono e. Un altro tratto che sembra consolidarsi e al tempo stesso espandersi, contribuendo a definire anche da questo punto di vista un’ampia macro-area interna alla Regione, è la promozione di [e] come pronome atono soggetto a tutte le persone, forse facilitata da una certa “elasticità sintattica”, che gli permette di sottrarsi a rigide condizioni di clitico (per cui si può avere, come modalità marcata,  [e lo ‘sɔ] ‘lo so!’). Anche a Firenze, così, si può avere [e] indipendentemente dalle caratteristiche della consonante che segue, risolvendo dunque la tradizionale alternanza tra [e] e [λi]: [e ‘vɔ] ‘vado’ ; [e ‘spɛro] ‘spero’; [e ‘va] ‘lui/lei va’; [e ‘spɛra] ‘lui/lei spera’;  [e si ‘va] ‘andiamo’; [e si ‘spɛra] ‘speriamo’; [e ‘vanːo] ‘vanno’ / [e ‘spɛrano] ‘sperano’. L’estensione sembra trovare resistenza nelle II persone, ma in ogni caso [e] può comunque essere anteposto a tutti i pronomi atoni soggetto, producendo modalità marcate: fior. [e ‘θu ʧːi va ‘θe] ‘ci vai tu = devi andarci tu!’.

6. Come si dice in Toscana? Piccolo saggio di variazione

L’articolazione della Toscana linguistica può essere ripercorsa anche mettendo a confronto la diversa denominazione di alcuni referenti, oppure osservando il diverso modo in cui, in termini di tratti selezionati, viene realizzata una determinata esecuzione. In questa sezione si procederà quindi da un lato a illustrare alcune significative “aree lessicali toscane”; dall’altro si presenteranno esecuzioni interpretabili come “varianti regionali” di una esecuzione “standard”. Le varianti regionali vengono ottenute selezionando (e facendo co-occorrere) i tratti tradizionalmente specifici, in modo da produrre anche il maggior grado possibile di distanza linguistica tra le diverse esecuzioni e l’italiano “di norma”. Tra le varietà si sono scelte quelle caratterizzate da un profilo più distinto e che al tempo stesso fanno riferimento a un consistente bacino demografico.

Aree lessicali

Per l’analisi lessicale sono state considerate, sulla base dei dati presenti nell’Atlante Lessicale Toscano (ALT), le denominazioni di ‘fanciullo’, ‘soppressa’ (tipo di insaccato ottenuto cuocendo e speziando parti della testa del maiale, successivamente compresse), ‘castagne arrostite’ (Giacomelli, G. 1975b).

Per il concetto di ‘fanciullo’ l’area fiorentina propone compattamente bambino; a partire dal pistoiese (compresa l’ampia sezione appenninica della Montagna) e, nel Valdarno inferiore, dal confine della provincia di Pisa (San Miniato), tutta l’area occidentale presenta bimbo; l’intera area centro-meridionale (con Siena, Arezzo, il grossetano comprensivo del Monte Amiata) ha citto, che si spinge fino al Valdarno fiorentino (San Giovanni, Figline).

In generale termini toscani per ‘soppressa’ fanno riferimento al concetto di ‘testa’, cioè segnalano la materia con cui il salume è fatto (in questo caso i riferimenti lessicali sono capo o coppa, che etimologicamente indica la parte posteriore del capo: cfr. coppino); oppure richiamano la modalità di preparazione dell’insaccato (ottenuto comprimendo le parti frantumate e speziate della testa del maiale).

La ‘soppressa’ in area fiorentina urbana è soprassata, che ricompare in zona livornese e pisana (qui, però, come soppressata, presente a Siena e che rappresenta il tipo maremmano) ma anche ad Arezzo e in val di Chiana. Fuori dall’area propriamente urbana di Firenze appare capofreddo, che si estende sia verso occidente (Pistoia, con esclusione però della città), sia in direzione orientale (Arezzo), chiantigiana e centro-meridionale (Siena: dove copofreddo convive con soprassata/soppressata). Nell’area fiorentina extraurbana è presente anche capòcchia, che è la forma tradizionale di Prato. Molto ampia, anche se frammentata, appare l’area di diffusione di cóppa: attestato in area centro-orientale, rappresenta il tipo pistoiese e “settentrionale” in genere. Diffuso anche in val d’Orcia, ricompare nell’area tirrenica maremmana (Follonica). In area marginale nord-orientale (Casentino, Val d’Ambra) è invece presente capaccia.

Per le ‘castagne arrostite’ l’area fiorentina propone bruciate, tipo che parrebbe in espansione e che troviamo in direzione nord-est (Casentino, Valdarno superiore) e sud-est (grossetano). In direzione occidentale bruciate si spinge fino all’area pistoiese, dove, soprattutto nella Montagna, si confronta con frugiate, che è il tipo dell’Appennino modenese (e che, nella forma frogiate, torna nella maremma di Massa Marittima e di Follonica). Un altro tipo condiviso con l’area emiliana è mondine, presente a Lucca e nella Lunigiana. L’area più occidentale (ma anche, in parte, maremmana) prevede tradizionalmente arrostite. In una diffusa fascia orientale (che si estende dalla Val di Sieve al Casentino fino alla Val d’Orcia e all’Amiata) è tradizionale il tipo brice. In area aretina, dove brice vale ‘castagne’, si ha il tipo brice arrostite/abbrustolite.

6.0.0.1. Varianti di una esecuzione a confronto

L’esecuzione di cui si proporranno alcune varianti (ottenute selezionando tratti compatibili con il parlato più informale delle aree in questione), in italiano “standard” potrebbe suonare come:
«(Secondo me) papà non ha capito che cosa pensano di fare tutti gli altri (le altre persone)»
FI ● [pe ‘kːonto ‘mio i ‘bːabːo e unː ‘a kːa’φiho i’ke ‘hredan di ‘fːare ‘θutːi heλː ‘atːri]
PI-LI [se’ondo me ‘r babːo e un ‘a kːa’φiθo ‘ɔsa ‘ɸӕnʦan di ‘fa ‘tːutːi velː ‘artri]
SI [se’ondo me ‘bːabːo e unː ‘a kːa’φiθo he ‘vːɔλːano ‘fa ‘tːutːe ll ‘altre per’ʦone]
AR [l ‘babːo e n ‘a χa’pito ‘χɔsa ‘pɛnʦono de ‘fa ‘tutːi l’altri]

6.0.0.2. Voci di Toscana

Con riferimento alle stesse aree di cui sono proposte esecuzioni dialettalmente prototipiche, si riportano di seguito brani di parlato effettivo, semi-spontaneo (dunque stilisticamente “medio”), che portano alla luce tratti dialettali in grado di interessare anche i livelli meno informali del parlato locale. In ogni caso, bisogna sempre ricordare che in Toscana la contiguità tra lingua e dialetto prevede “normalmente” la compresenza di tratti di diversa marcatezza.

6.0.0.3. Firenze

Tipologia di esecuzione: messaggio vocalico (ottobre 2018). Argomento del brano: temi da affrontare in una riunione di condominio. Parlante: uomo, 55 anni circa. Grado di confidenza tra parlante e ricevente: medio-bassa.

Nel brano si può apprezzare la particolare permeabilità del fiorentino “medio” ai tratti specifici del dialetto: participi passati in [‘aho]; [un] ‘non’; [i] ‘il’ (e [aj] ‘al’: [apːo’ʤːah aj pːor’tone]); cancellazione di –v-; monottongamento /uo/: nòvo; fòri; sovraestensione di –ano: vògliano ‘vogliono’; assimilazioni: dìglielo ‘dirglielo’). Questi tratti emergono soprattutto nei passaggi più veloci, dove intervengono in modo regolare anche i normali fenomeni di elisione del parlato fiorentino ([se lo ‘vɔλːan ri’fare n ‘due]). È inoltre testimoniata la mancata realizzazione del connettivo che: [i p:or’tone bi’zoɲ:a lo risi’stɛmi]. Nei casi proposti dall’esecuzione, si ha inoltre sempre [z] per /s/ tra vocali: [‘speze], [‘mezi], [‘kɔza]. È poi presente affricazione di /s/ postconsonantico ([un ‘ʦɔ da’vːero ‘home si ‘hjami]). A livello lessicale da ricordare il disfemistico troiaio, che qui indica un misto di sporcizia e disordine ([a’vean ‘fatː un tro’jajo]).

6.0.0.4. Livorno

Tipologia di esecuzione: intervista televisiva in diretta (TV locale: dicembre 2018). Argomento del brano: carattere e abitudini dell’intervistato (uomo, 45 anni circa, cabarettista locale).

Fra i tratti che caratterizzano diffusamente il brano vanno rilevati l’abbassamento della mediobassa anteriore ([volen’tjæri] ‘volentieri’; [‘mærkuri] ‘Mercury’) e posteriore [a’p:ʌsta] ‘apposta’; l’affricazione di /s/ postconsonantico ([intro’værʦo]); l’infinito in apocope: posso parlà un’ora; che fa ride ‘che fa ridere’. Inoltre nel brano l’esito per l’art. det. masch. sing. è [l]  (bisogna vedé l contesto): viene dunque evitata la “regola dialettale” che prevede rotacismo, ma resta l’esito ridotto in posizione postvocalica.   La negazione [un] ricorre nei passaggi meno controllati (la gente un ci crede!). La cancellazione di /k/ interviene solo in passaggi veloci; in genere si ha [χ] ([de’ɸrɛsːo ‘χrɔniχo]). /s/ intervocalico si presenta non lenito ([‘kasa], [kosi], [‘peso] ‘pesante’). Come tratto proposto in veste autorappresentativa, compare l’esclamazione [‘de]. Nella sequenza co la mi moglie (dove si noterà anche l’esito in apocope del possessivo, di norma a Firenze e in ampia parte della Toscana) è forse riscontrabile una reazione alla tendenza “dialettale” – peraltro, non solo occidentale – all’univerbazione (colla ‘con la’): del resto, si ha anche de le cose, de le medie ‘delle (scuole) medie’.

6.0.0.5. Siena

Tipologia di parlato: intervista televisiva in diretta (emittente locale: dicembre 2018). Argomento del brano: come insegnare ai bambini l’attività di tamburino per il Palio. Parlante: uomo, 35 anni circa (“capo-tamburo” della Contrada del Nicchio).

Accanto alla presenza di lessico specifico delle attività in questione (imparare la bandiera / il tamburo ‘addestrarsi nell’attività di sbandieratore / di tamburino’; girare la bandiera ‘sbandierare’), il brano consente di rilevare, fra i tratti in grado di interessare un livello “medio”, la costante affricazione di /s/ postconsonantico ([non ʦ in’ʦeɲːa] ‘non si insegna’), l’esito locale dell’articolo determinativo maschile singolare (che è [l] davanti a consonante: la bandiera e l tamburo; e [lː] / davanti a vocale: osservando ll’altro). È evitato l’esito in apocope dell’infinito in finale di enunciato, mentre è costante in fonotassi, secondo condizioni diverse dal fiorentino: da piccini tutti vogliano sonà l tamburo, passaggio in cui sono presenti anche –ano ‘ono’ (vògliano ‘vogliono’) e monottongo (sonà). Per quanto riguarda la spirantizzazione, in un quadro in cui il dileguo di –k– pare sottoposto a controllo, è notevole la sequenza [di ‘westa ‘ɔza ‘ʰwi] ‘di questa cosa qui’. Nel brano è testimoniato anche l’uso “assoluto” dell’avverbio (nemmeno) come espressione della negazione: [l tam’buro ne’mːeno lo hon’ʦidera]. Nell’intercalare che c’entra! si presenta, secondo la norma dell’area, la forma “polivalente” che del pronome (anche interrogativo). Tra le specificità lessicali si segnala [‘gwasi] ‘quasi’.

6.0.0.6. Arezzo

Tipologia di parlato: intervista radiofonica in diretta (emittente locale: dicembre 2018). Argomento del brano: commento su un fatto di cronaca (imprenditore aretino che spara ad un malvivente introdottosi nella sua azienda). Parlante: uomo, 50 anni circa (caporedattore dell’emittente).

Il ridotto “carico dialettale” del brano rivela, anche dal punto di vista dell’italiano regionale, la caratteristica dell’aretino come varietà sottoposta a progressiva erosione. A differenza, infatti, del fiorentino, i tratti specifici in grado di interessare il parlato “medio” non sembrano molti: il brano testimonia l’assenza di raddoppiamento fonosintattico ([‘milːeʃinkwe’ʃɛnto], e anche la sua eccezione dopo tre ([‘tre sːe’χondi]), la deaffricazione di /ʧ/ anche dopo pausa, le preposizioni articolate non univerbate (de lo Stato; de l’impunità; de le persone). La maggior occorrenza, rispetto al fiorentino e all’italiano standard, di medioalte chiuse, è testimoniata, nel brano, da pórgere e sóno. La spirantizzazione è prevista per /k/ (che, nel brano, si arresta spesso al grado [χ] e /p/, mentre pare assente per /t/. È presente l’esito ridotto [n] per l’art. indet. masch. sing. postvocalico ([e ‘pɔi n ‘ʦindaχo ‘χɔsa ‘ɸwɔ ‘fare]): in questa sequenza si noterà inoltre, oltre all’affricazione di /s/ postconsonantico, anche la forma tradizionale del pronome interrogativo (e non solo), che nell’area aretina è rappresentata da cosa.

7. Carta geomorfologica dei luoghi citati nel testo

 

Per consentire una documentazione supplementare, nella bibliografia si trovano anche riferimenti non direttamente citati nel testo.

Bibliografia

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  • AA.VV. 1993 = AA.VV. (1993): Il vernacolo nell’attuale dibattito su tradizioni popolari, cultura del territorio e identità collettiva, Pisa, Tacchi.
  • AA.VV. 1997 = AA.VV. (1997): Studi offerti a Gabriella Giacomelli dagli amici e dagli allievi, Padova, Unipress.
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  • Agostiniani 1980 = Agostiniani, Luciano (1980): Sull’articolo determinativo prevocalico e le preposizioni articolate nelle varietà toscane, in: Archivio Glottologico Italiano 65, 74-100.
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