Il genovese. Cenni di storia linguistica

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    Fiorenzo Toso (2019): Il genovese. Cenni di storia linguistica, Versione 2 (22.09.2019, 14:31). In: Thomas Krefeld & Roland Bauer (a cura di) (2019): Lo spazio comunicativo dell’Italia e delle varietà italiane, Versione 57. In: Korpus im Text. url: http://www.kit.gwi.uni-muenchen.de/?p=12746&v=2.
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Abstract

Il contributo intende fornire un sintetico profilo della storia linguistica esterna del genovese, la varietà più rappresentativa, per molteplici aspetti, all’interno del sistema dei dialetti liguri romanzi. Dalle vicende prese in esame emerge in particolare il problema metodologico di un’analisi del rapporto tra lingua comune italiana e identità regionali, che tenga anche conto delle diverse collocazioni dei vari idiomi storicamente diffusi sul territorio dal punto di vista diastratico e del prestigio, nel corso di una progressione secolare di incontri e di confronti: nel caso specifico, il ruolo fondamentale svolto dal genovese per la definizione di una specificità declinata in senso politico-istituzionale non meno che culturale, e la stessa proiezione internazionale delle esperienze linguistiche che ad esso si riconnettono, relativizzano l’idea di un puro e semplice rapporto di subordine nei confronti dell’italiano, alla luce di atteggiamenti percettivi e autopercettivi che, nel lungo periodo, suggeriscono di rileggerne la storia nei termini di una dialettica assai più complessa, alla luce della quale possono essere interpretati anche diversi aspetti della realtà sociolinguistica contemporanea.

1. Premessa

Rimane assai arduo concepire una storia linguistica esterna del genovese che sia legata in maniera esclusiva a un concetto di territorialità. La stessa nozione di «repubblica marinara» (Pirani 2018b) alquanto tardiva e strettamente legata, nelle sue origini, alla costruzione identitaria del nascente Stato italiano, non rende conto del rapporto complesso che si instaura precocemente tra appartenenza locale e proiezione ultramarina e internazionale, soprattutto se si considera che il processo di fissazione dello Stato di terraferma, malgrado la preesistente percezione di una unità geopolitica ligure «da Monego à Cröo» (da Monaco a Capo Corvo presso Lerici, secondo la formula ricorrente), si avrà soltanto a partire dalle riforme che nel 1528 segneranno il passaggio dalla fase comunale (caratterizzata da ricorrenti discontinuità istituzionali) all’istituzione stabile della Repubblica, primo esempio, nell’Europa di ancien régime, di Stato dotato di una costituzione non mitica ma suggellata da precisi accordi interni e internazionali (Costantini 1988).

Di conseguenza, lette alla luce della storia politica e civile, anche le vicende linguistiche della Liguria appaiono caratterizzate, nel panorama italiano, da ricorrenti originalità. La precoce definizione di uno «spazio» organizzato intorno a Genova, ma assai da prima riconoscibile nella sua unità ambientale e culturale; la proiezione esterna degli interessi economici dei genovesi, col disimpegno da un retroterra padano percepito come «altrove» pericolosamente affacciato su confini fluttuanti; l’evoluzione delle strutture politiche fino al crollo della Repubblica nel 1797: questi e altri elementi aiutano a capire come la peculiarità linguistica entri spesso in gioco nella rappresentazione di una «specificità» che i Genovesi non cessarono mai di divulgare, e che gli «altri» percepirono, spesso e volentieri, come dato di fatto oggettivo.

La costruzione mitica della «diversità» dei genovesi passa attraverso il racconto, negli Annali di Caffaro, della giustificazione della loro sovranità davanti a Barbarossa, poi attraverso il disegno della «perfezione» municipale suggerito da Iacopo da Varagine e le teorizzazioni dei pubblicisti cinque-secenteschi1Sul ruolo fondante della cronachistica e della storiografia mediolatina nella definizione ideologica dell’«identità» genovese rimando a Toso 2009, vol. I. Dai Castigatissimi annali (Giustiniani 1537) in poi, la storiografia genovese di antico regime appare costantemente impegnata, a sua volta, a propagandare i miti fondatori dell’esperienza repubblicana, affiancata da una pubblicistica attraverso la quale Genova si qualifica come «uno straordinario ‘laboratorio politico’ in cui […] è stato condotto un vero e proprio esperimento costituzionale, attentamente registrato in ogni sua fase da storici e pubblicisti e discusso appassionatamente (per quanto se ne sa) dall’intera cittadinanza» (Costantini 1992, 99).; ma ad essa contribuiscono non meno, ad esempio, l’anatema dantesco o le osservazioni del Quevedo di España defendida (1612) sul loro «carattere». Al tempo stesso la retorica della «diversità» genovese appare variamente piegata alle esigenze dei suoi commentatori: così, la dispersione del seme genovese auspicata da Dante (Inf., XXXIII, 151-153) diventa per il contemporaneo poeta locale (Anonimo Genovese, Rime, CXXXVIII, 195-198) un segnale di vitalismo («e tanti sun li Zenoexi / e per lo mondo sì destexi / che und’eli van o stan / un’atra Zenoa ge fan»), e i condizionamenti ambientali che il polemista spagnolo aveva individuato, condannandola, nell’attitudine dei marcachifles genovesi, sono per il maggior poeta ligure dell’età barocca, Gian Giacomo Cavalli, il fondamento dell’innato eroismo di coloro che «da quattro scuœggi nui ancon de gente / favan stà ro Levante e ro Ponente», «aquile d’intelletti straprofondi / Corombi à descrovî ri nuœvi mondi» (Cavalli 1636, 189; 191). Anche le critiche dei polemisti forestieri in materia di lingua verranno così rovesciate dai fautori della promozione del genovese in quanto simbolo di identità politica e originalità: quello che per Benedetto Varchi è, nell’Ercolano, lingua barbara e inarticolata, «da tutte l’altre diversa» (Varchi 1834, 347), per Paolo Foglietta è l’idioma che, superato lo stato di natura e sottoposto dai suoi autori a un processo rigoroso di raffinamento, si fa espressione di una civiltà letteraria «alta» e al tempo stesso «altra» (Toso 2005, 518-520).

2. Il genovese e lo spazio linguistico ligure

Vero è che la valenza simbolica del genovese come lingua dell’alterità sembra trovare qualche legittimazione nelle condizioni stesse della dialettalità ligure. Ancora Dante, questa volta nel De vulgari eloquentia, riconosce come è noto all’idioma (unitariamente inteso) della «Marca Genovese» una posizione eccentrica, associandolo alle varietà «a destra» dell’Appennino e attribuendogli così una netta distanza rispetto al resto del Settentrione, proprio mentre la letteratura medievale ligure abbonda di riferimenti sarcastici ai Lombardi dei quali viene ribadita l’irrisarcibile alterità (Toso 2009, vol. I, 65-67; 122; 128; 140). Tutto ciò fino a un celebre articolo del padre della dialettologia italiana (Ascoli 1876b), prima del quale il genovese continuava a essere percepito come una realtà a se stante, anello di congiunzione tra le parlate settentrionali e quelle italiane centro-meridionali: tanto le sue caratteristiche apparivano lontane da quelle che individuano il tipo «galloitalico», dal quale, d’altro canto, non senza ragione lo aveva escluso il primo studioso ad avere introdotto questa denominazione (Biondelli 1853).

Il volgare genovese quale appare dai primi testi e quale si evolve fino alle parlate attuali, è in effetti il frutto di ricorrenti discontinuità della circolazione verso nord, non meno che di un’intermittente apertura verso il centro peninsulare, particolarmente evidente in ambito morfologico e sintattico (Toso 1997; Forner 1997). L’appartenenza all’area altoitaliana, del resto, non può essere letta come conseguenza diretta delle condizioni linguistiche anteriori alla romanizzazione, se vale la semplice constatazione di Giacomo Devoto secondo la quale, «presa in sé, la Liguria non è mai stata gallica» (Devoto/Giacomelli 1972, 10). A loro volta, la marginalità del territorio, i tempi e i modi di una colonizzazione tutt’altro che capillare, l’incertezza della rete stradale lasciano intravedere le modalità originali di una latinizzazione linguistica, precoce (come mostra la Tavola di Polcevera del 117 a.C.) ma in larga parte estranea ai processi attivi in un’area padana, verso la quale è difficile determinare la scansione dei momenti di apertura e di chiusura che dovettero verificarsi in età tardoantica e altomedievale. In ogni caso la frontiera appenninica determina una frattura secolare fin dai tempi della resistenza bizantina contro la pressione longobarda (553-643): «la storia vera della Liguria, quale noi la intendiamo in senso regionale, anzi, se si vuole, come “nazione”», è stato scritto «ha inizio con il periodo bizantino, quando essa restò come estrema provincia occidentale dell’Impero Romano d’Oriente» (Pistarino 1972, 30).

L’unità regionale ricompostasi in quel periodo è quindi all’origine della strutturazione di una Liguria linguistica modernamente intesa già prima dell’affermazione del progetto di Stato regionale organizzato intorno alla capitale. Il linguista vi riconosce, se non il momento della fissazione, almeno il periodo di gestazione dei fenomeni tipici della dialettalità ligure, dalle palatizzazioni di PL-, BL-, FL- (ciumma, gianco, sciamma [cf. NavigAIS, c. 921]) all’indebolimento di -R- intervocalica e alla conservazione delle vocali atone e finali, esiti unitari certamente anteriori all’espansione genovese, mentre alcuni tratti vistosi di galloitalicità, dalla dittongazione di -Ē- (meise [cf. NavigAIS, c. 315]) all’alterazione di -N- (galiŋa ‘gallina’; cf. NavigAIS, c. 1122) sono evidentemente successivi, e altri aspetti della segmentazione territoriale, per quanto antichi come il diverso esito di -CL- interno (specio orientale, spegio centro occidentale, speglio occidentale estremo [cf. NavigAIS,  c. 675]) appaiono anche come il frutto della diversa pressione dall’esterno sulle varie subaree (Toso 2002b).

Su tale panorama s’innesta poi l’altro elemento fondante dell’«identità» non solo linguistica regionale, il successo di Genova come motore politico-economico della Liguria: sotto questo aspetto, la metropoli eserciterà una doppia funzione, accentuando molto, soprattutto lungo l’arco costiero, la percezione unitaria dello spazio ligure da un lato, ma introducendovi dall’altro elementi di frammentazione allorquando i modelli urbani, radicandosi nei centri rivieraschi e nei principali mercati dell’interno, emargineranno gli esiti locali, rendendo più pronunciata la distanza tra capoluoghi amministrativi e contadi, tra costa ed entroterra. L’espansione mediterranea, a sua volta, contribuirà a generare processi di convergenza: a partire dalla fase propulsiva delle Crociate essa si svolge nel nome di Genova coinvolgendo migliaia di Liguri che apprendono oltremare la lingua della capitale che si sta affermando come idioma commerciale, e la diffondono al loro ritorno sul territorio come variante prestigiosa (Muljačić 1982). È in questo modo che il nome genovese allarga il proprio significato da «varietà parlata a Genova» a «insieme di dialetti praticati lungo l’arco delle riviere e nel corrispondente entroterra» (Toso 2016).

3. «Lo jairo vorgà çenoeyse»

Se l’ampia documentazione mediolatina (Aprosio 2001-2002) lascia già intravedere i fenomeni fonetici, morfologici e lessicali originali, i primi testi volgari, a partire dalla precoce Dichiarazione di Paxia savonese (1180) riflettono ancora le perplessità insite nei processi di affrancamento dal latino: di fronte alla funzionalità della gramayga, il mercator genovese, che negli scali d’Oriente usa quotidianamente la lingua vernacola, tarda ad avvertire l’urgenza del suo uso scritto. Sono semmai gli «altri», ancora una volta, ad aver chiara la percezione delle genovesità linguistica come elemento di originalità: Raimbaut de Vaqueiras nel suo Contrast (1190) contrappone così le finezze della lingua d’oc alla vernacolarità della genoesa, ma anche l’ambiente cortese della signoria monferrina alla mentalità mercantile del grande porto mediterraneo (Toso 2009, vol. I, 110-111): parlano lingue diverse, il jujar e la domna, molto al di là delle marche fonetiche – smaccatamente caricaturali nella loro ricorrenza all’interno del testo – con le quali il trovatore sottolinea la distanza del genovese (e dei genovesi) da un universo retorico che susciterà le diffidenze dell’Anonimo stesso per «le vanitae / e le canzon chi son trovae / chi parlan de van amor / e de bexicii con error» (Rima 144, 189-192). Se a livello locale la percezione dell’alterità linguistica come specchio di specificità culturale richiede un lungo processo di maturazione, il ripudio (in realtà più ostentato che effettivo) dell’influenza occitanica è per certi aspetti scontato: la lirica provenzale ha anzi un effetto ritardante nella misura in cui, alla ricerca di un volgare «illustre», intellettuali genovesi come Lanfranco Cigala o Bonifacio Calvo preferiscono aderire direttamente alla lingua d’oc.

Nella seconda metà del sec. XIII, la fioritura letteraria in volgare (Cocito 1970; Nicolas 1994) è semmai frutto di un processo di elaborazione che riconosce le sue dirette ascendenze nell’espressione mediolatina: «retener in memoria» le vittorie sui Veneziani significa, ad esempio, testimoniare il valore esemplare della vicenda comunale, che è, sulla scorta del Chronicon di Iacopo da Varagine, percorso ideale di crescita collettiva nella costruzione della Città Ideale (Toso 2006). E non si tratta solo di volgarizzare la costruzione ideologica dell’arcivescovo, ma di autenticarla con un resoconto che assume valore testimoniale e certificazione di verità proprio mediante il ricorso al «latin volgar» (Rima 156, 15), lingua nostra fortemente idiomatica che esprime ora, con la contrapposizione tra l’unitæ dei Liguri e il disperato disordine dei nemici nell’ode per la battaglia di Curzola (1298), piena consapevolezza della valenza politica del suo utilizzo, implicando la precoce fissazione delle costanti tematiche e ideologiche dell’uso letterario del genovese nei secoli successivi. E se accanto al livello alto (che copre anche la sfera religiosa) si colloca nella poesia dell’Anonimo un facile didascalismo, significa che a questo «temperamento assolutamente incomparabile nell’Italia duecentesca», come fu definito (Contini 1960b), non sfugge la necessità del raccordo tra le esigenze nobilitanti che soggiacciono alla funzione pubblica della sua poesia, e la quotidianità comunicativa che legittima e presuppone l’uso letterario del volgare genovese: in tal modo si definiscono già, a fine Duecento, i termini di una diglossia interna all’uso del genovese scritto, che non ha affatto bisogno di spostare sull’italiano uno dei termini dell’opposizione lingua alta ~ lingua bassa e che continuerà a manifestarsi sul lungo periodo, con livelli «antidialettali» e livelli «dialettali» di espressione letteraria, chiamati a convivere, in un contesto plurilingue, con l’uso scritto preponderante – ma non perciò dominante – del toscano.

Questo ruolo di archetipo mostra l’importanza dell’Anonimo per la storia linguistica della Liguria (Nicolas 1994), che trova conferma attraverso le inequivocabili citazioni e i riferimenti diretti e indiretti alla sua opera nella letteratura genovese dei secoli successivi. D’altro canto, le sue Rime sono solo un aspetto della crescita del volgare nell’ambito della «costruzione» e fissazione dell’identità comunale. Anzi, tali progressi si sostanziano più in un’acquisizione di ruoli pratici di prestigio che non nello sviluppo letterario: passata dal suo apogeo a un netto ridimensionamento delle proprie ambizioni egemoniche, la Genova trecentesca non è già più centro autonomo di elaborazione culturale, ma resta pur sempre luogo di transito e acclimatazione di testi di largo consumo (Toso 2009, vol. II). Le fonti dei numerosi volgarizzamenti in prosa oscillano così fra la trattatistica morale francese e l’enciclopedismo catalano, tra la proliferazione di exempla e compendi storici mediolatini e l’agiografia popolaresca di provenienza toscana: rispetto all’area centro-italiana, ancora per tutto il Trecento e per gran parte del Quattrocento si coglie comunque l’esigenza di «tradurre», e gli esempi di commistione linguistica rappresentati dalle laudi (Crescini/Belletti 1883) si rivelano tutto sommato episodici, sia per la distanza idiomatica del genovese rispetto ai modelli, sia perché rimane ben documentata la ricerca di una via autonoma al volgare illustre: dai frammenti di grammatiche e glossari fino alle osservazioni metalinguistiche di Gerolamo da Bavari che s’interroga sull’efficacia del suo operato di traduttore, o alla schietta affermazione di purismo del volgarizzatore delle Cronache di Martin Polono, tradotte a metà secolo «de profunda gramayga in jairo vorgà çenoeyse, et no sença grandissima breyga. Et se per aventura in tuta questa opera […] se ge trovasse arcuyn vocaboli gasmureschi, prego che a lo scritor et a lo translataor sea perdonao» (da un profondo latino in chiaro volgare genovese, e non senza grandissimo sforzo. E se per caso in quest’opera si rinvenissero alcuni vocaboli stranieri, prego che l’autore e il traduttore siano perdonati) (Cornagliotti 1988b, 182).

4. Il Quattrocento e il confronto col toscano

Già a fine Trecento, d’altronde, si manifesta l’interesse degli ambienti laici liguri per le Tre Corone e per Dante in particolare, di cui Genova è tra l’altro centro di irradiazione, con Francisco Imperial, verso la Spagna: è, questo, anche un sintomo del rilievo ormai assunto dal toscano come lingua commerciale nello spazio geografico italiano, e della continuità di rapporti con Pisa, Siena e Firenze. Sono canali diretti di toscanizzazione, che implicano anche una percezione del volgare centro-italiano come modalità alternativa (e vincente) rispetto alle tipologie settentrionali, persino in momenti di forte pressione politica da nord: ma proprio l’apertura verso la Toscana accentua la percezione di alterità del genovese, irriducibile al contesto padano ma pur sempre troppo marcato in senso idiomatico (a parziale differenza di ciò che avviene a Venezia) per rientrare nell’alveo di una precoce, generica italianità.

Col Quattrocento, le dinamiche di convergenza culturale rispetto al toscano si accentuano (Stella 1994), mentre resta chiara la volontà di eludere il raccordo con l’area settentrionale: esemplare in tal senso è la vicenda della relazione di Biagio Assereto sulla vittoria di Ponza (1435), col testo «genovese» destinato alle autorità locali e quello in volgare «settentrionale» inviato al precario signore milanese di Genova, Filippo Maria Visconti (Petracco Sicardi 1980; Toso 2003, 178-179). Nei circoli umanistici sembra verificarsi intanto un progressivo instaurarsi di relazioni diglossiche: Andreolo Giustiniani a Scio, e Andrea De Franchi in madrepatria, destinano l’uno (1431) alla narrazione epica della difesa dell’isola da un attacco veneziano un toscano ipercorretto, l’altro (1425) alla relazione scherzosa di una missione in Riviera un genovese alquanto caratterizzato (Toso 2003, 172-176).

Questi prodromi di «dialettalità riflessa» vengono però drasticamente corretti negli usi ufficiali, dove soprattutto nella prima metà del Quattrocento un volgare ancora fortemente connotato conosce un frequente utilizzo, accanto al latino, nella trascrizione dei dibattiti pubblici: Iacopo Bracelli (1390-1466), così, che nelle scritture private si dimostra in grado di scrivere un discreto toscano, usa lo schietto genovese nelle sue vesti di cancelliere. Al tempo stesso però, una modalità locale di italiano viene progressivamente acclimatata anche nella prassi cancelleresca, proponendosi come «nostro peculiare italiano» (linguam … italam nostram secondo Stefano Bracelli, 1499)2Assai ottimisticamente un commentatore del testo (Coveri 1997, 65) ha voluto intravedere nella formula traducte sunt suprascripte littere ex lingua gallica in Italam nostram «una sorta di ‘preitalianità’ linguistica», ma, anche alla luce della documentazione del periodo, appare molto evidente come il nostram ribadisca, al contrario, il riferimento a modalità specifiche di volgare. e persino come «materna lingua» in Agostino Giustiniani (1470-1536), poligrafo e poliglotta che pure ribadisce l’esigenza di un’ostentata appartenenza linguistico-culturale, per quanto affidata a un codice di respiro sopralocale, quando afferma di scrivere «non curandomi punto essere riputato toscano, sendo nato genovese». (Giustiniani 1537, Aa 1r.).

5. Il genovese d’oltremare

Diversi documenti tre e quattrocenteschi, di provenienza soprattutto orientale (Toso 2014), sottolineano il rilievo assunto intanto dal genovese come lingua mercantile e diplomatica in uno spazio geografico esteso, che gli operatori liguri gestiscono secondo modalità originali, di volta in volta mediante l’installazione di basi commerciali, la deduzione di colonie, la penetrazione economica garantita da trattati ed accordi con i diversi potentati. In vari momenti storici tra il Due e il Quattrocento, oltre alla Corsica, il cui possesso è di vitale importanza per i traffici marittimi, Pera di fronte a Costantinopoli, Scio (Chio) nell’Egeo e Caffa in Crimea sono fra i centri principali di un singolare «impero» coloniale controllato a seconda dei casi direttamente dallo Stato, affidato all’amministrazione del Banco di San Giorgio o governato da compagnie commerciali (maone) e da autoproclamati «signori» d’origine metropolitana. In questi ambiti, la produzione scritta riguarda trattati internazionali, come quello del 1380 fra l’amministrazione di Caffa e il khan dei Tartari, corrispondenze politiche, come nel caso di una lettera al sultano di Bursa (1358), istruzioni agli emissari diplomatici, ma anche scritture pratiche che testimoniano in qualche caso, come a Scio nel 1373, della diffusione del genovese presso le stesse popolazioni locali, puntualmente confermata, del resto, da sopravvivenze lessicali che testimoniano di un interscambio continuo tra la varietà d’importazione e le parlate di contatto.

Il prestigio del genovese in Oriente verrà progressivamente meno dopo la caduta di Costantinopoli, anche se lo stesso Maometto II riterrà opportuno, ancora nel 1473, corrispondere in tale lingua con i signori maonesi3La lettera autografa scritta «a di XXI de lo meize de augusto» e conservata all’Archivio di Stato di Milano è stata recentemente esposta nel corso della mostra Il genovese. Storia di una lingua presso l’Archivio di Stato di Genova, e riprodotta nel relativo catalogo (Il genovese. Storia di una lingua. Complesso monumentale di Sant’Ignazio, 19 settembre – 2 dicembre 2017. Catalogo a cura di Fiorenzo Toso e Giustina Olgiati, Genova, SAGEP, 2017) con traduzione di Enrico Basso.. La presa di Caffa nel 1473 con la dispersione dei suoi abitanti d’origine ligure4Per le sopravvivenze linguistiche e memoriali legate alla presenza genovese nell’area del Mar Nero cfr. Toso 2016b. Ancora alla metà del sec. XVIII alcuni missionari incontrarono nelle montagne del Caucaso gruppi di persone «il cui linguaggio era tuttavia genovese, ma rozzo, e all’uso de’ contadini o villani di Genova»., la perigliosa sopravvivenza della Magnifica Comunità di Pera sotto la «protezione» del sultano, l’occupazione di Scio (1566), dove ancora a lungo nel sec. XVI e oltre, peraltro, si ha notizia della vitalità del genovese (Toso 2016c) indurranno in ogni caso i governanti e gli investitori privati liguri a un progressivo spostamento verso ovest dei loro interessi, producendo una rinnovata presenza ligure nei principali centri commerciali e marittimi spagnoli, a partire dalla folta comunità commerciale stanziata tra Siviglia e Cadice, e un’ulteriore diffusione del genovese in Africa settentrionale.

Secondo il Roteiro di Alvaro Velho, nel 1495 Vasco da Gama potè così comunicare a Goa per il tramite di «dois mouros de Tunes, que sabiam falar castelhano e genovês», circostanza che non stupisce, del resto, se già nel 1454 si parlava di un mercante «moro» capace di esprimersi in modo «intelligibile et in lingua ianuensi», e se il trattato col re di Tunisi del 1465 è redatto in arabo e volgare genovese (Toso 2009b): di lì a poco, avrà inizio del resto l’insediamento ligure a Tabarca, gravido di conseguenze significative per la storia linguistica del genovese nel Mediterraneo occidentale 5L’isolotto di Tabarca, lungo la costa tunisina tra Bona e Biserta, fu assegnato in concessione da Carlo V negli anni ’40 del sec. XVI a una compagnia commerciale genovese egemonizzata dalla famiglia Lomellini, interessata alla pesca del corallo. La presenza ligure continuò anche dopo il ritiro spagnolo dalla Tunisia, in una singolare situazione di extraterritorialità che garantiva all’insediamento un ruolo importante di tramite commerciale in un’epoca caratterizzata da una teorica incomunicabilità tra le due sponde del Mediterraneo. La «signoria di Tabarca» acquisì col tempo quote significative di sovranità sia rispetto alle Reggenze barbaresche che rispetto a Genova, e sopravvisse fino al 1741 quando, in seguito al consolidarsi della dinastia husaynide, nuove esigenze di controllo territoriale indussero i reggenti tunisini a smantellare l’insediamento. Nel frattempo una parte della popolazione locale era emigrata (1738) sull’isola di San Pietro in Sardegna, fondandovi la città di Carloforte dove perdura tuttora l’uso del genovese. Altri rami della diaspora tabarchina, dopo varie peripezie, si indirizzarono ancora verso la Spagna (Nueva Tabarca, 1769, linguisticamente estinta dai primi del Novecento), la Sardegna (Calasetta, 1770) e negli stessi centri portuali della Tunisia, dove i tabarchini costituirono fino a tutto l’Ottocento un’attiva minoranza etnico-linguistica e religiosa. A Tunisi, un uso del genovese come lingua commerciale e delle relazioni tra gli europei residenti è testimoniato ancora alla fine dell’Ottocento. Sulle vicende del genovese tabarchino in Tunisia e in Sardegna basti il rimando a Toso 2004; Toso 2017..

Alla luce di queste vicende, se può apparire eccessivo ritenere (come propone De Granda 1978, 335-349) che un pidgin a base genovese sia stato all’origine dell’evanescente «lingua franca» mediterranea (cf. Sottile/Scaglione 2019)6Il rapporto tra il genovese e il presunto pidgin mediterraneo a base italoromanza non è ancora stato fatto oggetto di ricerche approfondite. (Cifoletti 2004, 56-58) cita alcuni esempi di probabili genovesismi rinvenuti nelle attestazioni di tale idioma, tra i quali l’interessante caso di gaziva ‘frode’, a sua volta di ascendenza turca., costituendo poi il modello dei creoli africani e americani, è certo che il gergo marinaro genovisco praticato anche da Colombo (Menéndez Pidal 1940) accrebbe in quell’epoca la sua presenza nel Mediterraneo e sulle coste atlantiche, lasciando tracce significative negli idiomi di contatto, dai quali il genovese trarrà a sua volta ulteriori incrementi lessicali: come ha bene osservato Vidos 1939, tra la fine del medioevo e l’inizio dell’età moderna, Genova, in quanto centro di elaborazione, assunzione e irradiazione di terminologia nautica, si trovò a svolgere un ruolo di primissimo piano, e più in generale, come è stato recentemente sottolineato

i problemi della storia linguistica genovese e, più latamente, ligure nel Mediterraneo, nel Levante e nel mar Nero presentano un livello di complessità probabilmente ancora superiore a quello del veneziano coloniale (Banfi 2014, 124).

Inutile dire che queste vicende ebbero a loro volta un ruolo significativo nella percezione del genovese come lingua dotata di particolare prestigio anche in virtù della sua proiezione internazionale.

6. La riformulazione delle relazioni interlinguistiche tra Cinque e Seicento

Col passaggio al sec. XVI intanto, a mano a mano che complessi rivolgimenti sociali avevano, tra le loro conseguenze, anche significative ripercussioni sulla storia linguistica interna del genovese, col passaggio da quella «antica» alla fase «classica» della sua evoluzione, andava accentuandosi il tradizionale plurilinguismo della società locale, con un uso crescente del francese prima, e poi soprattutto dello spagnolo, presso una classe dirigente e una nascente borghesia impegnate nella riconversione di un sistema economico che si stava progressivamente evolvendo, da una prevalente impostazione mercantile, verso una più accentuata connotazione finanziaria. A partire dal 1528 in particolare, l’iniziativa politica di Andrea Doria, colloca stabilmente nel sistema spagnolo una Repubblica profondamente rinnovata nelle forme istituzionali: alla presenza ormai consolidata dell’italiano si associa l’uso crescente del castigliano da parte dei membri di un’oligarchia sempre più implicata negli asientos e nelle attività finanziarie che, anche con la costante e massiccia presenza di operatori liguri in piazze commerciali come Valencia, Siviglia e Cadice, legano indissolubilmente la classe dirigente genovese ai destini dell’Impero (Carande 2000): le critiche all’uso pubblico e privato dello spagnolo, non meno che a quelle del toscano peraltro ormai largamente diffuso diventeranno un leitmotiv, in particolare, della reazione «republichista» che nella prima metà del sec. XVII vagheggerà un rilancio della piena autonomia e della neutralità genovese nel contesto internazionale, esercitando una critica spesso sferzante, ad esempio nelle commedie plurilingui di Anton Giulio Brignole Sale (Galiñanes Gallén 2018) di un’invadenza culturale che non mancherà di avere ripercussioni sia sul piano dell’interferenza lessicale (Toso 1993) sia sugli esiti stessi della produzione letteraria in genovese, per il vertiginoso gongorismo poetico di parte della produzione encomiastica di Cavalli (Brevini 1999) e per gli echi ricorrenti della narrativa e del teatro spagnolo nella commedia in genovese (Galiñanes Gallén 2019).

In questo contesto culturale si propone allora, come si è già anticipato, il tema di una ridefinizione ideologica dello Stato repubblicano, che impone alla classe dirigente di ridisegnare il proprio ruolo valorizzando gli elementi simbolici che meglio possono contribuire alla formulazione di un’immagine in grado di esaltare le motivazioni profonde della diversità e della libertæ genovese. In una operazione di largo respiro, che ha tra le sue conseguenze significative il profondo rinnovamento urbanistico e architettonico della città, si trovano coinvolti in prima linea anche gli intellettuali locali, e la stessa questione della lingua, riflesso di una temperie europea non meno che italiana, viene ad assumere quindi un ruolo centrale7Il cosiddetto Siglo de los Genoveses, a cavallo tra Cinque e Seicento, è ormai da tempo rivalutato come periodo di eccezionale fioritura artistico-culturale ed elaborazione ideologica. Per gli aspetti più strettamento legati alle tematiche di tipo linguistico-letterario basti qui il rimando a AA.VV. 1992 e Graziosi 1993, e per la letteratura d’espressione genovese a Toso 2009, voll. III, IV. Circoli di letterati poco convinti della funzionalità, per la rappresentazione della specificità genovese, di una lingua percepita come «straniera» qual è ancora l’italiano (la cui facies locale, dequalificandosi nell’ibridazione con le consuetudini locali, andava perdendo prestigio alla luce del nuovo gusto rinascimentale) si fanno carico di un progetto «restaurazione» che solo una considerazione assai semplicistica e provinciale delle vicende storico-culturali locali ha potuto qualificare come esempio di «archeologia linguistica» (Beniscelli 1992, 52).

Paolo Foglietta (1520ca. – 1596), principale artefice della riforma del genovese scritto, si rivela tutt’altro che conservatore, anzi, dal punto di vista letterario e dell’elaborazione linguistica: il suo modello di lengua zeneise è ricondotto semmai a una «purezza» che riprende i canoni della teoria linguistica rinascimentale, sconfessando il mistilinguismo di impostazione quattrocentesca ormai relegato in quegli «antichi e vecchi libri» di contenuto devoto contro i quali si stavano scagliando, proprio in quel periodo, anche le censure tridentine (Saggini 1972). La riforma fogliettiana trova spazio nelle Rime diverse in lingua genovese più volte riedite tra il 1575 e il 1612 secondo un progetto di promozione verso l’esterno concepito da uno smaliziato operatore culturale quale fu Cristoforo Zabata (Ruffini 2014): si tratta di un’antologia poetica nella quale è esplicita la volontà – alla quale plaude tra gli altri Torquato Tasso – di produrre una letteratura «alta» in competizione con l’uso del toscano, e apertamente contrapposta ai toni «medi» della lirica dialettale veneziana della quale si percepisce invece il carattere «riflesso» (Toso 1999-2000). Contro le posizioni di un protagonista della Questione della lingua in Italia quale fu Benedetto Varchi, che aveva parlato anche di un genovese che «scrivere e dimostrare con lettere non si può» (Varchi 1834, 347), Foglietta propaganda così l’immagine di una lingua capace, dalle condizioni originarie di idioma barbaro e illetterato, «de superà con l’arte ra natura» ergendosi a livelli di estrema raffinatezza, fino ad assurgere a emblema di identità («mi son zeneize e Zena ho sempre amaòu / però parlo in zeneise, in lengua mé, / no in lengua d’atri come i inspritè / ni d’atro che dro mè vago fassaòu», AA.VV. 1588, 43) e persino di nobiltà di spirito e d’orgoglio repubblicano («e se tuscan parlasse – sì digh’e’ – / nobile no parreiva mi Foggetta» AA.VV. 1588, 42), da contrapporre alla disinvoltura del «mechanico» che «à l’arte dro toscan chiù va derrè». Questo rinnovamento linguistico consentirà di meglio precisare i ruoli funzionali e ideologici del genovese: con Barnaba Cigala Casero si afferma infatti anche il genere encomiastico dell’orazione in versi, che assicurerà alla lingua una funzione non secondaria – in un contesto culturale che ne raccomanda apertamente l’uso pubblico – nella definizione simbolica della sovranità repubblicana: se del doge Matteo Senarega tra gli altri sono conservati alcuni discorsi politici in genovese (Toso 2009, vol. III, 42-43), per Andrea Spinola ad esempio è auspicabile che anche nelle riunioni di intellettuali ciascun accademico non debba «parlare se non genovese schietto» (Spinola 1981, 197).

La promozione del genovese non sfocia tuttavia in una sua generalizzazione nell’uso scritto: la traduzione della Genuensium Historia del fratello Oberto, realizzata da Paolo Foglietta «a sò che l’intendan no soramenti ri letterai, ma quelli ancora che no san de lettera» (Toso 2009, vol. III, 47) avrebbe potuto avere un effetto, in un contesto culturale «laico» come quello genovese, analogo alle contemporanee versioni bibliche nelle lingue vernacole dei paesi riformati; ma essa non venne approvata dal Senato, che promuovendo la traduzione in toscano di Francesco Serdonati intese riconoscere all’italiano (1596) un ruolo determinante per la divulgazione dell’«ideologia» genovese verso l’esterno, confermandone contestualmente il radicamento locale e l’ineludibile funzione all’interno stesso della cultura ligure (Petracco Sicardi 1980). La concorrenza tra genovese e toscano si ricompone così, ai primi del sec. XVII, in una distribuzione di ruoli: l’italiano non sarà mai lingua ufficiale della Repubblica (come era avvenuto invece in Piemonte già nel 1563: Marazzini 1991) ma ad esso si guarderà costantemente come all’idioma attraverso il quale la Liguria si integra in un orizzonte culturale di ampio respiro; alla lingua genovese (come tale esclusivamente definita nelle scritture locali fino al 1815) resta però assicurato un rilievo importante in prospettiva interna (con un insieme articolato di funzioni)8Il panorama degli usi alti del genovese parlato fino alla caduta della Repubblica è ben riassunto in (De Franchi 1772, 2): «se vedde ciæro in ra façilitæ con ra quæ s’intendan fra lô ri boin zeneixi, e distinguan benissimo quello chi è errô de parlâ: s’intendan e se parlan in ri consessi ciù rispettabili dro governo, trattandose materie interessanti; s’intendan e se parlan da ri avvocati inanti ri tribunali dra maggiô aotoritæ: s’intendan e se parlan esprimendo sentimenti de piaxei e de desgusto»., ed esterna, come segnale di specificità.

Di tali prerogative è riflesso fino alla metà del Seicento l’esperienza di Gian Giacomo Cavalli (ca. 1590-1656), poeta ufficiale dell’oligarchia, lodato da Gabriello Chiabrera come «trovatore di cose non imaginate e appena credute» (Cavalli 1636, 7 n.n.) e sostenitore della capacità del suo genovese raffinatamente elaborato di «stà dro paro» con la lingua toscana. Lo straordinario livello artistico raggiunto da questo poeta corrisponde all’affermazione ideologica del genovese come «lingua del paese», oggetto di promozione, codificazione e insistita esportazione, dalle quali restano invece escluse le varietà periferiche e un socioletto popolare urbano («lengua carroggera»), dotato di precise marcature fonetiche e lessicali, che pure troverà impiego sia in poesia che a teatro9Dai tempi di Dante in poi, nell’uso comune e nella percezione che se ne aveva dall’esterno, la denominazione genovese ha sempre indicato, come si è visto, l’insieme delle varietà romanze parlate in Liguria, ma non è mai mancata, al tempo stesso, la percezione di un genovese che nella sua varietà alta costituiva la «lengua zeneise» per eccellenza, alla quale si opponevano idealmente, soprattutto in poesia, le varietà dialettali chiamate a incarnare modelli di «spontaneità» e «originalità» locale. In tal modo, ad esempio, nel 1637 il dialetto di Taggia (taggiasco) risulta contrapposto al «genovese», al latino e all’italiano nell’opera di un autore locale (Parodi/Rossi 1903) in quanto espressione «viva» e popolare della realtà cittadina.. La letteratura di gusto «dialettale» vive così nella Liguria secentesca una condizione doppiamente «riflessa», sia rispetto all’italiano che al genovese illustre: per quest’ultimo, ad esempio nel ciclo di encomi dogali che arrivano a dettare, attraverso i testi del Cigala, dello Schiaffino e dello stesso Cavalli, le linee politiche alla classe dirigente, non si riconosce affatto una percezione del subordine culturale.

7. Sviluppi settecenteschi

Dopo la scomparsa di Cavalli, una corrente letteraria, incarnata già da Giuliano Rossi (ca. 1580-1657), lontana da «ri fin crestalli» della lingua classica, assunse tuttavia maggiore vigore, e un generale abbassamento di toni finì per investire la stessa letteratura civile e patriottica, a partire dai testi relativi al bombardamento francese del 1684 col quale si è soliti fare iniziare, sullo sfondo della contestuale crisi del sistema spagnolo, un progressivo avvicinamento della Repubblica alla potenza d’Oltralpe, a sua volta non privo di implicazioni linguistiche. Il ruolo del genovese nella cultura ligure continuò tuttavia ad assicurargli una posizione «alta» ancora per tutto il Settecento, garantendone una visibilità insolita come oggetto di identificazione, capace di coagulare intorno alle sue funzioni simboliche un consenso significativo. Verso la metà del Settecento, l’interesse per il genovese anzi si amplia, in uno sfondo che comincia a essere favorevole a livello continentale, con i prodromi di una sensibilità protoromantica, a forme di rivalutazione delle lingue vernacole: in questo contesto si compongono le prime opere lessicografiche e si attua una normalizzazione ortografica direttamente sperimentata su una nuova edizione delle opere di Cavalli (Toso 2009c).

Un’accelerazione di questi processi è offerta dagli eventi del 1745-47, che propongono con urgenza il tema di una ristrutturazione dei rapporti istituzionali: la liberazione dagli occupanti austro-piemontesi è un momento cruciale del dibattito in seno alla classe dirigente, e sancisce la diretta irruzione del popolo sulla scena politica della Repubblica (Ronco 1977). Alcuni intellettuali vi vedono l’occasione per ridefinire, in un’ottica pur sempre di paternalismo illuminato, la delega della sovranità all’oligarchia: si tratta di idealità che ben si incontrano, anche per esigenze propagandistiche e di divulgazione, con l’uso scritto del genovese, dando vita a un’epica popolaresca sospesa tra esaltazione del moto anti-straniero e appoggio alla classe di governo in poemi volutamente anonimi quali la Libeaçion de Zena o il Trionfo dro pòpolo zeneise (Toso 2009, vol. V, 28-52). Partendo proprio da tali esperienze, Steva De Franchi (1714-1785) si proporrà di potenziare l’uso del genovese come elemento di coesione tra «ri veri e boin Zeneixi amanti dra patria, dra libertæ e dra sò lengua naturale» (De Franchi 1772): egli, partendo da una lucida analisi della storia e della realtà sociolinguistica del genovese (per il quale sviluppa interessanti osservazioni sulle forme della variabilità diastratica e diatopica) profonderà così un’inesausta attività di illustrazione dell’idioma, teorizzandone l’ampliamento degli usi pubblici e lo sviluppo letterario, promuovendo tra l’altro la traduzione non parodica della Gerusalemme liberata (AA.VV. 1755) e di Molière (De Franchi 1772-1781). Il confronto genovese-italiano approda così, per la prima volta, a un progetto di coinvolgimento delle classi popolari, col recupero delle sue funzionalità comunicative al di là delle già iper-valorizzate funzioni simboliche. Tali ambizioni pedagogiche torneranno anche nella fase rivoluzionaria, che dal 1797 conserva al genovese le  prerogative di lingua dell’uso a Senato e in tribunale, attribuendogli valenza promozionale col proliferare di fogli volanti e conferenze patriottiche «in lingua materna»10Serra 1846b, 541 riassumerà in questi termini la vitalità dell’uso pubblico del genovese nelle fasi finali dell’esperienza repubblicana e durante l’effimero governo democratico: «L’istruzione religiosa lo adoperava, siccome tuttora fa, tanto per la dottrina cristiana de’ fanciulli, quanto pel catechismo degli adulti […]. Nelle discussioni, e ne’ deliberamenti che si tenevano nel seno de’ consigli, e de’ magistrati politici, e di pubblica economia, come pure ne’ tribunali composti di giudici del paese, usavasi comunemente il dialetto volgare, ma non mai nelle deliberazioni, decisioni, o sentenze, che italiane, e talora latine si scrivevano. Rammentavano i padri nostri alcuni di loro, che avevano avuto fama di buoni oratori nella patria lingua. Anche dinanzi a’ tribunali, e a’ magistrati nostrali arringavasi nel dialetto genovese. Tale uso fu conservato almeno in qualche tribunale, malgrado le mutazioni civili avvenute nel 1797 fino alla metà del 1805. Io rammento ancora la grata meraviglia, che provai nell’udire un’arringa detta, e probabilmente all’improvviso da uno de’ più eloquenti avvocati genovesi che siano stati […]. Non solo era chiaro ed espressivo nel suo dire, ma quello che è più arduo di assai ne’ dialetti, egli rendeva il nostro nobile, ed accomodato ad ogni più rilevato concetto».

L’annessione all’Impero napoleonico, nel 1805, avrà conseguenze importanti, a lungo termine, per gli sviluppi delle vicende linguistiche della Liguria. Proprio l’imposizione del francese, infatti, aveva avvicinato ulteriormente la classe intellettuale all’italiano, accelerando la definitiva (e fino ad allora non del tutto scontata) adesione della Liguria al panorama culturale peninsulare. Ciò non significa tuttavia un’immediata perdita di prestigio del genovese, radicato ai diversi livelli sociali e lingua commerciale mediterranea ancora una volta in espansione. Se la contrazione della sua presenza in Corsica lascia comunque, dopo il 1768, uno stabile avamposto a Bonifacio e dà origine (come del resto era già avvenuto nella Sardegna settentrionale) a varietà miste, nuovi spazi comunicativi si aprono a ovest, col popolamento genovese di Gibilterra sotto l’egida inglese11Sulle comunità linguistiche liguri nel Mediterraneo occidentale, tra cui quella di Bonifacio e quella (recentemente) estinta di Gibilterra, rimando in particolare a Toso 2008b., e soprattutto tra Tunisia e Sardegna, per gli sviluppi dell’esperienza tabarchina, dopo i trattati che pongono fine alla guerra di corsa (cfr. nota 5).

8. Il genovese nell’Ottocento

Con l’annessione agli stati sabaudi nel 1815, decisa d’imperio dal Congresso di Vienna, i progressi commerciali che favoriscono un rinnovato sviluppo economico-sociale generano, per apparente paradosso, un’ancor più netta contrapposizione tra la ex-Repubblica e la monarchia sardo-piemontese, in un clima di reciproca diffidenza tra la Liguria mercantile, laica, pacifista, aperta al Mediterraneo, e il retroterra subalpino, contadino, clericale e militarista. Tale iato è soprattutto di natura culturale, e la stessa adesione all’italiano, percepito adesso come «lingua dei piemontesi» rispetto a quello che solo ora si comincia a definire «dialetto» genovese12Nell’uso locale, a quanto è dato sapere, questa definizione compare infatti per la prima volta nel 1817, in una recensione sulla «Gazzetta di Genova» dell’Almanacco Genovese di Martin Piaggio., rischia di essere messa in discussione, in alcuni ambienti, persino dopo la cruenta repressione del tentativo di secessione del 1849, nel quadro di un culto retrospettivo delle patrie memorie.

In Liguria, dove l’adesione al Risorgimento è scelta autonoma rispetto all’iniziativa sabauda, l’idea di entrare a far parte di un’Italia unita, proiezione della secolare vicenda repubblicana genovese, prevede infatti una riappropriazione simbolica della cultura della «Nazione dei Liguri» (Spotorno 1825-1826). Una parte dell’intellettualità genovese è fautrice dunque di un’unità italiana che esalti il ruolo-guida che i Genovesi riconoscono a se stessi in virtù dei loro primati economici, mercantili e – con Mazzini e Garibaldi – ideologici, ma aspira anche a partecipare al processo unitario col proprio retaggio storico, con la memoria delle istituzioni repubblicane e persino con la sua lingua originale: la prima metà del sec. XIX vede così una ripresa dell’interesse per il genovese, nel quadro delle rinascenze delle lingue minoritarie europee, attraverso la pubblicazione di dizionari (Olivieri 1841, Olivieri 1851; Casaccia 1851, Casaccia 1876, concepiti anche con lo scopo pedagogico di avvicinare i Genovesi all’italiano), mediante l’elaborazione di testi grammaticali, con la stessa ristampa degli autori classici. Mentre l’uso scritto si adegua ai rilevanti mutamenti fonetici e morfologici che nel corso del sec. XVIII segnano il passaggio alla fase «moderna» del genovese (in primo luogo la definitiva caduta di –r– intervocalica faticosamente tenuta in vita nel socioletto aristocratico), in un clima nettamente influenzato dalla temperie romantica europea si attuano in Liguria appassionate difese degli idiomi locali contro gli attacchi dei puristi italiani (Boselli 1844), e  persino una sorta di esaltazione mitica del genovese, immaginato (Celesia 1863) come lingua antichissima e diretto progenitore del latino; la «scoperta» nel 1820 delle rime del più antico poeta volgare, a sua volta, ha echi di un certo rilievo nella cultura dell’epoca, confermando le presunzioni di eccellenza ligure anche in campo letterario.

Se da questo filone di erudizione provinciale prenderà presto le distanze una linea di studi ispirati ai metodi rigorosi della linguistica scientifica (Parodi 1898-1899), l’uso scritto del genovese continua a rivestire una funzione rappresentativa, con la larga fortuna del realismo poetico di Martin Piaggio (1774-1843), e col proporsi in Giovanni Casaccia (1813-1882) e soprattutto in Luigi M. Pedevilla (1815-1877) di istanze regionaliste in grado di coniugarsi con un genuino afflato patriottico italiano. Il poema di Pedevilla A Colombiade (1870), nell’esaltazione del «genio ligure» incarnato da Colombo, intende dotare il genovese di un’epica nazionale come sta avvenendo nello stesso periodo in Provenza e in Catalogna (Toso 2002cToso 2010b). Il fatto che proprio in Liguria si sia svolto l’unico tentativo di questo genere in Italia, in consonanza con i programmi dei movimenti rinascenziali delle minoranze linguistiche europee nell’Ottocento, si spiega bene alla luce del percorso storico-linguistico della regione: e tuttavia il genovese scritto e parlato, dopo il ridimensionamento, provocato dall’annessione, delle proprie funzioni, è ormai coinvolto nel processo di vernacolarizzazione che lo porterà a condividere in pieno, soprattutto dopo la proclamazione del Regno unitario, le prerogative delle varietà dialettali italiane.

Paradossalmente, tuttavia, nel corso dell’Ottocento il genovese parlato sembra acquistare nuove posizioni: in Liguria, la varietà comune espande il suo prestigio, estinguendo a Savona le ultime modalità peculiari e suscitando a Oneglia e alla Spezia significativi fenomeni di convergenza; in molti porti del Mediterraneo, da Marsiglia a Cadice, da Costantinopoli a Tunisi, è ancora lingua d’uso corrente, e anche in America Latina un’emigrazione qualificata fa sì che lungo il Rio de la Plata se ne diffonda l’uso come idioma mercantile, mentre una quantità di ligurismi penetra nello spagnolo argentino attraverso il precoce impianto della comunità della Boca del Riachuelo, destinata per circa un secolo e mezzo a costituire una vera e propria proiezione linguistica e culturale della genovesità metropolitana 13Già negli anni Trenta dell’Ottocento le relazioni diplomatiche del Regno di Sardegna sono ricche di riferimenti a «esos genoveses que demostraban una completa indiferencia cuando no hostilidad hacia el agente consular», dovuta soprattutto a «su hostilidad a la casa de Saboya o del hecho de tratarse en casi todos los casos de criminales o desertores con cuentas pendientes con la justicia sarda». In termini linguistici, questa attitudine identitaria si risolveva tra l’altro nel fatto che «al revisar los protocolos notariales, al cónsul le parecía necesario dejar constancia en el acta que había traducido su contenido en lengua vulgar genovesa para que pudiera ser comprendido por los presentes» (Devoto 1992, 127-128). Per la storia linguistica della comunità della Boca (dove venne tra l’altro pubblicato per diversi decenni un periodico in genovese, O Balilla), e più in generale per diversi aspetti della presenza linguistica ligure in America Meridionale, rimando a Toso 2006b..

L’adesione della borghesia postunitaria all’italianizzazione è coerente in ogni caso con i progressi delle agenzie di promozione dello standard nazionale (la scuola, l’amministrazione pubblica, il servizio militare…) e con una politica che da Cavour in poi premia abbondantemente il compromesso con la monarchia. Il ruolo pubblico del genovese, e con esso il suo valore connotante, appare sempre più legato a determinati ambienti di lavoro, come quello marittimo e portuale, e politico-sociali: l’aristocrazia «vecchia» anti-unitaria ne ostenta l’uso, conservato anche da settori del clero che, mentre gli assicurano alcuni spazi di prestigio nell’omiletica e nella catechesi, ne fanno il simbolo, in particolare con l’opera di Luigi Persoglio (1830-1911), di una popolarità incorrotta dai «guasti» del liberalesimo e del socialismo. Istanze pedagogiche spiegano altresì l’adozione del genovese anche da parte del movimento repubblicano, che lo utilizza in periodici di larga diffusione (Beccaria 2017), sui quali si sviluppa anche una ricca stagione di narrativa d’appendice; ma proprio questi usi strumentali del genovese finiscono per limitarne per certi aspetti le prerogative, relegandolo al ruolo quasi esclusivo di lingua «popolare», contiguo nell’uso scritto alle ambigue esperienze del verismo locale.

9. Il Novecento e la situazione contemporanea

La borghesia postunitaria trova intanto in Niccolò Bacigalupo (1837-1904) il suo cantore: consapevole del processo di vernacolarizzazione in atto, questo poeta e commediografo traghetta definitivamente l’uso scritto del genovese verso i modelli della letteratura dialettale, avallandone la collocazione ai piani bassi della gerarchia linguistica secondo il modello che tra l’età umbertina e il ventennio fascista andrà consolidandosi in tutta Italia. Il degrado delle funzioni rappresentative del genovese come varietà di prestigio regionale ha anche, come conseguenza, lo sviluppo della letteratura nelle varietà locali (Toso 2009, voll. VI-VII): Ubaldo Mazzini (1868-1923) alla Spezia, e il gruppo felibristico della Barma Grande a Ponente, presente anche a Mentone e nel Principato di Monaco14Un breve cenno merita nel contesto di queste note la situazione linguistica del Principato, il cui locale dialetto ligure ha visto crescere negli ultimi anni le proprie funzioni rappresentative di lingua nazionale per impulso del governo, al punto da rappresentare l’unica varietà italo-romanza dotata, a parte l’italiano, di qualche prerogativa di uso istituzionale: basti qui, in proposito, il rimando alla più aggiornata bibliografia degli usi scritti e degli studi sul monegasco (Passet 2019)., danno origine a movimenti ormai liberi dal peso di una tradizione che relegava a un ruolo minore e doppiamente «riflesso», come si è visto, le espressioni provinciali. Tuttavia, i processi che accorciano la distanza ideologica tra l’e­spressione genovese e gli stereotipi della dialettalità non vengono accolti passivamente: agevolato dal progredire degli studi scientifici e e dal perdurare del filone apologetico (Randaccio 1894), Angelico F. Gazzo (1845-1926) cerca di restituire al genovese, con le sue opere e con la monumentale traduzione della Divina commedia in particolare, la dignità di «lingua romanza o neolatina come e quanto le altre, svoltasi secondo la propria indole e vivente di vita propria» (Gazzo 1909, X): si ripropone così il tema della tradizionale letterarietà «alta» in genovese, cui aderiranno più o meno consapevolmente altri autori rappresentativi del primo Novecento, da Carlo Malinverni (1855-1922) a E­doardo Firpo (1889-1957).

D’altro canto, la ripresa dell’espressione letteraria è nell’ultimo secolo inversamente proporzionale – specie nei centri urbani – alla crisi del genovese parlato. Malgrado la valutazione positiva delle tradizioni lingui­stiche di una regione in cui, come è stato opportunamente osservato, tuttora «non esiste complesso di patois» (Forner 1989, 170), l’i­talianizzazione, già dalla fine del sec. XIX, compor­ta un ridimensionamento, secondo processi ben noti anche altrove, della base dialettofona. La crisi di rappresentatività del genovese è evidente, già negli anni Venti, anche per il sorgere di associazioni tese a «promuovere» con intendimenti prevalentemente folklorici un patrimonio linguistico che iniziava allora a re­gredire persino in ambito familiare. Del resto l’atteggiamento del fascismo nei confronti del ge­novese non fu così negativo come taluni ritengono: recuperando in chiave nazionalista le glorie  mediterranee della Repubblica e i miti di Colombo e di Balilla, il regime trovò in una letteratura dialettale «allineata» un supporto propagandistico, e nella sopravvivenza di isole e penisole linguistiche in Corsica e nel Nizzardo un elemento di legittimazione dei suoi programmi irredentistici15Dal punto di vista linguistico, più che alla presenza di una compatta comunità portuale genovese a Marsiglia (Toso 2010c), il fascismo appoggiò le sue pretese sull’area francese contigua alla Liguria all’equivoco (all’epoca assai divulgato) di un’appartenenza del nizzardo al sistema italoromanzo: anche uno studioso di grande spessore e rigore metodologico come M. Bartoli si trovò ad avallare così questo tipo di impostazione, in un articolo in cui, con un certo funambolismo, arrivò tra l’altro ad affermare che se indubbiamente «il nizzardo è più provenzale che ligure» è nondimeno «più italiano che francese» (Bartoli 1941). Più fondate, e altrettanto utilizzate dalla propaganda nazionalista, erano naturalmente le osservazioni sul carattere ligure del roiasco e del mentonasco, i cui cultori non si dimostrarono insensibili ai richiami irredentistici (Veziano 2013) e quelle relative alla presenza (all’epoca già in fase preagonica) delle comunità di dialetto figun nel retroterra di Cannes e nella zona di Grasse (Toso 2014b)., mentre il ruolo di ambasciatore di «italianità» fascista assunto da un popolare attore vernacolo come Gilberto Govi (1885-1966) nel corso delle sue trionfali tournée sudamericane, la dice lunga sulle ricorrenti e assai poco studiate ambiguità del rapporto esistente tra il regime e il «dialetto» in Liguria.

Sarebbe quindi ingenuo attribuire un ruolo dirompente a questi condizionamenti ideologici nella crisi novecentesca degli usi parlati: più semplicemente, il legame tra specificità linguisti­ca e identità regionale stava in realtà perdendo la propria funzionalità pra­tica nel quadro di processi di moder­nizzazione dei sistemi produttivi e di comunicazione, in cui il genovese e i dialetti locali, per quanto ancora vivi nella società ligure, risultano nel corso del Novecento sempre più associati a un’idea di marginalità che coinvolge i gruppi sociali e gli ambienti di lavoro ad essi più fedeli. Col secondo Dopoguerra, la Liguria ha finito così per collocarsi fra le regioni italiane più aperte all’adozione della lingua nazionale (Forner 2019).

Già dalla fine degli anni Sessanta, tuttavia, nel processo di disgregazione dell’identità linguistica regionale comincia a notarsi un’inversione di tendenza, relativa soprattutto alla funzione rappresentativa dell’idioma. Se le statistiche continuano a documentare il decremento dei parlanti, si assiste in quegli anni a una riorga­nizzazione del valore identitario, col diffondersi di un’esigenza nuova di recupero del rapporto tra specificità regionale e consuetudi­ni comunicative tradizionali. Questo clima ha segnato positivamente la valutazione del patrimonio linguistico come bene culturale, mentre la ricerca dialettologica trovava nella Liguria rurale, ad esempio attraverso le ricerche di Hugo Plomteux (Plomteux 1974; Plomteux 1981) un ter­reno fertile per la sperimentazione di tecniche di ricerca attente ai fenomeni sociali connessi con gli usi linguistici; anche il Vocabolario delle Parlate Ligu­ri realizzato tra il 1985 e il 1992: Petracco Sicardi/Toso 1985-1992, ha avuto il merito di far convergere gli sforzi di cultori locali e studiosi professionisti su un’opera essenziale per la conoscenza e la coscienza dell’unità e della varietà del patrimonio linguistico regionale.

Gli ultimi anni, nonostante la perdurante crisi nell’uso parlato, hanno visto accentuarsi ulteriormente la riflessione sul rapporto tra lingua e identità, anche per l’accresciuto interesse degli ambienti scientifici – pur nel totale disimpegno delle istituzioni universitarie genovesi – nei confronti delle varietà dialettali liguri e del patrimonio culturale che vi si riconnette. Da qui si è sviluppata anche, malgrado i pesanti condizionamenti di una visione regressiva degli usi comunicativi tradizionali presente in molto associazionismo locale, un’esigenza diffusa di azioni di rilancio effettivo del patrimo­nio linguistico regionale nel suo insieme: una rinnovata presenza in campo artistico-musicale (soprattutto a partire dall’utilizzo del genovese in brani di successo come quelli dell’album Creusa de mâ di Fabrizio De Andrè: Lusito 2017; Lusito 2019), in ambito letterario, in quello teatrale (Guasoni 2017), pubblicistico (attraverso, ad esempio, la pagina settimanale in genovese del quotidiano «Il Secolo XIX»), nei nuovi media, qualifica oggi la presenza e la visibilità del genovese (e delle altre varietà liguri) in un panorama regionale in forte evoluzione, in cui gli spazi comunicativi ad esso deputati, per quanto limitati, restano ancora tali da assicurare margini di continuità e sviluppo per un patrimonio linguistico e culturale di importanza cruciale nella definizione stessa di un rapporto armonico della società ligure col proprio passato, col proprio presente e col proprio futuro.

10. Desiderata e compiti futuri della ricerca

Da questa panoramica necessariamente succinta, attraverso il «caso» del genovese, emerge anche il problema metodologico di una rinnovata impostazione degli studi di storia linguistica regionale in Italia, o quanto meno dell’ammissibilità di una impostazione che, superando le idiosincrasie ancora presenti in alcuni ambienti accademici conservatori e in una rinascente voga postpuristica, proponga una valutazione del policentrismo e della diversità territoriale come elemento determinante del processo di costruzione della molteplice realtà culturale e linguistica italiana, superando anche, come è già avvenuto da tempo in altri contesti romanzi, lo stereotipo di tradizione ottocentesca di una contrapposizione «lingua – dialetto» semplicisticamente intesa come relazione pressoché consustanziale e immutabile di subordine del secondo rispetto al primo termine di questa dicotomia: purtroppo tale impostazione, a dispetto delle importanti acquisizioni di Sansone 1948 o di Dionisotti 1967 in ambito più strettamente storico-letterario, e di altri in termini linguistici, storico-linguistici e sociolinguistici (Muljačić 1991; Muljačić 1996), fatica ancora ad affermarsi, e ciò persino dopo la meritevole proposta di ampie sintesi come quella di Bruni 1992, che d’altro canto ha riguardato, essenzialmente, più la lettura dei processi di italianizzazione delle regioni che non l’analisi di singole e autonome «storie» regionali.

In questo modo, una lettura complessiva delle vicende linguistiche del Paese fondamentalmente incentrata sulla rappresentazione di una secolare tensione centripeta, non rende del tutto conto della varietà di situazioni che ha caratterizzato attraverso i secoli il complesso panorama italiano e il suo processo di unificazione linguistica, mentre non si può non sottoscrivere l’osservazione di Thomas Krefeld, per il quale

è sottinteso, primo, che non si tratta affatto di uno sviluppo lineare, e, secondo, che non tutti i dialetti attuali si possono considerare tali in ogni periodo storico. Ad esempio nelle Repubbliche di Genova e di Venezia era comune usare il toscano letterario al livello della scritturalità; ma questo uso (che non escludeva mai quelli del veneziano e ancora meno del genovese) non è sufficiente assolutamente per attribuire automaticamente lo status di dialetto al genovese o al veneziano che venivano ampiamente usati nella comunicazione formale e ufficiale, cioè nell’oralità elaborata. Erano delle ‘lingue’ nel loro contesto storico e politico, e sarebbe fuorviante di trasferire un concetto di ‘lingua’ formatosi nelle condizioni comunicative e ideologiche degli Stati nazionali ottocenteschi a epoche in cui non esisteva né l’ideale della omogeneità e esclusività linguistica né il controllo semiotico generale eseguito dalla scuola dell’obbligo, dalle media ecc. (Krefeld 2008d, 35-36).

Su questo sfondo, la tradizionale dialettofobia di una parte del mondo accademico continua a manifestarsi attraverso atteggiamenti quanto meno discutibili, anche mediante il ricorso a fruste polemiche terminologiche, pure a fronte di una produzione scientifica e di una prassi divulgativa che tendono ormai a eludere la ambiguità e le inesattezze insite in una distinzione troppo netta tra lingua e dialetto, ammettendo serenamente la definizione di lingue d’Italia16Basti considerare solo i titoli di opere come Serianni/Trifone 1994 o Banfi 2014 per constatare come questo tipo di definizione sia oggi legittimamente accolto negli ambienti scientifici più aggiornati. È capitato ancora di recente, tuttavia, di vedere attaccata con argomenti alquanto capziosi una mostra dedicata a una delle varietà italoromanze di maggiore impatto nella storia della circolazione linguistica nel Mediterraneo e oltre, soltanto per la scelta dei curatori di intitolarla «Il genovese. Storia di una lingua»: e ciò in un articolo giornalistico il cui autore (Coletti 2017), pur ammettendone confusamente l’ambiguità terminologica («e il genovese non è una lingua […] definire lingua il genovese non è sbagliato»), pretenderebbe di rendere oggettiva e universale la percezione propria della storiografia linguistica italiana dei concetti di lingua e dialetto, arrivando a sostenere una sorta di carattere innato della condizione di ques’ultimo, e accampando a sostegno delle proprie tesi alcune valutazioni francamente ridicole per qualsiasi studioso di linguistica romanza, come quella secondo la quale «tra il bergamasco e il milanese e il varesotto non ci sono meno differenze che tra l’italiano e il portoghese»!. Non si ritiene del resto che la vicenda storica del genovese, così come è stata riepilogata in queste note, rappresenti di per sé – al di là delle modalità peculiari delle sue manifestazioni storiche – un caso eccezionale nella dialettica dei rapporti tra lingua regionale e lingua nazionale, bensì un modello possibile di come la rilettura critica dei fatti, anche alla luce di un approccio comparativo con altre realtà europee, possa aprire prospettive meno ancorate a stereotipi ricorrenti e a vetuste costruzioni identitarie «nazionali», la cui difesa a oltranza, a più di centocinquant’anni dal compimento di un processo di unificazione ormai felicemente condiviso, ha sempre meno la sua ragion d’essere.

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