La lingua franca del Mediterraneo ieri e oggi. Assetto storico-sociolinguistico, influenze italoromanze, ‘nuovi usi’



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    Roberto Sottile & Francesco Scaglione (2019): La lingua franca del Mediterraneo ieri e oggi. Assetto storico-sociolinguistico, influenze italoromanze, ‘nuovi usi’, Versione 3 (13.09.2019, 12:01). In: Korpus im Text, Serie A, 37294. url: http://www.kit.gwi.uni-muenchen.de/?p=37294&v=3
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Abstract

Questo contributo si sofferma sull’antica lingua franca del Mediterraneo (LFM) conosciuta e parlata lungo le coste nordafricane e nei porti del Mediterraneo tra il XVI e il XIX secolo. Questa Notsprache (Schuchardt 2009 [1909], 9) – ‘lingua di necessità’ parlata in ambito commerciale, ma anche da pirati, schiavi, intellettuali e in ambienti diplomatici –, che raccoglie e fonde elementi dei diversi idiomi dello spazio del Mare Nostrum (portoghese, spagnolo, catalano, francese, provenzale, italiano e dialetti italo-romanzi, arabo, turco), testimonia e “racconta” le vicende e i processi socio-culturali e linguistici della “civiltà mediterranea” dei secoli più recenti. 

Il contributo mira a tracciare un quadro sociolinguistico sulla genesi e l’evoluzione della lingua franca, fino ai mutamenti storico-sociali che, verso la fine dell’800, ne determinarono l’estinzione. Ci si concentrerà, inoltre, sulle caratteristiche che accomunano la lingua franca ai pidgin e sugli aspetti che la rendono invece un unicum nella storia linguistico-culturale del Mediterraneo.

Fornito il quadro sociolinguistico, si passerà alla analisi delle strutture e del lessico e, in quest’ultimo caso, saranno considerate in special modo le possibili influenze italoromanze provenienti dai dialetti (soprattutto quelli meridionali e il siciliano), sulla base della fonte scritta più autorevole e completa: il Dictionnaire de La Langue Franque ou Petit Mauresque. Si tratta di un dizionario bilingue (Francese-Lingua Franca), di autore anonimo, che venne pubblicato nel 1830 con la funzione di vademecum linguistico per i soldati francesi alla conquista di Algeri (in quel tempo sotto il dominio ottomano). Esso testimonia la fase finale della lingua franca già conosciuta e designata, a quella altezza cronologica, con il nome di sabir.

Oggi questa lingua è del tutto estinta, ma i suoi echi, il suo potere evocativo, la sua capacità di richiamare implicitamente un sincretismo di popoli, lingue e culture, lasciano tracce più o meno persistenti in nuovi ambiti d’uso (la crematonimia i nomi degli esercizi commerciali –, la letteratura, la canzone, il teatro), analogamente a quanto avviene per i dialetti nell’era della neodialettalità.

1. Aspetti storico-sociolinguistici1Il lavoro è frutto di una intensa e costante collaborazione tra i due autori. Tuttavia, si precisa che i parr. 1.5, 2.2-3.1.1 si devono a Roberto Sottile, mentre i parr. 1-1.4 e 2-2.1.3 si devono a Francesco Scaglione. Il par. 4 è di redazione comune.

1.1. “Lingua franca”: questioni glottonomastiche

L’espressione lingua franca è stata erroneamente assimilata da alcuni studiosi (Hall 1966) a una sorta di lingua veicolare adoperata dai soldati durante le crociate, considerata verosimilmente come l’atto di nascita del pidgin comunemente inteso. Tuttavia, tale interpretazione risulta poco accurata sia per la scarsissima documentazione di epoca medievale attestante l’effettiva esistenza del codice, sia, in prospettiva storico-etimologica, riguardo al valore semantico del termine franco/Franchi. Quest’ultimo, infatti, nell’accezione (o meglio, nelle accezioni) con cui veniva adoperato nel Medioevo, si riconduce con molta probabilità al greco bizantino φράγκoς/Φράγκoι (con sonorizzazione post-nasale della velare, tipica della pronuncia bizantina), una sorta di iperonimo che indicava sia il latino e/o le lingue romanze sia i popoli che parlavano tali idiomi (Kahane/Kahane 1976, 26).2Schuchardt 2009 [1909], 15 aveva invece ricondotto l’origine del termine all’arabo lisān al-farandž (al-afrandž) ‘lingua dei Franchi’, o alfarandžī (alfaranğī) ‘franco’, nel primo caso, per indicare le lingue degli europei e, nel secondo, con funzione di etnico, riferito soprattutto agli italiani. Ma entrambe le espressioni con molta probabilità si erano diffuse nell’arabo tramite prestito dal greco bizantino. Inoltre, l’assetto linguistico nel periodo medievale in ambiente crociato, in ragione anche dei rapporti commerciali, marinari, e degli stretti contatti politico-militari tra Occidente e Oriente, non prevedeva tanto l’effettiva presenza di un pidgin, quanto più probabilmente una serie di interlingue romanze (di base galloromanza e soprattutto italoromanza settentrionale) o generiche varietà di contatto instabili e scarsamente elaborate.3Come sottolinea Minervini 1996, 242, l’ipotesi dell’uso della lingua franca già in epoca medievale costituisce per gli studiosi una spiegazione attraverso cui motivare la presenza di numerosi tecnicismi di ambito militare, mercantile, marinaro o di altri esotismi (di origine bizantina o araba) nelle lingue europee occidentali o, in direzione opposta, la diffusione di voci romanze nell’arabo o nel greco.

Un’ulteriore interpretazione “fuorviante” del termine si riscontra nell’opera di Kahane et al. 1958, The Lingua Franca in the Levant, uno studio di impronta lessicografica relativo alla terminologia nautica di area turca di influenza italo-ellenica, in cui lingua franca sembra far riferimento questa volta a una microlingua, o forse, a un gergo che, pur rappresentando verosimilmente una delle basi da cui possa essersi sviluppato il pidgin (sebbene, in realtà, nelle fonti scritte più studiate tale apporto risulta assai ridotto), non sembra comunque centrare in pieno la realtà linguistica comunemente intesa e indagata.

In tempi più recenti Wansbrough 1996 propone invece uno studio dal titolo The lingua franca in the Mediterranean in cui, come dichiarato in modo programmatico dallo stesso autore nelle primissime pagine del volume, offre una ricerca sulla lingua del commercio e della diplomazia di una vasta area mediterranea che abbraccia un arco temporale che va dal 1500 a.c. al 1500 d.c., secondo un’accezione quindi molto estesa e altra di lingua franca.  

Frontespizio e quarta di copertina de Le Bourgeois Gentilhomme da un’edizione del 1688

Ma accanto alla denominazione più comune è possibile riscontrare ulteriori glottonimi attraverso cui il codice è conosciuto in letteratura. Il primo è quello di sabir (MacCarthy/Varnier 1852), che deriverebbe dal famoso intermezzo in lingua franca cantato dal personaggio del Mufti ne Le Bourgeois Gentilhomme di Molière:

Se ti sabir
Ti respondir
Se no sabir
Tazir, tazir

Il termine, tutt’altro che “lusinghiero”, rappresenta in realtà una sorta di nome denigratorio (sinonimo di “lingua storpiata e povera”) a partire dall’enfatizzazione caricaturale dell’uso dell’infinito come tratto caratterizzante e stereotipico del codice (Venier 2016, 301). Ciò nonostante, il glottonimo risulta anch’esso poco risolutivo e ambiguo giacché indica generalmente un preciso stadio diacronico del pidgin, ovvero la fase finale, la sua “continuazione” ottocentesca di epoca coloniale posteriore alla conquista di Algeri per mano francese nel 1830.4In particolare, MacCarthy/Varnier 1852 riconoscono due varietà del pidgin, il petit sabir e il grand sabir: il primo rappresenta il codice nel suo stadio primitivo, originario e più semplificato; mentre il secondo rappresenta la varietà “rivista” e più arricchita. Inoltre, sabir è stato successivamente utilizzato per indicare la varietà di francese parlato dagli arabi, designando, in questo caso, non più una lingua di scambio con caratteristiche proprie, quanto piuttosto uno specifico etnoletto.5Il termine sabir, o al plurale sabirs, viene adoperato anche da Martinet 1968-1970 come una sorta di “iperglottonimo” in cui confluisce un ventaglio più ambio di codici frutto di contatto tra parlanti con idiomi diversi. Inoltre, a proposito delle varietà di francese attestate in Africa durante il periodo coloniale, è utile ricordare anche il français-tirailleur o français petit nègre, definito da Alexandre 1967, 91 come un “français déformé”, parlato soprattutto dai soldati indigeni arruolati nell’armata francese che non avevano avuto la possibilità di un apprendimento formale della lingua target. Questo francese “corrotto”, pur non costituendo un vero e proprio pidgin, rappresentò per molto tempo un codice di scambio, frutto a sua volta di un contatto interetnico tra francesi e soldati provenienti dalle diversi parti dell’impero africano, che si diffuse, in seguito agli spostamenti dell’esercito, anche nell’Africa occidentale ed equatoriale (Gyasi 2012, 226-227).

Copertina del Dictionnaire de la Langue Franque au Petit Mauresque (1830)

La seconda denominazione è invece quella di petit mauresque che appare nel titolo della fonte più completa, ma anche più problematica, della lingua franca, ovvero il Dictionnaire de la Langue Franque ou Petit Mauresque (Anonimo). L’espressione, data come sinonimo di ‘lingua franca’, indica anche in questo caso un preciso stadio diacronico del pidgin (corrispondente, grosso modo, alla fase del sabir) e sembrerebbe derivare dalla convinzione che «i soldati francesi quando si capivano con gli indigeni, credevano di parlare arabo» (Schuchardt 2009 [1909], 23-24), o meglio una sua varietà più semplificata e ridotta (petit, per l’appunto).

L’ambiguità che, come evidenziato, si riflette ora sull’oggetto di studio, ora sulle diverse fasi diacroniche, ha determinato la necessità di precisare e, in parte, circoscrivere il fenomeno con ulteriori specificazioni terminologiche. Ad esempio, Cifoletti 2011 [2004] propone l’espressione lingua franca barbaresca attraverso la quale denomina il pidgin di base soprattutto italiana che, sebbene diffuso e/o conosciuto con molta probabilità in tutto il Mediterraneo, si stabilizza, in base alle documentazioni pervenute, in età moderna (tra i secoli XVI e XIX) solo negli stati barbareschi (Algeri, Tunisi e Tripoli). Lo studioso, pertanto, esclude l’area del Levante in cui ipotizza una situazione sociolinguistica diversa, caratterizzata dalla presenza di un’interlingua di base italoromanza (veneziana) (ivi: 14 e 18), probabilmente già diffusa in epoca medievale. Tale opinione è condivisa anche da Nolan 2015, 105-106, che ammette la presenza lungo le coste berbere di una lingua comune, sviluppatasi anche a partire da un gergo marinaro di base essenzialmente italiana, che seppur stabile, doveva mostrare, come si vedrà più avanti, un certo grado di variazione diatopica.

All’interno di questa ingarbugliata rete di terminologie che non permettono di “fissare” in modo definitivo l’oggetto di studio senza continue precisazioni, la nostra scelta, condivisa da alcuni linguisti (cfr. tra gli altri Minervini 1996; Martínez Díaz 2007), è quella di adottare l’espressione lingua franca del Mediterraneo (LFM), secondo una prospettiva molto lontana rispetto a Kahane et al. 1958 e ad altri studiosi, per riferirci al pidgin diffusosi lungo le coste arabe del Mediterraneo tra il XVI e il XIX secolo. La scelta di (ri)proporre il termine Mediterraneo non nasce tanto dalle fascinazioni che la parola sembra implicitamente suscitare, ma dalla volontà di non escludere la possibile diffusione del codice (seppur in un uso non sistematico, o in una sua varietà diatopica) al di là del Maghreb, in ragione anche dei rapporti commerciali che univano l’intero bacino del Mediterraneo; inoltre, tale scelta terminologica, di certo molto “larga” (soprattutto se paragonata a quella più puntuale e circoscritta proposta da Cifoletti), muove, secondo una prospettiva comunicativa, anche da un possibile grado di intellegibilità tra il pidgin stabilizzatosi più chiaramente in area occidentale e le altre realtà linguistiche che caratterizzavano le regioni orientali (tendenti verso un uso veicolare di un’interlingua) in cui il codice doveva essere comunque compreso, anche se non praticato in modo “ortodosso”.

1.2. La lingua franca del Mediterraneo e il prestigio dell’italoromanzo

Dalla breve trattazione di ambito terminologico, propedeutica a chiarire un oggetto di studio a volte poco definito e “scivoloso”, appare evidente che la LFM nasca come codice di scambio tra europei di madre lingua romanza e arabofoni. La stabilizzazione di tale “codice di contatto”, databile intorno al XVI secolo, mostra lo sviluppo di un pidgin con lingua lessificatrice essenzialmente italoromanza (ma con numerosi inserti iberoromanzi) e una lingua di sostrato di matrice araba molto debole e di scarso apporto.

La conoscenza di una o più varietà romanze in ambiente arabofono non costituisce un fenomeno risalente ai soli secoli di stabile attestazione del pidgin, ma rappresenta una realtà molto comune già in epoca medievale, incoraggiata dai rapporti commerciali (e dalla pirateria) tra la sponda europea e africana, e favorita anche dai numerosi presidi, fortezze ed enclave europei (soprattutto spagnoli e italiani) lungo le coste magrebine.

Il primato della componente italoromanza all’interno della LFM ha senza dubbio una storia antica e si riconduce al prestigio di cui, già nei secoli precedenti alla stabilizzazione del codice, l’italoromanzo doveva godere nell’intero bacino Mediterraneo, trattandosi quindi di un codice di scambio (adoperato anche in ambito diplomatico) tra europei e turchi durante l’impero ottomano (cfr. Migliorini 1960). Inoltre, sulla base dei documenti (atti notarili, reclami, transazioni etc.) provenienti dalle antiche cancellerie francesi disseminate lungo le coste nordafricane, se ne attesta un uso massiccio fino al XVII secolo, specialmente se i soggetti interessati erano di nazionalità diversa (cfr. Cremona 2002).

Pertanto, come in parte già indicato, l’italoromanzo doveva mostrare una certa diffusione in tutto il Mediterraneo, e nella “versione” parlata dagli arabofoni (o più in generale da chi non aveva una varietà italoromanza come L1) doveva svolgere una effettiva funzione veicolare, rappresentando con molta probabilità la base o, come si vedrà, una sorta di pre-pidgin da cui a partite dal XVI secolo si svilupperà lungo le coste nordafricane occidentali un codice più stabile.6In tal senso, il presunto periodo di stabilizzazione del pidgin viene confermato attraverso un confronto con le fonti più antiche, come il Contrasto della Zerbitana risalente alla fine del 1300. Il testo rappresenta una ballata in forma di dialogo tra un italiano e una donna dell’isola tunisina di Gerba che restituisce una sorta di parodia linguistica di come un arabofono tenti di parlare una varietà italoromanza. Il componimento non sembra in realtà attestare la presenza di un pidgin (di cui non soddisfa, ad esempio, i processi di semplificazione soprattutto verbale che si osservano nel periodo di stabilizzazione della LFM), quanto piuttosto un codice di base italoromanza meridionale arricchito da ulteriori inserti dialettali (Minervini 1996, 249-252). Ciò è evidente, ad esempio, analizzando il frammento escimi fuor di casama ‘esci fuori da casa mia’ in cui, anziché la costruzione possessiva in forma perifrastica (casa di mi; cap. ) che ritroviamo nel Dictionnaire e in altre fonti, si verifica l’enclisi del possessivo secondo il modello previsto nei dialetti meridionali.

La situazione linguistica della zona del Levante doveva invece mostrare nei secoli di stabilizzazione del pidgin un assetto diverso, caratterizzato dalla permanenza di una varietà “corrotta” di italiano, una sorta di veneziano “coloniale” (conosciuto probabilmente già nel Medioevo), come dimostrano le scarse documentazioni di area orientale, molte delle quali di dubbia affidabilità e linguisticamente poco coerenti. Un esempio tra tutti è il piccolo componimento del poeta spagnolo Juan del Encina, Villancico contrahaziendo a los mócaros que siempre van importunando a los peregrinos con demandas del 1520, che riproduce la parlata dei mulattieri arabi che si rivolgevano ai pellegrini europei in Terrasanta. A differenza dei documenti di area magrebina, il testo mostra più abbondanti elementi di provenienza non romanza (a livello fonetico, morfologico, lessicale, sintattico) che si innestano in un tessuto linguistico essenzialmente italoromanzo-veneziano con qualche inserto spagnolo. Ad ogni modo, dati i contenuti, la finalità parodica e la scarsa uniformità linguistica, il componimento non permette di comprendere a pieno se il codice adoperato rappresenti una varietà di lingua franca (forse sua “goffa” e inaccurata riproduzione da parte dell’autore?), o un’interlingua italiana influenzata dall’arabo, o ancora una ipercaratterizzazione letteraria attraverso cui riprodurre lo stereotipo linguistico del moro che si sforza di parlare una lingua romanza.7Quest’ultimo aspetto rappresenta una pratica molto diffusa all’interno della commedia degli autori del Siglo de Oro della letteratura spagnola, come Lope de Vega e Calderón, in cui il moro viene caratterizzato linguisticamente da una varietà “corrotta” di spagnolo che poteva mostrare alcune affinità con la LFM. Si tratta, ad ogni modo, di un cliché caricaturale e macchiettistico, riproducibile anche da chi non era mai venuto a contatto con il pidgin, e che ritroviamo in epoche successive, con base italiana, in alcune commedia di Goldoni, o con base francese, in altre opere di Molière (ad esempio, nel Sicilien).

1.3. La variabilità del codice

Nonostante l’effettiva stabilità, la LFM non risulta estranea a variazione diacronica e diatopica, nemmeno nella area geografica e all’altezza cronologica in cui il pidgin mantiene maggiore fissità (corrispondente alla nozione di lingua franca barbaresca di Cifoletti 2011 [2004], cap. ). Infatti, malgrado il ruolo indiscusso dell’italoromanzo come stabile lingua lessificatrice, sul versante diacronico i testi più antichi testimoniano uno stadio iniziale in cui il codice mostra una maggiore influenza italoromanza a cui subentra, nei documenti a cavallo XVI-XVII secolo, un considerevole influsso iberoromanzo. Quest’ultimo aspetto appare storicamente motivato dall’espulsione dei Mori dalla Spagna dopo la fine della Reconquista e l’unificazione del paese per mano dei Re Cattolici nel 1492. Infatti, gli arabi che abbandonarono la penisola dovevano avere una discreta conoscenza dello spagnolo,8La testimonianza più evidente è data dall’aljamiado, un sistema di scrittura attraverso cui i Mori del sud della Spagna (soprattutto in Andalusia) traslitteravano lo spagnolo (ma anche altre lingue romanze) in caratteri arabi. seppur fortemente influenzato dalla propria L1, e pare quindi plausibile che questi abbiano trasferito, a partire del XVI secolo, tale “competenza” anche nella LFM. Inoltre, la conquista di Oran (1509) e di altre città della costa algerina da parte della Spagna e la cospicua presenza di spagnoli nelle terme dei regni di Algeri, Tunisi e Salé hanno potuto ulteriormente incoraggiare la diffusione della componente ispanica all’interno del codice (Martínez Díaz 2007, 224-225)9In realtà, la studiosa presuppone un vero e proprio cambiamento della lingua base (dall’italiano allo spagnolo), che non sembra essere pienamente confermato nemmeno dai testi di quel tempo, come l’opera di Haedo (de) 1927 [1621]. che, ad ogni modo, mostrava già in precedenza chiare tracce lessicali di matrice iberoromanza.

Nella fase finale invece, intorno al secolo XIX, si riscontra un intenso apporto lessicale di provenienza galloromanza, aspetto che faciliterà l’assimilazione del pidgin alla lingua coloniale.

Copertina Topographia e historia general de Argel (1612)

Sul versante della diatopia, invece, è possibile ipotizzare che la LFM presentasse più varietà. Seppur senza chiari esempi di varianti fonetiche o geosinonimiche, ciò viene confermato da due importanti testimonianze. La prima è l’opera Topographia e historia general de Argel del 1621, un testo di impronta storiografica, scritto dal frate spagnolo Diego de Haedo sulla base, come indicato nella prefazione, di una serie di resoconti raccolti dall’arcivescovo di Palermo, suo parente e omonimo. Nel cap. XXIX dedicato anche alle lingue parlate ad Algeri, l’autore restituisce uno spaccato sociolinguistico contraddistinto da un forte plurilinguismo in cui, insieme al turco e al moresco, riconosce la presenza di un terzo idioma:

[l]a tercera lengua que en Argel se usa es la que los moros y turcos llaman franca o hablar franco, llamando ansí a la lengua y modo de hablar cristiano, no porque ellos hablen toda la lengua y manera de hablar de cristiano o porque este hablar (aquéllos llaman franco) sea de alguna particular nación cristiana que lo use, mas porque mediante este modo de hablar, que está entre ellos en uso, se entienden con los cristianos, siendo todo él una mezcla de varias lenguas cristianas y de vocablos, que por la mayor parte son Italianos y Españoles y algunos Portugueses de poco acá […]. Y juntando a esta confusión y mezcla de tan diversos vocablos y maneras de hablar, de diversos reinos, provincias y naciones cristianas, la mala pronunciación de los moros y turcos, y no saben ellos variar los modos, tiempos y casos, como los cristianos (cuyos son propios), aquellos vocablos y modos de hablar viene a ser el hablar franco de Argel, casi una jerigonza o, a lo menos, un hablar de negro boçal traído a España de nuevo. Este hablar franco es tan general, que no hay cosa [lee casa] do no se use, y porque tampoco no hay ninguna do no tengan cristiano y cristianos, muchas que no hay turco ni moro grande ni pequeño, hombre o mujer, hasta los niños, que poco o mucho y los más dellos muy bien no le hablan, y por él no entiendan los cristianos los cuales se acomodan al momento a aquel hablar […] (Haedo (de) 1927 [1621], 116-117).

Accanto all’importantissima testimonianza riguardo alla natura mescidata, alle caratteristiche formali e ai contesti d’uso del codice, il frate riporta alcuni dialoghi nella LFM in cui si osserva che la varietà algerina mostra un più cospicuo numero di termini di provenienza spagnola che cooccorrono con i corrispettivi di matrice italoromanza (ad esempio, cabeza/testa10In questo caso, la medesima oscillazione si attesta anche nel Dictionnaire che alla voce ‘tête’ riporta sia la forma testa che cabessa., bueno/bono, perro/cane, assi/(a)cosi etc.; Cifoletti 2011 [2004], 148.

Ma la variazione diatopica viene indicata in modo più esplicito nella prefazione al Dictionnaire (Anonimo) in cui si puntualizza che il codice 

diffère même sur plusieurs points, suivant les villes où il est parlé, et le petit mauresque [LFM] en usage à Tunis, n’est pas tout-à-fait le même que celui qu’on emploie à Alger; tirant beaucoup del’italien dans la première de ces régences, il se rapproche au contraire de l’espagnol dans celle d’Alger.

Pertanto, l’autore anonimo conferma gli aspetti desumibili dalla testimonianza di Haedo, indicando un maggiore apporto iberoromanzo in area occidentale, che viene via via scalzato verso oriente da un’influenza più chiaramente italoromanza.

1.3.1. Un modello sociolinguistico

Alla luce dei diversi aspetti emersi è possibile proporre un modello, o meglio una sorta di “geometria” sociolinguistica, che riassume le diverse caratteristiche della LFM fin qui considerate.

Modello sociolinguistico della LFM con propaggine orientale

In Fig. 4 le due linee oblique, una piena e l’altra tratteggiata, rappresentano rispettivamente la lingua lessificatrice e la lingua di sostrato che rimangono abbastanza stabili dalle prime fino alle ultime attestazioni del codice. In diacronia, ritroviamo un periodo iniziale che coincide, dal punto di vista linguistico, con il momento di più massiccia presenza italoromanza (da qui la sovrapposizione tra il punto di partenza dell’asse diacronico e la lingua lessificatrice). Scendendo in diacronia, registriamo l’influenza iberoromanza a cavallo tra il XVI e XVII secolo e l’apporto galloromanzo attestato nel XIX secolo che, ad ogni modo, non determina una sostituzione della lingua base che rimane sempre italoromanza (da qui la linea orizzontale puntinata che sta a indicare la costante presenza della lingua lessificatrice). Infine, ci addentriamo nella fase coloniale del pidgin (corrispondente al concetto di sabir, cap. ), nella sua propaggine ottocentesca, da cui prende piede una processo di depidginizzazione e di avvicinamento della LFM verso una delle sue fonti lessicali (secondo meccanismi di rilessificazione), e da cui scaturiscono esiti (soprattutto dopo la seconda metà dell’800) ormai assimilabili a vari stadi di interlingua francese. Tale processo di perdita e progressiva estinzione del pidgin coincide con la diffusione istituzionale e in ambito scolastico del francese in tutte le coste settentrionali dell’Africa, accompagnata da una costante e intensa esposizione alla nuova lingua target. Questi cambiamenti storico-sociali causeranno la perdita da parte della LFM della propria funzione di codice veicolare.

Guardando invece alla variazione diatopica, possiamo evidenziare l’influenza iberoromanza nella varietà di area algerina (coincidente con l’estremità sinistra dell’asse diatopico); mentre spostandoci sul versante orientale (estremità destra) si osserva un maggiore influsso italoromanzo (da qui la sovrapposizione con la lingua lessificatrice). Infine, nel tentativo di restituire, seppur in forma di pura suggestione, un quadro completo della realtà sociolinguistica mediterranea, indichiamo, inoltre, all’estrema destra dell’asse diatopico, tramite una linea irregolare e staccata rispetto al grafico principale (perché realtà linguistica altra rispetto alla LFM), la presenza di un italiano semplificato di base veneziana (un veneziano “coloniale”), diffuso nell’area del Levante e costante nel corso dei secoli, che, in ragione della sua vicinanza alla lingua lessificatrice del pidgin di area magrebina, doveva mostrare un alto grado di intellegibilità rispetto al codice indagato.

1.4. Un pidgin non ‘prototipico’. Una lettura in chiave genealogica

In base alle caratteristiche evidenziate da Thomason/Kaufman 1988, 168-169, un pidgin nasce all’interno di un contesto sociale che vede l’interazione tra membri di comunità linguistiche diverse che sviluppano, in seguito a un contatto generalmente poco intenso e saltuario, un mezzo di comunicazione adoperato per usi ristretti (soprattutto commerciali), acquisito ad hoc dai due gruppi di parlanti (e quindi sprovvisto di parlanti nativi). Inoltre, il codice mostra strutture stabili (ma molto semplificate) e un assetto in cui il lessico viene fornito per lo più dal gruppo linguistico più “potente” e prestigioso, mentre la lingua più “debole” e meno prestigiosa lascia chiare influenze, oltre che tramite alcune “spie” lessicali, soprattutto a livello fonetico, morfologico e sintattico.

Ora, alla luce di tali caratteristiche generali, la LFM sembra soddisfare in toto gli aspetti sociolinguistici che contraddistinguono un pidgin, in quanto codice di scambio utilizzato in contesto di contatto tra arabofoni ed europei di madrelingua romanza per finalità specifiche (commerciali, burocratiche etc.). Tuttavia, lo spoglio delle sue fonti principali (prima tra tutte, il Dictionnaire) mette in evidenza caratteristiche che non rientrano all’interno di un pidgin “prototipico”. Infatti, se da una parte, è possibile apprezzare fenomeni riconducibili a processi di semplificazione (riduzione morfologica, costrutti sintattico-semantici trasparenti e composizionali, ridotta marcatezza etc., cap. e ss.) tipici di una varietà di “contatto” (apprezzabili anche all’interno dei vari processi e tappe che scandiscono l’acquisizione di una L2), dall’altra, è evidente un apporto molto scarso della lingua di sostrato poiché, escludendo alcuni elementi fonetici,11Sebbene l’aspetto fonetico fosse di certo soggetto a una considerevole variabilità individuale, legata alla L1 del singolo parlante, i principali apporti di matrice araba riguardano la chiusura delle vocali italiane (ma anche spagnole) medie [e] e [o] che passano a vocali estreme [i] e [u], e la generale tendenza alla monottongazione dei dittonghi romanzi (come fora, bono,logo, dez, etc.; Camus Bergareche 1993, 444; Cifoletti 2011 [2004], 290-291). il lessico (con la presenza sì di arabismi, ma ampiamente diffusi tra le lingue che si affacciano sul Mediterraneo; vedi sotto) e soprattutto gli aspetti morfosintattici non sembrano evidenziare una rilevante e stabile influenza araba. Pertanto, la LFM non pare restituire un sistema in cui gli apporti tra le lingue in contatto risultino “equilibrati”, ma si configura invece come un pidgin “unilaterale”, fortemente sbilanciato verso la lingua lessificatrice.12Non a caso, Cornelissen 1992, analizzando e computando le forme lessicali presenti nel Dictionnaire, stima che il 58% delle parole è di base italoromanza; il 27%, per ovvie ragioni di parentela genetico-genealogica, è attestato in più di una lingua romanza o raccoglie forme ibride con tratti riconducibili più o meno chiaramente a idiomi romanzi diversi; il 6% dei lessemi appartiene allo spagnolo; il 4% al francese; infine, il 3% è costituito da parole arabe e il 2% da forme lessicali provenienti dal turco, dal portoghese e dal catalano. Ma come si spiega tale assetto? O meglio: quali sono nello specifico gli aspetti che lo hanno determinato? Come in parte già suggerito da Schuchardt 2009 [1909], 14, la questione può essere “risolta” non guardando alla “qualità” delle lingue interagenti, quanto piuttosto considerando variabili di natura extralinguistica. Una prima ma parziale risposta, d’accordo con Cifoletti 2011 [2004], 265-266, viene infatti suggerita da fattori legati più chiaramente al prestigio delle lingue in contatto. Infatti, se, come indicato, l’italoromanzo già a partire dal Medioevo godeva di un considerevole prestigio in termini socio-culturali (vedi sopra), l’arabo (come anche il turco) soprattutto in età moderna aveva raggiunto, di contro, il momento di maggiore declino. Ciò spiegherebbe, in effetti, l’uso e la diffusione delle LFM, non giustificando però pienamente la sua peculiare struttura. Tuttavia, spingendoci un po’ oltre, in considerazione sempre del prestigio esercitato dall’italoromanzo, conosciuto, anche se mai pienamente appreso,13Infatti, conoscere, ma soprattutto parlare fluentemente e correttamente una varietà italoromanza era considerato un fatto “disdicevole” per un musulmano perché implicava una chiara identificazione con il “nemico”. Ciò avrebbe incoraggiato, pertanto, un’acquisizione parziale e deficitaria della lingua target, stabile nel corso del tempo (Frank 1985 [1850]; Cifoletti 2011 [2004], 267-268). in tutte le corti dei sultani, fungendo nel corso dei secoli da lingua veicolare anche in ambito burocratico, è possibile ipotizzare, come suggerito da Camus Bergareche 1993, 450-451, che la LFM fosse nata da un codice assimilabile, grosso modo, a un’interlingua arabo-(italo)romanza, o persino da un foreigner talk italoromanzo14Sulla scia di quanto affermato da Schuchardt 2009 [1909], Tagliavini 1932, 837 ritiene che i processi di semplificazione (cap. e ss.) riscontrabili nella lingua franca muovano in realtà da processi di autosemplificazione da parte degli stessi parlanti (italo)romanzi che con molta probabilità adoperavano una varietà semplificata della propria L1 per poter comunicare a fini commerciali con arabofoni o, più in generale, con non europei (cfr. anche Venier 2012, 52 e 53). Tale ipotesi, abbastanza plausibile, spingerebbe quindi a pensare che la base del pidgin non sia stata tanto una interlingua quanto piuttosto un foreigner talk, presumibilmente stabile (almeno in termini d’uso) nel corso dei secoli. abbastanza diffusa/o, che raggiunge in epoca moderna una maggiore fissità dei tratti. Pertanto, tale codice non si sarebbe sviluppato da un meccanismo di pidginizzazione prototipica, e quindi, da un contatto incostante e poco lineare tra due lingue, ma da un processo di pidginizzazione diverso, definibile come pidginizzazione secondaria, scaturito da una base linguisticamente più stabile, orientata in modo sproporzionato verso la lingua di prestigio. Tale processo sembra quindi parzialmente opporsi a quei meccanismi di normale e canonica pidginizzazione, che preferiamo chiamare primaria, da cui scaturisce un codice in cui i contributi delle lingue interagenti appaiono più “bilanciati”. Pertanto, alla luce di tali fenomeni, non sembra effettivamente stupire lo scarso apporto dell’arabo all’interno della LFM che non poteva non risultare ancora più attenuato e “sbiadito” nel passaggio dalla fase di interlingua a quella di pidgin stabile. 

1.5. Il Dictionnaire come fonte

L’analisi delle strutture, come anche del lessico (cap. ) della LFM, presentata nei seguenti paragrafi, si fonda essenzialmente sul Dictionnaire de la Langue Franque ou Petit Mauresque (cfr. Anonimo), la più ampia fonte di cui disponiamo per ricostruire e analizzare gli aspetti morfosintattici  e lessicali del “pidgin mediterraneo” a un’altezza cronologica che lo vede quasi al suo tramonto.15Con Schuchardt possiamo certamente affermare che il Dictionnaire costituisce «l’unica fonte completa per la lingua franca», ma, sempre con Schuchardt, possiamo anche ammettere che esso è «di per sé un lavoro abborracciato davvero povero, pieno di difetti di ogni genere» (Venier 2012, 33)

Di autore anonimo e pubblicato nel 1830, il Dictionnaire, offrendosi come una sorta di vademecum linguistico a uso dei soldati francesi alla conquista di Algeri, presenta la struttura di un vocabolario bilingue (Francese-Lingua Franca), preceduto da una prefazione con alcune informazioni di natura grammaticale (morfologia, coniugazione verbale etc.) e seguito da una serie di dialoghi a mo’ di modello attraverso cui poter esprimere bisogni comunicativi primari (affermare, negare, chiedere aiuto e consiglio, dare informazioni di natura temporale etc.). La struttura dell’opera, che comprende anche un glossario in cui vengono riportati i numeri e altri termini in arabo, può essere sinotticamente così rappresentata:

  1. Préface (con qualche nota sulla “grammatica” del petit mauresque, pp. 5-10)
  2. Dictionnaire (pp. 11-92)
  3. Dialogues (pp. 93-98)
    1. Pour affirmer ou nier
    2. Pour remercier et complimenter
    3. Pour consulter
    4. Pour aller et venir
    5. D’entendre, de comprendre et de connaître
    6. Du déjeûner
    7. De l’heure e du temps
    8. Pour demander ce qu’il y a de nouveau
  4. Manière de compter en arabe (pp. 99-100)
  5. Quelques mots arabes (p. 100-107)
    1. Du temps
    2. Objets de nourriture
    3. Meubles et utensilles
    4. Des parties de la maison
    5. Des parties du corps
    6. Etats
    7. Parenté
    8. Metaux
    9. Supplement

2. Aspetti strutturali

2.1. Sintassi e morfologia: tra semplificazione e isomorfismo

Gli aspetti più significativi connessi alle strutture del codice restituiscono un assetto caratterizzato da una serie di processi semplificativi tipici di una lingua pidginizzata, che confluiscono in genere in esiti morfosintattici trasparenti e tendenti all’isomorfismo. Inoltre, a conferma della non prototipicità del pidgin (vedi sopra), si evidenzia a livello strutturale un’influenza romanza tramite soluzioni in molti casi coerenti con l’assetto tipologico della lingua lessificatrice (o delle lingue romanze in genere).

2.1.1. Processi semplificativi e non solo

L’aspetto più evidente connesso a chiari meccanismi di semplificazione investe l’assetto verbale che presenta due sole coniugazioni (-ar e –ir)16In realtà, le testimonianze di epoca precedente tratte da Haedo (de) 1927 [1621] mostrano la presenza di un’ulteriore coniugazione in –er con esiti come correr, hazer/fazer, poder, responder etc. (Operstein 2018, 176). La generalizzazione di –ir, attestata nella fase finale del codice, potrebbe essere conseguenza di un processo di semplificazione incoraggiato in parte anche dalla difficoltà nelle resa delle vocali medie da parte di utenti arabofoni (Ibid.; Cifoletti 1989, 40). Tuttavia, sebbene il Dictionnaire documenti quindi una stadio di chiara convergenza tra -er e -ir, è possibile riscontrare tracce di tale oscillazione in espressioni come metter fugo ‘embraser’, non piacer ‘déplaire’, dispiacher mouchou per mi ‘j’en suis bien fàché’. e in cui, come specificato nella prefazione al Dictionnaire, gli unici modi e tempi verbali previsti sono l’infinito e il participio passato (in –ato/a e –ito/a). Nonostante una coniugazione ridotta al minimo, è comunque possibile esprimere precisi valori temporali o modali attraverso altre strategie morfosintattiche. L’idea di futuro, ad esempio, viene resa tramite una specifica perifrasi, caratterizzata anche da un’intrinseca sfumatura di carattere deontico, costruita con bisogno/bisognio e infinito (come in bisogno mi andar ‘j’irai’, bisognio andar domani ‘nous irons demain’, dounqué bisogno il Bacha querir paché ‘le Pacha sera donc obligé de demander la paix’). Inoltre, l’uso dell’infinito, corrispondente in genere al presente indicativo, copre ulteriori valori:

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque “quanto ti mirar per ellou saloutar mouchou” per la parté di mi, francese quand vous le verrez faites lui mes complimens

In questo caso, come si desume oltretutto dalla struttura della frase, si osserva una sovraestensione dell’infinito che svolge anche la funzione di imperativo.

Altri aspetti connessi alle semplificazione riguardano invece sia l’opposizione del numero grammaticale che l’uso degli ausiliari, sebbene in entrambi i casi non si apprezzi un’effettiva coerenza tra le indicazioni grammaticali fornite nella prefazione al Dictionnaire e le voci e/o i dialoghi riportati nel corso dell’opera. Infatti, se, da una parte, viene indicata una chiara neutralizzazione dell’opposizione legata al numero (con la sola forma singolare: l’amigo ‘les amis’, questi Signor star amigo di mi ‘ces Messieurs sont mes amis’), dall’altra, alcuni lemmi o esempi riportati mostrano invece una differenziazione morfologica per il plurale, come per il caso del sostantivo per ‘orecchio’:

Dictionnaire de la langue franque: petit mausesque orékia-é, francese oreille

Di contro, sembra possibile cogliere la presenza di nomi esclusivamente al plurale come denti ‘dent’, (albéro di) datoli ‘palmier’, dolci ‘confiture’, fagioli ‘haricot’, (molto) genti ‘moltitude’, gouanti ‘gant’, pechi ‘poisson’, pernichi ‘perdrix’, piselli ‘pois’ etc. Ma al di là degli aspetti puramente formali o della traduzione (al singolare) fornita dal redattore, risulta complesso stabilire se tali sostantivi siano nel codice effettivamente plurali. Infatti, da una parte, la desinenza finale in –i potrebbe riflettere la tendenza nel pidgin all’innalzamento delle vocali medie per effetto di un’influenza della lingua di sostrato (Operstein 2018, 159; vedi sopra nota 11). Ciò motiverebbe esiti come denti, dolci, pernichi, e forse anche datoli,17Il termine è attestato in alcuni documenti tunisini del XVII secolo, ma appare già nel XIII secolo nella forma dactole in un’edizione del Regimen sanitatis in volgare napoletano (Baglioni 2010, 433; TLIO) ma non spiegherebbe, ad esempio, le forme fagioli, piselli o, ancora, renderebbe di difficile analisi un esito come gouanti, la cui origine potrebbe essere tanto spagnola (guante) quanto italiana (guanto); dall’altra, non sembra però casuale che quasi tutti i sostantivi apparentemente plurali siano termini che nell’italoromanzo ricadono nella categoria dei nomi collettivi o vengono utilizzati per indicare in genere più unità del medesimo referente (apparendo di solito al plurale). La questione sembra ancor più infittirsi se si considera anche l’assenza di una morfologia verbale e, nella maggior parte dei casi, di un contesto frasale da cui desumere eventuali indicazioni di ordine grammaticale. L’unica forma tra quelle considerate che appare in contesto è genti (star bouona genti ‘c’est un brave homme’, cfr. Fig. 5; genti hablar tenir gouerra ‘on dit que nous avons la guerre’), termine che nel codice, in base ai dialoghi e alla traduzione in francese, sembrerebbe sia singolare che plurale. Pertanto, alla luce del valore collettivo di tali sostantivi, dell’ampio uso al plurale nella lingua lessificatrice e delle poche indicazioni del Dictionnaire, si potrebbe ipotizzare che, da un punto di vista etimologico, questi nomi siano entrati nella LFM al plurale, ma che, in linea anche con la generale neutralizzazione dell’opposizione di numero, siano diventati invariabili.

Rispetto all’uso degli ausiliari, si manifesta invece un processo di semplificazione che prevede il conguaglio di essere e avere nella forma (e)star (ad esempio, mi star andato, ‘moi être allé’, ‘j’aurais été’). Tuttavia, non mancano casi di ulteriore semplificazione tramite la totale omissione dell’ausiliare, come nelle frasi mi mirato iéri ‘je l’ai vu hier’, ‘mi sentito ablar di ellou ‘j’ai entendu parler de lui’,  ti fato colatzione? ‘Avez-vous déjeuné?’. Gli esempi, inoltre, risultano doppiamente interessanti perché permettono di intravedere nel participio passato anche un intrinseco valore perfettivo e/o aoristico.

Ma accanto ai processi di semplificazione (a volte piuttosto avanzata), è possibile apprezzare fenomeni non caratteristici di un pidgin, come ad esempio il mantenimento dell’opposizione di genere (maschile con –o, oun cortello ‘un couteau’; e femminile con –a, ouna palabra ‘une parole’) già evidenziata per il participio passato:

Dictionnaire de la langue franque: il genere grammaticale

Tale opposizione si mantiene, oltre che nei sostantivi e negli aggettivi, anche nei pronomi personali (ellou ‘il’, ella ‘elle’) e nei dimostrativi (qouesto ‘cela’, qouesta ‘celle’) .

Un ulteriore aspetto “inusuale” si osserva, stando almeno a quanto suggerito dal Dictionnaire, nell’uso sinonimico di avir e tenir (quest’ultimo di chiara influenza iberoromanza oltre che dei dialetti italoromanzi meridionali) con valore possessivo. Un’oscillazione di questo tipo, in genere poco “tollerata” all’interno di processi di pidginizzazione, potrebbe dipendere da una variabilità connessa alla L1 dei parlanti (romanzi). Infatti, le lingue e i dialetti romanzi che si affacciano sul Mediterraneo ammettono in genere uno dei due lessotipi per indicare il possesso e ciò può aver determinato nella LFM l’uso e il mantenimento delle due forme.

Dictionnaire de la langue franque: avir e tenir

Ciò nonostante, contrariamente a quanto indicato, gli esempi riportati nell’opera mostrano l’uso esclusivo di tenir con funzione possessiva (mi tenir questa cosa ‘je possède cette chose’, mi tenir oun conto con ti ‘j’ai affaire avec vous’, mi tenir questo dgiardino ‘je possède cette Campagne’, mi tenir thé mouchou bonou ‘j’ai du thé délicieux’ etc.).

2.1.2. Una sintassi ‘franca’?

A livello più strettamente sintattico il pidgin mostra, in linea con la lingua lessificatrice (ma non con quella di sostrato), un ordine di base SVO con la possibilità di omettere il soggetto. Inoltre, tale struttura tende a mantenersi anche nelle frasi interrogative in cui, come specificato dal redattore del Dizionario, «[r]ien dans la forme du langage ne marque l’interrogation, qui ne se fait sentir que par l’inflexion interrogative de la voix». Tuttavia, ad una analisi più attenta, l’indicazione fornita nella prefazione sembra valere soprattutto per le interrogative di tipo polare, in cui l’ordine dei costituenti segue effettivamente lo schema di base: 

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque mi poudir servir per ti per qoualké cosa?, francese puis-je vous servir en quelque chose?

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque ti vénir aki?, francese venez ici?

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque molto tempo ti non mirato Signor M.?, francese y a-t-il long-tems que vous n’avez vu Monsieur M.?

Se invece la proposizione è introdotta da un avverbio interrogativo, come indicato da Operstein 2017, 117, il codice prevede l’inversione verbo-soggetto, ma solo se quest’ultimo è costituito da un sostantivo (commé star il fratello di ti? ‘comment se porte votre frère?’, qué servir touto qouesto? ‘a quoi servira tout cela?’). In questo caso, inoltre, il codice lascia intravedere anche una certa elasticità nell’ordine dei costituenti frasali: 

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque e il padré di ti commé star?, francese el Monsieur votre père comment est il?

Nell’esempio riportato, tratto dal dialogo N° 2 (Pour Remercier et Complimenter), l’interrogativa presenta una costruzione marcata con tematizzazione del soggetto che svolgerebbe, secondo quanto desumibile dal contesto, una funzione contrastiva o, più probabilmente, di topic-change

Nel caso in cui il soggetto dell’interrogativa non polare è un pronome personale, il codice segue invece un ordine SV, mostrando quindi una netta cesura rispetto a un possibile pattern sintattico modellato sulla lingua lessificatrice:

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque cosa ti ablar?, francese que dites-vous?

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque oundé ti venir?, francese d’où venez-vous?; petit mauresque ové ti andar?, francese où allez-vous?

Tale fenomeno potrebbe essere interpretato come un processo di semplificazione che esita in un “livellamento” sintattico attraverso la sovraestensione dell’ordine non marcato tipico delle frasi dichiarative.18In effetti, la tendenza verso un ordine sintattico fisso anche per le interrogative si attesta in altre lingue di contatto. Ad esempio, nello spagnolo caraibico le wh- questions mantengono di solito l’ordine SVO indipendentemente dal fatto che il soggetto della frase sia un sostantivo o un pronome (Brown/Rivas 2001; Operstein 2017, 118).

Infine, i meccanismi semplificativi riguardanti la sintassi si riflettono anche nella costruzione di enunciati semplici con struttura principalmente paratattica. Le poche proposizioni subordinate desumibili dal Dictionnaire sono per lo più temporali/condizionali (come per l’esempio già considerato quando ti mirar per ellou saloutar mouchou per la parté di mi ‘quand vous le verrez faites lui mes compliments’), finali (mi venouto aposto per far mangiaria con ti ‘je suis venu exprès pour déjeuner avec vous’) e completive. Queste ultime mostrano però una costruzione che prevede l’omissione della congiunzione subordinante (ad esempio, mi pensar non star tré ora ‘je pense qu’il n’est pas trois heures’, mi pensar l’Algérino no cambatir ‘je pense que les Algériens ne se battront pas’, mi tenir thé mouchou bonou; mi quérir ti goustar per ellou ‘j’ai du thé délicieux; je veux que vous en goutiez’).19Tuttavia, guardando alle altre fonti (come Haedo (de) 1927 [1621]), non mancano esempi di oggettive introdotte dalla congiunzione subordinante que.

2.1.3. Tra morfosintassi e semantica

L’aspetto più interessante relativo invece alla morfosintassi, ma con chiari risvolti anche in ambito semantico, riguarda la tendenza a un isomorfismo che sfocia in strutture frasali trasparenti e di significato composizionale. Ciò, ad esempio, è evidente nella resa del superlativo che si risolve in forma analitica (mouchous bello ‘admirable’, ‘très beau’, molto bouno ‘délicieux’). Inoltre, l’espressione del possesso non ha luogo tramite l’uso di apposite forme possessive (come è nel caso di altri pidgin), ma viene bensì restituita premettendo la preposizione di alle forme pronominali che nel codice svolgono la funzione di soggetto e complemento (vedi sotto):

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque di mi, francese mon, ma, mes; petit mauresque la baréta di mi, la casa di mi, lé merkantzié di mi, francese mon chapeau, ma maison, mes marchandises.

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque di ello, di ella, francese son, sa

Ma gli stessi pronomi personali che, come osservato, assumono un ruolo centrale all’interno del pattern sintattico esprimente il possesso, fungono anche da pronomi complemento diretto o indiretto. In questo caso, la funzione grammaticale viene segnalata dalla preposizione per:20In base ai pochi indizi presenti nel Dictionnaire, il codice non segue tale modello se l’oggetto del verbo è costituito da un nome animato, prevedendo invece una costruzione di tipo Ø, come si apprezza nell’esempio già considerato molto tempo ti non mirato Signor M.?, ‘y a-t-il long-tems que vous n’evez vu Monsieur M.?’, o ancora in mi andar mirar oun amigo ‘je vais voir un ami’. Tuttavia, stando alle indicazioni di Hancock 1984, 392 il codice ammetterebbe anche in questo caso la costruzione con introduttore per (con esiti come ti mirar per mučera di Eduardo ‘you’re looking at Edward’s wife’).

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque mi querir mouchou per ti, francese je vous estime

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque mi star contento mirar per ti, francese je suis bien aise de vous voir

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque ti fato vergognia per mi, francese vous m’avez fait un affront

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque qouesto fasir pena per mi, francese cela me fait scrupule

Come evidente, tale costruzione analitica piuttosto lontana dal modello romanzo (ma presente nei processi di acquisizione dell’italiano come L2, cfr. Operstein 2007) supplisce al conguaglio del sistema pronominale e, quindi, alla mancanza nel pidgin di una distinzione grammaticale dei pronomi su basi morfologiche. 

La trasparenza morfosintattica appare però ancor più evidente soprattutto a livello verbale tramite l’abitudine di sciogliere particolari sfumature morfo-semantiche e aspettuali attraverso specifiche perifrasi. Ad esempio, il valore iterativo (che in italiano e in francese verrebbe reso in forma sintetica, in genere tramite il prefisso re-/ri-) viene restituito in forma analitica con tornar seguito da nome o aggettivo (far tornar amigo ‘réconcilier (se)’, tornar dritto ‘redresser’). Tale uso perifrastico del verbo sembra assumere anche una funzione incoativa, come dimostra il caso di venir bello, tornar bello ‘embellir, embelli-ée’, o ancora tornar rosso ‘rougir’.

A metà strada tra semplificazione e isomorfismo il Dictionnaire attesta anche il fenomeno della reduplicazione con funzioni diverse a seconda dei casi:

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque poco poco, francese incessamment

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque qui star qouesto signor qué poco poco ablar per ti, francese qui est-ce Monsieur qui vous parlait tantôt

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque poco poco star qouatr’ora, francese il est bientôt quatre heures

In tutti e tre gli esempi riportati l’elemento reduplicato è l’avverbio poco. Tuttavia, se nel primo enunciato la costruzione sembra più chiaramente connessa al tipo di azione, in questo caso iterativa (come anche in andar poco poco ‘aller doucement’), negli ultimi due la reduplicazione svolge una funzione deittico-temporale (indicando un’azione o un evento vicini al momento dell’enunciazione sia rispetto al passato che al futuro). I casi considerati non rappresentano però le uniche reduplicazioni presenti nel Dictionnaire. Infatti, si attesta un ulteriore esempio in siémé siémé ‘ensemble’ (bisognio andar mirar per ellou siémé siémé ‘nous irons le voir ensemble’, andar siémé siémé ‘allons ensemble’) in cui la costruzione mostra una più evidente corrispondenza tra forma e contenuto, specificando la presenza di più agenti implicati nell’azione espressa dal verbo.

Passando, invece, all’aspetto più strettamente semantico, ciò che salta subito agli occhi da un veloce spoglio del Dictionnaire è una diffusa tendenza a perifrasi molto trasparenti e di significato composizionale, in linea con i processi di semplificazione caratteristici di un codice di contatto per usi ristretti. È il caso di esiti come far gribouillar ou baroufa ‘quereller (se)’, mettir in oun logouo ‘poster’, far signal ‘signaler’, quérir mouchou (mi quérir mouchou per ti ‘estimer, estimé -ée, je vous estime’), ténir dolor, ou malé ‘souffrir’,21Si osservano però anche una serie di doppiette sinonimiche costituite da una forma sintetica e l’altra analitica, come zoulcar, mettir zoukaro ‘sucrer’, permettir, dar licentzia ‘permettre’, etc. e ancora non ablar ‘taire’ in cui il valore semantico viene reso tramite negazione. Inoltre, guardando anche alle corrispondenze in lingua francese indicate dal redattore del Dictionniare, si osserva che, nonostante la forte influenza romanza a livello lessicale, il pidgin mostra un numero consistente di costruzioni analitiche innovative che prevedono il ricorso a un verbo generico (una proforma a tutti gli effetti) seguito da un sostantivo o un sintagma preposizionale, come per i seguenti esempi: far loumé ‘éclairer’, mettir in terra, messo in terra ‘enterrer, enterré -ée’ e passar per metzo ‘traverser’, contar di nouovo ‘récompter’. Interessante, in tal senso, è anche il caso di perifrasi costruite con forar ‘portare fuori, mettere o tirar fuori, andare fuori, uscire’ che costituisce una neoformazione dall’avverbio fora ‘fuori’ (cfr. Venier 2012, 140). Il verbo appare, infatti, sia in sintagmi in cui assume un valore chiaramente privativo (corrispondente, in base alle traduzioni fornite dell’estensore, al prefisso francese de-), ad esempio, forar il foundo ‘déforcer’, forar l’esquima ‘débrider, débride -ée’, forar roba ‘déshabiller, é -ée’, forar roba ou mercantzia ‘dévaliser, dévalisé -ée’); sia in altre combinazioni, come forar barba ‘raser’, forar sangré ‘saigner’, forar erba ‘sarcler’, forar laté ‘traire’.

Ma i meccanismi apprezzati per la semantica del verbo risultano altrettanto produttivi sia a livello nominale che aggettivale. In alcuni casi, infatti, il pidgin esprime precisi valori semantici tramite perifrasi (come picolo camino ‘sentier’, cortello di barba ‘rasoir’, moukera del filio ‘belle-fille’, agoua di limoun ‘limonade’, oun poco caldo ‘tiède’) o anche attraverso costruzioni che, a differenza delle precedenti, mostrano una più evidente influenza della lingua lessificatrice, rappresentando con molta probabilità calchi di origine romanza.

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque quello che fasir béné, francese bienfaiteur

2.2. Lessico

2.2.1. Parole di ampia circolazione nello spazio linguistico mediterraneo

Il lessico del Dictionnaire appare di base sostanzialmente italoromanza (italiano e dialetti italiani), pur in presenza di diversi elementi appartenenti ai vari idiomi del Mediterraneo e di una flebile componente araba (limitata per lo più ad alcuni aspetti fonetici). Quanto a quest’ultimo aspetto, a differenza di quanto ci si aspetterebbe, l’apporto arabo si presenta effettivamente poco significativo e pertanto, per gli elementi lessicali di origine magrebina contenuti nel Dictionnaire, resta forte il dubbio che si tratti di parole “realmente arabe”: esse potrebbero altrimenti considerarsi “arabismi” che vi si trovano in ragione della loro ampia circolazione, durante il Medioevo, nell’intero bacino del Mediterraneo. Ma tale situazione potrebbe riguardare, in effetti, anche molte altre voci contenute nel Dizionario, specialmente quelle che in passato sono state protagoniste di complesse dinamiche di diffusione nel Mediterraneo plurilingue. In questo senso, si potrebbe ammettere che proprio tale ampia circolazione ha determinato per queste parole una condizione di “pronta disponibilità” che può averne favorito l’ingresso nel lessico della lingua franca. Quanto alla componente italoromanza, se è vero che «nel lessico l’elemento italiano supera quello spagnolo, e si riesce a ricavare questo dato non solo dal Dictionnaire (cfr. nota 11) ma anche da una visione d’insieme di tutti i documenti» (Cifoletti 2004, 55), è anche vero che l’«elemento italiano» non si limita, naturalmente, alla presenza di toscanismi: esso riguarda ovviamente diversi vocaboli dovuti ai dialetti settentrionali e meridionali che restano anch’essi di grande interesse in relazione alle specifiche dinamiche di contatti e migrazioni linguistico-culturali che hanno interessato l’area mediterranea.

Alla luce di tali dinamiche, potremmo ritenere che, in una sorta di gioco degli specchi, molte parole della lingua franca possano essersi scontrate, incrociate, rinforzate, in virtù della loro presenza o assenza in una o in più aree del Mediterraneo. In questa prospettiva, la presenza nel Dictionnaire di alcuni tipi lessicali rispetto ad altri, potrebbe essere connessa a condizioni di forte mobilità linguistico-culturale. Alcune parole, cioè, pur originatesi in una specifica area linguistica – ma avendo “viaggiato” nel Medioevo lungo le sponde del Mediterraneo ed essendosi stabilite e stabilizzate in una o più lingue tra quelle che hanno contribuito alla formazione del lessico della LFM – possono essersi affermate a scapito di altre, proprio in virtù della loro pervasività. Si fa presto a dire, per esempio, che la parola “moresca” cantar per ‘quintale’ si deve all’arabo. Occorrerebbe altrimenti interrogarsi se la selezione da parte della LFM di arabo cantar, in luogo – poniamo – di spagnolo quintal o di italiano quintale, non sia dipesa, in ultima analisi, dalla sua presenza (come arabismo) in Sardegna, Sicilia, e Italia meridionale; una presenza, questa, che può aver agìto come meccanismo di rinforzo per la sua affermazione, specialmente nei casi di coincidenza o di forte somiglianza fonetica tra la voce “originaria” e i suoi riflessi nelle diverse aree del Mediterraneo.22Si tratta, dunque, di una condizione non del tutto dissimile da quella richiamata in Cifoletti 2004, 62-63, quando, a proposito dell’arabismo rays ‘comandante di nave pirata’, egli afferma che, essendo tale parola «ben nota nei dialetti italiani, è molto probabile che si tratti di uno dei casi in cui si sfruttava una corrispondenza tra voci simili o uguali tra le due sponde del Mediterraneo». In casi come questi (si pensi anche alla presenza nel Dizionario del tipo di origine araba casana o del tipo mousquita – al femminile – o, ancora, del  tipo dgiléko per francese ‘gilet’, del valore ‘orciolo’ per la parola giara, della voce sbendout per francese ‘brigand’) la presunta “italianità” o, in molti altri, la presunta “meridionalità” di alcune voci andrebbe forse riletta nei termini di una loro “mediterraneità” dovuta a una circolazione all’interno di una «rete di contatti e di correnti che hanno attraversato spazi geografici e sociali di grandissima estensione. Correnti che, intrecciandosi e sovrapponendosi, rendono talvolta problematica la individuazione di precisi percorsi in un quadro intricato di rapporti tra mondo arabo-islamico, Penisola Iberica, Sicilia, Sardegna, Napoli e Mezzogiorno d’Italia» (Ruffino/Sottile 2015, 7).

2.2.2. Alcuni lessemi del petit mauresque di origine italoromanza ovvero mediati (o rinforzati) dai dialetti italiani

Alla luce delle considerazioni espresse sopra, di seguito saranno presentate alcune voci contenute nel Dictionnaire, il cui ingresso nel pidgin sembra essere stato favorito, dunque, dalla loro forte “mobilità”. Tra queste voci saranno specialmente discusse quelle che sembrano aver trovato nei dialetti italoromanzi (per lo più meridionali) la “porta” privilegiata per il loro acclimatamento nella LFM. Non si tratta dunque (soltanto) di elementi lessicali storicamente originari dell’italoromanzo, bensì di voci, che originatesi in una delle varietà che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, possono aver fatto ingresso nel “pidgin mediterraneo” anche in ragione di una certa “pressione” esercitata dalla loro presenza in diverse aree dell’Italia dialettale.

2.2.2.1. Casana (‘armoire’)

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque casana, francese ‘armoire’

La parola casana [ka’sana] ‘armadio’ si deve a arabo ḫazāna ‘bottega, cella, armamentario, biblioteca, armadio; credenza, scaffale incavato nel muro’ (Pellegrini 1972, 156). La voce è documentata anche per il siciliano nelle forme gazzanagasenacasena (cfr. VS, per ulteriori varianti) col significato prevalente di ‘armadio a muro’ e sembra qui un arabismo diretto diffusosi, poi, attraverso la Sicilia, nel Meridione d’Italia, come si trae da Rohlfs 1977 (I, 368) e dalle annotazioni alla Carta AIS n. 901: ‘Dietro l’armadio’:

Carta AIS n. 901 (‘Dietro l’armadio’). Il tipo gazzana nella Calabria meridionale

L’arabismo gazzana è solo dell’italoromanzo giacché nella penisola iberica i continuatori della voce araba coincidono con il tipo ‘alasena’ (Corominas/Pascual 1991 [1987], vol. I). Pertanto, sebbene la voce possa considerarsi di chiara origine araba e appaia di ampia circolazione nel bacino del Mediterraneo, la forma presente nel lessico della lingua franca testimonia come i dialetti di Sicilia e dell’Italia meridionale abbiano giocato un ruolo importante per la sua selezione da parte della LFM.

2.2.2.2. Counchiar (‘bâtir’)

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque counchiar, francese ‘bâtir’ (‘une maison’)

La voce counchiar [kun’tʃar] ‘costruire/edificare/fabbricare [una casa]’ potrebbe considerarsi di origine meridionale per la presenza nel dialetto siciliano del verbo cunzari (così afferma Cifoletti 2004, 58);23«Qualche voce di origine italiana è pure presente: nel Dictionnaire (ma anche altrove, per esempio in Aranda e Rehbinder) si trova più volte counchar (cioè conciar, cunciar) col significato di “fare” […].». E poi in nota: «Sic. cunzari; ed è interessante vedere come viene deformata questa parola, evidentemente non familiare agli Europei che la sentivano: In Aranda si trova congar, in Rehbinder contehar». anche il timbro della vocale protonica, del resto, lascerebbe supporre un’origine siciliana di questa voce del petit mauresque. La parola è in effetti documentata in VS (cfr. cunzari) col significato di ‘aggiustare, riparare’, in prima accezione, e col valore di ‘costruire, metter su’, in sesta accezione (per esempio, c. a tannura ‘sistemare alcune pietre in modo da formare un rozzo focolare’; c. u ponti ‘costruire l’impalcatura’). Il significato prototipico è anche vicino a quello del sostantivo acconzu ‘riparazione’ (cfr. VS, cfr.), mentre l’espressione – non documentata nei repertori dialettali, ma presente in siciliano – fari acconci (con affricata postalveolare) ‘effettuare lavori di riparazione o ristrutturazione, spec. in una casa’ sembra disporsi semanticamente a cavallo tra i valori ‘costruire’ e ‘ristrutturare’ (a metà strada, cioè, tra le due accezioni riportate in VS e qui richiamate). Si noti d’altra parte che, quanto al verbo, VS documenta per la Sicilia anche la forma cuncïari (rimandando a cunzari) col valore, in prima accezione, di ‘acconciare, aggiustare’.

Dunque, nonostante le coincidenze formali, dal punto di vista semantico non sono documentati in siciliano valori perfettamente sovrapponibili a quello che si trova nel Dictionnaire. Ciò anche in relazione alle forme antiche,24Valori più o meno prossimi a quelli del Dictionnaire sono registrati per l’area centro-settentrionale, ma non per la Sicilia; cfr. TLIO: ‘mettere in assetto, allestire, preparare’. [1] Doc. prat., 1275, pag. 506.31: Parente Gierbini, p(er) farne cho(n)care la porta di Porta Fuia, j spa(n)ga di ferro la quale mi ra(p)presentoa Cenio, * * *. [2] Doc. fior., 1286-90, [1286], pag. 149.25: It. demmo a uno maestro e a uno manovale ke conciare i tini e le bocti in villa e in Firenze, s. xxxiij per tre dì. [3] Bono Giamboni, Orosio, a. 1292 (fior.), L. 4, cap. 15, pag. 239.1: nel quale luogo [[…]] con fuoco e con ferro fece le vie conciare… [4] Lett. ver., 1297, pag. 537.8: P(er) certo sapiay ch’el fi conçà l’uxo del canpanilo e sí g’è dui maistri… [5] Anonimo Genovese (ed. Cocito), a. 1311, 133.42, pag. 515: Ché tar nave par ben compia / e ben conza e ben fornia… [6] Doc. perug., 1322-38, pag. 108.19: Ancho de(m)mo a Vegnatolo p(er) xiij some d’acqua, a dì xx de lulglo, s. iiij d. iiij. Ancho de(m)mo a Cola de Cinello p(er) j dì che co(n)ciò el matone illo ditto dì… [7] Mascalcia L. Rusio volg., XIV ex. (sab.), cap. 130, pag. 263.8: et quelle ch(e) so’ da tritare se trite et concese et conficiese, et fazasenne ungue(n)to; et d(e) lo d(ic)to ung(u)ento se ung(n)a lu pede, como aio d(ic)to… per le quali TLIO, cfr. conciare, dà per l’area siciliana (e per il XIV sec.) cunzari e cunczari coi significati (affini ma non identici a quelli qui considerati) di ‘sistemare, accomodare’25Cfr. TLIO: ‘sistemare, accomodare’: Simone da Lentini, 1358 (sirac.), cap. 25, pag. 113.7: Et lu primu iornu di ottubru incominczandu a ffari reparari et cunczari lu so naviliu… (con questa accezione la prima occorrenza si trova in un docuento veneziano del 1305: ancor no posa questa parte far lavorer so la corte se no per conçar ço che sé fato…). e ‘portare a termine, rifinire (un’opera)’.26Cfr.TLIO: ‘portare a termine, rifinire (un’opera)’: Accurso di Cremona, 1321/37 (mess.), L. 8, cap. 12, vol. 2, pag. 176.27: A la perfini issu, inflammatu di curruzu, pilyau la sponza plena di ogni maynera di culuri qui li stava a lu latu casualimenti et urtaula a la tavula commu per cunzari la sua opera TLIO documenta, inoltre, la voce acconciare con un ventaglio di valori tra i quali ve ne sono alcuni di area prevalentemente toscana che, seppur assai prossimi a quelli sincronici del siciliano, non sono tuttavia documentati per l’area meridionale: ‘mettere in buone o migliori condizioni’ (fiorentino e pisano),27 Cfr. TLIO: ‘mettere in buone o migliori condizioni’. [1] Libri astron. Alfonso X, c. 1341 (fior.), Libro delle stelle fisse, L. 3, pag. 209.2: E ancor altre molto grandi; che le cose che son gravi, acconciarle sì che si facessero leggiermente, e quelle che in neun modo parea che potessono essere, fare che fossero, e quelle che non si potrebber fare se none in molto gran tempo, acchonciarle che si facessero in molto pocho. [2] Cavalca, Esp. simbolo, a. 1342 (pis.), L. 2, cap. 6, vol. 2, pag. 183.29: Onde disse s. Giovanni Boccadoro: Niuno conduce l’operaio nella sua vigna ad intenzione di pagarlo pur se non gli la guasta, ma perchè la lavori, ed acconci lo meglio che può. [3] Barlaam e Josafat (Ricc.), XIV pm. (pis.), pag. 8.11: Tutta la notte aconciò i suoi fatti, e lasciò chome gli parve: quando venne la mattina, ed elgli si vestì di panni neri, e andossene cho la molglie e cho’ filgliuoli dinanzi da re, piangendo e lamentando fortemente. ‘riportare in buono stato rimuovendo difetti e guasti, ripristinare dal deterioramento’ (area toscana)28Cfr. TLIO: ‘riportare in buono stato rimuovendo difetti e guasti, ripristinare dal deterioramento’ Doc. fior., 1286-90, (1289), pag. 237.13: It. a Puccio quando aconciò la scala e el desco, dì xv di febraio, s. v e d. vj p. […] Stat. sen., 1280-97, par. 31, pag. 11.5: Item, ordiniamo che el rectore et el [c]amarlengo sia tenuto di fare mondare et acconciare tucte le vie e fonti di tucto el Comuno, se bisogno fusse, una volta nell’anno e due… […] Doc. pist., 1337-42, pag. 131.26: E de dare, li ebe per fare aconciare la sella del mulo, xviiij di febraio, e per una taoletta di gesso, s. viiij d. vj. […] Stat. perug., 1342, L. 4, cap. 83, par. 2, vol. 2, pag. 436.15: Siano tenute el capetanio e glie priore fare murare e aconciare de buone pietre, arena e calcina el bagno, el quale è en le pertenentie de Monte Alto a le spese degli uomene de la contrada.

Col valore di ‘riparare, aggiustare, sistemare’, il tipo lessicale acconciare sembra, poi, affermarsi in Sicilia solo verso la fine del ‘700, come mostrano alcune scritture notarili e burocratiche (riferite alla conservazione e commercializzazione della neve). In esse il verbo acconciare sembrerebbe risultare dalla toscanizzazione/sostituzione del dialettale cunzari.29Cfr. Romana 2007, 181: «“Per consare annettare ed aggiustare due fosse a Montecuccio, quattro miglia distanti da Pal(erm)o […]» (anno 1720); (ivi: 196): «Per consari li menzalori imprestati, grani 15 […]» (anno 1753); (ivi: 209): «[…] Sub infrascripto pacto (…) che dovendo acconciare le fosse o sia la neve in quelle esistenti tanto di fascine quanto di Mataffi paglia et altro […]» (anno 1784); (ivi: 215-16): «All’incontro si obbliga l’arrendatario di fare a sue spese, durante la gabella tutti gli acconci e ripari, nettatina di fosse, che potessero abbisognare, senza pretendere compenso alcuno […]. Più l’offerente si contenta di riceversi come si trovano le strade particolari, che dalle fosse conducono alle strade maestre, ed occorrendo di doversi acconciare resta a peso di detto Arrendatario» (anno 1825).

Si confronti la seguente tabella cronologica:

Toscanizzazione di sic. cunzari

Se è vero, dunque, che la voce dialettale siciliana, presentando due varianti (cunzari e cuncïari) una con affricata alveodentale, l’altra con affricata postalveolare, ripropone la stessa condizione che in siciliano si osserva, per esempio, per le coppie accuminzari (anche accumenzari) ~ accuminciari ‘(in)cominciare’ e franza ~ frància ‘frangia’, è anche vero che le varianti con affricata postalveolare sembrano cronologicamente successive. Pertanto, ricondurre la voce counchiar a un’origine meridionale/siciliana pone diverse difficoltà sia di ordine formale, semantico e diatopico (né un tipo cunciari né un valore ‘edificare’ sono riscontrati dei documenti antichi per la Sicilia), sia di natura diacronica (il tipo lessicale con affricata postalveolare – e comunque nella forma acconciare – e per di più col significato di ‘aggiustare, riparare’, appare in Sicilia molto tardi).

Sembra dunque arduo ricondurre la voce counchiar a un’origine siciliana, sulla base della presenza nel siciliano della forma cunzari. Più probabilmente si tratta di una antica voce sì di origine dialettale, ma attribuibile all’area centro-settentrionale (come altre della LFM) il cui ingresso nel lessico della lingua franca del Mediterraneo può essere stato, tutt’al più, “rinforzato” dalla presenza di un cognate anche nel siciliano.

2.2.2.3. Sbendout (‘brigand’)

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque sbendout, francese ‘brigand’

Sull’origine siciliana di questa voce si sofferma già Schuchardt, quando, a proposito di alcuni affissi del petit mauresque, osserva che «[i]l suffisso -ir un paio di volte ha superato il confine: sanir “guarire, curare” / it. sanare; imparir “insegnare” / it. imparare. Le forme participiali in -uto tuttavia non sono state sostituite da quelle in -ito; si mostra piuttosto una tendenza opposta: escondouto, intendouto sbendout “bandito” (siciliano sbannutu; arabo maltese zbandut(Venier 2012, 36).

In Sicilia – da dove deve essere giunta anche a Malta – la voce sbannutu (sbandutu in un vocabolario del ‘600 di autore anonimo e nei settecenteschi Dizionario siciliano ed italiano di P. Spatafora e Etymologicum siculum di G. Vinci, cfr. VS, cfr.) si sviluppa in una ricca serie di accezioni (con un numero impressionante di sensi traslati), la cui documentazione lessicografica risale già al Settecento, come si trae da VS (cfr. sbannutu30Qui si rimanda anche a una variante smannutu che però non viene poi posta a lemma, cfr. VS, vol. V, 63.): 1) ‘bandito, chi è messo al bando’; 2) ‘bandito, fuorilegge, malvivente (e dunque anche, a seconda dei casi, assassino, ladro, predone e simili)’; 3) ‘mascalzone, furfante, poco di buono’, ‘lazzarone’; 4) ‘malandrino’; 5) ‘scavezzacollo’; 6) ‘reietto’; 7) ‘sbandato, anche agg.’; 8) ‘chi non ama lavorare e occupa il tempo bighellonando, giocando o ubriacandosi, anche agg.’ (anche sbannitu, che reca pure i valori ‘scapestrato’ e ‘bizzarro, di persona’); 9) ‘ossesso, forsennato’; 14) ‘esiliato, al bando’; 15) ‘abietto, tristo’, ‘perduto’, ‘miserabile’; 16) ‘arrogante’; 17) ‘furbo, astuto, scaltro’; 18) ‘discolo, riottoso, partic. di bambini’; 19) ‘incallito, impenitente, di giocatore (specialm. di carte)’; 20) ‘prodigo’; 21) ‘sventato, senza giudizio’; 22)  ‘che ha l’abitudine di parlare ad alta voce’.

La voce compare anche in una ricca serie di unità fraseologiche: cumpagnìa di sbannuti ‘scorreria, incursione di banditi’; passàggiu di sbannuti ‘scorreria, incursione’; aviri la morti vicina comu li sbannuti ‘aver la morte vicina come i banditi’. Per l’accezione sub 2) (cfr. sopra) la voce è anche documentata in Usi e costumi e Catalogo di G. Pitrè e nel lavoro di A. Rigoli su Le varianti della «Barunissa di Carini» raccolte da S. Salomone-Marino (cfr. VS).

Numerosi sono i derivati: bannuteḍḍu ‘di ragazzo discolo, eccessivamente vivace’; sbannutarìa ‘azione da bandito’; ‘ladroneccio, atto del ladro’; sbannutara in ruppu/chiaccu â sbannutara ‘nodo scorsoio’.

I valori sub 1) e 2), riportati sopra e ripresi da VS, sono documentati anche per il siciliano antico, le cui forme presentano anche in questo caso il suffisso –uto, come si ricava da TLIO: 1) ‘condannato all’esilio in quanto sottoposto al bando. Estens. scacciato da un luogo’: Vuliri dari a tua unica figla per mugleri ad homu isbandutu et cachatu di la patria! [Angelo di Capua, 1316/37 (mess.), L. 7, pag. 134.22]; 2) ‘individuo condannato all’esilio e privato dei diritti civili. Estens. fuoriuscito’; criminale, bandito: vedendu li capi talyati da li sbanduti purtati a lu palazzu, issu adimandau a lu sou pedagogu per ki non si truvava nullu qui aucidissi quistu crudili tyrannu… [Accurso di Cremona, 1321/37 (mess.), L. 3, cap. 1, vol. 1, pag. 99.30]. Con la stessa accezione e con il suffisso –uto la voce è registrata in TLIO anche per l’area abruzzeze: In Fiezole con Catelina se adunao tucti sbanduty de la patria, et omne persona ch’era disposto de male fare [Armannino, Fiorita (14), p. 1325 (abruzz.), pag. 387, col. 2.38].

Cifoletti 2004, 72 ritiene che la voce – documentata anche in Venture de Paradis nonché nel Dictionnaire di Beaussier e diffusa nei dialetti tunisini in espressioni cristallizzate (cfr. ibidem) – abbia fatto ingresso nel petit mauresque tramite il turco: «anche se l’origine ultima va ricercata in campo romanzo, devo osservare che in turco esiste […] izbandut che oggi significa “griechischer Seeräuber; Korsar”; “hünenhafter, Furcht einflößender Kerl, verwegen aussehender Strolch; Räuber, Bandit” e che probabilmente è alla base della parola diffusasi in lingua franca; non mi azzardo a ricostruire la storia di questa parola, ad indicare cioè in che modo questa voce romanza possa essere arrivata in turco».

2.2.2.4. Mousquita (‘cousin’)

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque mousquita, francese ‘cousin’ (‘insecte’)

La voce mousquita [mus’kita] ‘zanzara’ appartiene alla famiglia lessicale di spagnolo mosquito (dim. di mosca), portoghese mosquito, catalano mosquit, francese moustique [1654; mousquite, 1611, cfr. Corominas/Pascual 1991 [1987], 160, vol. IV:]. Ma muschitta, al femminile, è solo del siciliano, come si trae da VS e da AIS, Carta  n. 477: ‘La mosca’ (con annotazioni su ‘La zanzara’) da dove si ricava che le altre forme del lessotipo, quelle sarde, sono sempre al maschile:

Annotazioni su “La zanzara” per alcuni punti calabresi, siciliani e sardi nella Carta AIS n. 477 (‘La mosca’)

Dunque, pur trattandosi di una voce di ampia circolazione mediterranea, la sua morfologia, apparendo identica a quella che si trova in Sicilia (e che Michel 1996 considera di origine iberica), autorizzerebbe a ritenere che per il suo ingresso nella LFM abbia giocato un ruolo importante il dialetto siciliano.

2.2.2.5. Giara (‘jarre/cruche’)

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque giara, francese ‘jarre’

L’arabismo giara [‘ʤara] ‘recipiente di terracotta per conservare l’olio’ è parola di ampia circolazione «che si diffonde dalla Sicilia e da Venezia verso la penisola italiana, la penisola iberica e nel nord Europa sino ai porti più importanti del Mediterraneo» (Ruffino/Sottile 2015, 42). Ma nel petit mauresque la voce potrebbe essere di origine italiana, come lascerebbe supporre la notazione con vibrante scempia, sebbene – nota Cifoletti 2004, 38 – la distinzione tra geminate e scempie nel Dictionnaire sia spesso indicata «a sproposito». Si consideri, però, che tutte le forme non italiane hanno -rr-: «ant. prov. jarra ‘sorte de cruche pour l’huile, etc.’ (dal sec. XIV), fr. med. e mod. jarre ‘vaisseau de terre cuite, a 2 anses et a large ventre, ou l’on conserve de l’huile’ (dal 1449 […]; è nome di recipienti di vario tipo […]), cat., sp., port. jarra (cat. dal 1284, sp. dal 1251 […])» (VSES, 439). Se l’aspetto formale, la presenza della vibrante scempia, non dovesse essere indizio sufficiente per l’origine italiana della voce, si potrebbe considerare in aggiunta che la parola giara traduce nel petit mauresque anche il valore francese ‘cruche’:

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque giara, francese ‘cruche’

Si consideri che il significato delle voci riportate in VSES (cfr. sopra) è per lo più quello antico di ‘recipiente per l’olio’ (tutte le attestazioni in TLIO, e tutte del XIV sec. presentano l’accezione di ‘ampio recipiente, gen. di terracotta, usato per trasportare o conservare alimenti liquidi o oleosi’), mentre il significato di ‘orciolo, brocca’, oltre che dell’antico provenzale, è tipico dell’italiano sei-ottocentesco: il valore ‘boccale di cristallo o di maiolica, senza piede e fornito di uno o due manici, adoperato un tempo per bere’ è registrato nell’italiano dal XVII al XIX sec. e appare tipico solo di alcune aree dialettali come si trae da VSES e dalle carte AIS (cfr., in particolare, Carta n. 968: ‘Il boccale’): lucano ćarl ‘bicchiere grande con due manichi’, napoletano giarra ‘specie di bicchiere di corpo più grande dell’ordinario, gotto’, irpino ciarla e giarla ‘giara, giarra, vaso da bere’, salentino ciarla, ciarra ‘giara, boccale per uso di bere, brocca’ e giarlə ‘giarra, piccola anfora senza piede’, foggiano giarra ‘vaso di terra cotta, aperto, a quattro boccucce, abruzzese ggiarrə ‘bicchiere a calice nel quale si prende il sorbetto’ (corrispondente, dunque, a siciliano giarra – pl., documentato in Mortillaro – ‘piccoli vasetti, dove dansi i gelati men densi’, cfr. VS); ‘boccale, vaso di vetro a due manichi, per contenere acqua’; ‘giara, di terracotta, senza piede e con due manichi, o anche con un manico, e il becco’. (VSES) richiama l’attenzione sull’esistenza di quattro aree dialettali italiane con analoghi tipi formali e semantici: una centro-meridionale – pugliese e campana settentrionale e molisana – con i tipi ‘giarra’ e ‘giarla’, una sarda con ‘ğara’, una ligure con il tipo ‘giara’ e una veneta che ha ‘zara’.

La forma della voce registrata nel Dictionnaire, con la vibrante scempia, e il valore di ‘cruche’, oltre a quello di ‘jarre’, lascerebbero dunque propendere per una origine italoromanza.

2.2.2.6. Fora (‘dehors’)

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque fora, francese ‘dehors’

Cifoletti 2004, 56 considera questa voce di origine veneta, mentre per Corominas/Pascual 1991 [1987] (vol. II: 971, cfr. fuera) si tratta di voce di origine catalana. Immaginare che fora del petit mauresque sia un catalanismo di mediazione veneta (se non addirittura parola di origine veneta) pone qualche difficoltà, specialmente se si considera che la parola è ampiamente diffusa in tutti i dialetti italoromanzi, come mostra la Carta AIS n. 356: ‘Fuori’.

Tale ampia diffusione può averne facilitato l’affermazione nel lessico della lingua franca del Mediterraneo a scapito dell’italiano fuori o dello spagnolo fuera, senza che la sua presenza nel petit mauresque debba necessariamente ricondursi (esclusivamente) all’influenza veneta.

2.2.2.7. dgiléko (‘gillet’)

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque dgileko  francese ‘gillet’

La parola dgiléko [dʒi’leko] ‘gilè’ è di grande interesse poiché si caratterizza per una molteplicità di punti di irradiazione e per una serie, spesso sovrapposta, di percorsi ad andamento circolare nell’intero bacino del Mediterraneo. «Proveniente dal turco yelek “giubbone di panno con maniche larghe e fino al gomito, usato specialmente dagli schiavi sulle galere”, la voce si è diffusa in quasi tutte le aree costiere del Mediterraneo occidentale dove è giunta dal Maghreb tra il ‘500 e il ‘700. In Italia, oltre che nel Mezzogiorno, si è diffusa anche a Genova e in alcuni dialetti liguri (con tracce pure in Versilia) dove designa la giacca. Nell’italiano è documentata nel ‘600 la voce giulecco col valore di “veste corta o farsetto per schiavi e galeotti”. La stessa parola era invece giunta sulla costa adriatica già nel ‘400 attraverso il dalmatico, mediante un probabile percorso greco-arumeno-rumeno. Approdata un secolo più tardi nel Maghreb, si irradiò, attraverso galeotti e schiavi, nell’area mediterranea attecchendo nel maltese, nel portoghese, nello spagnolo, nel catalano, nel provenzale, nel sardo. Giunta nel ‘700 in Francia è stata infine (ri)portata in Italia nella forma gilet» (Ruffino/Sottile 2015, 8):

Carta tratta da Ruffino/Sottile 2015, 8

La storia della voce è capillarmente ricostruita in VSES, 272-274.  Come si nota in Fig. 36, quanto alle varianti euromediterranee, soltanto nello spagnolo esiste gileco, accanto a jaleco e chaleco (il portoghese e il catalano hanno jaleco e il francese gilet, rispettivamente), mentre le forme italoromanze appaiono tutte abbastanza vicine, se non praticamente identiche, alla voce della LFM: siciliano gileccu/cileccu, calabrese gileccu ‘corpetto, panciotto’, napoletano gilecco ‘panciotto, corpetto’, genovese gilecco ‘farsetto’, italiano giulecco (XVII sec.) ‘veste corta o farsetto per schiavi e galeotti’. Secondo VSES, «[p]oiché i mediatori tra Maghreb e Europa saranno stati galeotti liberati e mercanti, non c’è ragione di pensare che in Italia la parola sia ispanismo». Se, d’altra parte, dovesse invece essere ispanismo la voce della LFM documentata nel Dictionnaire – come sembrerebbe confermare la consonante scempia –, non è da escludere che le numerose forme italoromanze possano aver giocato un qualche ruolo di rinforzo che ne ha facilitato l’affermazione, a scapito delle altre varianti spagnole, jaleco e chaleco.

2.2.2.8. Sartan (‘poêle’)

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque sartan francese ‘poêle’ (‘utensile de cuisine’)

La voce sartan [sar’tan] è un latinismo (< SARTĀGO) diffuso nei dialetti dell’Italia meridionale (Abruzzo, Campania, Lucania, Puglia, Calabria settentrionale), nella Sardegna meridionale e nella Sicilia orientale. Lo spagnolo ha sartén e il portoghese sarta, ma la voce del Dictionnaire lascerebbe propendere per un’origine aragonese, giacché Corominas/Pascual 1991 [1987], 172 (vol. V) documentano la «forma aragonesa sartán, frecuente en los inventarios antiguos de esta región». La presenza del continuatore di SARTĀGO anche in Sicilia e nell’Italia meridionale non permette di escludere che le varietà italoromanze del sud Italia abbiano potuto influenzare la selezione da parte del petit mauresque di questo tipo lessicale rispetto a un continuatore di lat. PATELLA.

2.2.2.9. Cantar (‘quintal’)

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque cantar  francese ‘quintal’

La parola cantar [kan’tar] ‘quintale’ è di origine araba (qinṭār ‘misura di peso pari a 100 rotoli’) e attraverso il commercio si è diffusa in tutto il Mediterraneo: antico francese quintar ‘poids de cent livres’, catalano quintar ‘pes equivalent aproximadament a quaranta-un quilogram i mig’ (anche chintars e quintal già nel XIII sec.), spagnolo quintal (XIII sec.), portoghese quintal. L’ispanismo quintale appare nell’italiano intorno al 1300, ma è vero che la parola spagnola quintal è tradotta con ‘cantaro’ ancora nel XVI secolo (quindi cantaro è anche dell’italiano antico). Se italiano quintale è di mediazione spagnola, così non è per siciliano cantaru:

Carta tratta da Ruffino/Sottile 2015, 47

La voce è presente anche nel sardo, che ha kantare, e in tutto il Mezzogiorno d’Italia: calabrese cantaru, candaru, salentino cantaru, candarë, napoletano cantaro. Non è facile stabilire se nel siciliano e nei dialetti meridionali il passaggio della prima vocale -i--a- sia una reazione locale o se le forme con -a- siano dovute a una variante dialettale arabo-magrebina. Per Caracausi 1983, 156, in effetti, tutte le forme «postulano una variante araba *qanṭār mutuata per via commerciale, in Sicilia forse direttamente, la cui esistenza è provata da malt. qantár ‘quintale, cantaro’ (Barbera III 886) e turco kantar ‘stadera’». Ma per Varvaro il tipo ‘cantaro’ «in alcune regioni può essere stato mediato da altri dialetti rom., come il sic., o dal lat. med. cantarium», attestato a partire dalla fine del XII sec. «in documenti imperiali sempre it. merid., ma che è a Genova nel 1140 […] e a Venezia nel 1229». Per l’affermazione nella LFM della voce cantar si potrebbe dunque ipotizzare una importante “pressione” dall’italoromanzo tramite i dialetti del Meridione o quelli di Sicilia.

2.2.2.10. Suzar (‘[Se] réveiller’)

Dictionnaire de la langue franque: petit mauresque suzar francese ‘réveiller / se réveiller’

Il verbo suzar [su’sar] ‘svegliare/svegliarsi’ sembra rifatto su lat. SŪ(R)SUM, avverbio che, diffuso nell’area romanza, solo in Italia meridionale annovera tra i suoi continuatori una forma verbale: napoletano sosere ‘levarsi su, levarsi dal letto, alzarsi’, catanzarese susitivi ‘alzatevi; susutu ‘alzato’; cosentino susere, susire ‘alzarsi’; siciliano sùsiri, susìrisi, sùsirisi, sùsisi ‘alzare, tr.; alzarsi rifl.’ (cfr. VSES).

Quanto all’uscita del verbo nel Dictionnaire, la sua appartenenza alla prima coniugazione potrebbe essere il risultato di una sua “normalizzazione”, ma si noti che la Carta AIS n. 660: ‘Ci leviamo’ – a parte susimu in Calabria settentrionale – ha susamu in qualche punto lucano costiero (742 – Acquafredda/Maratea)  e cilentano (740 – Omignano):

Carta AIS n. 660 (‘Ci leviamo…’)

La voce potrebbe dunque essere di provenienza italoromanza meridionale e la trascrizione della consonante della sillaba tonica con <z> non sembra porre alcun problema, considerata la tendenza da parte degli autori del Dictionnaire a scambiare, per le sibilanti, le consonanti sorde con quelle sonore (cfr. Cifoletti 2004, 34).

3. Nuovi usi (post mortem): cosa si perde e cosa (ri)nasce

3.1. Il “sabir” oggi, tra (le pieghe della) crematonimia, letteratura, musica

Della LFM oggi non rimane più nulla. Sostituita, a cavallo del XIX e del XX sec., dal francese coloniale – quantomeno nell’area occidentale –, questo pidgin, chiamato sabir nella fase “terminale” della sua esistenza (cfr. cap. ), si offre oggi ad alcune considerazioni extralinguistiche connesse all’emergenza di nuovi ambiti nei quali esso viene oggi usato con funzioni comunicative “secondarie”. La sua condizione di lingua estinta, e comunque di lingua non più utile e utilizzata per assolvere a funzioni comunicative “ordinarie”, ha fatto sì che essa, sempre sotto il nome di “sabir”, fosse soggetta a processi di rivitalizzazione e funzionalizzazione in ambiti nuovi come la crematonimia, la scrittura letteraria, la canzone, il teatro.

Quanto alla sua utilizzazione nella comunicazione commerciale, appare interessante il caso della città di Palermo dove è attivo un pub chiamato Sabir – nome che per tale attività commerciale compare tanto nell’insegna dell’esercizio, quanto nel registro della Camera di commercio. È importante osservare che il locale appare strutturato in tre stanze, ciascuna delle quali ricostruisce i tre ambienti fondamentali della cultura mediterranea: la piazza, il mercato e il luogo di culto, mentre gli arredi e le suppellettili dei diversi ambienti evocano o ripropongono, di volta in volta,  elementi e “cimeli” del Cristianesimo, dell’Islam, dell’Ebraismo.

Riguardo alla presenza del “sabir” nella scrittura letteraria e restando a Palermo, il giallista Santo Piazzese (213) dedica alla “evocazione” di questo «idioma strano» una pagina del suo Blues di mezz’autunno31Santo Piazzese, Blues di mezz’autunno, Sellerio, Palermo 2013, p. 67. dove la lingua franca è presentata come suggestivo esempio di varietà mescidata, tipica dello spazio linguistico costiero del Mediterraneo:

C’era una sola circostanza in cui Vito si asteneva dalle sue recite, per non interferire con Mohamed quando il tunisino si applicava in quella che doveva considerare alla stregua di una missione: insegnarmi i nomi dei pesci, dei crostacei e dei molluschi, via via che venivano smagliati dalle reti o o slamati dagli ami e divisi per specie, nelle diverse stagioni di pesca. Li indicava uno per uno col dito e andava snocciolando i nomi: aluzza, palummu, palamitu, spina, aràta, paulottu, sirretta, scurmu, lùvaru, trigghia, nfanfaru, alicciola, opa, àmmiru, anciova, siccia, mattik, ancileddru, msella, lampuka, nsalli, mlaia, bazugo. Per lo più li pronunciava in siciliano, anche se lui era convinto di esprimersi in perfetto italiano. Quando il nome siciliano non gli affiorava, ricorreva all’arabo o al francese, e qualche volta a un idioma strano, che non riuscivo a identificare, e che oggi penso potesse persino corrispondere a una qualche sopravvivenza del Sabir, la lingua franca parlata in tutto il Mediterraneo, ed estinta da più di un secolo: un misto di lingue e dialetti delle coste, da nord a sud, da est a ovest.

Ma l’esempio più significativo di uso contemporaneo della LFM resta quello del musicista Stefano Saletti il quale, come si vedrà nel prossimo paragrafo, ha  recentemente composto diverse canzoni che risultano tanto dalla messa in musica di alcuni dei documenti della LFM, quanto da una scrittura ex novo sulla base del modello linguistico ricavabile dalle diverse fonti, primo fra tutte il Dictionnaire.

3.1.1. L’esperienza musicale di Stefano Saletti

L’esperienza musicale di Stefano Saletti appare di grande interesse. Nel suo recente Concept Album dal titolo Soundcity (Stefano Saletti & Banda Ikona, Finisterre, 2016) egli usa nelle canzoni testi e parole (per lo più tratte dal Dictionnaire) della LFM facendola “dialogare” con diverse altre lingue e dialetti del bacino del Mediterraneo. Per il musicista romano la scelta di usare nelle sue canzoni il “sabir” nasce dalla necessità di trovare «una lingua bella da mettere in musica, dolce e semplice, con i verbi all’infinito, una grammatica essenziale e tante parole che alla fine non appartengono a nessuna lingua, ma sono la sintesi di tutte» (Saletti 2018). In ciò partendo dal presupposto di usare questa lingua come «un concetto, l’idea del dialogo possibile all’interno del Mediterraneo; la testimonianza che oltre a melodie, tradizioni, strumenti perfino scale musicali, esistesse anche una parola comune, nata dall’incontro delle persone e non codificata a freddo» (Saletti 2018). Come si legge sul sito ufficiale dell’artista romano, «[n]elle sue composizioni originali, il gruppo [Saletti e Banda Ikona] utilizza il Sabir, la lingua franca che marinai, pirati, pescatori, commercianti, armatori, parlavano nei porti del Mediterraneo: da Genova a Tangeri, da Salonicco a Istanbul, da Marsiglia ad Algeri, da Valencia a Palermo. Saletti e la Piccola Banda Ikona hanno ripreso questa sorta di esperanto marinaro, formatosi poco a poco con termini presi dallo spagnolo, dall’italiano, dal francese, dall’arabo, e l’hanno fatto rivivere scrivendo intensi brani che attraversano i suoni e le culture del Mediterraneo, e si uniscono alle atmosfere della tradizione popolare del sud e a melodie balcaniche, greche, sefardite» (http://www.stefanosaletti.it).  

3.1.1.1. Padri di noi

Tra i brani musicali del suo percorso di scrittura in lingua franca, spicca Padri di noi, canzone che, sul ritmo di una tammurriata – perché, afferma l’autore, «in chi recitava questa preghiera c’era la speranza di chi affidava la propria vita al mare e aveva voglia di stordirsi con il ritmo e con la musica» -, restituisce in forma cantata il “Padrenostro in sabir”.32Nella canzone è anche inserita una parte in napoletano. Il testo di questa preghiera è un documento “anomalo”: entrato nell’immaginario di quanti si lascino affascinare dalla suggestione della LFM, esso non è però annoverato e riconosciuto tra i documenti più importanti della lingua franca: non si trova, ad esempio, nel corpus di documenti raccolti in Cifoletti 2004 e in Cifoletti 2011 [2004], mentre circola diffusamente in Rete, ma è anche riportato interamente (con rispettiva traduzione in glosse) in un articolo pubblicato in Trudgill 1984 (Hancock 1984, 397).

Linguisticamente, il Padri di noi appare sensibilmente diverso da quello che si potrebbe “riscostruire” sulla base dei tratti linguistici traibili dal Dictionnaire e dagli altri documenti in LFM (cfr. supra). Se si ammettesse che questo testo sia un documento “autentico” (Hancock 1984 non precisa da dove lo trae, ma alcune caratteristiche morfosintattiche, come l’oggetto del verbo introdotto da per e il possessivo preposizionale (cfr. cap. ), appaiono coerenti con le strutture ricavabili dall’analisi degli altri documenti), si potrebbe affermare che la distanza delle sue caratteristiche linguistiche (prevalentemente grafematiche e lessicali) dagli altri documenti in LFM (primo fra tutti il Dictionnaire), sarebbe un’ulteriore prova, semmai ce ne fosse bisogno, che il “pidgin” del Mediterraneo, lungi dall’essere, ovviamente, una varietà omogenea (cfr. cap. ), doveva caratterizzarsi per diverse e diversificate varianti diatopiche e diacroniche oltre a quelle “estemporanee”, dovute ai singoli utenti di questo codice. Si confronti il testo riportato sotto (nella colonna di sinistra la canzone; in quella di destra il Padrenostro pubblicato in Hancock 1984):

Padri di noi (Stefano Saletti, 2016). Testo tratto da Saletti 2018 Testo da Hancock 1984

Padri di noi ki star in syelo
voliri ki nomi di ti star saluti
voliri ki il paisi di ti star kon noi
i ki ti lasar ki il populo
ki tuto il populo fazer volo di ti.
Padri di noi ki star in syelo
dar noi sempri pani di cada jorno
 i skuzar per noi li kulpa di noi
dar noi sempri pani il pani di noi
na tera syemi syemi ki nel syelo.
Padri di noi.
Syemi syemi noi skuzar
kwesto populo  fazer kulpa
non lasar katibo pensyeri
ma tradir  di malu. Amen.
Padri di noi ki star in syelo
voliri ki nomi di ti star saluti
Padri di noi ki star in syelo
dar sempri pani di cada jorno
Padri di noi ki star in syelo
voliri ki nomi di ti star saluti
Padri di noi ki star in syelo
tradir per noi di malu. Amen.

Padri di noi, ki star in syelo noi volir ki nomi di ti star saluti. Noi volir ki il paisi di ti star kon noi, i ki ti lasar ki tuto il populo fazer volo di ti na tera, syemi syemi ki nel syelo. Dar noi sempri pani di noi di cada jorno, i skuzar per noi li kulpa di noi, syemi syemi ki noi skuzar kwesto populo ki fazer kulpa a noi. Non lasar noi tenir katibo pensyeri, ma tradir per noi di malu, perke ti tenir sempri il paisi e il fortsa e il gloria. Amen.

Se si comparano le parole del Padri di noi con quelle ricavabili dal Dictionnaire, si nota che le differenze più significative e più numerose riguardano il piano delle soluzioni grafiche (che nel Dictionnaire si allineano ovviamente all’ortografia della lingua francese – si consideri, come esempio più vistoso, l’accorgimento di mettere l’accento acuto sulle -e finali perché queste non siano interpretate dal lettore come vocali “mute”), sebbene non manchino interessanti divergenze anche sul piano fonetico e lessicale-morfologico.

Si vedano di seguito le due tabelle che evidenziano le differenze, per i livelli grafico, fonetico e lessicale, tra le parole del testo messo in musica da Saletti (corrispondente, quanto alle parti “trasferite” nella canzone, a quello pubblicato da Hancock) e le voci che si trovano nel Dictionnaire:

Livello grafico e fonetico

Padri di noi Dictionnaire
ki qui
syelo cielo
paisi païsé
kon con
tuto toutto
tera terra
jorno dgiorno
skuzar scouzar
kwesto qouesto
pensyeri pensiéré
sempri sempré
saluti salouté
pani pané
kulpa colpa
populo popolo
katibo cativo

Livello lessicale e morfologico

Padri di noi Dictionnaire
lasar laschiar
fazer fazir
volo volonta
na in
nel ASSENTE
cada ASSENTE
jorno dgiorno
syemi syemi commé
li ASSENTE
tradir PRESENTE COL VALORE ‘tradire’
malu mal

Al di là delle differenze concernenti il livello grafico (si consideri, per esempio, la notazione delle geminate sempre come scempie), nel Padrenostro di Hancock/Saletti si nota la tendenza alla chiusura delle vocali medie (anteriore atona in posizione finale: padri, nomi, paisi, pani, e anteriore e posteriore atone in posizione interna: kulpa, populo, paisi), condizione, questa, che rende il testo meno “italianeggiante”, rispetto al vocalismo atono e finale che emerge dalle voci del Dictionnaire. Il Padri di noi sembra dunque scritto in una varietà marcata in diatopia che potrebbe avere risentito di una certa influenza araba, ma anche dell’italoromanzo meridionale. Gli esiti chiusi delle vocali medie atone (interne e finali) potrebbero essere compatibili con un’influenza magrebina, ma si noti che, riguardo alle varietà linguistiche che si affacciano sul Mediterraneo, il siciliano e altri dialetti meridionali presentano un sistema vocalico finale tre timbri, i, a, u. Inoltre, la forma katibo, con occlusiva bilabiale in luogo di fricativa labiodentale, potrebbe essere vista come una spia dell’influenza magrebina, se si considera l’assenza del fonema labiodentale nell’arabo. Ma, d’altra parte, potrebbe trattarsi di una parola dovuta all’influenza iberoromanza giacché nel castigliano  /b/ e /v/ non sono due fonemi distinti. Anche la forma jorno (nel Dictionnaire annotata come dgiorno e presente in sintagmi come metzo dgiorno, bon dgiorno) sembrerebbe tradire una qualche influenza dialettale, ma di area italoromanza: il tipo ‘giorno’, con approssimante palatale, è tipico delle aree campana meridionale, selentina, calabrese e siciliana (cfr. AIS, Carta n. 336: ‘Al giorno’), a meno di non dover ammettere che il grafema <j> annoti qui una affricata palatale “all’inglese”.

Sul piano lessicale, spicca la forma reduplicata syem syem, anglicismo (< ingl. same) assai diffuso ancora oggi nell’arabo magrebino con il valore di ‘come’. Parole quali paisipani sembrerebbero, poi, decisamente italoromanze meridionali, come pure lasar (si noti che nei dialetti meridionali e nel sardo la sibilante è sempre alveolare e mai palatale, mentre la completa assenza di francesismi indurrebbe a escludere una qualche influenza di fr. laisser). Interessante appare anche l’articolo plurale li: questa forma – che non è annotata nel Dictionnaire giacché ivi è espressamente precisato che il nome non viene mai flesso (e dunque accordato) al plurale (ma cfr. Cifoletti 2004, 41-42) – è ben vitale nei dialetti italoromanzi meridionali. Lo stesso potrebbe valere per la preposizione na ‘in, nella’, che non compare nel Dictionnaire, dove invece si trovano soltanto esempi con la forma in. Si noti, inoltre, l’incongruenza della terminazione del verbo fazer (fazir nel Dictionnaire, dove piacer, dispiacer e metter sono gli unici esempi di verbi in -er – cfr. anche nota 16), mentre la voce tradir ‘liberare, sottrarre’ appare qui “rifatta” sui continuatori di lat. trahĕre e reca tutt’altro significato rispetto a quello registrato nel Dictionnaire, che corrisponde invece al valore ‘tradire’.

Oltre ai già considerati casi dell’articolo plurale li, della preposizione na e del verbo tradir, si trovano nel Padri di noi altre voci che non hanno riscontro nel Dictionnaire: l’ispanismo cada (nel Dizionario non è riportata nessuna forma per l’indefinito ‘ogni’) e l’italianismo nel (il Dictionnaire presenta diversi esempi limitati alla forma in, sempre resa con ‘dans la’, per cui mancano esempi di ‘dans le’ e ‘dans les’). Anche la congiunzione i, in luogo di e, si costituisce come un tratto di influenza iberoromanza. Si notino infine le forme volo e malu del Padrenostro, sensibilmente divergenti da volonta e mal del Dictionnaire.

3.1.1.2. Benda benda

La messa in musica di testi ricavabili dal corpus di documenti in LFM non riguarda soltanto il “Padrenostro in sabir”: già nel 2008, in un precedente lavoro discografico (Marea cu sarea, Stefano Saletti & Banda Ikona, Finisterre), l’autore aveva musicato il ben noto Villancico di contrahaziendo a los mócaros que siempre van importunando a los peregrinos con demandas, scritto da Juan del Encina nel 1520, di ritorno da un viaggio a Gerusalemme. Il testo, di tono parodistico, si riferisce ai mócaros, i giovani mulattieri arabi che, rivolgendosi ai pellegrini per offrire loro provviste per il viaggio e oggetti vari, si esprimono in una lingua composita, a base lessicale italo-spagnola (vedere sopra).

Per l’analisi degli elementi linguistici della varietà pidginizzata in cui è scritto il villancico, si cfr. Minervini 1996, 254-257, la quale nota, per altro, come nel testo siano significative le coincidenze lessicali con la lingua franca: dar, estar, manjar, pillar, mentre, d’altra parte, parole come «gli aggettivi taybo e marfuz si ritrovano nel pidgin portoghese del Cinquecento, conosciuto solo attraverso fonti letterarie, considerato da taluni studiosi il punto di partenza nello sviluppo di molti (o tutti) i créoli atlantici» (ivi: 257).

La canzone di Saletti basata sul villancico di Juan del Encina, riprende nel titolo la prima parola (di origine ignota) del testo cinquecentesco, benda, che vale ‘moneta di scarso valore’. Il brano, che “rimpasta” le sequenze testuali dell’originale (per cui si veda la colonna di destra nella tabella riportata sotto), “riduce” il villancico in cinque strofe integrate da un ritornello (ricavato dalla parte iniziale del testo originario) e da un loop (costituito dalla sola parola benda), secondo la seguente struttura: strofa + strofa + ritornello; strofa + strofa + ritornello; loop + ritornello; strofa + loop finale: 

Benda benda (Stefano Saletti, 2008). testo tratto da http://www.stefanosaletti.it

Testo del Villancico di contrahaziendo a los mócaros que siempre van importunando a los peregrinos con demandas (Juan del Encina, 1520) 

Por Ala te rrecomenda
dar maidin marqueta benda
con bestio tuto l’espenda,
xomaro estar bon rroçin.

Peregrin taybo cristian,
si querer andar Jordan
pilla per tis jornis p an,
que no trobar pan ne vin.

Benda ti istran pelegrin,
benda marqueta maidin.
Benda benda stringa da da!
Agugeta colorada.

Pilla, pilla per camino
polastro y bona galino,
bono fica taybo
y taybo zucarrazin.

Pilla l’obo coto ades,
per benda dar dos e tres,
per marqueta çinca seys,
dez e duz per un maidin.

Benda ti istran pelegrin,
benda marqueta maidin.
Benda benda stringa da da!
Agugeta colorada.

Dali moro namorada
y Ala ti da bon matin.
per marqueta çinca seys,
dez e duz per un maidin.

Benda ti istran pelegrin,
benda marqueta maidin.

Benda benda stringa da da!
Agugeta colorada
dali moro namorada
y Ala ti da bon matin.

Por Ala te rrecomenda
dar maidin marqueta benda
con bestio tuto l’espenda,
xomaro estar bon rroçin

Peregrin taybo cristian,
si querer andar Jordan
pilla per tis jornis p an,
que no trobar pan ne vin.

Pilla, pilla per camino
polastro bona galino,
bono fica taybo
y taybo zucarrazin.

Pilla l’obo coto ades,
per benda dar dos e tres,
per marqueta çinca seys,
dez e duz per un maidin.

Per marqueta e maydin dar
ovos haba per manjar,
marqeuta bayoco estar,
dos bayocos un maydin.

Fin

Marçela çinca maidines
valer Judea confines,
taybos non marfuzes rruynes,
si xonar bono tintin.

3.1.1.3. Sbendout

Accanto ai testi appena considerati, la produzione musicale di Saletti annovera altre canzoni che non si fondano, però, su documenti presistenti, ma, al contrario, risultano da una scrittura ex novo, sulla base del materiale linguistico ricavabile prevalentemente dal Dictionnaire. È il caso di Sbendout (sciolto come ‘brigand’ nel Dizionario, p. 19 ), canzone che affronta il tema del viaggio  e nella quale il petit mauresque si alterna con lo spagnolo e il francese:

Sbendout (Stefano Saletti 2016). Testo tratto da Saletti 2018

Refugiado, clandestino, nacido
sbendout, enfermo et plaignais
et l’ombre m’a frappé
et l’homme m’a sauvé
la maré fazir du malé
la mer aki m’a attaqué.
Je suis migrant
je suis voleur
je suis la peur de ton passé
je suis blanc
je suis noir
je n’ai aucune de couleur
mi star sbendout
mi star ladron
mi star paura du passar
mi star blanco
mi star negro
mi star sentza coloré.

 

 

il mare mi ha ferito
il mare qui mi ha portato.
   
   
   
   
   
   
Sono migrante 
sono brigante
sono la paura del tuo passato
sono bianco
sono nero
non ho alcun colore.

La ricchezza e la varietà di sensi traslati della parola sbendout (che va con l’italiano (s)bandito, cfr. sopra, cap. ) non è sfuggita all’autore che, paragonando la condizione degli “esiliati” di oggi con quella dei banditi di ieri, rende con ‘migrante’ la parola del titolo. La canzone svela anche una certa libertà nell’uso dei termini della lingua franca così come sono registrate nell’opera che l’autore usa per creare la sua lingua. E così la voce blanco del terzultimo verso non corrisponde a quella riportata nel Dictionnaire che invece è biancocoloré del verso finale non corrisponde a color del Dizionario, mentre il partitivo du del quartultimo verso è chiaramente tratto dal francese (nel Dictionnaire si trova del). Quest’ultima soluzione crea dunque una forma di mescidazione che non riguarda semplicemente l’alternanza, all’interno della canzone, di strofe o “blocchi” in diversi codici, potendo invece investire anche singoli versi dove gli elementi della lingua franca si prestano a un vero e proprio gioco di code mixing, come è il caso del verso la mer aki m’a attaqué. Si noti inoltre l’uso alternante di maré e mer, nel quinto e sesto verso rispettivamente, per rendere la parola ‘mare’: una volta appare, dunque, la voce della LFM, un’altra la voce del francese, ma l’articolo è in entrambi i casi al femminile secondo la grammatica del galloromanzo. Si noti infine come nella performance qui riproposta la cantante pronunci la parola del titolo “alla francese”.

3.1.1.4. Berkin ‘e bak

Se la lingua franca ha rappresentato il pidgin dell’intero bacino del Mediterraneo, questa condizione (e questa consapevolezza, che conferisce un valore profondamente simbolico all’opzione linguistica dell’artista) sembra riflettersi nella scelta di Saletti di alternarla in un altro brano con la varietà geograficamente più distante dal francese e dallo spagnolo del brano precedente, quasi a ribadire che la LFM doveva essere «un misto di lingue e dialetti delle coste, da nord a sud, da est a ovest», per dirla, ancora, con Santo Piazzese (213). Così nel brano Berkin ‘e bak – dedicata a Berkin Elvan, il ragazzo turco che il primo maggio del 2013 perse la vita a Istanbul negli scontri con la polizia – il sabir “dialoga” con il turco:

Berkin’e bak (Stefano Saletti, 2016). Testo tratto da Saletti 2018

Berkin’e bak mi non volir mirar
Berkin’e bak chiéco non volir sabir
melior tazir que sentar a mirar

mi andar fougir que sagiar de piangir
all’ombra de Gezi la manou se tendir
para serrar l’odor de siklâmen.
Nos star Akdeniz la marè du metzo
que va separar el ioum et el roudoua
Berkin’e bak la gratzia e la tristetza
Berkin’e bak umut ve gelecek
Oh Elvan.
Guarda Berkin, non voglio vedere
cieco non voglio sapere
meglio tacere che restare a guardare
meglio fuggire che provare a piangere
all’ombra di Gezi la mano si allunga
a bloccare l’odore di ciclamino.
siamo il Mediterraneo il mare di mezzo
che divide l’oggi e il domani
guarda Berkin la grazie e la tristezza
guarda Berkin la speranza e il futuro
Oh Elvan.

Nel testo, al di là del titolo (che vale ‘guarda, Berkin’), le parole in turco sono una sparuta minoranza, contandosi in non più di cinque: siklâmen, umut, ve, gelecek, e infine Akdeniz che vale, appunto ‘Mediterraneo’. In quest’ultimo caso pare interessante notare come le parole che nel verso seguono il lessema Akdeniz assumano una vera e propria funzione di traduzione-parafrasi in LFM del talassonimo turco: Akdeniz la maré du metzo, con il (ricorsivo, vedere sopra) partitivo du francese. Rilevante appare, poi, l’uso delle voci lioum e roudoua, due lessemi arabi (non precisamente “moreschi” e coordinati dalla congiunzione francese et) che l’autore “recupera” dalla sezione del Dictionnaire intitolata Quelques mots arabes, il glossario francese-arabo posto alla fine del vademecum linguistico (vedere sopra). Anche la voce tazir del terzo verso è assente nel Dictionnaire, trovandovisi invece non ablar ‘taire’ (p. 84), ma evidentemente il verbo è tratto dall’intermezzo in lingua franca de Le Bourgeois Gentilhomme di Molière (cfr. cap. ).

In questa canzone, a differenza di quanto si nota in Sbendout (vedere sopra), l’elemento  linguistico “moresco” va ben oltre il piano strettamente lessicale, poiché vi si trovano unità linguistiche “più complesse”. Mentre, infatti, in Sbendout l’autore usa singole parole in “sabir”, nel testo dedicato a Berkin Elvan egli costruisce interi versi mediante l’utilizzazione di frasi “pronte all’uso” che trova nel Dictionnaire ovvero “generandone” di nuove, sulla base del modello ricavabile dagli esempi fraseologici ivi contenuti. Così, frasi come non volir mirar non volir sabir, rispettivamente del primo e del secondo verso, appaiono ricalcate su unità fraseologiche reperibili nel Dizionario, come è il caso di volir scométir dei Dialogues (cfr. p. 93 del Dictionnaire). Ma una sequenza come sentar a mirar ‘stare a guardare’ del terzo verso riproduce una struttura linguistica che l’autore ricalca, invece, sulla sua lingua materna, giacché nel Dictionnaire mancano esempi di verbo + a + infinito (mentre sentarmirar sono forme lessicali effettivamente registrate nel Dizionario e semanticamente rispondenti al senso del verso). Ancora più interessante appare la sequenza del quarto verso sagiar de piangir ‘provare a piangere’ che l’autore crea sulla base della presenza nel Dictionnaire della voce provar di tradotto in francese contâcher de’: poiché provar (senza preposizione) è sciolto come ‘essayer’, e così anche sagiar, Saletti impiega quest’ultima forma, facendola seguire dalla preposizione francese de, creando così il verbo sagiar di quale sinonimo di provar di. Si noti poi la sequenza la manou se tendir del quinto verso dove compare il verbo tendir (preceduto anch’esso da una forma francese – se), voce che non è riportata nel Dizionario, ma che l’autore sembra aver creato sulla base di stendir ‘étendre’ (p. 32). Sembra, infine, di grande interesse anche la voce manou, con vocale finale diversa da quella che si trova nel Dictionnaire dove è registrata la forma mano

3.1.1.5. Anpalagan

La canzone, ancora sul tema della migrazione-erranza-esilio, è dedicata ad Anpalagan Ganeshu, il ragazzo diciassettenne tamil che, «partito dalla sua terra per una nuova terra dove sperava di trovare una vita migliore, affondò nel canale di Sicilia, la notte di Natale del 1996, insieme ad altri 282 compagni. La più grande tragedia di migranti, prima di quella terribile di Lampedusa del 3 ottobre 2013, in una triste coazione a ripetere che non sembra fermarsi mai» (Saletti 2018):

Anpalagan (Stefano Saletti, 2008). Testo tratto da http://www.stefanosaletti.it [Nell’esecuzione dal vivo, qui proposta, si innesta, nella parte finale, il ritornello di Get up stand up, di Bob Marley]

La maré star
nos embrachiar
ounatra cinis pronta a getar
notra terra aki adesso star
notra paizé star esta lanchia
noi star en viagio
cascar agoua
Anpalagan mas non tournar
noi sabir que star solamenté andar
noi sabir que noi mas non retournar.
E mi e mi mi star aki
iemé siemé oundé ti venir?
tazir tazir non respondir
tazir tazir si non sabir.
La maré star
nos embrachiar
ounatra cinis pronta a getar
non mas leggir
non mas brouchar
non mas trouvar
il libro de maré.
E mi e mi mi star aki
siemé siemé oundé ti venir?
tazir tazir non respondir
tasir tasir si non sabir.

Il mare
ci abbraccia
altra cenere da gettare
questa è adesso la nostra terra
la nostra patria è questa barca
siamo in viaggio
ci piove addosso
Anpalagan non tornerà
sappiamo che è solo andata
sappiamo che non torneremo.
Insieme stiamo qui
insieme dove andiamo?
taci taci non rispondere
taci taci se non  sai.

Non più leggere 
non più bruciare
non più trovare
il libro del mare

Dal punto di vista morfo-sintattico, il testo di Anpalagan appare ancora più complesso di quelli considerati sopra. Anche qui, come nel caso del brano precedente, i versi della canzone risultano dall’impiego di lessico e soprattutto di strutture sintattiche trasferite dal Dictionnaire o risultanti dal tentativo di ricostruirle a tavolino sulla base della “grammatica” ricavabile dal Dizionario e dalle altre fonti della LFM.

Spicca in questo senso l’incipit del brano, dove la sequenza  La maré star nos embrachiar presenta diversi elementi di interesse. Com’è noto, uno dei tratti sintattici più significativi della LFM consiste nell’uso della preposizione per quale introduttore dell’oggetto dei verbi transitivi. Il Dictionnaire è ricco di esempi riguardanti questa caratteristica che sembra inoltre condivisa anche da altri pidgin e creoli di base romanza (cfr. anche sopra,  cap. ):

  • ti conoschir per ellou? ‘Le connaissez-vous?’ (Dictionnaire, 96);
  • ti mirar per mučera di Eduardo ‘You’re loooking at Edward’s wife’ (Hancock 1984, 392);
  • voi amar per noi ‘you (pl.) love us’ (ibidem).

Sulla base di questi esempi, e considerando inoltre che il pronome nos (possibile ispanismo) non è registrato in alcun documento della LFM, l’incipit del brano sarebbe dovuto risultare, dunque, al netto di eventuali esigenze metriche, in una struttura morfo-sintattica  corrispondente pressappoco a

  • la maré embrachiar per noi ‘il mare ci abbraccia’ (cfr. sopra, la traduzione dell’autore).

Analogamente, si consideri la struttura noi sabir que dei versi 9 e 10 (Noi sabir que star solamenté andar; Noi sabir que noi mas non retournar): anche in questo caso l’autore crea una sequenza poco compatibile con la LFM dove le subordinate oggettive sono prive di introduttore, come si ricava dai seguenti esempi del Dictionnaire (cfr. anche cap. ):

  • mi pensar l’Algérino non combatir ‘je pense que les Algériens ne
    se battront pas (p. 98);
  • genti hablar tenir gouerra ‘on dit que nous avons la guerre’ (ibidem)33Ma si consideri che in Haedo (de) 1927 [1621], 120 si trovano costrutti con que: no parlar que estar malado ‘non dire che sei malato’, ma anche si cane dezir dole cabeça ‘se tu cane dici che ti duole la testa..

Si consideri anche il verso 12, Siemé siemé oundé ti venir? con l’uso di oundé ‘donde’ (Dictionnaire, p. 95) in luogo di ové ‘dove’ (p. 55) e venir in luogo di andar.

Sul piano lessicale, a parte il francesismo en del sesto verso, si osserva l’uso di molte parole, e brevi frasi, che riproducono fedelmente quelle che si trovano nel Dictionnaire, accanto ad altre che invece sono tratte dalle ulteriori fonti disponibili o risultano, ancora una volta, dalla creazione “per analogia”, a partire dalle strutture ricavabili dai documenti. 

Tra le frasi tratte dal Dizionario spicca cascar agoua del verso 7, che l’autore rende nella traduzione con ‘ci piove addosso’ e che nel Dictionnaire è dato per ‘il pleut’ (p. 98). Si consideri anche il verso 13, tazir tazir si non sabir, che risulta dalla “ristrutturazione” della frase dell’intermezzo cantato dal personaggio di Molière (cfr. sopra e cap. ): Se ti sabir / ti respondir / se no sabir / tazir tazir.

Nel testo si rileva anche un manipolo di parole che non trovano corrispondenza nelle fonti (sia sul piano lessicale-morfologico, sia su quello grafematico): ounatra, forma non riscontrata nei documenti; getar che invece è dato come dgitar nel Dictionnaire (p. 44); esta che l’autore ricava volgendo al femminile il dimostrativo maschile esto che trova in Haedo (de) 1927 [1621], 200 (cit. in Cifoletti 2004, 200-201); notra che, a giudicare dal Dizionario, dovrebbe essere nostra (p. 53); leggir che manca nel Dictionnaire dove esiste ‘écrire’ (scrivir, p. 29), ma non ‘lire’; (re)tournar, brouchar e trouvar che sono rispettivamente tornar nel Dictionnaire (p. 69), bruchar nel Dictionnaire e in Pananti 1817, 144, trovar nel Dictionnaire e in Haedo (de) 1927 [1621], 201 (cit. in Cifoletti 2004, 201).

4. Conclusioni

La LFM si presenta come un aspetto molto interessante della cultura mediterranea di epoca moderna. Questo pidgin pone diversi elementi di complessità, primo tra tutti il particolarissimo rapporto tra lingua lessificatrice e lingua di sostrato, fattore che ha numerose ricadute problematiche circa la definizione della sua stessa genesi.

L’analisi della fonte più completa, ma spesso poco coerente, mostra aspetti strutturali interessanti che restituiscono un assetto caratterizzato da una forte influenza della lingua modello e da processi di semplificazione tipici di un codice di contatto i quali si presentano in parte innovativi e in parte abbastanza coerenti con l’assetto tipologico delle lingue romanze.

L’analisi lessicale permette di evidenziare come sia spesso difficile stabilire gli apporti e le influenze delle diverse lingue e dei diversi dialetti che si affacciano sul bacino del Mediterraneo. Molte delle parole che costituiscono il lessico della LFM sono state, infatti, protagoniste di un’ampia circolazione all’interno dello spazio mediterraneo e pertanto non sempre appare agevole (o possibile) stabilire con esattezza la lingua di origine delle diverse voci.

Infine, nonostante il codice non sia più vitale in termini d’uso effettivo, il pidgin riappare – sia pure con il solo glottonimo sabir – in nuovi contesti d’uso grazie al suo implicito valore evocativo in grado di “richiamare” l’esistenza di una comune e condivisa cultura mediterranea. In tal senso, il riuso artistico nella canzone, con l’esperienza di Stefano Saletti – in cui la messa in musica di alcuni “documenti” della LFM si accompagna a una scrittura ex novo che “recupera” strutture, parole e forme tratte dalle fonti storiche per mescidarle con le altre lingue del Mediterraneo – assegna al pidgin un chiaro valore simbolico (che è anche ideologico), ovvero quello di un ritorno alla condivisione e alla “fratellanza” tra popoli che, un tempo, avevano trovato, proprio nella e con la LFM, uno spazio comune per il dialogo.   

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